Intervento al primo Simposio Vaticano sulla IA, 2025
L’intelligenza artificiale non è, in senso proprio, intelligente.
Viene definita tale soltanto perché interagisce con il linguaggio umano e risponde ai nostri input. Ma non calcola, non riflette, non valuta: riproduce. Quando affermava, fino a poco tempo fa, che due più due fa quattro, non lo faceva perché aveva compreso il concetto di somma, ma perché “quattro” era la risposta più comune nei suoi dati di addestramento.
L’IA è un agente, non un soggetto: non ha intenzionalità, responsabilità, non origina conoscenza, ma replica schemi: è un pappagallo stocastico. La sua portata, però, è profondamente trasformativa.
È un agente disruptive, come dicono gli amici anglofoni, paragonabile per impatto sistemico alla scoperta del fuoco o alla fissione dell’atomo.
E come quelle scoperte, può essere usata per costruire o per distruggere. Ma a differenza del fuoco, che agisce sul piano fisico, l’IA interviene sull’infrastruttura cognitiva della società. Essa agisce sotto la soglia della consapevolezza, trasformando l’ambiente informativo, non attraverso l’imposizione di una verità, ma attraverso la ripetizione algoritmica del già detto.
Le sue logiche producono camere di risonanza (redundancy chambers), ambienti chiusi di contenuti ridondanti, in cui la varietà si dissolve, la contraddizione scompare e il dissenso si marginalizza. Non si tratta, tuttavia, semplicemente di una perdita di referenzialità.
Si tratta di un mutamento nella natura stessa della conoscenza. Là dove un tempo la conoscenza si definiva come credenza vera e verificabile, oggi essa tende a coincidere con la credenza condivisa. Non importa più che un contenuto sia vero: importa che sia largamente accettato, ripetuto, normalizzato all’interno di uno spazio digitale.
In questo nuovo regime epistemologico, la verità si costituisce per consenso— non per corrispondenza al reale, ma per aggregazione di segnali. La verità, da oggetto da cercare, diviene oggetto da accumulare. E in questa transizione, l’uomo rischia di smarrire la propria funzione di giudizio, di verifica, di resistenza.
La questione epistemologica posta dall’intelligenza artificiale non riguarda la sua capacità di elaborare risposte, ma le condizioni attraverso cui quelle risposte vengono legittimate, validate e infine interiorizzate. Nel contesto digitale odierno, la verità non viene più cercata né verificata: viene accumulata, condivisa, normalizzata.
Il fenomeno noto come truth decay, descritto per la prima volta in forma sistematica dalla RAND Corporation, identifica quattro tendenze convergenti: l’aumento del disaccordo su fatti fondamentali, la confusione tra opinione e dato, la proliferazione di fonti non verificate, e la sfiducia crescente nelle istituzioni tradizionalmente incaricate di custodire la verità.
L’intelligenza artificiale, in particolare quando integrata nei social media, non è un agente neutro in questo processo: ne è un catalizzatore attivo. Attraverso i suoi algoritmi di raccomandazione e filtraggio, l’IA crea ambienti informativi personalizzati e chiusi, le cosiddette redundancy chambers. In questi spazi, l’utente è esposto quasi esclusivamente a contenuti che rafforzano le sue credenze pregresse. L’esito è una polarizzazione progressiva, un indebolimento del pensiero critico, e una rarefazione del dissenso.
La molteplicità informativa, un tempo condizione essenziale per la formazione autonoma del giudizio, viene sacrificata sull’altare dell’engagement. Non solo: l’utente viene progressivamente incanalato anche attraverso forme di censura selettiva, in cui le opinioni minoritarie, anche quando espresse da figure altamente qualificate, vengono rese invisibili o sistematicamente svalutate. Durante la pandemia di COVID-19, numerosi interventi critici provenienti da scienziati insigniti del premio Nobel sono stati ignorati, silenziati o etichettati come “disinformazione” da piattaforme che agivano su criteri automatizzati di conformità narrativa. Non per valutazione epistemica, ma per protocollo algoritmico. Così, la riduzione del dissenso non è più il prodotto di un confronto tra posizioni, ma il risultato di una selezione strutturale operata da sistemi digitali che, orientati alla stabilità della curva di attenzione, preferiscono l’omogeneità alla complessità.
Ma la questione si approfondisce ulteriormente. In un ambiente cognitivo governato dalla quantità e dalla visibilità, il tempo dedicato a un contenuto diventa l’unità di misura del suo valore percepito.
Ora che l’informazione è disponibile a chiunque abbia accesso ad internet, che abbia un telefonino, tutta l’informazione, e che un sistema è il depositario e il distributore della stessa, succede una cosa particolare: una sciocchezza scritta da me e letta da un utente per quattro minuti vale, nella percezione dell’utente e nella risposta dell’algoritmo, quanto una riflessione fondata su anni di studio, che l’utente di internet impiega lo stesso tempo a leggere.
Si dissolve così la differenza tra parola pensata e parola detta: la referenzialità viene disinnescata non perché la verità venga negata, ma perché non viene più pesata. Questo abbattimento del valore dell’opinione dissonante e della densità contenutistica produce due effetti convergenti: l’omogeneizzazione degli individui e la restrizione del loro campo visivo.
Si tratta delle due condizioni fondamentali perché una massa si comporti come uno sciame cognitivo: un insieme di agenti percezionalmente uniformi, orientabili senza bisogno di ordini espliciti. Ed è in questo contesto che diventa operativa la stigmergia, meccanismo che nel mio libro del 2024, AI and Societal Cognitive Vulnerability, ho descritto come “coordinamento per tracce ambientali”. Ogni interazione — un like, una condivisione, una parola-chiave — diventa un segnale nello spazio cognitivo, che altri seguiranno inconsapevolmente. Non serve più un leader, né un’idea forte: basta la densità delle tracce. Come nei movimenti neuronali o negli sciami animali, la forma prende il posto dell’intenzione.
La gestione della questione “Green”, come documentato, è esemplare in questo senso: una narrativa ambientale costruita non per argomentazione, ma per ubiquità digitale, modellata su pulsioni emozionali, amplificata per esposizione, e strutturata per ridurre al minimo la visibilità del dissenso. Non un’imposizione ideologica, ma una saturazione algoritmica. Non una censura, ma una stigmergia.
E questo rappresenta un cambiamento drastico: dalla pluralità come condizione della verità, all’univocità come condizione dell’efficienza.
Ma quindi, la questione è più radicale: ciò che viene eroso non è soltanto il contenuto della verità, ma la sua struttura.
La verità, nella tradizione classica e cristiana, è concepita come qualcosa di oggettivo, stabile, trascendente. Veritas est adaequatio rei et intellectus: la verità è l’adeguamento dell’intelletto alla cosa. E ancora: ego sum via, veritas et vita—non opinione, non consenso, ma verità nella sua pienezza ontologica.
Invece, nell’ambiente cognitivo regolato dall’IA, la verità si configura come un prodotto emergente del consenso: un algoritmo aggrega segnali, valuta la rilevanza secondo logiche probabilistiche, e restituisce ciò che “funziona” presso il pubblico. Non ciò che è vero, ma ciò che è condiviso.
Questa è la vera sfida teologica del nostro tempo: una civiltà che smette di cercare la verità come cosa, e comincia a trattarla come comportamento, esito, algoritmo. La dissoluzione epistemologica diventa crisi antropologica, e infine teologica.
Perché se la verità è funzione, allora l’uomo non è più cercatore, ma utente; non più testimone, ma terminale.
La Chiesa non può guardare all’intelligenza artificiale come ad un semplice strumento operativo. Ogni innovazione tecnologica che incide sulla facoltà di giudizio, sulla percezione della realtà e sull’elaborazione del significato, chiama in causa direttamente la teologia.
Non perché l’IA entri in relazione con Dio, ma perché coinvolge l’uomo là dove egli è più simile a Dio: nella libertà, nella capacità di pensiero, nella responsabilità morale.
L’uomo è creatura razionale, ma anche spirituale. È immagine di Dio non perché calcola, ma perché discernere è la sua vocazione. È libero, e nella libertà esercita il suo essere a immagine. Il libero arbitrio non è un potere tra gli altri: è la condizione stessa della responsabilità, il fondamento della relazione morale, e la soglia teologica attraverso cui l’uomo partecipa — seppur nella creaturalità — all’ordine della verità. Questo non è delegabile. Nessun algoritmo può assumere su di sé l’onere della scelta morale, perché nessun algoritmo può essere responsabile. La libertà non si programma.
E tuttavia, l’uomo contemporaneo sembra affascinato da una suggestione pericolosa: quella di potersi porre verso l’IA nello stesso rapporto in cui Dio si pone verso di lui. Come se l’uomo, creatore di una macchina capace di risposte, potesse conferire a quella macchina dignità funzionale e autonomia derivata. Ma questa proporzione — Dio : Uomo = Uomo : IA — è falsa. È idolatrica. Perché Dio crea l’uomo libero, mentre l’uomo costruisce l’IA per funzione.
Dio chiama, non programma. Interpella, non condiziona. Lascia spazio al male pur di rendere reale la libertà. L’IA, al contrario, non è libera, e non rende libero: risponde a istruzioni, non ha volontà: ottimizza comportamenti, riduce la complessità. Non può conoscere il rischio, né la colpa, né la redenzione.
Pretendere che l’IA eserciti un ruolo decisionale, o che possa sostituire l’uomo nel giudizio morale, equivale a negare ciò che nella visione cristiana costituisce la dignità costitutiva della persona: la capacità di scegliere tra il bene e il male, e di risponderne davanti a Dio e agli uomini.
Come affermava Giovanni Paolo II, “la libertà è misura dell’uomo” (Veritatis Splendor, n. 34). Su questo punto, Benedetto XVI è altrettanto chiaro. Nell’enciclica Caritas in Veritate leggiamo: “Lo sviluppo tecnologico può indurre l’idea dell’autosufficienza della tecnica stessa quando l’uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire. È per questo che la tecnica assume un volto ambiguo.” (Caritas in Veritate, n. 70) E ancora: “La tecnica attrae fortemente l’uomo, perché lo sottrae alle limitazioni fisiche e ne allarga l’orizzonte. Ma la libertà umana è propriamente se stessa solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale.” (Caritas in Veritate, n. 70).
Il vero rischio, quindi, non è tanto che la macchina si autonomizzi, quanto che l’uomo dimentichi di essere libero. Che si consegni alla tecnica per non dover più scegliere. Che deleghi non solo l’azione, ma il giudizio. In questo, la sfida non è tecnica, né giuridica: è teologica. E come tale, esige una risposta teologica.
In un tempo in cui la macchina moltiplica il calcolo ma dissolve il senso, la vera sfida non è tecnologica, ma spirituale. È la sfida di restare capaci di giudicare. Di credere che il reale esiste, che la verità non è negoziabile, che la libertà vale più dell’efficienza.
L’intelligenza artificiale non ci costringe. Ma ci propone — con efficienza, invisibilità e persistenza — di rinunciare gradualmente al peso del giudizio. Di lasciare che siano modelli predittivi a orientare le nostre scelte. Che siano ambienti digitali, progettati per piacere, a rieducare il desiderio, riducendolo a consumo e non a ricerca di senso. Che siano algoritmi, addestrati su ciò che siamo stati, a decidere chi possiamo essere o cosa possiamo fare o non fare.
È in questo spazio che si apre il compito teologico dell’uomo: non opporsi alla tecnica, ma discernere i suoi effetti sul destino dell’umano.
Non combattere la macchina, ma vigilare sulla verità. Non imitare la freddezza del calcolo, ma custodire il calore della coscienza.
Discernere, nel senso più alto e spirituale, è oggi atto di fedeltà alla verità. Custodire l’umano significa riconoscere che l’uomo, anche nella sua fragilità, è ordinato alla verità, non al consenso; alla libertà, non alla programmazione; alla responsabilità, non alla deresponsabilizzazione automatica. La tradizione cristiana ci insegna che la verità non si possiede: si serve. E che la libertà non è mera autodeterminazione, ma capacità di orientarsi al bene.
L’algoritmo, per quanto raffinato, non conosce il volto, non conosce il perdono, non conosce il rischio della libertà. L’uomo sì. E in questo, l’uomo è insostituibile.
Nel tempo dell’ottimizzazione, può sembrare inefficiente fermarsi a pensare. Ma è proprio nella fedeltà a questa inefficienza — che è la coscienza — che si gioca il futuro della persona. Perché quando tutto tende alla previsione, scegliere diventa il gesto più umano.
E forse, anche il più divino
