QatarEnergy, il margine americano e la nuova dipendenza energetica italiana
L’ultima estensione della force majeure dichiarata da QatarEnergy nei confronti di Edison potrebbe essere letta come una conseguenza quasi meccanica della guerra nel Golfo: Ras Laffan è stata colpita, lo Stretto di Hormuz continua a non offrire condizioni normali di transito, il Qatar non riesce a consegnare il gas previsto dai contratti e i compratori europei cercano altrove le molecole mancanti. Tutto vero, ma insufficiente. Il punto più interessante è ciò che avviene dopo, perché la capacità di assorbire uno shock non dice soltanto quanto un sistema sia resiliente; dice anche da chi dipende quella resilienza. Nel caso italiano la risposta sta diventando sempre più evidente: il sistema regge, ma una quota crescente del margine che gli permette di reggere è americana.
Il contratto interessato dalla forza maggiore non è un rapporto commerciale marginale. Il Sale and Purchase Agreement venne firmato nel novembre 2003 fra Edison e Ras Laffan Liquefied Natural Gas Company Limited II, RasGas II. Prevedeva 4,6 milioni di tonnellate di GNL l’anno, equivalenti a circa 6,4 miliardi di metri cubi di gas naturale, provenienti dal North Field e destinati al nuovo terminale Adriatic LNG al largo di Porto Levante. Le consegne iniziarono nel 2009, con l’entrata in esercizio del terminale, e la durata stabilita era di venticinque anni. Edison ottenne contemporaneamente il diritto a utilizzare per lo stesso periodo l’80% della capacità di rigassificazione dell’impianto, allora pari a circa 8 miliardi di metri cubi annui. Il contratto qatarino rappresentava quindi, da solo, una quantità vicina al 10% del fabbisogno nazionale dell’epoca e rimane ancora oggi una delle grandi colonne portanti della diversificazione italiana. 1
È utile ricordare anche come quella struttura sia nata. RasGas era il prodotto della collaborazione fra Qatar Petroleum e ExxonMobil; quando nel 2003 venne definito il progetto Adriatic LNG, Qatar Petroleum ed ExxonMobil acquisirono insieme il 90% del terminale, con una partecipazione del 45% ciascuna, mentre Edison conservava il restante 10%. ExxonMobil si trovava dunque contemporaneamente dentro la catena industriale qatarina a monte e dentro l’infrastruttura italiana destinata a riceverne il gas a valle. Non si trattava semplicemente di acquistare una materia prima dal Qatar, ma di costruire una filiera industriale transnazionale Qatar–ExxonMobil–Italia. 2
La force majeure interviene ora precisamente su quella filiera. In termini contrattuali significa che QatarEnergy sostiene che circostanze straordinarie e indipendenti dalla propria volontà le impediscono di eseguire le consegne pattuite e che, finché permane l’impedimento, la mancata consegna non può essere trattata come un normale inadempimento. Il contratto non viene cancellato e il diritto di Edison alle forniture non scompare, ma l’obbligo interessato dall’evento viene sospeso nei limiti previsti dall’accordo. Il testo integrale del contratto non è pubblico, quindi non conosciamo la distribuzione puntuale fra le parti dei maggiori costi derivanti dalla sostituzione delle forniture; sappiamo invece con precisione quale sia il fatto materiale alla base della dichiarazione, perché QatarEnergy lo ha progressivamente chiarito: guerra, compromissione della navigazione attraverso Hormuz e danni fisici agli impianti di Ras Laffan.
Il 28 settembre Edison ha comunicato che QatarEnergy aveva nuovamente esteso la forza maggiore, portandone la durata complessiva dall’inizio di aprile ai primi giorni di dicembre. I cargo ormai interessati sono 35, equivalenti a circa 4,6 miliardi di metri cubi di gas. Edison ne ha sostituiti 23, corrispondenti a circa 2,3 miliardi di metri cubi, e dichiara di essere pienamente in grado di rispettare gli impegni verso i propri clienti. Reuters precisa che i cargo sostitutivi sono stati reperiti principalmente negli Stati Uniti. 3
La reiterazione della forza maggiore non è una precauzione amministrativa. Due problemi distinti si stanno sommando. Il primo è Hormuz: il GNL qatarino deve lasciare il Golfo via mare e non esiste oggi un’infrastruttura alternativa capace di trasferire volumi equivalenti. Saad al-Kaabi ha ricordato il 21 settembre che il GNL non può semplicemente essere deviato attraverso un gasdotto mantenendo la stessa infrastruttura industriale, perché bisognerebbe trasportare gas allo stato gassoso e costruire altrove nuova capacità di liquefazione. QatarEnergy ritiene quindi commercialmente e tecnicamente irrazionale replicare all’esterno del Qatar impianti nei quali ha già investito decine di miliardi. 4
Il secondo problema è più persistente. Gli attacchi contro Ras Laffan hanno danneggiato due dei quattordici treni LNG qatarini e un impianto GTL. QatarEnergy ha quantificato la capacità LNG resa indisponibile in circa 12,8 milioni di tonnellate annue, pari a circa il 17% della capacità esportatrice del paese. Le valutazioni iniziali parlavano di tre-cinque anni; a settembre al-Kaabi ha indicato circa tre anni per la riparazione dei due treni, mentre l’impianto GTL dovrebbe tornare disponibile nel primo trimestre 2027. QatarEnergy potrebbe quindi recuperare abbastanza rapidamente la capacità non danneggiata una volta ristabilita pienamente la navigazione attraverso Hormuz, ma non recupererà altrettanto rapidamente quella distrutta. 5
Qui compare un elemento che merita attenzione anche nella nostra ricostruzione della filiera: ExxonMobil è partner proprio nei due impianti colpiti, con una quota del 34% nell’unità S4 e del 30% nella S6. Lo ha dichiarato lo stesso al-Kaabi. Exxon non è quindi soltanto parte della storia del gas qatarino destinato all’Italia: rimane dentro una parte della capacità produttiva oggi materialmente indisponibile. 5
Se ci fermassimo qui, avremmo però soltanto descritto una crisi del Qatar. Il passaggio interessante comincia quando osserviamo chi sta sostituendo quella capacità.
Nel 2025 l’Italia aveva consumato 63,42 miliardi di metri cubi di gas. Le importazioni LNG avevano superato 20 miliardi di metri cubi, quindi ormai circa un terzo dell’intero consumo nazionale, e 9,7 miliardi provenivano dagli Stati Uniti. Già prima della crisi qatarina potevamo dunque definire una prima misura molto semplice della dipendenza diretta americana:
DUSA,2025 = QUSA / QIT = 9,7 / 63,42 = 15,3%
Circa il 15,3% di tutto il gas consumato in Italia nel 2025 era già GNL statunitense. Non il 15,3% del GNL, ma il 15,3% dell’intero consumo nazionale di gas. 6
La crisi del Qatar modifica rapidamente questo rapporto. La U.S. Energy Information Administration indica per il primo semestre 2026 un flusso medio di esportazioni LNG americane verso l’Italia pari a circa 1,4 miliardi di piedi cubi al giorno. Convertendo il dato:
QUSA,H1 2026 = 1,4 Bcf/g × 181 g × 0,0283168 bcm/Bcf ≈ 7,18 bcm
Nello stesso semestre la domanda italiana di gas è stata di circa 32,6 miliardi di metri cubi. La dipendenza diretta diventa quindi:
DUSA,H1 2026 = 7,18 / 32,6 ≈ 22,0%
Nel primo semestre 2026, dunque, circa una molecola di gas su cinque consumata in Italia proveniva già dagli Stati Uniti sotto forma di GNL. Non possiamo trasformare automaticamente questo dato semestrale in una previsione annuale, perché i consumi sono stagionali e i flussi LNG possono cambiare rapidamente; possiamo però constatare che l’esposizione è passata da circa il 15% su base 2025 a circa il 22% nel primo semestre della crisi. 7
Il dato assume maggiore importanza se consideriamo che nel primo semestre 2026 le importazioni LNG complessive italiane sono state circa 10,5 miliardi di metri cubi. I 7,18 miliardi americani rappresentano quindi, per semplice rapporto,
7,18 / 10,5 = 68,4%
ossia oltre due terzi del GNL arrivato in Italia nel semestre. Il dato non coincide perfettamente con tutte le statistiche commerciali disponibili, che possono differire per data di caricazione, scarico e destinazione finale, ma l’ordine di grandezza non cambia: nel 2026 il GNL italiano è ormai largamente dominato dalla capacità americana. 8
Non è sufficiente, tuttavia, misurare la dipendenza attraverso la quota di mercato. La lente di Guerra di margini impone una domanda diversa: se la capacità americana viene meno, quanta parte di essa può essere sostituita e a quale costo?
La quota americana nel consumo rappresenta la dipendenza lorda. La dipendenza strategicamente rilevante è invece la parte che rimarrebbe scoperta dopo avere utilizzato pipeline alternative, maggiori importazioni da altri produttori LNG, produzione domestica, stoccaggi e riduzione volontaria della domanda. Possiamo quindi definire:
Dnet = DUSA × (1 − r)
dove DUSA è la quota americana del consumo e r rappresenta la quota delle forniture americane che il sistema riesce a sostituire entro l’orizzonte temporale considerato.
Se utilizziamo il 22% osservato nel primo semestre 2026 e assumiamo, per esempio, che il sistema riesca a sostituire il 75% del gas americano, rimarrebbe un deficit pari al 5,5% della domanda nazionale. Con una capacità di sostituzione del 50%, il deficit sarebbe dell’11%; con una sostituzione soltanto del 25%, salirebbe al 16,5%. Se nessuna sostituzione fosse possibile, ipotesi estrema e scarsamente realistica, la perdita fisica sarebbe naturalmente pari all’intero 22%.
Il passaggio successivo consiste nel trasformare questa scarsità energetica in rischio macroeconomico. Su questo esiste fortunatamente un precedente italiano molto studiato. Nel 2022 Banca d’Italia, Ministero dell’Economia, Confindustria e Fondo Monetario Internazionale simularono gli effetti di un’interruzione delle forniture russe. Le loro ipotesi erano differenti, ma il rapporto fra deficit residuo di gas e perdita di PIL si collocava prevalentemente fra circa 0,11 e 0,25 punti percentuali di PIL per ogni punto percentuale di gas mancante. Banca d’Italia utilizzava un coefficiente implicito vicino a 0,19; il MEF circa 0,16; Confindustria circa 0,11; il modello multisettoriale IMF circa 0,24-0,25. Esistevano scenari più estremi, fino a 0,38, quando la protezione delle famiglie scaricava una quantità maggiore del razionamento sull’industria, ma per evitare di gonfiare il risultato possiamo escluderli dal nostro intervallo principale. 9
Possiamo allora scrivere:
ΔPIL / PIL ≈ −ε × Dnet
0,11 ≤ ε ≤ 0,25
e utilizzare come valore centrale il coefficiente Banca d’Italia:
εBdI ≈ 0,19
Non si tratta di una previsione econometrica per il 2026. Le infrastrutture italiane sono cambiate rispetto al 2022, la capacità di rigassificazione è aumentata, il mercato LNG è più sviluppato e la composizione della domanda è differente. È uno stress test, utile per stabilire l’ordine di grandezza del vincolo. Il suo vantaggio è che non inventa un’elasticità: utilizza quelle già elaborate dalle principali istituzioni italiane e internazionali quando il paese dovette affrontare un problema energetico analogo. 9
Prendendo come base il PIL nominale italiano del 2025, recentemente rivisto da Istat a 2.265 miliardi di euro, otteniamo il seguente ordine di grandezza. 10
| Gas USA sostituito | Deficit residuo di gas | Perdita PIL ε=0,11 | Stima centrale ε=0,19 | Perdita PIL ε=0,25 | PIL centrale a rischio |
| 75% | 5,5% | 0,6% | 1,0% | 1,4% | ≈ €24 mld |
| 50% | 11,0% | 1,2% | 2,1% | 2,8% | ≈ €47 mld |
| 25% | 16,5% | 1,8% | 3,1% | 4,1% | ≈ €71 mld |
| 0% | 22,0% | 2,4% | 4,2% | 5,5% | ≈ €95 mld |
Stress test sul PIL italiano. Le percentuali indicano una perdita potenziale rispetto al PIL nominale, non una previsione puntuale.
La prima conclusione è che non avrebbe senso dire che, poiché il 22% del gas è americano, il 22% del PIL italiano dipende dagli Stati Uniti. Il rapporto fra energia e produzione non è lineare in quel modo. Una perdita di 22 punti percentuali di gas non distruggerebbe il 22% del PIL. L’economia sostituirebbe combustibili, devierebbe cargo, preleverebbe dagli stoccaggi, razionerebbe gli utilizzatori meno protetti e reagirebbe attraverso i prezzi. Il danno macroeconomico sarebbe quindi molto inferiore alla quota energetica lorda.
La seconda conclusione è però altrettanto importante: molto inferiore non significa piccolo. Se l’Italia riuscisse a sostituire tre quarti del gas americano, quindi uno scenario relativamente favorevole, il modello storico suggerirebbe comunque un’esposizione dell’ordine dello 0,6-1,4% del PIL, con una stima centrale intorno all’1%, cioè circa 24 miliardi di euro ai valori del 2025. Se soltanto metà delle forniture fosse sostituibile in tempi compatibili con il ciclo produttivo, l’ordine di grandezza diventerebbe 1,2-2,8% del PIL, con un valore centrale attorno al 2,1%, circa 47 miliardi. In uno scenario nel quale solo un quarto delle molecole americane fosse rapidamente sostituibile, il PIL esposto salirebbe verso 40-90 miliardi di euro.
Il valore economicamente interessante, quindi, non è il caso estremo di una scomparsa improvvisa e totale del gas statunitense senza alcuna reazione, che produrrebbe numeri dell’ordine di 55-125 miliardi di PIL e costituisce soprattutto un limite superiore teorico. È la fascia intermedia. Con una sostituibilità compresa fra il 50 e il 75%, l’ordine di grandezza del PIL italiano esposto a una grave interruzione americana si colloca approssimativamente fra 14 e 62 miliardi di euro, con valori centrali nell’ordine di 24-47 miliardi.
Questa è una misura più utile della dipendenza italiana.
E probabilmente è ancora prudente, perché considera prevalentemente l’effetto quantitativo. Una crisi americana del GNL non riguarderebbe soltanto l’Italia. Colpirebbe simultaneamente l’intero mercato europeo, che nel frattempo è diventato il principale sbocco del GNL statunitense, e provocherebbe una competizione immediata con Asia e America Latina per i cargo provenienti da Qatar, Africa e altri produttori. La sostituzione fisica potrebbe quindi essere possibile soltanto attraverso un aumento molto forte del prezzo. In quel caso una parte del danno si manifesterebbe anche senza razionamento, attraverso maggiore costo dell’elettricità, compressione dei margini industriali, perdita di competitività, riduzione del reddito disponibile e deterioramento della bilancia commerciale. È esattamente ciò che rende insufficiente misurare la sicurezza energetica chiedendosi soltanto se il gas esista fisicamente.
Il caso qatarino dimostra il meccanismo. Dei 35 cargo che non arrivano più secondo il contratto Edison, 23 sono stati sostituiti; non abbiamo avuto una crisi delle forniture finali perché il sistema ha trovato il margine necessario. Ma il margine è stato trovato principalmente negli Stati Uniti. Di conseguenza la perdita di una dipendenza viene compensata aumentando un’altra dipendenza. Non necessariamente della stessa natura, non necessariamente dello stesso grado e certamente non con lo stesso profilo politico della Russia, ma economicamente reale.
La questione diventa ancora più interessante se torniamo alla struttura industriale originaria. ExxonMobil non compare per la prima volta quando il GNL americano comincia a sostituire quello qatarino. Era presente nel sistema fin dall’inizio. RasGas II, controparte del contratto Edison, apparteneva all’architettura industriale Qatar Petroleum–ExxonMobil; ExxonMobil possedeva il 45% del terminale Adriatic LNG quando questo entrò in servizio; Exxon è partner nei due treni di Ras Laffan oggi danneggiati. E quando nel 2026 il Qatar perde capacità, una delle nuove fonti americane disponibili è Golden Pass LNG, in Texas, posseduta al 70% da QatarEnergy e al 30% da ExxonMobil. 11
Golden Pass ha prodotto il primo GNL il 30 marzo 2026 e ha esportato il primo cargo il 22 aprile. Il primo carico era destinato proprio all’Italia. La struttura è quasi speculare a quella costruita vent’anni prima: allora Qatar Petroleum ed ExxonMobil partecipavano alla produzione qatarina che alimentava l’Italia attraverso Adriatic LNG; oggi QatarEnergy ed ExxonMobil partecipano insieme a capacità produttiva in Texas che può alimentare lo stesso mercato quando Ras Laffan non riesce più a farlo. 12
Definire questa continuità semplicemente casuale sarebbe poco convincente. Questo non significa sostenere che Washington abbia provocato la crisi qatarina, che ExxonMobil ne abbia determinato gli eventi o che il Dipartimento di Stato decida la destinazione di ogni singolo cargo. Nulla nelle fonti permette di arrivare a una conclusione di questo genere. Significa qualcosa di diverso: la capacità americana di trasformare una crisi esterna in un aumento della propria centralità energetica non è nata con questa crisi.
Esiste dietro di essa una lunga continuità strategica. La Monroe Doctrine del 1823 riguardava un mondo precedente al petrolio, ma stabiliva già la concezione americana delle sfere di influenza e dell’esclusione di potenze concorrenti da spazi considerati strategicamente rilevanti. Il Roosevelt Corollary del 1904 trasformò progressivamente questa concezione passiva in capacità d’intervento, proprio a partire dalla crisi venezuelana con i creditori europei. Non sarebbe corretto fare di Monroe una dottrina energetica ante litteram; è invece ragionevole riconoscervi una delle origini della concezione secondo cui accesso economico, sicurezza e influenza politica appartengono allo stesso spazio strategico. 13
Con l’affermazione del petrolio questa relazione divenne esplicita. Standard Oil of New Jersey, progenitrice di Exxon, e Socony, progenitrice di Mobil, furono coinvolte direttamente nella progressiva penetrazione americana delle risorse mediorientali. Nel 1947 il Dipartimento di Stato seguiva in prima persona il loro ingresso in Aramco e considerava essenziale che lo sviluppo delle gigantesche risorse saudite continuasse in modo tale da garantire accesso agli Stati Uniti e alle potenze alleate. I documenti diplomatici mostrano una relazione nella quale impresa privata e politica pubblica non coincidevano, ma operavano dentro la stessa architettura strategica. 14
Nel 1953 State, Defense e Interior arrivarono a formularlo senza particolari ambiguità. In un documento dedicato alle implicazioni strategiche del petrolio, il governo americano osservava che le operazioni internazionali delle compagnie statunitensi avevano effetti profondi sulla politica estera e le definiva, «for all practical purposes», strumenti della politica estera americana nei paesi produttori. Lo stesso documento sottolineava inoltre un aspetto che oggi appare particolarmente interessante: il ruolo di quelle compagnie nel garantire il fabbisogno dell’Europa occidentale era considerato direttamente rilevante per la sicurezza degli Stati Uniti. 15
Questo rapporto non implica che Exxon sia un ministero né che un’impresa privata rinunci al profitto per eseguire automaticamente ordini governativi. La struttura è più sofisticata: lo Stato definisce l’orizzonte strategico, costruisce condizioni diplomatiche e di sicurezza favorevoli all’espansione della capacità americana, mentre le grandi imprese trasformano quelle condizioni in infrastrutture, produzione, tecnologia e flussi commerciali. L’autonomia operativa non cancella la coerenza strategica del sistema.
Il Qatar contemporaneo ne offre un esempio quasi didattico. Il Dipartimento di Stato ha descritto ExxonMobil e ConocoPhillips come partner essenziali di QatarEnergy nel perseguimento di obiettivi comuni di sicurezza energetica. Contemporaneamente il Qatar ospita ad Al Udeid la maggiore installazione dell’US Air Force fuori dal territorio statunitense, ha investito decine di miliardi negli Stati Uniti e possiede insieme a ExxonMobil Golden Pass, uno dei nuovi grandi terminali di esportazione americani. L’energia qatarina e la sicurezza americana non costituiscono due sistemi separati; sono da decenni fortemente interconnessi. 16
La crisi del 2026 non crea dunque dal nulla una penetrazione americana nel sistema energetico europeo. Rivela e amplifica una struttura già esistente.
In termini di Guerra di margini, questo è esattamente ciò che ci si aspetterebbe da una strategia efficace. Non è necessario controllare tutte le risorse, né possedere la maggioranza assoluta del mercato. È molto più utile possedere la capacità che diventa indispensabile quando un altro attore perde la propria. Il potere non risiede nella quantità media, ma nel margine disponibile durante lo shock.
Gli Stati Uniti avevano fornito nel 2025 circa il 15% del gas consumato in Italia. Nel primo semestre 2026 la quota era salita attorno al 22%. Ma persino quel 22% sottostima il loro peso strategico, perché una parte di esso è costituita precisamente dalle molecole che hanno sostituito il Qatar. La quota marginale americana è quindi qualitativamente più importante della stessa quota media: non rappresenta soltanto gas che avremmo comunque consumato, ma gas senza il quale l’interruzione qatarina avrebbe già prodotto una scarsità maggiore.
Possiamo allora definire una misura elementare della dipendenza strategica italiana:
RUSA = DUSA × (1 − r) × ε
dove DUSA è la quota americana nel consumo di gas, r la capacità effettiva di sostituirla ed ε la sensibilità del PIL al deficit energetico residuo.
Con i dati osservati nel primo semestre 2026:
RUSA = 22% × (1 − r) × (0,11–0,25)
Il valore di questa formula non è pretendere una precisione inesistente; è rendere visibile la relazione. Il rischio diminuisce se aumenta la sostituibilità e cresce rapidamente quando il margine alternativo si riduce.
Con una sostituibilità del 75%, il PIL italiano esposto sarebbe dell’ordine dell’1% nel caso centrale. Con sostituibilità al 50%, arriverebbe attorno al 2%. Se il sistema europeo entrasse contemporaneamente in tensione e l’Italia riuscisse a sostituire soltanto un quarto dei volumi americani, l’esposizione centrale supererebbe il 3%.
Per un’economia che nel 2025 valeva circa 2.265 miliardi, stiamo parlando di decine di miliardi.
Questa è la dimensione della nuova dipendenza.
Non significa che gli Stati Uniti possano sottrarre domani 50 miliardi al PIL italiano premendo un interruttore, né che lo faranno. Significa che una componente essenziale del margine energetico sul quale l’economia italiana conta per assorbire uno shock esterno dipende oggi da una capacità produttiva e di esportazione prevalentemente americana, e che una grave indisponibilità di quella capacità imporrebbe all’Italia costi macroeconomici dell’ordine dei punti percentuali di PIL, non dei decimali.
Questo rende la relazione necessariamente politica, anche quando resta perfettamente commerciale.
La Russia aveva mostrato all’Europa quanto fosse pericoloso permettere che una risorsa strategica difficile da sostituire si concentrasse eccessivamente verso un singolo fornitore. La risposta europea è stata corretta sul piano infrastrutturale: più terminali, più rotte, più stoccaggi, meno gas russo. Ma mentre aumentavano le porte attraverso le quali il gas poteva entrare, una quota crescente delle molecole disponibili dietro quelle porte cominciava a provenire dallo stesso sistema produttivo.
Abbiamo quindi aumentato la diversificazione geografica delle infrastrutture più rapidamente di quanto abbiamo diversificato la capacità marginale.
La crisi qatarina lo rende visibile con particolare chiarezza. Il Qatar si chiude dietro Hormuz e perde parte della capacità di Ras Laffan; Edison invoca il mercato per sostituire le quantità che QatarEnergy non può più consegnare; una parte rilevante di quel mercato è americana; QatarEnergy stessa possiede capacità di esportazione negli Stati Uniti insieme a ExxonMobil; gli impianti danneggiati in Qatar vedono ancora ExxonMobil fra i soci; la nuova capacità texana che inizia a produrre proprio durante la crisi è nuovamente QatarEnergy–ExxonMobil.
Non serve immaginare una cospirazione per riconoscere una strategia.
Le strategie riuscite raramente hanno bisogno che ogni singolo evento sia stato programmato. Hanno bisogno di creare una struttura nella quale, qualunque evento accada, il sistema possieda più possibilità di trasformarlo in vantaggio rispetto agli altri.
Gli Stati Uniti hanno costruito per decenni capacità produttiva, infrastruttura finanziaria, potere diplomatico, sicurezza delle rotte, tecnologia e imprese capaci di operare nei nodi energetici mondiali. Exxon attraversa questa storia da Standard Oil of New Jersey al petrolio saudita, da RasGas ad Adriatic LNG, fino a Golden Pass. Quando una parte del sistema qatarino si interrompe, non è quindi sorprendente che il margine necessario all’Europa emerga in larga misura dall’altra componente della stessa architettura.
Il Qatar si chiude.
L’Europa continua ad avere gas.
Ma per averlo si lega di più.
Fonti
1. Edison, comunicazioni sul contratto RasGas/QatarEnergy e sul 500° carico di GNL ad Adriatic LNG.
2. ExxonMobil, 2003, comunicazione sull’accordo Qatar Petroleum–ExxonMobil per il terminale North Adriatic LNG e sulla struttura RasGas II.
3. Edison, 28 settembre 2026, QatarEnergy estende la forza maggiore fino all’inizio di dicembre 2026; Reuters, 28 settembre 2026, sulle forniture sostitutive prevalentemente statunitensi.
4. Qatar News Agency, 21 settembre 2026, dichiarazioni di Saad al-Kaabi sull’impossibilità di sostituire il trasporto LNG con pipeline e sui tempi di normalizzazione dopo Hormuz.
5. Qatar News Agency, 19 marzo 2026, dichiarazioni di Saad al-Kaabi sui danni a due treni LNG, sulla perdita di circa il 17% della capacità e sulle partecipazioni ExxonMobil negli impianti colpiti.
6. Snam, 1st Commercial Workshop 2026, dati 2025 sul consumo italiano di gas e sui flussi LNG dagli Stati Uniti.
7. U.S. Energy Information Administration, 2026, dati sulle esportazioni di LNG statunitense verso l’Italia nel primo semestre 2026.
8. Snam, relazione semestrale 2026, dati sulle importazioni LNG italiane nel primo semestre.
9. International Monetary Fund, 2022, analisi multisettoriale degli effetti di una riduzione delle forniture di gas russo all’Italia; confronti con gli scenari Banca d’Italia, MEF e Confindustria.
10. Istat, Annual National Accounts 2025, PIL nominale italiano 2025.
11. Adriatic LNG, documentazione societaria e comunicati sulla struttura azionaria originaria e sull’avvio del terminale.
12. Golden Pass LNG, 2026, comunicazioni sul primo GNL prodotto e sul primo cargo esportato; struttura proprietaria QatarEnergy 70% – ExxonMobil 30%.
13. U.S. Department of State, Office of the Historian, Monroe Doctrine e Roosevelt Corollary.
14. U.S. Department of State, Foreign Relations of the United States, 1947, documenti sull’ingresso delle compagnie americane in Aramco e sulla sicurezza dell’accesso alle risorse saudite.
15. U.S. Department of State, Foreign Relations of the United States, 1952–1954, documenti sulla funzione strategica internazionale delle compagnie petrolifere statunitensi.
16. U.S. Department of State, The U.S.–Qatar Strategic Partnership, documentazione sulla cooperazione energetica e sul ruolo di ExxonMobil e ConocoPhillips nei rapporti Qatar–Stati Uniti.
