(Le radici geopolitiche della disuguaglianza territoriale: tra dottrine strategiche e antropologia economica)
di Marco Palombi per JPE, 2025
Abstract
Il presente articolo decostruisce l’idea che le disuguaglianze economiche globali siano un’anomalia del sistema o un suo fallimento. Mostra invece come esse siano espressione di precise gerarchie civilizzazionali, storiche e geopolitiche, rese visibili dalla moltiplicazione degli scambi in un mondo sempre più interconnesso. L’economia, lungi dall’essere un ambito neutro, riflette e amplifica rapporti di potere asimmetrici, che si manifestano nei corridoi logistici, nel controllo delle risorse strategiche, nell’uso politico delle interdipendenze. Attraverso esempi concreti – dal default di Evergrande alla strategia cinese nei porti, dal caso del gas russo alla proiezione russa in Africa – si mostra come l’economia venga utilizzata come vettore di influenza, campo di conflitto e strumento di sopravvivenza. Le diseguaglianze, in questo quadro, non scompaiono: si trasformano, si ricollocano, si adattano alle nuove architetture multipolari.
Abstract
This article dismantles the idea that global economic inequalities are a systemic failure or an anomaly. Instead, it argues that they are the product of long-standing civilisational, historical, and geopolitical hierarchies, increasingly exposed through the multiplication of exchanges in a hyper-connected world. Far from being neutral, the economy reflects and intensifies asymmetric power relations that unfold across trade corridors, strategic resource control, and the political use of interdependence. Using concrete examples—from the Evergrande default to Chinese port strategy, from Europe’s energy dependence to Russia’s projection in Africa—the article illustrates how economic tools serve as vectors of influence, arenas of confrontation, and mechanisms of survival. Within this framework, inequalities do not vanish; they evolve, shift, and adapt to new multipolar structures.
1. L’economia è antropoietica
Partiamo da un concetto semplice. Guardiamoci in tasca. Troveremo probabilmente un dischetto di metallo, con stampigliati dei simboli e un numero: una moneta. Ma cos’è una moneta?
La moneta, da sempre, è più di un mezzo di scambio: è un dispositivo antropologico. Segna il passaggio dall’autarchia alla relazione, dal bisogno all’accordo, dalla solitudine alla fiducia. Fiducia in un sistema che utilizza quella moneta per facilitare gli scambi tra gli appartenenti a una stessa comunità di senso.
L’atto di scambiare presuppone il riconoscimento dell’altro come soggetto legittimo: nessuna economia può esistere senza questa forma implicita di reciprocità. Ogni sistema economico duraturo si fonda su un’assunzione relazionale: che l’altro esiste, conta, merita di essere ascoltato e contrattualizzato.
L’economia, in questa prospettiva, non è solo un meccanismo distributivo, ma una forma incarnata di pensiero. Organizza beni, ma anche categorie. Modella le strutture materiali e, insieme, le strutture cognitive. Plasmiamo i mercati, ma veniamo anche da essi plasmati: ciò che conta, ciò che si misura, ciò che si desidera è determinato dai dispositivi simbolici dell’economia.
Essa agisce come struttura cognitiva, come ambiente mentale e sociale che consente agli individui di orientarsi secondo schemi condivisi e riproducibili. Non nasce come scienza esatta, ma come dispositivo simbolico, una forma-mondo che distribuisce risorse e senso, confini e gerarchie, tempo e valore. Accettare una moneta non è soltanto scambiare ricchezza: è aderire a un ordine simbolico che stabilisce cosa si possa desiderare, possedere, trasferire.
In questa luce, l’economia è un dispositivo antropoietico: forma l’uomo che la forma. Interiorizziamo i valori che veicola, impariamo a desiderare ciò che ci viene offerto, a valutare l’esistenza con parametri esterni e culturalmente consolidati. Ogni atto economico, ogni politica fiscale, ogni strumento finanziario è anche un’affermazione normativa su cosa valga e chi conti.
Quando una moneta – come il dollaro – si impone come standard globale, essa non trasmette solo potere d’acquisto: veicola una precisa visione dell’uomo. Il suo successo si fonda su una narrazione potente, quella dell’individuo razionale, autonomo, responsabile, artefice della propria sorte. Ogni transazione in dollari è, in tal senso, una tacita adesione a quell’immaginario antropologico. L’economia non si limita a contabilizzare: stabilisce chi ha diritto a essere contato.
2. L’economia è basata sulle differenze
Poiché ogni scambio nasce dal riconoscimento di una differenza – materiale, demografica, informativa, territoriale – l’economia produce sistemi d’interazione che non si limitano a gestire questa differenza, ma la trasformano in ordine, in senso, in gerarchia.
Ogni scambio economico è, prima ancora che un trasferimento di beni, un atto di relazione e di potere. Esso istituisce ruoli, modella aspettative, distribuisce possibilità. Non si dà economia senza alterità, così come non si dà contratto senza l’ammissione, implicita o esplicita, dell’altro come soggetto legittimo.
Nel momento in cui due individui o due gruppi decidono di scambiare, essi riconoscono la reciproca esistenza, la rispettiva capacità di disporre di beni, di stabilire equivalenze, di accettare un patto. L’economia è, dunque, una forma di riconoscimento. Un riconoscimento che non è solo giuridico o formale, ma ontologico: si fonda sull’idea che l’altro esiste, che ha valore, che può produrre e desiderare.
Questo riconoscimento non è mai neutro. Implica, ogni volta, la gestione di una differenza. Nessun mercato esiste tra eguali: esiste perché qualcuno ha qualcosa che un altro non ha. Eppure, è proprio in questo dislivello che si apre lo spazio della relazione economica. Il dislivello non è necessariamente iniquo; può, anzi, essere motore di cooperazione, vettore di complementarità, occasione di crescita reciproca. Ma perché ciò accada, occorre che la differenza non venga trasformata in gerarchia assoluta.
L’economia, come ordine simbolico e operativo, ha il potere di trasformare la differenza in reciprocità – oppure in dominio. Se lo scambio si fonda sul mutuo vantaggio, la differenza genera equilibrio. Se si fonda sull’asimmetria di potere, la differenza diventa diseguaglianza strutturale.
Per questo, riconoscere l’altro non basta. Occorre riconoscerlo come pari in dignità economica. Come soggetto pieno dello scambio, non come fornitore di risorse o destinatario di surplus. L’economia, se intesa correttamente, non cancella le differenze, ma le armonizza. Non livella, ma orchestra.
Quando questo riconoscimento viene meno, l’economia si deforma: da dispositivo di relazione diventa meccanismo di estrazione. Da luogo di reciprocità diventa strumento di sottomissione.
È in questo snodo che si gioca il passaggio tra economia come costruzione di valore comune e economia come regime di sfruttamento. Ecco perché, fin dalle sue origini, l’economia non è mai stata solo una tecnica: è un’etica della differenza. Anche se, in fondo, non è che l’insieme degli scambi.
3. Se l’economia si basa sulla differenza, il moltiplicarsi degli scambi dovrebbe portare all’equilibrio
Se l’economia nasce dal riconoscimento dell’altro e si fonda sulla differenza – materiale, informativa, territoriale – allora la logica implicita di ogni scambio dovrebbe condurre, nel tempo, a una progressiva riduzione delle asimmetrie. La moltiplicazione degli scambi, infatti, amplia le opportunità di accesso, moltiplica i punti d’incontro, crea circolazione di valore e redistribuzione di vantaggi.
In un sistema puramente omeostatico, il fluire continuo di beni e servizi verso i luoghi di maggiore scarsità, la mobilità dei capitali, la competizione tra produttori, la flessibilità dei prezzi e dei salari dovrebbero tendere, almeno in teoria, verso l’equilibrio. Le differenze iniziali si riequilibrerebbero, le inefficienze verrebbero assorbite, le posizioni di rendita sarebbero contestate dal dinamismo dei nuovi entranti. Questa è la promessa teorica del libero scambio: la convergenza.
Adam Smith e David Ricardo avevano immaginato un mondo in cui, proprio grazie alla specializzazione e allo scambio internazionale, ciascun Paese potesse trarre vantaggio comparato dalla propria posizione. L’asimmetria iniziale, invece di irrigidirsi, avrebbe dovuto produrre complementarietà. L’interdipendenza avrebbe sostituito il dominio. Eppure, non è andata così.
La dinamica riequilibratrice del mercato viene sistematicamente disturbata da elementi che non appartengono all’economia in senso stretto. I flussi, invece di convergere, si addensano. Le differenze, invece di armonizzarsi, si irrigidiscono. I vantaggi si consolidano dove già esistono, e le vulnerabilità si amplificano dove già si manifestavano. Non perché l’economia manchi della propria logica interna, ma perché tale logica è costantemente alterata da forze esogene.
Vincoli territoriali, asimmetrie istituzionali, egemonie politiche, squilibri normativi e cognitivi operano come fattori esterni che impediscono all’economia di dispiegare la propria funzione riequilibratrice. Non si tratta di imperfezioni tecniche, ma di dispositivi strutturali. L’economia non si sviluppa in uno spazio neutro, ma in contesti storicamente e geopoliticamente determinati.
Ciò che chiamiamo “mercato globale” è in realtà un arcipelago di accessi differenziati, in cui non tutti possono entrare, non tutti possono restare, non tutti possono decidere. L’apertura selettiva di certi flussi – gas, semiconduttori, crediti, fertilizzanti, dati – è lo strumento principale attraverso cui le potenze influenzano il comportamento altrui, determinano traiettorie di sviluppo, consolidano vantaggi comparati non naturali, ma artificialmente prodotti.
L’equilibrio, quindi, non è impedito da un difetto interno all’economia. È sabotato da logiche esterne.
Quindi, forse, l’asimmetria non è un’anomalia: è il prodotto deliberato della ricerca di equilibrio su altri piani.
4. La geopolitica ed i vettori del potere
Ogni azione umana, infatti, si sviluppa in uno spazio. Non nel vuoto, ma in un ambiente che oppone resistenza, che struttura possibilità, che condiziona scelte. Prima ancora che l’uomo imparasse a produrre, a commerciare, a scambiare valore, ha dovuto abitare la terra. La geopolitica nasce da questa evidenza: la geografia non è lo sfondo neutro della storia, ma la sua grammatica silenziosa.
L’ordine economico globale non può essere compreso se non alla luce dei vincoli spaziali, delle infrastrutture, delle rotte, delle barriere naturali e delle aperture artificiali che determinano la possibilità stessa dello scambio. Ogni flusso è figlio di un territorio. Ogni infrastruttura è una forma cristallizzata di potere.
Il pensiero geopolitico classico – da Friedrich Ratzel a Halford Mackinder, da Carl Schmitt a Nicholas Spykman – ha sempre letto lo spazio non come un contenitore passivo, ma come un agente attivo nella generazione del potere. I mari, i monti, i fiumi, le steppe e gli istmi sono vettori e barriere: determinano traiettorie, favoriscono espansioni, impongono difese. La forma della terra condiziona la forma della politica. E la forma della politica, a sua volta, condiziona la forma dell’economia.
Mackinder, nel 1904, individua nell’Heartland – il cuore della massa continentale eurasiatica, grosso modo corrispondente all’area compresa tra gli Urali e il bacino dell’Ob, tra la Siberia meridionale e il Caspio – il perno geografico della storia globale. Chi controlla questa vasta regione interna, difficilmente accessibile via mare, autosufficiente dal punto di vista alimentare, energetico e militare, controlla il destino del mondo. Da qui la sua formula celebre: “Who rules East Europe commands the Heartland; who rules the Heartland commands the World-Island; who rules the World-Island commands the world.”
Questa visione geopolitica attribuisce alla massa eurasiatica un ruolo centrale, non in quanto mercato, ma in quanto spazio coerente, continuo, difficile da penetrare ma strategico per la proiezione di potere terrestre. È la logica della profondità strategica, dell’autonomia logistica, del dominio interno.
Spykman, negli anni Quaranta, rovescia questa impostazione con la teoria del Rimland: non il centro, ma i bordi contano. Le fasce costiere dell’Eurasia – Europa occidentale, Medio Oriente, India, Sud-Est asiatico, Cina orientale, arcipelaghi del Pacifico – sono, secondo Spykman, il vero teatro del potere. Qui si concentrano porti, commerci, infrastrutture critiche, marine militari, insediamenti urbani. Qui si svolge la storia.
Se l’Heartland rappresenta la sicurezza, il controllo interno, la profondità strategica, il Rimland rappresenta l’apertura, la vulnerabilità, il nodo logistico. L’Heartland è potenza terrestre, il Rimland è dominio marittimo. L’uno guarda al controllo del continente, l’altro al controllo delle rotte.
Questa dicotomia, lungi dall’essere astratta, ha plasmato tutta la storia strategica del XX secolo: la guerra fredda, la competizione navale tra Stati Uniti e URSS, il sistema delle basi americane lungo il perimetro eurasiatico, il contenimento della Cina attraverso il cosiddetto “first island chain”. Oggi, questa logica struttura il posizionamento della NATO, la Belt and Road Initiative cinese, la proiezione russa verso il Mediterraneo e l’Artico, la competizione per i cavi sottomarini, per gli stretti e per gli snodi logistici globali.
Ogni ordine politico – e con esso ogni ordine economico – è inscritto in un ordine spaziale. Non è possibile comprendere la distribuzione delle ricchezze, la circolazione dei beni, l’asimmetria degli scambi senza comprendere la coazione esercitata dalla geografia. Le montagne rallentano, i fiumi canalizzano, i deserti isolano, gli stretti strategici concentrano. Ogni spazio è anche un vincolo, ogni traiettoria una negoziazione con la terra.
La geopolitica, quindi, non si occupa di chi decide, ma di ciò che limita ogni decisione. È la scienza delle condizioni materiali del potere, non delle sue intenzioni. È la memoria lunga (e fisica) della politica.
E quando il potere economico viene letto al di fuori di questa grammatica, si rischia di fraintenderne la natura profonda. Ogni flusso – di merci, di capitali, di dati – è possibile solo in quanto sorretto, protetto o tollerato da un’infrastruttura spaziale che ne consente l’esistenza. E ogni infrastruttura è iscritta in un ordine di potere.
5. La storia, la cultura, le dinamiche di potere tra storie e culture influenzano l’economia (geoeconomia)
L’economia non si sviluppa mai in un vuoto culturale. Ogni atto economico – contratto, prezzo, scambio – si iscrive in una storia, una civiltà, una narrazione condivisa. È in questo crocevia che la geopolitica incontra la cultura e si fa geoeconomia: potere esercitato attraverso il mercato, il diritto, la tecnica, il linguaggio del valore.
Ogni civiltà produce una propria visione economica: una specifica idea di scambio, ricchezza, utilità. Una propria morale dell’accumulazione e della transazione. In Occidente, l’economia si è progressivamente laicizzata e razionalizzata: da Aristotele a Smith, da Ricardo a Friedman, ha prevalso l’idea che il valore possa essere calcolato, misurato e comparato in termini univoci e neutri. Ma non ovunque è così.
Nel mondo islamico, ad esempio, l’economia resta profondamente intrecciata a precetti religiosi, norme etiche e valori comunitari. La sharīʿa non distingue tra diritto pubblico, privato ed economico. Il commercio è considerato lecito (ḥalāl) solo se conforme a principi morali esplicitamente enunciati: il rifiuto dell’interesse (ribā), il divieto della speculazione (gharar), l’equità contrattuale, la condivisione del rischio (mushāraka), la circolazione della ricchezza (zakāt).
La finanza islamica non è un’alternativa tecnica, ma un sistema culturale coerente, capace di attrarre non solo Paesi musulmani, ma anche intere regioni dell’Africa subsahariana e dell’Indo-Pacifico. La sua forza risiede nella coerenza antropologica: propone non un’ideologia dello scambio, ma una teologia della responsabilità. In tempi di sfiducia verso la finanza speculativa globale, questa coerenza esercita un’influenza crescente.
La diffusione dell’economia islamica in Paesi africani a maggioranza musulmana – ma anche in regioni non islamizzate dell’Est Africa e del Sud-Est asiatico – dimostra come l’economia globale non sia omogenea. I popoli non sono intercambiabili, i desideri non sono neutri, i contratti non sono universali. Ogni economia è la traduzione pratica di un’antropologia implicita, e l’antropologia è una storia, non un dato.
Questa pluralità si manifesta nella competizione tra modelli: capitalismo liberale, capitalismo di Stato, finanza islamica, economie del dono, sistemi tribali e comunitari. La globalizzazione non ha cancellato le differenze: le ha rese visibili, le ha messe in relazione, le ha rese – talvolta – antagoniste.
Nei forum internazionali, nei trattati multilaterali, nelle clausole finanziarie dei grandi creditori globali, le regole sono spesso scritte in chiave anglosassone, liberale, privatistica. Ma questa forma non è neutra: è il riflesso di una civiltà storicamente dominante che ha universalizzato i propri principi giuridici. La definizione di standard – trasparenza, concorrenza, solvibilità – è spesso una forma implicita di egemonia.
Le diseguaglianze non derivano solo dalla diversa distribuzione del capitale, ma dalla selezione delle regole. Quando una potenza impone standard che altri non possono rispettare, non promuove efficienza: esercita potere. Il mercato diventa così uno strumento di esclusione, e l’accesso alla ricchezza dipende dal grado di conformità culturale.
La geoeconomia è questo: l’arte di configurare l’economia come proiezione della propria cultura, attraverso la selezione di valori, norme, standard. E lo fa in modo asimmetrico. Chi controlla il significato del valore – cosa conta, cosa è lecito, cosa è misurabile – controlla anche i circuiti attraverso cui quel valore si genera e si trasferisce.
La geoeconomia, dunque, non è un’estensione della macroeconomia, ma il suo rovesciamento strategico. Non cerca l’efficienza, ma l’influenza; non l’equilibrio, ma la leva. Non descrive il mondo: lo organizza.
6. Davvero?
Beh sì.
Non sono certo le leggi della domanda e dell’offerta a spiegare perché l’Europa, nel 2022, abbia smesso di acquistare gas russo.
La Russia continuava a estrarre, l’Europa continuava ad aver bisogno. In un libero mercato, le pipeline avrebbero dovuto restare aperte. Ma è intervenuto un principio superiore: non economico, bensì strategico. La triade Monroe–Roosevelt–Truman, nella sua evoluzione storica, ha imposto una gerarchia delle relazioni transatlantiche che condiziona tuttora la libertà economica dell’Europa.
La Dottrina Monroe, nata per escludere l’Europa dalle Americhe, si è ribaltata in una strategia di tutela degli interessi americani anche nel vecchio continente, laddove questi interessi si identificano con la tenuta dell’ordine unipolare. Il corollario Roosevelt, con la ridefinizione del concetto di sicurezza collettiva, ha giustificato interventi in difesa dei “valori democratici”. E la Dottrina Truman ha fuso l’anticomunismo con il principio dell’intervento ovunque vi fosse una minaccia percepita. Questo impianto dottrinario, aggiornato in chiave anti-Russia dopo il 2014, ha trasformato la scelta energetica europea in una decisione imposta politicamente. Non è stata l’Europa a decidere: è stato il vincolo strategico con gli USA a parlare per lei. L’economia ha obbedito.
L’esempio è paradigmatico. In teoria, il libero scambio dovrebbe garantire approvvigionamenti a basso costo e stabilità di fornitura. Ma l’imposizione di sanzioni, il congelamento dei contratti a lungo termine, l’interruzione delle forniture non sono atti del mercato: sono gesti politici mascherati da logica economica. Il risultato? L’aumento del prezzo del gas, la ricomposizione dei flussi verso l’Asia, la perdita di competitività delle industrie europee, già provate dall’importata ideologia green.
Un secondo esempio lo offre la Cina durante la pandemia. In un momento in cui l’attenzione globale era catalizzata dall’emergenza sanitaria, Pechino mise in atto una strategia tanto silenziosa quanto efficace: la paralisi selettiva delle catene logistiche. Non fu dichiarata una sospensione dell’export di fertilizzanti – misura che avrebbe sollevato immediatamente l’allarme internazionale – ma vennero bloccate a intermittenza le operazioni dei porti, attraverso lockdown prolungati, di durata imprevedibile, e rigidi protocolli sanitari. Sette dei dieci porti commerciali più attivi al mondo si trovano in Cina, e nel biennio 2020–2021 la loro chiusura improvvisa ed incerta disarticolò i flussi globali delle merci, incidendo in modo devastante sulla distribuzione dei fertilizzanti azotati, fosfatici e potassici.
Il risultato fu una tempesta perfetta. Gli Stati Uniti, che dipendono per oltre il 30% del loro fabbisogno di fertilizzanti dall’estero, si trovarono senza materie prime in un momento cruciale per la semina e per la stabilità dell’intera filiera agroalimentare. I costi dei fertilizzanti triplicarono: l’indice dei prezzi pubblicato dalla World Bank mostra un’impennata tra il 2020 e il 2022, che raggiunse un picco storico nell’estate post-pandemica. Le aziende agricole a basso margine, già fragili per la volatilità dei raccolti e l’aumento dei costi energetici, furono espulse dal mercato. Quelle a più alto margine non riuscirono ad assorbirle: le banche, scoraggiate da un outlook sfavorevole per il settore agricolo, chiusero i rubinetti del credito. Il risultato fu che molti campi rimasero incolti.
La Cina minò la sicurezza alimentare statunitense, non con armi convenzionali, ma con i tempi di sosta di una nave in rada. In quello che deve esser letto come un episodio emblematico della “dottrina delle Tre Guerre” – guerra psicologica, guerra legale e guerra mediatica –, Pechino impiegò una sua debolezza (una malattia) applicandola al proprio dominio logistico per combattere una guerra contro gli USA nella dimensione cognitiva, non dichiarata ma reale.
Il dato più rilevante è questo: la Cina non forzò il sistema. Lo lasciò funzionare. Lasciò che il capitalismo USA – con la sua logica darwiniana, la sua adorazione per la concorrenza perfetta, la sua dipendenza dalla visibilità dei flussi – distruggesse il sistema di sopravvivenza del popolo che lo adottava. Utilizzò l’ideologia del mercato aperto come arma. Non manipolò le regole: le lasciò agire. E le regole, in quel contesto, agirono come l’acido sul calcare.
La dottrina delle Tre Guerre, in questa declinazione, mostra la sua precisione strategica: usare gli strumenti cognitivi dell’avversario contro di lui. L’idea stessa di concorrenza venne sabotata dall’interno: chi avrebbe potuto investire, accorpando terre e risorse, fu bloccato non dalla legge, ma dalla percezione del rischio. Non vi fu un attacco, ma una perfetta operazione di contro-tempo. L’agente non è il soldato, ma la nave in attesa. Non l’arma, ma la filiera.
È così che si combatte una guerra nel XXI secolo: trasformando le fondamenta stesse dell’ordine economico in vettori di disordine. La Cina non oppose un modello alternativo: manipolò quello esistente. Lo fece deragliare attraverso il solo controllo di una variabile: il tempo. Il tempo d’attesa, il tempo di consegna, il tempo della decisione bancaria. E attraverso quel tempo, lanciò una chiara minaccia a tutto il mondo.
Per comprendere il caso Evergrande occorre risalire alla funzione sistemica dell’edilizia nella fase post-maoista dello sviluppo cinese. Il comparto immobiliare, nella visione strategica del Partito Comunista, non è mai stato solo un settore economico: è stato un compartimento. Vale a dire, un contenitore funzionale per canalizzare risorse, stabilizzare aspettative, creare consenso e offrire, a centinaia di milioni di cittadini cinesi, una forma tangibile di partecipazione alla crescita del Paese.
Evergrande, fondata nel 1996 da Xu Jiayin, è stata il simbolo e il veicolo di questo patto implicito tra Stato, Partito e popolo. Con oltre 200.000 dipendenti diretti e una rete di subappalti che ne coinvolgeva milioni, l’azienda era un arcipelago di cantieri e di crediti, un nodo cruciale della finanza ombra cinese. Cresceva a debito, come molte delle sue consorelle, nella convinzione – mai scritta, ma ampiamente compresa – che in Cina certe cose non falliscono. E per anni non fallirono. Fino a quando non servì dimostrare il contrario.
Nel 2021, Evergrande si avvicina al default. I debiti superano i 300 miliardi di dollari. Gli investitori internazionali, soprattutto statunitensi, cominciano a perdere fiducia: le obbligazioni non vengono rimborsate, i rendimenti promessi evaporano, le strutture di cartolarizzazione crollano. Si scatena il panico. Ma il Partito tace. Non interviene. Lascia che il mercato – il tanto evocato mercato – compia la sua funzione: punire chi ha investito senza comprendere.
È qui che l’operazione rivela la sua profondità strategica. Il default controllato di Evergrande non è una crisi: è un messaggio. È la Cina che dimostra agli Stati Uniti che l’epoca dell’unilateralismo finanziario è finita. Che la loro interdipendenza non è solo uno strumento in mano americana, ma può essere capovolta. Che i danni sistemici si propagano in entrambe le direzioni.
Chi paga per Evergrande? Gli investitori istituzionali occidentali, i fondi pensione, le banche che avevano scommesso sulla “Grande Cina” senza capirne la grammatica politica. Avevano letto i rendimenti, ma non i segnali. Avevano contato i dividendi, ma non verificato la storia. La Cina, con una mossa che combina silenzio e coerenza, ha lasciato che il capitalismo si punisse da solo.
Ma vi è di più. Il caso Evergrande mostra che Pechino ha compiuto una svolta. Ha deciso di chiudere la stagione del mattone come asse centrale della crescita. Il modello della “crescita per cemento” ha raggiunto i suoi limiti fisici, ambientali e politici. La nuova priorità non è più costruire torri: è garantire autosufficienza alimentare. Come indicato dal Presidente Xi Jinping nelle prime settimane di quest’anno, e ricordato nella prima dispensa della nostra “Geopolitica dell’Asia”, l’agricoltura sta soppiantando l’edilizia come compartimento strategico. Il suolo, dopo il suolo edificabile, torna a essere suolo coltivabile. E il contadino, insieme allo scienziato, non più il muratore, torna a essere il simbolo del futuro.
In questo passaggio – dalla gru al trattore, dalla città al campo, dalla speculazione all’autonomia – si legge una nuova direzione della strategia cinese: rendere ogni ciclo produttivo anche un ciclo politico. L’agricoltura non sarà solo produzione di beni, ma produzione di sicurezza. Il raccolto, non il mutuo, diventerà la base della fiducia.
La proiezione russa in Africa non è né episodica né improvvisata. È il frutto di una strategia di lungo periodo che combina obiettivi politici, interessi economici e dottrina militare. In tale contesto, il Gruppo Wagner ha rappresentato – fino alla sua trasformazione recente in Africa Corps – lo strumento più efficace di penetrazione ibrida, svolgendo funzioni che vanno ben oltre l’ambito strettamente militare. Wagner è stato al tempo stesso contractor, esercito, agenzia di intelligence, impresa estrattiva e canale diplomatico non ufficiale. Un condensato operativo di potere russo agito fuori dai confini formali dello Stato, ma coerente con le direttrici strategiche del Cremlino.
La struttura operativa del gruppo ha consentito di intervenire in Stati fragili o in crisi – Mali, Repubblica Centrafricana (RCA), Sudan, Libia, Mozambico – garantendo protezione fisica ai regimi locali in cambio di concessioni economiche. Il meccanismo è semplice e potente: in cambio di stabilizzazione e supporto alla sicurezza (presidio dei palazzi presidenziali, addestramento delle forze locali, gestione delle comunicazioni strategiche), Wagner ottiene accesso diretto a miniere di oro, diamanti, uranio e bauxite, operando spesso con giurisdizione extraterritoriale o in aree non pienamente soggette al diritto interno.
Questa logica è esemplarmente incarnata nel caso della Repubblica Centrafricana, dove Wagner ha non solo garantito la sopravvivenza militare del presidente Touadéra, ma ha creato un vero e proprio protectorate informale, installando uomini chiave nei ministeri strategici e nei servizi di sicurezza, oltre a gestire in proprio interi impianti minerari tramite società di copertura registrate in Madagascar, Dubai e Russia. La presenza di Wagner ha coinciso con un incremento delle esportazioni aurifere verso mercati informali, bypassando i canali occidentali e consentendo alla Russia di finanziare parte del proprio sforzo bellico anche sotto sanzioni.
Dal punto di vista geoeconomico, il modello è funzionale a diversi obiettivi: 1) aggirare l’embargo internazionale attraverso risorse estratte in loco e monetizzate via network paralleli; 2) consolidare la presenza in territori strategici per il controllo dei flussi energetici e logistici (porto di Bengasi, retroterra saheliano, corridoio Sudan–RCA–Golfo di Guinea); 3) sottrarre influenza agli attori occidentali, in particolare alla Francia e agli Stati Uniti, occupando il vuoto lasciato dalle loro dismissioni post-coloniali o dai fallimenti delle missioni civili-militari europee.
Le operazioni in Africa mostrano come la Russia abbia optato per una strategia di “interconnessione offensiva”: utilizzare la globalizzazione non per cooperare, ma per infiltrare, sfruttare, disarticolare. L’idea alla base è che ogni vulnerabilità dell’avversario – dipendenza energetica, indebitamento, deficit di sicurezza, presenza commerciale non radicata – possa essere trasformata in leva di influenza.
Wagner agisce qui come strumento moltiplicatore del potere russo. Lo fa secondo una logica simmetrica rispetto al modello statunitense: se Washington utilizza agenzie multilaterali, basi militari ufficiali e trattati bilaterali, Mosca preferisce l’opacità operativa, l’ibridazione dei ruoli, la negoziazione diretta con élite locali spesso isolate e vulnerabili. E dove non arriva con la forza, agisce con la narrazione: la Russia si propone come partner non colonialista, come potenza civilizzatrice alternativa, come garante di un nuovo ordine multipolare. Così facendo, converte lo spazio africano in retrovia strategica, in serbatoio di risorse, in laboratorio di influenza globale.
In questa cornice, l’economia non è semplicemente uno strumento di scambio, ma una forma di guerra ininterrotta. Le concessioni minerarie, i contratti di sicurezza, i flussi di esportazione non sono fenomeni economici neutrali, ma architetture di dominio. Ogni grammo d’oro estratto con la protezione Wagner è anche una dichiarazione di ostilità verso il vecchio ordine mondiale. E ogni Stato che accetta questo patto – sicurezza in cambio di sovranità economica – entra in un campo di forze in cui l’economia è già geopolitica in atto.
In ultima analisi, l’Africa – troppo spesso letta come luogo di bisogno – si rivela essere luogo di decisione. Non solo chi esporta, ma chi accoglie decide. Non solo chi controlla, ma chi consente plasma il gioco. Il futuro delle diseguaglianze globali si gioca anche qui: nella possibilità, per un continente sfruttato, di diventare finalmente spazio di autonomia. Ma finché le forze in campo useranno l’economia come strumento di pressione e non come veicolo di emancipazione, ogni scambio continuerà a generare dipendenza.
7. Nuove asimmetrie
La moltiplicazione degli scambi, i mutamenti baricentrici, non hanno eliminato le disuguaglianze: le hanno rese più complesse. Si sono moltiplicate le interdipendenze e le dipendenze. Le reti si sono allargate, e sono aumentati i centri di comando.
L’economia mondiale resta profondamente squilibrata.
Secondo i dati del World Bank Atlas (2024), circa il 61% del commercio globale in valore continua a essere generato da meno del 20% delle superfici emerse del pianeta, mentre l’Africa, con il 17% della popolazione mondiale, partecipa per meno del 3% all’export mondiale. La disparità si riproduce anche nella struttura delle infrastrutture: oltre il 70% delle connessioni logistiche intercontinentali (porti, hub aerei, interporti, data center) è concentrato in Nord America, Europa e Asia orientale.
Un caso emblematico è la cosiddetta collana di perle, ovvero la rete di porti e basi logistiche che la Cina ha sviluppato lungo l’Oceano Indiano per assicurarsi un accesso continuo alle rotte energetiche che attraversano lo Stretto di Malacca e il Golfo Persico. Hambantota, Gwadar, Kyaukpyu, Djibouti: ciascuno di questi nodi è presentato come investimento infrastrutturale, ma funziona anche come anello strategico di controllo. In parallelo, il corridoio San Pietroburgo–Hormuz, sviluppato in collaborazione tra Russia, Iran e India, rappresenta un’alternativa terrestre e marittima alla rotta Suez-Malacca, e sta cambiando il baricentro della logistica eurasiatica.
Queste infrastrutture ridisegnano le gerarchie dell’accesso, definiscono chi transita, chi paga e chi può essere escluso. Nel solo 2023, secondo l’UNCTAD, oltre il 75% delle merci in container è passato per porti appartenenti al G20, mentre il 70% del traffico portuale africano è rimasto privo di servizi intermodali stabili, rendendo impossibile la scalabilità delle economie locali. Gli investimenti cinesi nella Belt and Road Initiative hanno parzialmente colmato il gap, ma hanno generato nuove dipendenze: il 20% del debito estero dei Paesi africani subsahariani è oggi detenuto da entità cinesi (IMF, 2024).
Taiwan, snodo cruciale della produzione globale di semiconduttori (92% del mercato dei chip avanzati secondo TrendForce, 2023), è l’esempio più evidente di come un asset economico si trasformi in epicentro di tensione sistemica. Gli Stati Uniti dipendono da TSMC per la produzione di chip utilizzati in tecnologie civili e militari, mentre Pechino considera Taiwan una provincia ribelle da reintegrare. L’isola, oggetto di corteggiamento economico e di pressione militare, si trova così incastrata tra due poteri civilizzazionali che pretendono di includerla nella propria orbita strategica. La sua economia è sovradimensionata rispetto alla sua demografia, ma perfettamente in linea con la sua centralità tecnologica: un caso di dipendenza bidirezionale, dove la vulnerabilità si intreccia con la potenza.
Un altro esempio è rappresentato dal Canale di Suez. Più del 12% del traffico marittimo globale vi transita ogni anno, con un valore stimato di 9,6 miliardi di dollari al giorno (Drewry Maritime Research, 2023). Quando la portacontainer Ever Given si incagliò nel marzo 2021, bloccando il canale per sei giorni, il danno stimato all’economia globale superò i 60 miliardi di dollari. Ma più interessante del dato è il contesto: l’espansione del canale è stata co-finanziata da capitali cinesi, e la sua gestione è oggi al centro di un equilibrio instabile tra interessi egiziani, emiratini e russi. Lo snodo non è più solo un passaggio: è un teatro di pressione geoeconomica.
La rotta artica, su cui Mosca esercita pieno controllo, si propone come alternativa a Suez e Malacca per i traffici tra Asia e Europa. Nel 2023, il traffico lungo la Northern Sea Route ha superato i 36 milioni di tonnellate, ma la sua apertura è stagionale e dipendente dall’infrastruttura russa di rompighiaccio. Le navi devono registrarsi presso Rosatomflot, e il passaggio è subordinato a logiche politiche. Gli Stati Uniti sono esclusi de facto da questa rotta, mentre la Cina la considera una componente della propria proiezione artica. Anche qui, lo spazio economico si piega a gerarchie strategiche.
Infine, va citato l’elemento più intangibile ma non meno asimmetrico: la gestione dell’economia digitale. Secondo TeleGeography (2023), oltre il 95% del traffico dati intercontinentale viaggia su cavi sottomarini. Più del 60% di questi cavi è di proprietà o co-proprietà di aziende statunitensi (Google, Meta, Microsoft), mentre meno dell’1% è sotto controllo africano. I nodi digitali dell’Africa sono ancora largamente dipendenti da landing point situati in Marocco, Egitto e Sudafrica, spesso gestiti da operatori stranieri. La distribuzione asimmetrica della connettività determina anche l’asimmetria nella circolazione dell’informazione, nell’accesso ai dati e nella capacità di elaborazione industriale.
Le disparità non sono un incidente di percorso: sono strutture.
La globalizzazione non ha uniformato il mondo: lo ha strutturato. Le sue reti hanno unito spazi e tempi prima distanti, ma nel farlo hanno cristallizzato nuove dipendenze, rafforzato gerarchie, dato forma a una geografia del potere che si nutre di asimmetrie. Le nuove diseguaglianze non nascono dall’arbitrio o dalla casualità, ma dalla geometria precisa dei flussi: merci, dati, energia, finanza. È il potere che si fa logistica, il dominio che si traveste da interconnessione.
Nel tempo multipolare che stiamo vivendo, queste asimmetrie non si riducono: si ridistribuiscono. La competizione non è più tra blocchi ideologici, ma tra sistemi civilizzazionali che impiegano l’economia non come linguaggio universale, ma come strumento strategico. La Cina investe nei porti africani non per condivisione, ma per proiezione. L’India rafforza i corridoi terrestri non per idealismo, ma per sottrarsi al soffocamento marittimo. Gli Stati Uniti tutelano Taiwan non per solidarietà, ma per garantire la continuità della propria supremazia tecnologica.
Tutto si muove, ma non tutto si muove allo stesso modo. Chi possiede le chiavi degli snodi decide chi può entrare. Chi fissa i tempi delle consegne impone i ritmi della produzione. Chi controlla la finanza detta le condizioni dell’indebitamento. In questa economia della selezione, l’asimmetria non è più una stortura da correggere: è una funzione da presidiare. E le civilizzazioni che lo comprendono non cercano di riequilibrare il sistema: cercano di inserirvisi con più forza, imponendo i propri pesi, i propri centri, i propri codici.
Il tempo delle illusioni simmetriche è terminato. Inizia quello delle architetture differenziali del potere.
L’economia ne è la forma visibile, incolpevole.
Bibliografia
Palombi, M. (2025). Geopolitica dell’Asia. Prima Dispensa.
Palombi, M. (2025). Caesar’s Sword. La spada e il vuoto: coesione civilizzazionale nell’era della frammentazione occidentale. (manoscritto inedito).
Palombi, M (2024). Atlante delle Debolezze, volumi 1 e 2.
O’Neil, C. (2016). Weapons of Math Destruction: How Big Data Increases Inequality and Threatens Democracy. New York: Crown Publishing Group.
Gerasimov, V. (2013). The Value of Science Is in the Foresight: New Challenges Demand Rethinking the Forms and Methods of Carrying out Combat Operations. Military-Industrial Courier (Voenno-Promyshlennyi Kurier), 27 February 2013.
IRSEM (2021). Les opérations d’influence chinoises: un moment machiavélien. Rapport n°83. Paris: Institut de Recherche Stratégique de l’École Militaire.
World Bank (2023). Fertilizer Price Index (monthly data).
UNCTAD (2023). World Investment Report 2023: Investing in Sustainable Energy for All. Geneva: United Nations.
CSIS (Center for Strategic and International Studies) (2022). How China Is Reshaping the Global Economic Order.
Chatzky, A. & McBride, J. (2019). China’s Massive Belt and Road Initiative. Council on Foreign Relations.
Sachs, J. D. (2021). The Ages of Globalization: Geography, Technology, and Institutions. New York: Columbia University Press.
Mearsheimer, J. J. (2014). The Tragedy of Great Power Politics. New York: W.W. Norton & Company.
Vari articoli a firma Marco Palombi
Per ulteriori approfondimenti tecnici e aggiornati:
- SIPRI (2025). Data and Publications.
- AIIB (2024). Annual Reports.
