Goethe e Tolstoj

La guerra ricorsiva e il costo crescente di tornare indietro

Il drone di Lipsia non è esploso e, proprio per questo, rischia di diventare uno dei casi più interessanti per comprendere la natura della competizione strategica contemporanea. Se ci limitassimo alla dimensione materiale dell’episodio, dovremmo concludere che è accaduto poco: nessun Antonov distrutto, nessuna infrastruttura compromessa, nessun danno cinetico significativo. Eppure, nelle settimane successive, intorno a quell’episodio si è costruita una sequenza politica, diplomatica e strategica di tutt’altra scala. La Germania ha formalmente attribuito l’operazione alla Russia, ha irrigidito la propria postura diplomatica e di sicurezza e ha colpito alcuni degli ultimi residui istituzionali della relazione con Mosca; la Russia ha risposto a sua volta restringendo la presenza culturale tedesca sul proprio territorio e annunciando ulteriori contromisure. A partire da un episodio nel quale la distruzione materiale è stata praticamente nulla, si è quindi generata una catena di decisioni le cui conseguenze istituzionali sono già molto più grandi dell’evento iniziale.

È importante continuare a distinguere il problema dell’attribuzione da quello degli effetti. Berlino sostiene di disporre di elementi investigativi e di intelligence sufficienti per attribuire l’operazione alla Russia; Mosca nega e parla di provocazione. Il fascicolo pubblico contiene elementi, ma non consente ancora a un osservatore esterno di ricostruire integralmente la catena che conduce dagli esecutori materiali a un eventuale mandante statale. Questo problema resta aperto. Ciò che invece non è più ipotetico è l’effetto prodotto dal caso Lipsia una volta entrato nel sistema politico europeo. Ed è proprio qui che il fenomeno diventa interessante, perché la sequenza che stiamo osservando non è più lineare: sta assumendo una struttura ricorsiva.

In una relazione lineare un evento produce una risposta, la risposta produce un nuovo effetto e l’analisi può, almeno idealmente, ricostruire una successione di cause e conseguenze relativamente stabile. In una dinamica ricorsiva, invece, ogni risposta modifica il sistema nel quale verrà percepita, interpretata e valutata la risposta successiva. Non abbiamo più soltanto un evento A che produce B e successivamente C; abbiamo un evento che modifica aspettative, istituzioni, costi, soglie di tolleranza e percezioni degli attori, così che il nuovo evento entrerà in un ambiente diverso da quello nel quale era entrato il precedente. Il sistema conserva memoria delle proprie reazioni e quella memoria entra nella funzione decisionale futura.

Lipsia produce un’attribuzione; l’attribuzione produce una risposta tedesca; la risposta tedesca genera una risposta russa; la risposta russa modifica ulteriormente la percezione tedesca della Russia e, con essa, il modo nel quale verrà interpretato il prossimo episodio ambiguo. Possiamo rappresentare il principio in forma molto generale considerando lo stato strategico del sistema al tempo t come S_t: lo stato successivo non dipende soltanto dall’evento nuovo, ma anche dallo stato ereditato e dalle azioni e reazioni già avvenute.

Questa formulazione non pretende di descrivere un algoritmo deterministico della crisi, ma chiarisce il punto fondamentale: il sistema nel quale si produce la decisione al tempo successivo è già stato trasformato dalla decisione precedente. Se al tempo t la percezione della minaccia russa in Germania è P_t, ogni nuova risposta ostile può modificarla prima ancora che si verifichi l’incidente successivo. Il prossimo drone, sabotaggio, cyberattacco o semplice anomalia infrastrutturale non verrà quindi interpretato partendo dalle condizioni cognitive e politiche che esistevano prima di Lipsia, ma da un prior già trasformato dalle decisioni che Lipsia ha prodotto. Questo non significa che l’incidente futuro verrà necessariamente attribuito in modo scorretto; significa però che la distribuzione iniziale delle credenze sarà cambiata e che gli stessi indizi entreranno in un sistema nel quale l’aspettativa di ostilità sarà più alta.

La conseguenza è una forma di path dependence strategica: la traiettoria futura dipende sempre più dalla traiettoria già percorsa. Ogni decisione restringe l’insieme delle decisioni politicamente disponibili al passaggio successivo e questo fenomeno riguarda anche misure apparentemente periferiche rispetto alla guerra, come la chiusura di un consolato o di un istituto culturale. Ambasciate, consolati, istituti linguistici, relazioni universitarie, rapporti economici, reti professionali e contatti personali tra funzionari costituiscono infatti una forma di capitale relazionale. Possiamo indicarlo con K_r. È capitale nel senso economico del termine perché viene accumulato nel tempo, richiede risorse per essere costruito, possiede un costo di sostituzione e soprattutto produce un rendimento: riduce l’incertezza, moltiplica i canali di comunicazione e rende più facile verificare un segnale prima che questo diventi una crisi.

La chiusura di una Casa Russa o di un Goethe-Institut non equivale, naturalmente, alla distruzione di una capacità militare. Sarebbe assurdo trattarle come grandezze omogenee. Il loro significato sta altrove: riducono lo stock di relazioni attraverso il quale due società antagoniste continuano a percepirsi come qualcosa di più di due apparati statali in competizione. Goethe e Tolstoj, in questo senso, non sono una concessione letteraria al titolo; rappresentano il capitale culturale che persiste quando quello politico si restringe, e mostrano quanto sia singolare che una crisi nata intorno a un ordigno possa tradursi nella progressiva eliminazione dei luoghi nei quali le due culture continuavano ancora a incontrarsi.

Se chiamiamo K_r(t) lo stock di capitale relazionale disponibile a un certo momento, la dinamica che interessa non è la sua semplice esistenza ma il suo consumo cumulativo. Ogni misura che elimina un canale di relazione riduce ciò che resta disponibile al passaggio successivo, e la ricostruzione di quel capitale è normalmente assai più lenta della sua distruzione.

Quando K_r diminuisce, la relazione tra due Stati non diventa semplicemente più fredda; diventa strutturalmente meno capace di assorbire l’ambiguità. Una relazione dotata di ambasciate funzionanti, diplomatici abituati a parlarsi, istituti culturali, legami economici densi, reti accademiche e interlocutori personali possiede numerosi punti attraverso i quali un segnale può essere interpretato, verificato, ridimensionato o corretto. Quando questi punti vengono progressivamente eliminati, il sistema diventa più dipendente dagli apparati di sicurezza, dai comunicati ufficiali, dall’intelligence e dalla comunicazione pubblica. L’ambiguità non scompare; diventa più difficile da gestire.

Da questo punto di vista, è perfettamente possibile che due Stati aumentino contemporaneamente la propria capacità di deterrenza e diminuiscano la propria capacità di de-escalation. La Germania può aumentare razionalmente la protezione contro droni, missili, sabotaggi e attacchi alle infrastrutture, mentre la Russia può aumentare altrettanto razionalmente la propria capacità di pressione e rappresaglia. Entrambe possono diventare militarmente più resilienti e, nello stesso tempo, politicamente più fragili di fronte all’errore. La resilienza materiale e la resilienza relazionale non coincidono: la prima può crescere mentre la seconda si riduce. Un sistema dotato di più difese ma di meno comunicazione può essere meglio preparato a sopravvivere a un attacco e contemporaneamente più predisposto a interpretare un incidente come l’inizio di un attacco.

La ricorsività produce poi un secondo effetto, ancora più importante: modifica il costo marginale delle risposte future. Nelle relazioni internazionali esiste infatti un repertorio di segnali graduati. Si convoca un ambasciatore, si espelle un diplomatico, si limita un visto, si chiude un consolato, si congela un accordo, si introduce una sanzione, si interrompe una cooperazione, si aumenta la presenza militare, si compie un atto coercitivo. Ma una volta utilizzato un certo strumento, quel segnale perde parte della propria capacità comunicativa. La prima espulsione diplomatica rappresenta un evento; quando decine di diplomatici sono già stati espulsi, per esprimere un ulteriore aumento dell’ostilità occorre utilizzare qualcosa di più costoso. La prima chiusura consolare modifica la relazione; quando i consolati sono già chiusi, lo Stato deve salire di un altro gradino se vuole comunicare una nuova escalation.

Si produce così una sorta di inflazione della coercizione. Ogni passaggio consuma una parte del repertorio delle risposte a basso costo e costringe progressivamente gli attori a utilizzare strumenti più costosi per produrre lo stesso incremento percepito di pressione. La scala strategica non aumenta necessariamente perché uno dei due Stati desideri raggiungere il conflitto aperto; può aumentare semplicemente perché gli strumenti inferiori della scala sono già stati utilizzati e hanno perso parte del loro valore marginale di segnalazione.

A questa dinamica se ne aggiunge un’altra: il costo politico del ritorno indietro. Indichiamo con C_d(t) il costo della de-escalation al tempo t. In una sequenza ricorsiva può facilmente accadere che esso aumenti nel tempo, perché ogni decisione pubblica modifica anche ciò che sarà politicamente difendibile domani.

Quando un governo ha pubblicamente definito l’avversario responsabile di un attacco, ha mobilitato nuove risorse, chiuso istituzioni, invocato la solidarietà degli alleati e costruito una nuova narrativa di sicurezza, tornare indietro non significa più soltanto modificare una politica. Significa spiegare perché una minaccia presentata ieri come urgente possa essere trattata oggi come negoziabile. La de-escalation acquisisce quindi un costo reputazionale e politico che prima non esisteva. Lo stesso meccanismo opera dall’altra parte: dopo aver accusato Berlino di provocazione, aver risposto alle misure tedesche e aver annunciato ulteriori contromisure, anche Mosca restringe il proprio spazio di manovra, perché una successiva scelta di moderazione può essere letta internamente o esternamente come cedimento. In questo modo ciascun attore, attraverso le proprie decisioni e soprattutto attraverso la rappresentazione pubblica di quelle decisioni, contribuisce a costruire il perimetro entro il quale dovrà effettuare la scelta successiva. La politica di oggi diventa un vincolo della politica di domani.

È questo che distingue la ricorsività dalla semplice escalation. L’escalation descrive l’aumento dell’intensità; la ricorsività descrive la trasformazione delle condizioni della scelta. Un sistema può diventare ricorsivamente più pericoloso anche senza un aumento continuo della violenza materiale, perché ogni passaggio modifica la percezione dell’avversario, riduce il capitale relazionale, consuma strumenti di risposta a basso costo e aumenta il prezzo politico della moderazione futura.

Il caso Lipsia rappresenta un esempio quasi didattico di questo fenomeno. Un piccolo drone entra in un aeroporto, porta esplosivo ma non produce la distruzione per la quale sembrerebbe essere stato concepito. Se valutassimo l’efficacia dell’episodio soltanto attraverso il danno cinetico, il risultato sarebbe vicino allo zero. Se invece misuriamo ciò che l’episodio ha prodotto nel sistema, il quadro cambia completamente: nuove risorse destinate alla sicurezza, modificazioni delle priorità politiche, maggiore attenzione alla protezione degli aeroporti, deterioramento diplomatico, chiusure istituzionali, risposta russa e ulteriore irrigidimento della percezione reciproca. L’evento non ha distrutto capitale fisico rilevante, ma ha contribuito a modificare l’allocazione del capitale e a ridurre lo stock di capitale relazionale disponibile.

È precisamente uno dei problemi che cerco di formalizzare in Guerra di margini. Il costo strategico di un’azione non coincide con ciò che viene distrutto sul bersaglio; comprende anche ciò che l’avversario viene costretto a spostare, immobilizzare, proteggere o sottrarre ad altri impieghi. Se una minaccia induce un Paese a destinare più risorse alla protezione di aeroporti, infrastrutture, reti energetiche e logistica, quella minaccia modifica il rendimento marginale delle risorse nazionali anche quando non produce direttamente una distruzione. La scarsità può essere prodotta non soltanto eliminando una capacità, ma aumentando il valore della sua protezione.

Nella struttura ricorsiva, tuttavia, questo meccanismo acquista una dimensione ulteriore. La risposta dell’avversario non modifica soltanto il rendimento dell’azione appena compiuta: modifica anche il rendimento e il costo della prossima. Il sistema apprende, si adatta e contemporaneamente si irrigidisce. Le misure adottate per ridurre una vulnerabilità possono crearne altre; le decisioni prese per aumentare la sicurezza possono ridurre lo spazio politico necessario a evitare l’escalation; la distruzione del capitale relazionale aumenta il prezzo dell’ambiguità; l’inasprimento della retorica aumenta il costo della moderazione.

Per decenni la relazione russo-tedesca è stata caratterizzata da uno stock eccezionalmente elevato di capitale relazionale. Energia, commercio, industria, cultura, università, istituti linguistici, diplomazia e rapporti personali costituivano una rete che distingueva il rapporto tra Berlino e Mosca da quello esistente fra la Russia e molti altri Paesi NATO. Non occorre idealizzare quella relazione, che conteneva competizione, dipendenze asimmetriche, interessi divergenti e calcolo politico; proprio per questo, però, aveva valore strategico. Consentiva a due attori con interessi diversi di conservare numerosi canali di transazione e interpretazione reciproca.

Dal 2022 quel capitale viene progressivamente consumato. Lipsia non è l’origine di questo processo, ma entra in una traiettoria già avanzata e contribuisce ad accelerarla. È quindi meno importante chiedersi se la chiusura di un consolato o di un Goethe-Institut possa provocare una guerra, perché evidentemente non è questo il punto, che osservare la direzione nella quale si muovono le variabili fondamentali: quanto capitale relazionale rimane dopo ogni passaggio, quanti strumenti di risposta sotto soglia restano ancora disponibili, quanto aumenta il costo politico di un compromesso, quanto cresce il prior ostile con cui verrà letto il prossimo incidente ambiguo e quanto rapidamente un fatto locale può essere incorporato dentro una narrativa strategica già formata.

Sono queste le variabili che permettono di capire quando una relazione internazionale diventa più pericolosa anche senza che qualcuno abbia ancora deciso consapevolmente di trasformarla in guerra. Il rischio più serio non è necessariamente l’esistenza di un progetto deliberato di escalation. È la possibilità che una successione di decisioni localmente razionali produca progressivamente un sistema nel quale la scelta razionale successiva sia sempre un po’ più aggressiva di quella precedente. La guerra, in questo caso, non nasce da una singola decisione, ma dall’erosione delle alternative.

È forse questo l’aspetto più inquietante della sequenza che si è aperta intorno a Lipsia. Il drone non ha distrutto l’Antonov, ma il sistema nel quale è entrato ha cominciato comunque a consumare capitale: non soltanto denaro, risorse di sicurezza o capacità diplomatiche, ma soprattutto quella riserva invisibile di relazioni, strumenti intermedi e possibilità di arretramento che permette agli Stati di fermarsi prima che la competizione diventi irreversibile. Goethe e Tolstoj restano nelle biblioteche, naturalmente, ma gli spazi istituzionali nei quali le loro culture continuavano a incontrarsi diventano meno numerosi. È una perdita difficile da contabilizzare e proprio per questo facile da sottovalutare.

La domanda decisiva non è quindi se Germania e Russia vogliano oggi una guerra diretta. È molto più difficile e probabilmente molto più importante: quante decisioni possono ancora prendere prima che fermarsi diventi più costoso che continuare?

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