Putin, la finitezza del potere e la questione della successione russa

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La questione della salute di Vladimir Putin viene quasi sempre affrontata nel modo analiticamente meno utile, perché l’attenzione tende a concentrarsi su ciò che, in assenza di una documentazione clinica verificabile, non possiamo realmente conoscere — la natura di eventuali patologie, il significato attribuibile a un tremore, a un’andatura apparentemente diversa, alla rigidità di un braccio, a una variazione del peso o del volto, alla frequenza con cui il Presidente si appoggia a un tavolo o alla maggiore o minore durata di una cerimonia — mentre viene molto più raramente affrontato ciò che, dal punto di vista politico, può essere osservato e studiato con maggiore rigore, vale a dire il modo in cui l’età del Presidente, la percezione della sua condizione fisica, la rappresentazione pubblica della sua efficienza e, soprattutto, l’incertezza circa la durata futura della sua capacità di arbitrare il sistema modificano progressivamente gli incentivi degli uomini che da quell’arbitraggio dipendono.

La distinzione è fondamentale, perché la salute di un autocrate non diventa politicamente rilevante soltanto quando una malattia gli impedisce materialmente di esercitare le proprie funzioni, ma molto prima, quando coloro che occupano le posizioni essenziali dello Stato cominciano a incorporare nei propri calcoli la possibilità che l’orizzonte temporale del leader, fino a quel momento trattato come sostanzialmente indefinito, sia divenuto finito; e poiché tale trasformazione delle aspettative può prodursi anche in assenza di una patologia grave, essendo sufficienti l’invecchiamento naturale, una diversa distribuzione delle apparizioni pubbliche, un aumento della delega, una maggiore opacità dell’agenda o semplicemente la convinzione, all’interno dell’élite, che il problema del dopo-Putin non possa più essere rinviato indefinitamente, la successione può iniziare politicamente molti anni prima che inizi costituzionalmente.

Vladimir Putin ha settantatré anni e governa direttamente o indirettamente la Federazione Russa dal 1999; l’ordinamento costituzionale gli permetterebbe ancora di concorrere nel 2030 e, qualora fosse rieletto, di rimanere al Cremlino fino al 2036, quando avrebbe ottantatré anni, ma proprio questa possibilità teorica rende oggi la questione biologica inseparabile da quella politica, perché una prospettiva di governo che si estende per un altro decennio presuppone non soltanto l’esistenza di un meccanismo costituzionale che la renda possibile, bensì la convinzione, da parte dell’élite e dello stesso Presidente, che la capacità personale di esercitare quella funzione possa effettivamente prolungarsi per un periodo così lungo.

Quando Reuters, il 4 giugno 2026, gli ha chiesto direttamente se ritenesse di possedere la salute e la resistenza necessarie per governare eventualmente fino al 2036, Putin non ha risposto riaffermando categoricamente la propria capacità fisica, come avrebbe potuto fare un leader interessato esclusivamente a proiettare continuità, ma ha osservato che nessuno può sapere quanto vivrà e che soltanto Dio può sapere se ciascuno di noi avrà salute sufficiente persino per arrivare al giorno successivo, aggiungendo poi che è ancora troppo presto per discutere seriamente delle elezioni del 2030; sarebbe metodologicamente scorretto trasformare queste parole in una confessione sanitaria o in un’indicazione di malattia, ma sarebbe altrettanto superficiale considerarle irrilevanti, perché mostrano come nel 2026 la relazione fra durata biologica e durata politica del Presidente sia ormai diventata un tema esplicito, sul quale Putin stesso accetta di rispondere introducendo, anziché rimuovendola, la nozione di finitezza.

È precisamente questa finitezza, più ancora della salute in senso strettamente medico, che interessa l’analisi del potere, perché in un sistema nel quale il Presidente non rappresenta soltanto il vertice costituzionale dello Stato ma svolge anche la funzione di arbitro fra apparati di sicurezza, amministrazione presidenziale, Governo, governatori, grandi imprese strategiche, gruppi economici e reti patronali, l’aspettativa sulla durata futura dell’uomo modifica il valore presente delle relazioni costruite intorno alla sua persona; e quanto più il sistema dipende dalla capacità del leader di distribuire sicurezza, protezione, accesso, carriera e risorse, tanto più il deterioramento dell’orizzonte temporale del leader può incidere sull’equilibrio politico prima ancora che produca qualunque deterioramento visibile della sua capacità di governare.

La letteratura comparata sull’autoritarismo aiuta a comprendere precisamente questo meccanismo, perché Bruce Bueno de Mesquita e Alastair Smith, studiando il rapporto tra salute dei leader e sopravvivenza politica, hanno mostrato come nei sistemi caratterizzati da coalizioni ristrette la vulnerabilità del capo cresca quando gli insider cominciano a dubitare della sua capacità di continuare a distribuire in futuro i benefici dai quali dipende la loro fedeltà, cosicché la malattia non agisce soltanto attraverso la perdita di capacità decisionale, ma attraverso una trasformazione delle aspettative: un leader può essere ancora pienamente in grado di impartire ordini oggi e, tuttavia, diventare politicamente meno dominante qualora coloro che lo circondano inizino a dubitare che sarà ancora nella posizione di proteggere, premiare o punire quando quelle promesse dovranno essere riscosse.

Sarah Hummel ha affrontato lo stesso problema dalla prospettiva dell’invecchiamento dei dittatori, mostrando come l’avanzare dell’età modifichi simultaneamente il comportamento degli insider e quello dei potenziali sfidanti, perché mentre i primi devono cominciare a pensare alla conservazione delle proprie posizioni dopo la morte del capo, i secondi acquistano progressivamente la possibilità di progettare strategie che non avrebbero alcun senso qualora l’orizzonte del leader fosse percepito come indefinitamente lungo; ne deriva che l’invecchiamento non determina automaticamente né liberalizzazione né destabilizzazione, ma modifica il valore relativo dell’attesa, della lealtà e della preparazione al dopo, trasformando una questione biologica in una variabile delle strategie politiche.

Applicato alla Russia del 2026, questo meccanismo produce una conseguenza particolarmente importante, perché la successione non deve necessariamente iniziare con una congiura, con la designazione di un delfino o con l’emergere di una fazione apertamente ostile al Presidente, ma può iniziare in una forma assai meno visibile, attraverso il progressivo diffondersi di comportamenti prudenziali che non contraddicono la lealtà attuale ma la affiancano con assicurazioni sul futuro; un governatore può continuare a essere perfettamente fedele a Putin e nello stesso tempo intensificare i rapporti con Sergei Kiriyenko, un funzionario dei servizi può continuare a eseguire integralmente gli ordini del Presidente e contemporaneamente costruire una relazione più solida con Alexei Dyumin, un grande dirigente industriale può continuare a dipendere dal Cremlino e nello stesso tempo interrogarsi su quale configurazione futura garantirà meglio la sicurezza dei propri asset, mentre un ministro può continuare a comportarsi come se Putin dovesse governare ancora per molti anni pur evitando accuratamente di compromettere i rapporti con coloro che potrebbero controllare il sistema quando Putin non ci sarà più.

Questa forma di hedging è probabilmente uno dei fenomeni più importanti e meno osservabili della fase precedente a una successione personalistica, perché non richiede disobbedienza, non produce necessariamente fughe di notizie e non genera immediatamente conflitto aperto; modifica invece la direzione degli investimenti relazionali, la composizione delle reti, la protezione delle carriere, la distribuzione delle fedeltà secondarie e persino le strategie familiari, poiché una parte dell’élite russa ha ormai raggiunto un’età nella quale la conservazione del potere non riguarda più soltanto la propria posizione personale ma anche quella della generazione successiva, come dimostra con particolare evidenza l’ascesa di Dmitry Patrushev e, su un piano differente, il crescente inserimento dei figli di figure storiche dell’establishment all’interno delle istituzioni economiche e amministrative.

È proprio qui che emerge il dilemma centrale dell’autocrazia personalistica: quanto più il leader invecchia, tanto maggiore diventa la necessità di preparare una successione capace di preservare il sistema, ma quanto più chiaramente quella successione viene preparata, tanto maggiore diventa il rischio che il successore smetta di essere una semplice assicurazione per il futuro e diventi un centro di aspettative già nel presente, perché dal momento in cui l’élite sa chi controllerà domani l’accesso alle risorse, alle nomine, alla sicurezza e alla protezione politica, diventa razionale investire anticipatamente nella relazione con quell’uomo, sottraendo inevitabilmente una parte della centralità all’arbitro ancora in carica.

Maria Domańska, nello studio pubblicato da OSW il 27 febbraio 2026, descrive con particolare chiarezza questa contraddizione, osservando che non vi sono oggi indicazioni convincenti di una volontà di Putin di preparare apertamente la propria uscita e che, proprio perché la designazione anticipata di un erede potrebbe creare un secondo polo di attrazione per le élite, il Presidente ha un incentivo evidente a mantenere l’incertezza il più a lungo possibile; l’assenza di un successore formalmente riconoscibile, pertanto, non deve essere interpretata necessariamente come mancanza di preparazione, perché può costituire essa stessa uno strumento di controllo mediante il quale Putin impedisce che gli attori del sistema trasformino le proprie prudenti assicurazioni individuali in una coalizione successoria organizzata.

Da questo punto di vista, la salute del Presidente non rappresenta una questione separata dalla successione, ma la variabile che determina quanto a lungo tale strategia dell’incertezza possa funzionare: se l’élite ritiene plausibile che Putin rimanga pienamente operativo ancora per un decennio, non esiste alcuna ragione urgente per convergere su un sostituto, mentre se la percezione dell’orizzonte temporale dovesse accorciarsi, l’incertezza che fino a quel momento aveva protetto Putin dalla formazione di un secondo polo potrebbe trasformarsi rapidamente in un fattore di instabilità, poiché ciascun gruppo sarebbe costretto a prepararsi autonomamente a un evento per il quale il centro non ha ancora comunicato una soluzione.

Se la finitezza del potere costituisce una variabile politica prima ancora che biologica, allora anche il corpo del leader cessa di essere soltanto un fatto privato e diventa progressivamente parte dell’architettura attraverso la quale il regime comunica continuità, capacità di comando e durata, cosicché l’analista che osservi un’autocrazia fortemente personalizzata deve evitare due errori speculari: da un lato quello, largamente praticato dalla stampa occidentale negli ultimi anni, di trasformare ogni variazione dell’aspetto fisico di Putin in una diagnosi a distanza, dall’altro quello, non meno ingenuo, di considerare le apparizioni pubbliche del Presidente come prove spontanee e dunque affidabili della sua condizione reale, come se le immagini diffuse dal Cremlino fossero semplicemente registrazioni neutrali della vita quotidiana del capo anziché prodotti di una macchina politica che seleziona accuratamente ciò che deve essere mostrato, in quale contesto debba essere mostrato e quale significato debba essere attribuito alla presenza stessa del Presidente.

Il problema non consiste, ancora una volta, nel sostenere che dietro questa costruzione comunicativa debba necessariamente esistere una malattia, perché un regime può avere interesse a rappresentare il vigore del proprio leader anche quando questi è perfettamente sano; consiste piuttosto nel riconoscere che, dal momento in cui la presenza fisica viene deliberatamente utilizzata per rispondere a una percezione di vulnerabilità, quella stessa presenza acquisisce una funzione politica autonoma e non può più essere utilizzata, senza ulteriori elementi, come dimostrazione della condizione che pretende di rappresentare.

Nel maggio 2026 questo meccanismo è apparso con particolare chiarezza, quando, dopo la diffusione di notizie secondo cui le misure di protezione personale di Putin sarebbero state fortemente rafforzate e il Presidente avrebbe trascorso lunghi periodi in strutture particolarmente protette a causa della crescente minaccia rappresentata dagli attacchi ucraini in profondità, il Cremlino ha distribuito immagini nelle quali Putin guidava personalmente un’automobile a Mosca, si spostava senza apparente difficoltà, entrava in un albergo, portava dei fiori alla propria ex insegnante e interagiva in un ambiente costruito per apparire relativamente informale; Reuters, il 12 maggio 2026, ha interpretato esplicitamente quel filmato come una risposta visiva alla narrazione secondo cui il Presidente sarebbe stato sempre più isolato e costretto a vivere all’interno di un apparato di sicurezza straordinariamente protettivo.

L’importanza dell’episodio non risiede tanto nel contenuto delle immagini quanto nella scelta del linguaggio comunicativo, perché per rispondere a un’affermazione che riguardava vulnerabilità e isolamento non è stato sufficiente pubblicare un comunicato del portavoce presidenziale o mostrare Putin durante una riunione nel Cremlino, ma si è preferito rappresentarlo mentre compiva una serie di azioni fisicamente elementari e proprio per questo simbolicamente dense: guidare, camminare, entrare, uscire, abbracciare, parlare, attraversare uno spazio urbano, cioè dimostrare attraverso il corpo che la presidenza continuava a essere mobile, autonoma e capace di occupare il mondo esterno.

In una prospettiva di political signalling, il messaggio implicito non era semplicemente che Putin fosse al lavoro, cosa che avrebbe potuto essere comunicata attraverso una fotografia dietro una scrivania, bensì che Putin continuasse a essere materialmente padrone dei propri movimenti e che, di conseguenza, la sua funzione non fosse stata ridotta a quella di un leader sottratto allo spazio pubblico dalla guerra, dalla sicurezza o dalla propria condizione personale; proprio per questa ragione, tuttavia, le stesse immagini che miravano a produrre rassicurazione non possono essere utilizzate dall’analista come prova indipendente della loro tesi, perché quando il corpo viene trasformato in messaggio, la sua rappresentazione diventa parte della politica.

Questo passaggio è essenziale per comprendere l’estate del 2026, durante la quale la presenza territoriale del Presidente si è fatta assai più intensa, fino a configurare una forma di mobilità dimostrativa che non può essere ridotta alla semplice agenda amministrativa. Putin ha moltiplicato le visite nelle regioni, ha partecipato a eventi pubblici, ha visitato infrastrutture e impianti produttivi, ha incontrato amministratori e giovani e, infine, il 13 agosto ha raggiunto Iturup, nelle Curili meridionali contese con il Giappone, compiendo una visita che possedeva evidentemente un significato geopolitico e territoriale, ma che, proprio per la sua distanza da Mosca e per il valore simbolico dell’arcipelago, comunicava contemporaneamente la capacità del Presidente di attraversare fisicamente lo spazio federale.

Il Times, nell’agosto 2026, ha osservato come Putin avesse visitato sei città in meno di tre settimane dopo una prima parte dell’anno caratterizzata da una minore frequenza degli spostamenti, mentre Reuters ha documentato la visita a Iturup come la prima compiuta da un Presidente russo nell’arcipelago conteso; considerate isolatamente, queste informazioni non consentono di dedurre nulla sulla salute, ma considerate all’interno del quadro politico del 2026 — la guerra entrata sempre più profondamente nel territorio russo, l’avvicinarsi delle elezioni della Duma, la crescente attenzione ai problemi economici regionali, la riduzione registrata durante l’estate in alcuni indicatori VTsIOM di fiducia e approvazione, nonché la precedente costruzione comunicativa di maggio — mostrano che la presenza fisica del Presidente continua a essere utilizzata come strumento attraverso il quale il centro riafferma simultaneamente controllo, territorialità e continuità.

È precisamente per questo che l’espressione mobilità dimostrativa risulta più utile di quella, molto più generica, di “presenza pubblica”, perché non descrive semplicemente il fatto che il Presidente viaggi, ma il fatto che la capacità di viaggiare diventi essa stessa parte dell’informazione politica trasmessa; in un Paese nel quale il potere centrale ha storicamente dovuto rendere visibile la propria capacità di raggiungere periferie immense, e nel quale il conflitto con l’Ucraina ha progressivamente eroso la distinzione fra fronte e territorio interno attraverso attacchi a infrastrutture, aeroporti, depositi e centri industriali, la capacità del Presidente di continuare a occupare fisicamente il territorio nazionale assume inevitabilmente un significato che eccede la normale attività istituzionale.

Ciò non implica che Putin viaggi perché sia necessario dimostrare che sta bene, né che le apparizioni siano costruite per nascondere una condizione specifica, perché vi sono almeno tre spiegazioni perfettamente compatibili con gli stessi fatti: una funzione elettorale e di consenso, una funzione di rassicurazione circa la capacità dello Stato di continuare a esercitare controllo nonostante gli attacchi e una funzione più strettamente personale di riaffermazione della continuità del leader; il punto analitico consiste proprio nel non scegliere arbitrariamente una sola di queste spiegazioni quando possono coesistere, riconoscendo invece che la politica della presenza acquista particolare importanza quando la persona che deve essere mostrata coincide da oltre un quarto di secolo con il principale simbolo della stabilità del sistema.

La distinzione diventa ancora più importante se si considera la risposta fornita da Putin a Reuters il 4 giugno 2026, quando, interrogato direttamente sulla possibilità di governare fino al 2036 e sulla propria capacità fisica di sostenere un simile orizzonte, non ha trasformato la domanda in un’occasione per riaffermare una sorta di immortalità politica, ma ha introdotto esplicitamente l’incertezza biologica, ricordando che nessuno può sapere con certezza neppure se avrà la salute sufficiente per arrivare al giorno successivo; un’affermazione che non autorizza alcuna diagnosi, ma che assume un significato particolare quando viene pronunciata da un uomo la cui costruzione pubblica, per molti anni, aveva fatto del vigore fisico una componente importante della propria iconografia.

Il Putin degli anni Duemila e Dieci era stato infatti rappresentato attraverso una grammatica visiva molto precisa, nella quale judo, hockey, cavallo, immersioni, caccia, pesca e attività fisica non costituivano semplicemente elementi di immagine personale, ma concorrevano alla costruzione di una leadership opposta tanto alla debolezza percepita degli ultimi dirigenti sovietici quanto all’immagine di Boris El’cin nell’ultima fase della propria presidenza; il corpo atletico del Presidente diventava, in questo senso, la metafora della restaurazione dello Stato dopo il caos degli anni Novanta, cosicché l’invecchiamento naturale dell’uomo non poteva non produrre, prima o poi, una tensione con quella stessa iconografia.

Non è pertanto necessario stabilire se Putin sia oggi più o meno sano di quanto appaia, perché il fatto politicamente rilevante è che la rappresentazione della sua capacità fisica deve ormai confrontarsi con un elemento che negli anni iniziali della presidenza non esisteva: il tempo trascorso. A settantatré anni, dopo ventisette anni trascorsi al centro del sistema, qualunque discorso sul futuro della Federazione contiene inevitabilmente, anche quando non viene esplicitato, una domanda sulla durata personale del Presidente, e questa domanda diventa tanto più significativa quanto più il regime continua a evitare di fornire una risposta istituzionale definitiva alla questione di chi possa succedergli.

È all’interno di questa distinzione fra presenza e condizione che il precedente di Leonid Brežnev assume, per chi come me ha vissuto quel periodo, un valore analitico che va molto oltre la suggestione storica, perché la sua ultima apparizione alla parata del 7 novembre 1982 costituisce quasi un caso esemplare di quanto possa essere fuorviante interpretare la capacità del leader di svolgere una funzione pubblica come indicatore affidabile della sua riserva biologica.

Brežnev partecipò alla celebrazione del sessantacinquesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, rimase per un periodo molto lungo sulla tribuna del Mausoleo nonostante il freddo, assistette alla parata militare e partecipò successivamente al ricevimento del Cremlino, mantenendo quindi, almeno esteriormente, il ruolo istituzionale che ci si attendeva dal Segretario generale; le cronache occidentali contemporanee notarono la sua presenza e alcuni osservatori interpretarono la capacità di sostenere la cerimonia come un segnale relativamente rassicurante, benché le condizioni di salute di Brežnev fossero già da tempo oggetto di speculazione e preoccupazione.

Tre giorni dopo, il 10 novembre, Brežnev morì.

La sequenza è importante non perché dimostri che un leader possa morire improvvisamente dopo essere apparso in pubblico — eventualità banalmente possibile per qualunque individuo — ma perché mostra come, in un sistema nel quale la presenza del leader possiede un valore politico indipendente dalla sua salute, la performance pubblica possa essere prodotta nonostante condizioni personali assai più compromesse di quanto la performance stessa lasci intendere; l’osservatore vede correttamente che il leader è presente, ma sbaglia se trasforma la presenza in una prognosi.

Il 7 novembre 1982 Brežnev non si limitava infatti ad apparire in televisione, perché la sua posizione sulla tribuna del Mausoleo costituiva il centro di una rappresentazione visibile dell’intera gerarchia sovietica, nella quale la disposizione degli altri membri del Politburo veniva analizzata con attenzione quasi ossessiva dagli osservatori stranieri proprio perché offriva indicazioni sugli equilibri interni e sulla possibile successione; la presenza del Segretario generale aveva dunque una funzione ordinatrice, poiché finché Brežnev occupava il punto centrale della scena, il sistema poteva mostrare a se stesso e all’esterno che la propria gerarchia fondamentale non era ancora cambiata.

In questo senso, il corpo di Brežnev era già diventato una risorsa istituzionale, non perché il sistema dipendesse integralmente dalla sua persona come accade nelle autocrazie più personalizzate, ma perché la capacità di mantenere visibile il vertice evitava di rendere prematuramente manifesta una transizione che, dietro le quinte, era già iniziata; Jurij Andropov e Konstantin Černenko non erano semplicemente figure secondarie in attesa della morte del capo, ma rappresentavano centri reali di potere all’interno di un apparato che, nonostante la gerontocrazia e la crescente immobilità, continuava a possedere una propria capacità politica autonoma.

Quando Andropov stesso, l’anno successivo, divenne troppo malato per partecipare alla parata del novembre 1983 e non appariva pubblicamente da agosto, il problema cambiò forma ma non natura, perché il sistema tentò di mantenere la continuità politica separandola dalla presenza corporea: continuarono a essere pubblicate dichiarazioni a suo nome, vennero utilizzate immagini precedenti e le autorità insistettero sulla prosecuzione delle sue funzioni, cercando cioè di impedire che l’assenza fisica del Segretario generale venisse interpretata automaticamente come un vuoto di potere.

Con Černenko, nel febbraio 1985, la logica diventò ancora più esplicita, perché dopo una lunga assenza la televisione sovietica mostrò il Segretario generale mentre votava in condizioni strettamente controllate e lo mostrò nuovamente pochi giorni dopo mentre riceveva le proprie credenziali parlamentari, nonostante l’evidente debilitazione fisica; Černenko sarebbe morto il 10 marzo, ma fino agli ultimi giorni il sistema continuò a produrre immagini della sua capacità formale di esercitare la funzione, dimostrando quanto fosse politicamente importante mantenere la distinzione fra declino biologico e cessazione istituzionale.

Brežnev, Andropov e Černenko rappresentano così tre differenti risposte allo stesso problema: nel primo caso il corpo del leader viene ancora portato fisicamente sulla scena e utilizzato per confermare l’ordine gerarchico; nel secondo l’assenza fisica viene compensata attraverso la produzione di continuità documentale e simbolica; nel terzo la presenza viene ricostruita attraverso apparizioni mediatiche accuratamente controllate, perché il regime ha bisogno di dimostrare che, indipendentemente dall’effettiva capacità del capo, il vertice non è ancora vacante.

Trasferire meccanicamente questi precedenti alla Russia del 2026 sarebbe evidentemente scorretto, perché Putin non si trova nella posizione documentata degli ultimi Brežnev, Andropov o Černenko e non esiste alcuna evidenza clinica pubblica che permetta un paragone sanitario; utilizzare questi casi come strumento metodologico, tuttavia, è pienamente legittimo, perché mostrano qualcosa che riguarda la natura dell’informazione politica nei sistemi opachi: una volta che il corpo del capo diventa parte della rappresentazione della continuità, ciò che viene mostrato non può più essere trattato come una finestra trasparente su ciò che realmente accade.

La lezione sovietica non è dunque che Putin sia malato perché Brežnev morì tre giorni dopo una parata, bensì che la presenza pubblica di un leader non costituisce di per sé una prova della sua solidità fisica e che, soprattutto, l’intensificazione della presenza può avere un significato politico precisamente quando il sistema ritiene necessario riaffermare continuità, vigore o controllo.

Il parallelo sovietico diventa realmente utile soltanto nel momento in cui viene abbandonato, perché la differenza fondamentale fra la tarda URSS e la Russia contemporanea non riguarda l’età dei leader, la qualità della propaganda o la frequenza delle apparizioni pubbliche, bensì la natura stessa del sistema che deve sopravvivere alla loro scomparsa.

Il tardo sistema sovietico era certamente autoritario, opaco e rigidamente gerarchizzato, ma non era un sistema nel quale l’intera funzione politica fosse stata assorbita dalla persona del Segretario generale, poiché dietro Brežnev esistevano il Politburo, la Segreteria del Comitato centrale, il Consiglio dei ministri, il KGB, le Forze armate e soprattutto il PCUS, che costituivano non soltanto apparati amministrativi ma strutture propriamente politiche, capaci di produrre carriere, negoziare equilibri, formare coalizioni e selezionare il nuovo vertice anche quando l’uomo che formalmente presiedeva il sistema era sempre meno in grado di arbitrarlo personalmente.

Il deterioramento fisico di Brežnev produceva quindi un problema di leadership, ma non necessariamente un vuoto immediato di agency politica, perché sotto il leader continuava a esistere una classe dirigente che, per quanto conservatrice, gerontocratica e profondamente chiusa, possedeva ancora l’esperienza e gli strumenti necessari per negoziare la redistribuzione del potere; Andropov venne scelto dopo Brežnev, Černenko dopo Andropov e Gorbačëv dopo Černenko attraverso un processo opaco ma riconoscibilmente politico, nel quale i membri del Politburo non si limitavano a eseguire una successione già predisposta dal leader precedente, ma partecipavano attivamente alla scelta.

È proprio qui che la Russia del 2026 presenta una differenza potenzialmente molto più importante di qualunque somiglianza iconografica con l’ultima URSS, perché le analisi pubblicate quest’anno da Carnegie e OSW convergono, pur partendo da impostazioni differenti, sull’idea che oltre venticinque anni di verticalizzazione abbiano progressivamente ridotto l’autonomia politica della classe dirigente russa, trasformando molti dei suoi componenti in amministratori estremamente potenti all’interno del settore loro assegnato ma relativamente incapaci di trasformare quelle risorse settoriali in una capacità sovrana autonoma.

Alexandra Prokopenko, nel rapporto pubblicato da Carnegie Endowment nel giugno 2026 con il titolo significativamente esplicito Loyal but Powerless: The Downgrading of Russia’s Elite, descrive un’élite che ha conservato competenza operativa, accesso alle risorse e capacità di esecuzione, ma che è stata progressivamente privata della possibilità di formulare strategie indipendenti e soprattutto dell’abitudine alla negoziazione politica fra pari, poiché le grandi controversie vengono risolte attraverso il vertice e la posizione di ciascun attore continua a dipendere dalla relazione con il centro presidenziale; Maria Domańska, per OSW nel febbraio 2026, giunge da una diversa prospettiva a una conclusione compatibile, descrivendo un sistema nel quale le reti patronali rimangono importantissime ma nessuna di esse è stata autorizzata a trasformarsi in un centro politico autosufficiente capace di sostituire la funzione arbitrale del Presidente.

È questa trasformazione a rendere la questione della successione potenzialmente più difficile nella Russia di Putin che nell’Unione Sovietica di Brežnev, perché la stabilità prodotta dalla verticalizzazione contiene al proprio interno la propria vulnerabilità: quanto più efficacemente Putin ha impedito ai diversi gruppi di accumulare una capacità autonoma sufficiente per sfidarlo, tanto più ha reso necessaria la presenza di un arbitro capace di impedire che quelle stesse strutture entrino in conflitto fra loro; e quanto più la classe dirigente è stata addestrata a risolvere i problemi verticalmente, trasferendoli al centro invece di negoziarli orizzontalmente, tanto più difficile potrebbe risultare il momento in cui il centro personale dovesse improvvisamente cessare di funzionare.

Sechin può controllare Rosneft e disporre di una rete economica e internazionale straordinariamente vasta, ma non può trasformare autonomamente Rosneft nello Stato russo; Bortnikov può dirigere l’FSB, ma l’FSB non coincide con l’intera architettura coercitiva e deve convivere con FSO, Rosgvardia, Ministero della Difesa e altri apparati; Zolotov può controllare Rosgvardia, ma non possiede né la macchina economica né quella amministrativa; Mishustin dispone del Governo e della burocrazia federale, ma non di una propria rete coercitiva; Kiriyenko possiede un’enorme influenza sulla politica interna, sulle regioni e sull’Amministrazione Presidenziale, ma non controlla autonomamente gli apparati di sicurezza; Dyumin combina fiducia personale, esperienza securitaria e rapporti con i governatori, ma non dispone ancora di una struttura equivalente a quella presidenziale; Dmitry Patrushev rappresenta una rete generazionale in espansione, ma non una coalizione già compiuta.

Nessuno è Putin, non perché Putin disponga necessariamente di più risorse settoriali di ciascuno di loro, ma perché Putin occupa il punto nel quale quelle risorse vengono gerarchizzate.

Questa distinzione è fondamentale, perché ciò che dovrà essere trasferito al momento della successione non è soltanto la carica di Presidente della Federazione, bensì la capacità di convincere FSB, Rosgvardia, Forze armate, Governo, Amministrazione Presidenziale, governatori, Russia Unita, grandi imprese statali e principali gruppi economici che il nuovo equilibrio continuerà a proteggerli abbastanza da rendere più conveniente rispettarlo che tentare di modificarlo unilateralmente.

La successione di Putin sarà quindi, prima ancora che un problema di leadership, un problema di credibilità.

Da questa prospettiva deriva una conseguenza che spesso viene trascurata quando si immagina il dopo-Putin attraverso lo schema semplicistico di una lotta fra siloviki, tecnocrati e oligarchi, perché il passaggio dalla stabilità alla competizione non deve necessariamente cominciare attraverso un conflitto aperto; può cominciare molto prima, quando gli attori modificano individualmente il proprio comportamento in previsione della possibilità che il sistema attuale non duri abbastanza da garantire le promesse sulle quali essi hanno costruito la propria posizione.

Supponiamo, per esempio, che un governatore ritenga ancora probabile che Putin rimanga pienamente operativo fino al 2030, ma consideri ormai non trascurabile la possibilità che il centro politico debba cambiare prima di allora: la strategia razionale non sarebbe sfidare il Presidente, scelta estremamente rischiosa e quasi certamente distruttiva, ma assicurarsi contemporaneamente una relazione con l’Amministrazione Presidenziale, una seconda relazione con il circuito del Consiglio di Stato, un rapporto più stretto con il Governo e forse un canale verso gli apparati di sicurezza, moltiplicando così le proprie possibilità di sopravvivenza indipendentemente dal nome del futuro Presidente.

Lo stesso ragionamento può essere applicato ai grandi gruppi economici e alle strutture coercitive, perché quanto più il futuro diventa incerto, tanto più razionale diventa distribuire le proprie relazioni invece di concentrarle in un solo punto; ciò che per l’attore individuale rappresenta una prudente assicurazione, tuttavia, a livello sistemico può produrre una progressiva orizzontalizzazione del potere, poiché relazioni che sotto un Presidente pienamente dominante servivano soltanto a migliorare la posizione all’interno della verticale possono iniziare a diventare la struttura attraverso la quale gli attori preparano un equilibrio capace di funzionare senza di lui.

Carnegie aveva già osservato nel 2025 l’emergere di alcune di queste “power horizontals”, ma il rapporto del giugno 2026 rende il problema ancora più significativo proprio perché lo combina con il progressivo impoverimento dell’autonomia politica dell’élite: se gli attori cominciano a costruire relazioni orizzontali senza possedere una consolidata cultura di negoziazione collegiale, ciò che emerge non è necessariamente un nuovo Politburo capace di organizzare ordinatamente la successione, ma una rete di assicurazioni reciproche, sovrapposte e potenzialmente contraddittorie, nella quale ciascun gruppo cerca di evitare di essere il perdente assoluto della transizione.

La successione russa, in altre parole, potrebbe non essere una competizione per stabilire chi possieda più potere, bensì una competizione per impedire che qualcun altro acquisti abbastanza potere da rendere insicuri tutti gli altri.

Questo cambia radicalmente il modo nel quale dovremo valutare i candidati nella seconda parte del saggio, perché il favorito non sarà necessariamente l’uomo dotato della maggiore rete personale, del maggior controllo economico o del più forte apparato coercitivo; potrebbe essere, al contrario, l’uomo che disponga di abbastanza risorse da esercitare la Presidenza ma non di così tante risorse autonome da essere percepito dalle altre fazioni come il veicolo attraverso il quale una singola rete potrebbe catturare l’intero sistema.

È quello che potremmo definire il paradosso del successore sufficientemente debole: per sostituire un leader estremamente forte potrebbe essere necessario scegliere inizialmente un uomo relativamente debole, proprio perché la sua debolezza personale costituisce la garanzia che nessuna delle componenti decisive della coalizione verrà immediatamente schiacciata dalla transizione.

È a questo punto che salute e successione ritornano a coincidere, perché se la principale tecnica attraverso la quale Putin continua a impedire la formazione prematura di un secondo centro politico consiste nel mantenere incerta l’identità del successore, tale tecnica funziona soltanto finché esiste abbastanza tempo perché l’incertezza sia preferibile alla scelta.

La salute, reale o percepita, modifica precisamente questo tempo.

Finché l’élite considera il 2030 un orizzonte distante e Putin pienamente capace di controllare personalmente la transizione, può essere razionale accettare che il nome del futuro Presidente rimanga ignoto; qualora invece crescesse la convinzione che la capacità del Presidente di selezionare ordinatamente il successore possa non durare abbastanza, gli stessi attori che oggi beneficiano dell’incertezza avrebbero interesse a ridurla autonomamente, costruendo alleanze, proteggendo uomini e risorse e valutando quali candidature possano garantire la propria continuità.

È per questo che l’eventuale deterioramento della salute di un leader personalista non produce necessariamente immediatamente una sfida al suo potere, ma può iniziare a eroderne silenziosamente la centralità molto prima della crisi conclamata, trasformando la domanda “che cosa vuole Putin?” nella domanda assai più pericolosa “che cosa accadrà se Putin non potrà più garantirlo?”.

Una volta che la seconda domanda diventa frequente all’interno del sistema, il dopo-Putin è già cominciato, anche se Putin continua a presiedere riunioni, viaggiare, apparire in televisione e firmare decreti.

Ed è precisamente qui che l’osservazione della sua agenda assume maggiore valore dell’osservazione del suo volto, perché ciò che dobbiamo cercare non sono sintomi, ma trasferimenti di funzione: chi presiede riunioni che prima richiedevano il Presidente, chi riceve competenze che attraversano contemporaneamente economia, sicurezza e territori, chi comincia a risolvere controversie fra apparati, chi viene inviato a rappresentare il centro nelle crisi, chi acquisisce accesso regolare a governatori e servizi, chi aumenta la propria presenza nei momenti nei quali Putin riduce la propria e, soprattutto, se una singola figura cominci a ricevere progressivamente parti della funzione arbitrale senza essere ancora formalmente presentata come successore.

La salute di Putin, dunque, non interessa perché possa permetterci di prevedere la data della sua uscita, cosa che sarebbe metodologicamente insostenibile, ma perché determina la quantità di tempo di cui il sistema dispone per trasformare un regime costruito attorno a un arbitro in un regime capace di sostituire quell’arbitro senza distruggere l’equilibrio che egli stesso ha prodotto.

Da questo punto in avanti la questione cessa quindi di essere principalmente biologica e diventa istituzionale: se la finitezza del potere è inevitabile, quali meccanismi possiede la Federazione Russa per assorbire la scomparsa dell’uomo che ha reso quella finitezza politicamente così difficile da affrontare, e soprattutto quale differenza corre fra una successione che Putin riesca a preparare personalmente e una successione che il sistema sia costretto a gestire senza di lui?

Se la salute di Vladimir Putin costituisce una variabile politica non perché ci consenta di prevederne la scomparsa, ma perché modifica progressivamente l’orizzonte temporale entro il quale gli altri attori valutano la durata dell’arbitraggio presidenziale, allora il problema successivo non consiste semplicemente nello stabilire chi potrebbe sostituirlo, bensì nel comprendere attraverso quale sequenza istituzionale la Federazione Russa potrebbe trasferire la Presidenza senza trasformare la successione formale in una crisi dell’intero equilibrio costruito durante il putinismo, poiché la Costituzione dispone con sufficiente chiarezza chi debba esercitare temporaneamente i poteri del Presidente, ma non può naturalmente stabilire quale coalizione debba sostenere quell’uomo, quali garanzie debbano ricevere gli apparati coercitivi, quale rapporto debba essere mantenuto con gli interessi economici strategici, né attraverso quale compromesso i gruppi che oggi accettano Putin come arbitro possano essere convinti ad accettare un arbitro diverso.

Questa distinzione fra successione giuridica e successione politica è probabilmente la più importante dell’intera analisi, perché sul piano strettamente costituzionale la Federazione Russa dispone di un meccanismo molto meno ambiguo di quanto talvolta si supponga: il testo vigente dell’articolo 92 stabilisce che, qualora il Presidente cessi anticipatamente dall’esercizio delle proprie funzioni per dimissioni, incapacità permanente dovuta a ragioni di salute o destituzione, l’esercizio temporaneo dei poteri presidenziali passa al Presidente del Governo, mentre l’elezione del nuovo Presidente deve svolgersi entro tre mesi; lo stesso articolo limita inoltre i poteri dell’interim, impedendogli di sciogliere la Duma, indire un referendum o proporre la revisione della Costituzione, cosicché la fase transitoria viene concepita non come una nuova Presidenza pienamente sovrana, ma come una parentesi istituzionale destinata a garantire continuità fino alla ricostituzione di una piena legittimità presidenziale. Costituzione della Federazione Russa, testo vigente nel 2026, art. 92.

Il fatto che, nell’agosto 2026, il Presidente del Governo sia Mikhail Mishustin attribuisce a quest’ultimo una posizione strutturalmente diversa da quella di qualsiasi altro possibile successore, perché se Putin dovesse cessare improvvisamente dalla carica senza avere precedentemente modificato la composizione del vertice governativo, non sarebbe Sergei Kiriyenko, Alexei Dyumin, Nikolai Patrushev, Igor Sechin, Andrei Belousov o il Segretario del Consiglio di Sicurezza ad assumere automaticamente l’interim, bensì Mishustin, il quale si troverebbe improvvisamente nella posizione di esercitare le funzioni presidenziali durante la finestra, estremamente breve, nella quale il sistema dovrebbe contemporaneamente preservare la continuità dello Stato, costruire un accordo fra le proprie componenti essenziali e organizzare l’elezione del nuovo Presidente.

Questa posizione non rende Mishustin il “successore di Putin”, perché confondere un automatismo costituzionale con una designazione politica significherebbe ignorare precisamente la capacità che Putin conserverebbe, in una successione programmata, di determinare la sequenza degli eventi; rende però Mishustin il beneficiario principale di qualsiasi successione che Putin non riesca a controllare personalmente, e proprio per questa ragione l’importanza del Primo ministro cresce quanto più aumenta il peso attribuito alla possibilità di un’uscita imprevista o accelerata del Presidente.

La distinzione può essere sintetizzata nel modo seguente.

ConfigurazioneMeccanismo istituzionaleAttore inizialmente favoritoProblema politico principale
Fine ordinaria del mandatoElezione presidenziale e successivo giuramentoCandidato preventivamente costruitoPreparare l’erede senza renderlo autonomo troppo presto
Dimissioni anticipate preparateIl Primo ministro diventa Presidente ad interim; elezione entro tre mesiChi occupa la guida del Governo al momento delle dimissioniCoordinare la nomina del PM, la Duma e l’accordo d’élite
Incapacità permanente improvvisaIl Primo ministro assume l’interimMishustin, se ancora in caricaCostruire la coalizione successoria in tempi compressi
Morte improvvisaContinuità attraverso il Presidente del Governo e successiva elezioneMishustin, se ancora in caricaEvitare che l’assenza dell’arbitro preceda l’accordo fra gli apparati
Successione preparata attraverso il GovernoIl candidato prescelto viene prima nominato Primo ministro e poi eredita l’interimIl candidato scelto da PutinRiprodurre senza scoprirlo troppo presto il precedente del 1999
Transizione contestataLe istituzioni continuano formalmente a operare, ma l’accordo d’élite è incompletoNessuno in modo definitivoStabilire quale combinazione di apparati possa imporre un equilibrio accettabile

È precisamente l’ultima colonna a rendere insufficiente una lettura puramente costituzionale, perché la legge può stabilire che Mishustin debba diventare Presidente ad interim, ma non può obbligare l’FSB, la Rosgvardia, l’Amministrazione Presidenziale, i governatori, Russia Unita, Rosneft, Rostec o i principali gruppi patronali a considerare una sua eventuale candidatura alla Presidenza come la soluzione migliore per la propria sicurezza futura; può garantire che la catena formale dell’autorità non venga interrotta, ma non può garantire che la stessa catena continui a essere interpretata da tutti gli attori con la medesima disciplina che essi osservano quando al vertice si trova Putin.

È qui che comincia la vera successione.

La domanda decisiva potrebbe essere chi sarà Primo ministro quando Putin lascerà il Cremlino

Il precedente del 1999 continua a essere istruttivo non perché la Russia debba necessariamente ripeterlo, ma perché mostra quanto rapidamente una successione possa essere costruita utilizzando le istituzioni esistenti senza bisogno di creare procedure straordinarie: Boris El’cin nominò Vladimir Putin Presidente del Governo nell’agosto 1999 e, quando si dimise il 31 dicembre, il nuovo Primo ministro divenne automaticamente Presidente ad interim, potendo così affrontare l’elezione del marzo 2000 non come un candidato esterno alla Presidenza ma come l’uomo che già esercitava le funzioni del capo dello Stato.

Applicato alla situazione contemporanea, il precedente suggerisce che l’indicatore più significativo di una successione programmata potrebbe non essere una dichiarazione di Putin sul proprio erede e neppure una improvvisa campagna mediatica in favore di un determinato personaggio, ma un cambiamento alla guida del Governo, poiché se Dyumin, Kiriyenko, Dmitry Patrushev, Sobyanin o un candidato oggi relativamente marginale venisse nominato Primo ministro in una fase politicamente compatibile con una successiva uscita presidenziale, la natura stessa della promozione cambierebbe: quell’uomo non avrebbe semplicemente ricevuto una posizione più importante, ma sarebbe stato collocato esattamente nel punto dal quale la Costituzione consente di trasformare una decisione presidenziale in una successione senza vuoto formale di potere.

La questione diventa ancora più rilevante considerando l’articolo 111, secondo il quale il Presidente nomina il capo del Governo dopo l’approvazione della candidatura da parte della Duma, perché significa che una successione costruita attraverso la premiership richiederebbe non soltanto la decisione personale di Putin ma anche la disponibilità di una maggioranza parlamentare disciplinata a ratificare la scelta; è per questa ragione che le elezioni della IX Duma del settembre 2026, pur non essendo elezioni presidenziali e pur svolgendosi all’interno di un sistema politico fortemente amministrato, assumono un significato successorio più interessante di quanto potrebbe apparire, dal momento che il Parlamento che emergerà da quel voto sarà precisamente quello con il quale il Cremlino dovrà operare durante gran parte della finestra che conduce al 2030.

Russia Unita, nel congresso del giugno 2026, ha presentato più di seicento candidati articolati in cinquantasette gruppi regionali, coinvolgendo cinquantacinque governatori o capi regionali nella struttura territoriale della campagna, un’organizzazione che mostra ancora una volta come partito, amministrazioni federali e territori siano integrati all’interno di un meccanismo nel quale la funzione elettorale non consiste soltanto nella raccolta dei voti ma nella dimostrazione che la verticale amministrativa può essere mobilitata in modo coordinato; proprio per questa ragione, la futura Duma non sarà soltanto una camera legislativa fedele al Cremlino, ma potrebbe diventare uno degli strumenti attraverso i quali una successione preparata viene trasformata in sequenza istituzionale, approvando il capo del Governo destinato eventualmente a esercitare l’interim e garantendo successivamente al nuovo Presidente la maggioranza necessaria per ricomporre l’architettura dello Stato. United Russia, Congresso del 28 giugno 2026; Costituzione della Federazione Russa, art. 111.

Questo non significa che Putin abbia già intrapreso una simile operazione, né le analisi più serie pubblicate nel 2026 suggeriscono che un trasferimento volontario del potere sia imminente: OSW, nel febbraio 2026, osserva anzi che non esistono indicazioni convincenti di una successione già avviata e sottolinea come l’attuale distribuzione delle cariche sia ancora più coerente con una strategia di bilanciamento che con la costruzione esplicita di un erede; proprio per questo, tuttavia, un futuro cambiamento della premiership avrebbe un valore informativo eccezionalmente elevato, perché interromperebbe una configurazione che oggi protegge Putin dalla comparsa di un successore costituzionalmente preposizionato diverso da Mishustin.

La successione programmata e quella subita sono due problemi completamente diversi

La differenza fra una successione preparata da Putin e una successione imposta al sistema dalla sua morte o incapacità è talmente rilevante che i candidati non possono essere valutati senza specificare quale delle due situazioni stiamo analizzando, perché il tempo disponibile, l’ordine delle nomine, la capacità di costruire un’immagine pubblica e soprattutto la possibilità di negoziare preventivamente le garanzie mutano radicalmente.

In una transizione programmata, Putin conserverebbe la principale risorsa della quale dispone: la possibilità di scegliere non soltanto l’uomo, ma la sequenza. Potrebbe, per esempio, aumentare progressivamente la visibilità del candidato, affidargli dossier che attraversano più settori dello Stato, consentirgli di acquisire rapporti con i governatori e con gli apparati di sicurezza, trasferirlo eventualmente alla guida del Governo, negoziare parallelamente con gli uomini che potrebbero sentirsi minacciati dalla sua ascesa e soltanto al termine del processo procedere alla propria uscita, riducendo così al minimo il periodo durante il quale il sistema sa che il vecchio arbitro sta scomparendo ma non sa ancora se il nuovo sia sufficientemente forte da sostituirlo.

In una successione improvvisa accadrebbe l’opposto, perché il meccanismo costituzionale funzionerebbe immediatamente mentre il meccanismo politico dovrebbe essere costruito dopo: Mishustin assumerebbe l’interim, il Consiglio della Federazione dovrebbe attivare il calendario elettorale, la macchina politica dovrebbe convergere rapidamente su un candidato e gli apparati avrebbero al massimo circa novanta giorni per definire il grado di sostegno, neutralità o opposizione con cui affrontare la nuova Presidenza; ciò che Putin potrebbe preparare in anni dovrebbe essere negoziato in settimane, e la stessa debolezza politica dell’élite descritta da Carnegie nel giugno 2026 — forte capacità amministrativa, limitata agency strategica autonoma — diventerebbe in questo caso una vulnerabilità, perché gli uomini abituati a ricevere dal vertice la soluzione dei conflitti sarebbero costretti a produrla da soli proprio nel momento di massima incertezza.

È per questa ragione che l’incapacità fisica costituisce, nelle valutazioni di OSW del 2026, uno degli shock più rilevanti per la stabilità del sistema: non perché la Costituzione non sappia chi debba sostituire temporaneamente il Presidente, ma perché una successione non preparata eliminerebbe improvvisamente l’uomo che normalmente impedisce ai conflitti fra le diverse reti di diventare un problema di sovranità.

Il “contratto di successione” non riguarda soltanto Putin

Qualunque transizione realmente ordinata richiederebbe quindi qualcosa di molto più complesso di un accordo fra Putin e il proprio successore, perché dovrebbe produrre un insieme credibile di garanzie capaci di convincere gli attori essenziali che il nuovo Presidente non utilizzerà immediatamente la posizione appena acquisita per trasformare la successione in una gigantesca redistribuzione di potere, ricchezza e sicurezza.

Il problema può essere descritto come un classico commitment problem: ogni fazione potrebbe accettare un candidato se fosse certa che, una volta insediato, egli rispetterà gli equilibri negoziati prima dell’elezione, ma la Presidenza russa dispone di strumenti talmente vasti — accesso all’Amministrazione Presidenziale, poteri di nomina, influenza sugli apparati, centralità nella politica estera e di sicurezza, capacità di promuovere o rimuovere uomini ai vertici dello Stato — che il nuovo capo, una volta entrato al Cremlino, potrebbe progressivamente sottrarsi alle condizioni che avevano reso possibile la propria ascesa.

È lo stesso problema che rende ingannevole l’idea di cercare un semplice “burattino” di Putin, perché una figura sufficientemente debole da non minacciare nessuno prima dell’elezione potrebbe, una volta acquisita la Presidenza, utilizzare precisamente le risorse della Presidenza per costruire una propria autonomia, come la storia russa ha già mostrato più volte; il compromesso, pertanto, non potrebbe consistere soltanto nella scelta di un uomo debole, ma dovrebbe comprendere una distribuzione preventiva delle posizioni, la conservazione temporanea di alcuni vertici securitari, la stabilità delle principali strutture economiche e una qualche forma di garanzia che impedisca al nuovo Presidente di trasformare immediatamente la propria investitura in una guerra contro coloro che gli hanno consentito di ottenerla.

Le garanzie giuridiche introdotte negli ultimi anni riducono almeno parzialmente il problema personale di Putin, perché la Costituzione vigente riconosce uno status particolare all’ex Presidente e gli attribuisce immunità, mentre la riforma costituzionale consente a chi abbia lasciato la Presidenza alla scadenza del mandato o per dimissioni di assumere lo status di senatore a vita; tuttavia, in un sistema nel quale sicurezza patrimoniale e protezione politica continuano a dipendere in misura significativa dalla relazione con il centro, una garanzia costituzionale non sostituisce necessariamente un accordo politico, tanto più che ciò che deve essere protetto non è soltanto Putin come individuo, ma la vasta rete di uomini, famiglie, interessi economici e apparati che hanno costruito la propria posizione all’interno del sistema durante la sua Presidenza. Costituzione della Federazione Russa, art. 92.1; disciplina vigente del Consiglio della Federazione nel 2026.

Il “contratto di successione” dovrebbe quindi riguardare almeno quattro dimensioni simultanee: la sicurezza personale e politica dell’ex Presidente e della sua rete più stretta; la continuità o redistribuzione concordata dei vertici degli apparati coercitivi; la prevedibilità dei diritti economici e delle posizioni nelle grandi imprese strategiche; infine, la ricomposizione del rapporto fra Presidenza, Governo, Amministrazione Presidenziale e governatori.

Nessuna di queste componenti può essere semplicemente ignorata.

Blocco del sistemaNodi principali nel 2026Risorsa detenutaInteresse nella successione
Presidenza e Amministrazione PresidenzialeVaino, Kiriyenko, OreshkinNomine, politica interna, coordinamento regionale, informazione politicaControllare la sequenza e preservare centralità
Governo federaleMishustin, vicepremier, ministeri economiciBilancio, amministrazione, economia, capacità esecutivaEvitare discontinuità amministrativa e redistribuzioni destabilizzanti
FSB e sicurezza internaBortnikov e rete dei serviziInformazione, controintelligence, coercizione, controllo delle minacce interneMantenere accesso privilegiato al nuovo vertice
FSOApparato di protezione presidenzialeSicurezza fisica del vertice e conoscenza dell’ambiente presidenzialeGarantire continuità e accesso
RosgvardiaZolotovForza coercitiva internaProtezione della posizione e chiarezza della catena di comando
DifesaBelousov, vertici militariGuerra, mobilitazione, industria militareContinuità strategica e finanziaria
Consiglio di Stato e governatoriDyumin, Sobyanin, capi regionaliTerritorio, amministrazione locale, mobilitazione politicaContinuità delle risorse federali e delle carriere
Russia Unita e DumaMedvedev, Volodin, strutture di partitoLegislazione, approvazione del Governo, mobilitazione elettoralePreservare maggioranza e ruolo nel nuovo assetto
Settore energeticoSechin, MillerRendite, relazioni internazionali, grandi flussi finanziariSicurezza patrimoniale e continuità dei rapporti con il centro
Complesso industriale strategicoRostec e altri gruppi stataliIndustria, difesa, tecnologia, reti clientelariEvitare redistribuzioni ostili
Reti patronali della vecchia generazioneNikolai Patrushev, Shoigu e altriRapporti personali sedimentati, sicurezza, politica esteraTrasferire influenza senza perdere protezione
CeceniaKadyrov e apparato localeControllo territoriale fortemente personalizzatoConservare l’accordo speciale con Mosca

Prokopenko, nel rapporto Carnegie del giugno 2026, sottolinea precisamente quanto questa struttura sia divenuta dipendente dalla verticale: la lealtà dell’élite non coincide con l’assenza di interessi propri, ma con il fatto che tali interessi vengono normalmente gestiti attraverso il vertice anziché attraverso una contrattazione politica autonoma; per questo una successione ordinata dovrebbe ricostruire non soltanto la figura del Presidente, ma il meccanismo attraverso il quale questi interessi tornano a essere resi compatibili.

Chi può sostituire Putin deve quindi essere valutato attraverso il sistema che produrrebbe

La conseguenza metodologica è importante, perché una classifica dei “papabili” costruita sommando potere personale, notorietà e vicinanza al Presidente rischierebbe di produrre un risultato fuorviante, mentre risulta molto più utile chiedersi quale architettura di governo sarebbe necessaria affinché ciascuno dei principali candidati possa diventare Presidente senza provocare una reazione destabilizzante da parte delle componenti che non controlla.

Il candidato più potente individualmente non è necessariamente il migliore, proprio perché potrebbe essere il più minaccioso; allo stesso modo, il candidato apparentemente meno potente potrebbe risultare il compromesso più sostenibile se la sua debolezza garantisse alle fazioni che nessuna di esse verrebbe immediatamente subordinata alle altre.

La fotografia del 2026 suggerisce pertanto almeno otto configurazioni plausibili.

Mikhail Mishustin: una Presidenza tecnocratica coperta dagli apparati

Mishustin rappresenta la soluzione più lineare qualora la successione avvenisse improvvisamente, ma anche una delle più interessanti qualora Putin decidesse di privilegiare la continuità amministrativa rispetto alla costruzione di un nuovo leader carismatico, perché il suo principale vantaggio è precisamente ciò che in altri contesti potrebbe apparire una debolezza: non possiede un proprio grande apparato coercitivo, non rappresenta una potente rete regionale e non controlla una fazione economica sufficientemente autonoma da far temere alle altre componenti del sistema una cattura immediata della Presidenza.

Nel 2026 Mishustin continua a godere inoltre di un profilo pubblico relativamente solido: i dati VTsIOM dell’estate gli attribuiscono livelli di fiducia nettamente superiori a quelli registrati da molti altri esponenti dell’establishment, con un saldo particolarmente favorevole rispetto a Dmitry Medvedev, e benché questi dati non costituiscano affatto un sondaggio presidenziale comparabile, mostrano che la costruzione di Mishustin come figura nazionale richiederebbe meno lavoro di quella necessaria per uomini molto potenti ma quasi invisibili al grande pubblico. VTsIOM, luglio 2026.

Una Presidenza Mishustin difficilmente potrebbe però governare come la Presidenza Putin almeno nella fase iniziale, perché la stessa assenza di una rete coercitiva personale che ne faciliterebbe l’accettazione renderebbe necessario un patto particolarmente forte con i servizi, l’Amministrazione Presidenziale e il sistema dei governatori; ne potrebbe derivare una struttura nella quale il Presidente garantisce continuità, competenza economica e prevedibilità, mentre la sicurezza interna rimane affidata a uomini in larga misura ereditati dal precedente equilibrio, Kiriyenko o un suo successore conservano una forte influenza sulla politica interna e il Consiglio di Stato continua a coordinare i territori.

Il risultato sarebbe probabilmente meno monocratico del putinismo maturo, almeno inizialmente, perché Mishustin dovrebbe compensare la mancanza di un proprio capitale securitario attraverso una maggiore collegialità negoziata con gli apparati.

Alexei Dyumin: il tentativo di trasferire fiducia personale, sicurezza e territori

Dyumin costituisce una candidatura profondamente diversa, perché il suo percorso combina alcuni elementi che Putin potrebbe considerare particolarmente utili per costruire una transizione: esperienza nella FSO e nelle strutture di sicurezza, rapporto personale con il Presidente, esperienza militare, governatorato di Tula e, dal 2024, posizione nel Cremlino e Segreteria del Consiglio di Stato, una funzione che nel 2026 continua a collocarlo esattamente nel punto di contatto fra Presidenza e governatori.

È questa combinazione, più ancora delle numerose indiscrezioni su una sua presunta designazione, a renderlo interessante, poiché Dyumin possiede qualcosa che Mishustin non possiede: una biografia che può essere presentata contemporaneamente agli apparati di sicurezza come prova di affidabilità e ai territori come esperienza di amministrazione reale.

Chatham House aveva correttamente avvertito contro l’errore di interpretare automaticamente la sua ascesa come prova di una designazione presidenziale, e le analisi OSW del 2026 mantengono la medesima prudenza, ma proprio la diversità delle competenze accumulate rende Dyumin uno degli uomini più adatti a essere “costruito” qualora Putin decidesse in futuro di trasformare un funzionario di fiducia in candidato sistemico.

Un’eventuale Presidenza Dyumin produrrebbe verosimilmente un rafforzamento del Consiglio di Stato e delle reti dei governatori, accompagnato dalla conservazione di una forte componente tecnocratica al Governo e da un accordo preventivo con FSB e difesa, perché Dyumin potrebbe rassicurare una parte del mondo securitario ma non potrebbe presumere automaticamente di controllarne tutte le componenti; il suo successo dipenderebbe pertanto dalla capacità di trasformare la fiducia personale di Putin in una coalizione sufficientemente ampia da impedire che il nuovo Presidente venga percepito come l’uomo di un singolo apparato.

Sergei Kiriyenko: il candidato del sistema politico più che dello Stato amministrativo

Kiriyenko è forse l’uomo che meglio conosce il funzionamento politico interno del putinismo contemporaneo, perché la sua posizione nell’Amministrazione Presidenziale gli ha consentito di operare al centro della politica domestica, della gestione delle regioni, della costruzione delle campagne elettorali, della selezione e promozione di quadri, della comunicazione e, negli ultimi anni, della definizione di una parte significativa dell’architettura ideologica che accompagna la guerra e la trasformazione del regime.

Carnegie ha attribuito particolare importanza alla capacità di Kiriyenko di costruire relazioni orizzontali con differenti gruppi dell’élite, una qualità che nella fase successoria potrebbe risultare decisiva, perché il nuovo Presidente avrebbe bisogno precisamente di qualcuno capace di trasformare una pluralità di reti che oggi convergono verticalmente su Putin in una coalizione abbastanza ampia da convergere su un altro uomo.

Ma il vantaggio di Kiriyenko contiene anche il suo limite: quanto più egli è percepito come l’architetto della macchina politica, tanto più una sua candidatura potrebbe allarmare coloro che temerebbero di consegnare contemporaneamente al nuovo Presidente la Presidenza stessa e il principale apparato di gestione della politica interna; una Presidenza Kiriyenko richiederebbe quindi probabilmente robuste garanzie al mondo securitario e una distribuzione delle posizioni capace di evitare che l’Amministrazione Presidenziale assorba troppo rapidamente le competenze degli altri blocchi.

Il risultato potrebbe essere una Presidenza altamente politico-amministrativa, caratterizzata da un’Amministrazione Presidenziale ancora più forte, da una maggiore integrazione fra Russia Unita, governatori e centro, e da un governo economico affidato a un tecnocrate capace di rassicurare le burocrazie produttive e finanziarie.

Dmitry Patrushev: il trasferimento del putinismo alla seconda generazione

Dmitry Patrushev costituisce una possibilità qualitativamente diversa perché, nato nel 1977, appartiene alla prima fascia di funzionari che potrebbe offrire non soltanto continuità ma una vera proiezione intergenerazionale del sistema, mentre la sua carriera — settore bancario, Rosselkhozbank, Ministero dell’Agricoltura e successivamente vicepremier — gli ha permesso di costruire una base economico-amministrativa che non dipende esclusivamente dal cognome paterno, benché la relazione con Nikolai Patrushev rimanga evidentemente una componente impossibile da separare dalla sua posizione.

OSW, nel 2026, considera la rete Patrushev una delle più importanti all’interno dell’establishment e osserva come Dmitry stia progressivamente acquisendo un profilo proprio, particolarmente nel settore agroindustriale e nella relazione fra programmi statali, finanza e grandi gruppi produttivi; ciò rende la sua candidatura interessante per un sistema che potrebbe voler trasferire la continuità politica dalla generazione degli uomini nati negli anni Cinquanta e primi Sessanta a quella successiva.

Il problema sarebbe precisamente evitare che tale trasferimento venga interpretato come l’appropriazione della successione da parte di un singolo clan, perché la combinazione fra un Presidente Dmitry Patrushev e una persistente influenza del padre all’interno delle reti securitarie potrebbe risultare rassicurante per una parte dell’establishment e minacciosa per un’altra.

Una Presidenza Patrushev avrebbe quindi bisogno, forse più di ogni altra, di un Governo tecnocratico relativamente autonomo, di robuste garanzie a Kiriyenko e all’Amministrazione Presidenziale e della conservazione di un equilibrio fra le differenti strutture coercitive, così da trasformare la continuità generazionale in successione del sistema anziché in successione di famiglia.

Sergei Sobyanin: la soluzione amministrativa e la possibile Presidenza-ponte

Sobyanin possiede probabilmente il curriculum amministrativo più completo fra i candidati non direttamente identificati con il mondo securitario, avendo attraversato governo regionale, Consiglio della Federazione, Amministrazione Presidenziale, Governo e infine il controllo di Mosca, che gli offre una base finanziaria, manageriale e burocratica incomparabilmente più ampia di quella di qualsiasi altro governatore.

Nel 2026 la sua presenza nella fascia di maggiore visibilità della campagna di Russia Unita per la Duma rafforza ulteriormente un profilo già pienamente nazionale, ma la sua età rende plausibile soprattutto una funzione di transizione: nel 2030 avrebbe settantadue anni e sarebbe quindi meno adatto di Dyumin o Dmitry Patrushev a rappresentare un progetto destinato a durare vent’anni, mentre potrebbe risultare particolarmente utile qualora l’obiettivo fosse stabilizzare il sistema per un mandato, garantire la continuità amministrativa e consentire alla nuova generazione di consolidarsi senza affrontare immediatamente una lotta definitiva per la Presidenza.

Una Presidenza Sobyanin sarebbe probabilmente fortemente manageriale, con un Governo tecnocratico e una notevole valorizzazione dei governatori, ma richiederebbe un accordo separato e particolarmente forte con gli apparati coercitivi, poiché la sua principale base di potere rimane amministrativa e territoriale.

Medvedev e Belousov: due differenti soluzioni di continuità

Dmitry Medvedev possiede un vantaggio che nessun altro candidato può replicare, perché ha già esercitato la Presidenza e ha già partecipato a una configurazione nella quale Putin, da Primo ministro, continuava a rappresentare il principale centro politico del sistema; tuttavia, il precedente 2008-2012 non può essere semplicemente riprodotto nel 2026, perché la Russia è cambiata, la guerra ha modificato il peso degli apparati coercitivi, il sistema è diventato più repressivo e Medvedev stesso ha ricostruito la propria immagine pubblica in modo profondamente diverso rispetto alla figura relativamente moderata che aveva interpretato durante la propria Presidenza.

I dati VTsIOM dell’estate 2026 mostrano inoltre un saldo di fiducia molto meno favorevole rispetto a Mishustin, cosicché Medvedev appare oggi più plausibile come Presidente-ponte, elemento di un eventuale tandem o figura utilizzabile in una soluzione emergenziale che come naturale erede di lungo periodo.

Andrei Belousov presenta la combinazione opposta, perché possiede un profilo pubblico molto meno autonomo ma, dopo il passaggio alla Difesa, rappresenta una delle poche figure capaci di collegare direttamente tecnocrazia economica, mobilitazione industriale e struttura militare; una sua eventuale Presidenza produrrebbe probabilmente un sistema nel quale pianificazione economica, complesso industriale e difesa assumerebbero un peso ancora maggiore, mentre la politica interna dovrebbe essere affidata a un apparato presidenziale molto forte, precisamente perché Belousov non dispone di una propria macchina elettorale o regionale.

Igor Sechin, un insider in stile putiniano

Igor Selchin, al vertice di Rosneft controlla una delle principali piattaforme economiche e internazionali della Federazione, proviene dal nucleo storico pietroburghese del putinismo, ha lavorato nell’Amministrazione Presidenziale, è stato vicepremier e dispone di relazioni che attraversano energia, politica estera, apparati e grandi interessi economici; tuttavia, proprio la concentrazione settoriale di queste risorse costituisce la principale debolezza di una sua eventuale candidatura, perché trasformare Sechin in Presidente significherebbe rendere estremamente visibile la prevalenza di uno specifico centro economico all’interno di un sistema che Putin ha tradizionalmente governato impedendo che qualsiasi singola rete potesse identificarsi con lo Stato nel suo complesso. Rosneft, profilo del Consiglio di amministrazione aggiornato al 2026.

Una persona già così potente, dovrebbe far cambiare il colore della domanda: non se potrebbe assurgere al potere, se Sechin possieda abbastanza potere per contare nella successione, perché ne possiede certamente, bensì se disponga della combinazione di accettabilità regionale, presentabilità pubblica, legittimità amministrativa e rassicurazione degli apparati necessaria per diventare il punto di compromesso fra gruppi differenti; allo stato attuale, la risposta appare molto meno favorevole di quella relativa al suo ruolo di kingmaker.

La formulazione più utile rimane dunque questa: il problema non è stabilire se Sechin possa diventare Presidente, bensì quale candidato possa diventare Presidente con l’assenso di Sechin senza diventare il Presidente di Sechin.

Lo stesso ragionamento, con risorse differenti, può essere applicato a Nikolai Patrushev, Viktor Zolotov, Anton Vaino e Alexander Bortnikov: tutti possono risultare decisivi nel consentire o impedire il consolidamento di un determinato equilibrio, ma proprio il peso delle rispettive reti può renderli più efficaci come garanti o veto players che come candidati capaci di rappresentare una coalizione federale sufficientemente ampia.

Il quadro comparativo può essere rappresentato così:

CandidatoBase principaleArchitettura di governo più plausibilePrincipale vantaggioPrincipale rischio
MishustinGoverno, tecnocraziaPresidenza moderatamente collegiale con apparati e Cremlino fortiContinuità costituzionale e bassa minaccia per le fazioniDebolezza coercitiva propria
DyuminSicurezza, Consiglio di Stato, governatoriPresidente fiduciario con Governo tecnico e forte coordinamento territorialeFiducia personale e profilo trasversalePercezione di securitizzazione del vertice
KiriyenkoAmministrazione Presidenziale, politica internaCremlino molto forte, forte integrazione partito-regioniCapacità di costruzione della coalizionePuò spaventare servizi e gruppi concorrenti
Dmitry PatrushevGoverno, agroindustria, rete PatrushevRicambio generazionale protetto dalla vecchia éliteEtà e continuità intergenerazionalePercezione di successione di clan
SobyaninMosca e amministrazione regionalePresidenza amministrativa e possibile transizioneCapacità manageriale e notorietàEtà e necessità di garanzie securitarie
MedvedevRussia Unita, Consiglio di SicurezzaTandem o Presidenza-ponteFormula già sperimentataDoppia legittimità e debole profilo di rinnovamento
BelousovDifesa e tecnocraziaMobilitazione economico-militare con Cremlino politico fortePonte fra economia e sicurezzaScarsa macchina politica autonoma
Dark horseDa costruirePresidenza di compromesso fondata sul patto fra apparatiRiduce i perdenti assolutiNecessita di tempo per acquisire legittimità

Il candidato non ancora visibile rimane una possibilità reale

Qualsiasi analisi che si limiti ai nomi oggi più frequentemente citati contiene però un errore potenziale, perché un sistema personalizzato nel quale il leader ha interesse a impedire la formazione prematura di una coalizione successoria ha, per definizione, un incentivo a rendere il candidato decisivo visibile il più tardi possibile; il fatto che oggi possiamo identificare Mishustin, Kiriyenko, Dyumin, Patrushev e Sobyanin come le figure più plausibili non significa quindi che il successore debba necessariamente appartenere a questo gruppo, soprattutto se Putin decidesse che ognuno di essi possiede una rete troppo identificabile, un’età inadatta o un numero eccessivo di avversari interni.

Maxim Oreshkin, che nel 2026 ha quarantaquattro anni ed è vicecapo dell’Amministrazione Presidenziale dopo essere stato Ministro dello Sviluppo economico, illustra bene la categoria senza essere necessariamente il dark horse stesso: un funzionario relativamente giovane, con credenziali tecnocratiche, accesso diretto al centro e una base personale inizialmente insufficiente per minacciare le grandi fazioni potrebbe essere rapidamente promosso qualora Putin decidesse che la soluzione più sicura consiste nel costruire un candidato proprio perché, prima della designazione, nessuno lo considerava abbastanza forte da organizzare autonomamente una coalizione.

Il precedente di Putin nel 1999 dovrebbe impedire di sottovalutare questa eventualità, poiché la storia stessa del putinismo nasce dall’ascesa estremamente rapida di un uomo che, pochi mesi prima di diventare Presidente ad interim, non costituiva affatto la candidatura inevitabile alla successione di El’cin.

La vera variabile da monitorare, pertanto, non è soltanto il nome, ma la convergenza improvvisa di funzioni che normalmente appartengono a compartimenti distinti: se un funzionario relativamente giovane cominciasse a ricevere contemporaneamente competenze economiche, territoriali, securitarie e politiche, se aumentasse rapidamente la sua esposizione sui media federali, se venisse collocato nei circuiti di Russia Unita, se iniziasse a incontrare sistematicamente governatori e servizi e, soprattutto, se fosse infine trasferito alla guida del Governo, la somma di questi segnali avrebbe un significato molto maggiore di qualunque indiscrezione sul “delfino” preferito dal Presidente.

La finestra 2026-2030

È possibile, senza trasformare l’analisi in previsione, identificare una sequenza temporale all’interno della quale questi segnali potrebbero acquisire significato crescente.

Il 2026 serve innanzitutto a definire la nuova Duma e a consolidare la relazione fra partito e governatori; il 2027 e il 2028 rappresenterebbero, qualora Putin intendesse preparare un successore in vista del 2030, la finestra più plausibile per iniziare rotazioni di Governo, Cremlino e Consiglio di Stato che consentano di testare candidati senza designarli formalmente; il 2029 costituirebbe la fase nella quale un eventuale candidato dovrebbe necessariamente acquistare una visibilità assai maggiore, soprattutto se il piano prevedesse di trasferirlo alla guida del Governo prima delle dimissioni presidenziali o di presentarlo direttamente alle elezioni del 2030.

Qualsiasi uscita anticipata spezzerebbe questa sequenza e trasformerebbe una transizione teoricamente pluriennale in una negoziazione compressa entro la finestra costituzionale dei tre mesi, aumentando immediatamente il vantaggio di Mishustin e riducendo quello dei candidati che avrebbero bisogno di tempo per costruire una propria identità presidenziale.

La cronologia, naturalmente, non implica che Putin intenda lasciare il potere nel 2030, né che abbia già deciso se concorrere nuovamente; indica semplicemente che, se la successione fosse programmata in corrispondenza della fine dell’attuale mandato, il valore informativo delle nomine dovrebbe aumentare progressivamente man mano che si riduce il tempo disponibile per costruire l’erede senza creare una fase prolungata di doppia aspettativa.

Da questa ricostruzione emerge quindi un principio che probabilmente dovrà costituire uno dei fili conduttori dell’intero saggio: il problema del dopo-Putin non è scegliere l’uomo più potente fra quelli che circondano il Presidente, perché un sistema nel quale nessun attore è stato autorizzato a trasformare la propria base settoriale in sovranità politica completa non potrebbe facilmente accettare che proprio la successione consegni l’intera architettura al capo della fazione più forte; il problema consiste piuttosto nel trovare un uomo abbastanza forte da convincere gli apparati che la catena di comando continuerà a funzionare, abbastanza affidabile da rassicurare Putin e la sua rete, abbastanza presentabile da essere trasformato in Presidente attraverso un’elezione nazionale, abbastanza competente da non compromettere la macchina amministrativa e, contemporaneamente, abbastanza limitato nelle proprie risorse autonome da non far ritenere a Sechin, Patrushev, Kiriyenko, Bortnikov, Zolotov, ai governatori o ai grandi interessi industriali che la sua elezione coincida con la loro futura eliminazione dal sistema.

È questo che rende Mishustin più interessante di quanto suggerirebbe la sola assenza di una base personale; che rende Dyumin più plausibile della sola sua esperienza securitaria; che mantiene Kiriyenko in una posizione ambigua fra candidato e architetto della candidatura; che rende Dmitry Patrushev simultaneamente forte per la propria rete e problematico proprio per la stessa ragione; e che spiega perché Sechin, pur disponendo di risorse enormi, possa risultare politicamente più influente come uomo capace di accettare o bloccare un compromesso che come uomo destinato a incarnarlo.

La successione ordinata, pertanto, non produrrebbe necessariamente il nuovo Putin, perché il sistema potrebbe non essere in grado di tollerare immediatamente un altro Presidente dotato della stessa concentrazione di autonomia che Putin ha accumulato durante venticinque anni; potrebbe produrre inizialmente qualcosa di diverso, vale a dire una Presidenza più contrattuale, nella quale il nuovo capo eserciti la sovranità costituzionale ma debba governare attraverso un accordo più esplicito con apparati, Governo, governatori e grandi gruppi economici, fino a quando non riesca — ammesso che vi riesca — a ricostruire progressivamente attorno a sé quella stessa funzione arbitrale che sotto Putin appare quasi naturale soltanto perché è il risultato di un processo durato un quarto di secolo.

Ed è proprio qui che il problema della finitezza del potere ritorna al centro dell’analisi, perché Putin non deve soltanto decidere chi possa succedergli; deve decidere se il sistema che ha costruito debba sopravvivere attraverso un nuovo arbitro personale oppure attraverso una fase di riequilibrio più collegiale, e deve farlo sapendo che qualunque uomo venga scelto abbastanza presto da rendere sicura la transizione diventerà, proprio per questo, abbastanza visibile da modificare il comportamento delle élite prima che la transizione abbia luogo.

Le fonti analitiche principali utilizzate per questa parte sono tutte aggiornate al 2026: Maria Domańska, OSW, The Kremlin’s Loyal Praetorians, febbraio 2026; OSW, Russia’s Vulnerabilities, marzo 2026; Foreign Policy Research Institute, Russia After Putin, aprile 2026; Alexandra Prokopenko, Carnegie Endowment, Loyal but Powerless: The Downgrading of Russia’s Elite, giugno 2026; VTsIOM, serie sulla fiducia nei politici e sui rating presidenziali, estate 2026; Costituzione della Federazione Russa, testo vigente nel 2026; portali ufficiali della Presidenza e del Governo della Federazione Russa per le cariche e le biografie aggiornate; United Russia, Congresso per le elezioni della IX Duma, giugno 2026; Rosneft, composizione e profilo del vertice societario aggiornati al 2026.

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