Il paradosso russo

Come può un paese sostenere da oltre quattro anni una guerra costosissima, vivere sotto uno dei più vasti regimi sanzionatori mai applicati a una grande economia e, nello stesso tempo, continuare ad apparire sorprendentemente normale?

Chi arriva oggi a Mosca aspettandosi di trovare i segni esteriori di un’economia prossima al collasso rischia di rimanere disorientato. I ristoranti lavorano, i negozi sono pieni, il commercio elettronico funziona, le strade sono congestionate dal traffico e i sistemi di pagamento domestici hanno sostituito senza particolari traumi quelli occidentali. È precisamente questa apparente contraddizione che ha dato origine al mio nuovo saggio, Il paradosso russo. Anatomia di un’economia di guerra che non sembra in guerra.

Il punto, tuttavia, non è stabilire se le sanzioni abbiano funzionato o abbiano fallito. Formulata in questo modo, la domanda è troppo semplice per descrivere ciò che è realmente accaduto. La Russia non è rimasta quella del 2021, ma non si è nemmeno trasformata nella società economicamente paralizzata che molti immaginavano nel 2022. Ha fatto qualcosa di diverso: si è riconfigurata.

Quando centinaia di imprese occidentali hanno lasciato il paese, infatti, non hanno portato con sé gli stabilimenti, i magazzini, le reti di distribuzione, i punti vendita e la forza lavoro che avevano costruito in trent’anni di presenza. In numerosi casi quel capitale è stato ceduto a investitori russi a prezzi fortemente compressi, talvolta simbolici, e successivamente rimesso al lavoro sotto nuovi proprietari e nuovi marchi. La fabbrica non parte insieme all’azionista. Rimane dov’è, e ciò che conta economicamente non è soltanto chi la possiede, ma quanto continua a essere capace di produrre.

Lo stesso è avvenuto nel commercio. Molti prodotti occidentali hanno semplicemente cambiato percorso: arrivano attraverso paesi terzi, importazioni parallele, distributori indipendenti o fornitori asiatici. Nel settore automobilistico, per esempio, l’uscita dei costruttori europei, giapponesi e coreani ha aperto uno spazio enorme ai marchi cinesi e alla riconversione di stabilimenti precedentemente controllati dall’Occidente. Per il consumatore il risultato finale è semplice: l’automobile continua a essere disponibile. Per l’economista, invece, cambia tutto ciò che sta dietro quella disponibilità, perché aumentano intermediari, costi logistici, dipendenza da nuovi fornitori e rischio tecnologico.

Ed è qui che nasce il vero paradosso. Le sanzioni possono essere costose senza produrre scaffali vuoti. Possono ridurre l’efficienza, allungare le catene commerciali, rendere il capitale più caro, aumentare la dipendenza dalla Cina e ridurre l’accesso alle tecnologie più avanzate senza impedire al cittadino di ordinare una cena o acquistare un telefono. Il costo non scompare: cambia forma.

La Russia dispone inoltre di un vantaggio strutturale che la distingue da molte economie precedentemente sottoposte a sanzioni. Possiede energia, materie prime, agricoltura, una grande base industriale e continua a generare surplus commerciali sufficienti a finanziare importazioni. Non è stata isolata dal mondo, ma soprattutto dall’Occidente. Cina, India, Turchia, Asia centrale e Medio Oriente hanno progressivamente sostituito una parte delle funzioni prima svolte dall’Europa.

A questo si aggiunge il mercato del lavoro. Con una disoccupazione attorno al 2 per cento, il problema russo del 2026 non è la mancanza di occupazione, ma la mancanza di lavoratori. Difesa, industria, logistica e costruzioni competono per una forza lavoro sempre più scarsa, spingendo verso l’alto i salari e sostenendo i consumi. È perfettamente possibile, quindi, che una guerra deteriori l’efficienza economica complessiva e contemporaneamente aumenti il reddito di alcune categorie di lavoratori.

Ma proprio questo introduce il costo meno visibile: il costo opportunità. Ogni ingegnere assorbito dall’industria militare non lavora altrove; ogni macchina utensile destinata a una produzione strategica non produce un bene civile; ogni rublo utilizzato per sostenere la mobilitazione non finanzia un altro investimento. Il principio centrale di Guerra di margini è precisamente questo: una risorsa non vale soltanto quanto costa acquistarla, ma quanto vale l’impiego alternativo al quale si rinuncia quando la si utilizza. Il vero effetto della pressione sull’avversario non consiste quindi necessariamente nel distruggergli capitale, ma nel costringerlo a impiegarlo dove rende meno.

Questa prospettiva mi è particolarmente familiare anche per una ragione personale. Fra il 1994 e il 1997 vissi nell’ex Unione Sovietica e seguii la transizione da una posizione professionale molto vicina alle decisioni economiche, affiancando in quella fase un ministro dell’Economia. Ho visto che cosa significa davvero una disintegrazione economica: non semplicemente prezzi elevati o crescita debole, ma salari che non vengono pagati, catene produttive spezzate, credito che scompare, moneta che perde la propria funzione e istituzioni incapaci di coordinare lo scambio. È anche per questo che uso con estrema cautela la parola collasso quando si parla della Russia contemporanea.

La Russia del 2026 non assomiglia a quella degli anni Novanta. Lo Stato non è assente: semmai è così presente da contribuire esso stesso alla scarsità di lavoro, capitale e capacità produttiva. E dietro questa capacità di mobilitazione esiste una storia molto più lunga, che parte dall’economia di guerra sovietica del 1941 e prosegue per mezzo secolo attraverso un sistema strutturalmente militarizzato, capace di subordinare consumo ed efficienza civile alla priorità strategica.

Per questo il problema interessante non è domandarsi quando finiranno i prodotti sugli scaffali. È chiedersi quanto costerà continuare a tenerli pieni.

La Russia ha dimostrato una capacità di adattamento molto superiore a quella che molti avevano previsto. Resta da capire se questa resilienza stia semplicemente assorbendo lo shock oppure se, mantenendo intatta la normalità del presente, stia progressivamente trasferendone il prezzo sul futuro.

È lì, molto più che nelle vetrine di Mosca, che si misura davvero il costo di una guerra.

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