Media, scarsità, Houthi e guerra di margini nella campagna contro l’Iran
Una guerra può produrre risultati militari significativi e, nello stesso momento, diventare politicamente sempre più difficile da sostenere. Non c’è necessariamente una contraddizione tra le due cose e, in determinate condizioni, il problema può nascere proprio dal successo ottenuto. Quando una campagna ha già degradato una parte importante delle capacità dell’avversario, modificato i suoi flussi economici, reso meno redditizie alcune delle sue infrastrutture e costretto attori terzi a riallocare risorse, il valore del bersaglio successivo non è più quello del primo giorno di guerra. Nel frattempo, anche le risorse necessarie per colpirlo hanno cambiato valore. Una munizione consumata dopo mesi di operazioni non è economicamente equivalente alla stessa munizione disponibile all’inizio del conflitto; una nave mantenuta in un teatro non vale soltanto per ciò che fa in quel teatro, ma anche per ciò che non può fare altrove; e, in una democrazia che si avvicina alle elezioni, anche il capitale politico necessario a proseguire acquista un prezzo crescente.
È da questa apparente contraddizione che nasce La scarsità si racconta. Media, social network, Houthi e guerra di margini nella campagna contro l’Iran, (scaricabile cliccando sul link), il nuovo saggio breve nel quale provo ad applicare il modello sviluppato in Guerra di margini alla fase più recente del conflitto. Ho scelto però di non iniziare dai missili, dalle sortite o dalle valutazioni di danno. Il punto di partenza è precedente e, sotto molti aspetti, più importante: il modo in cui una guerra viene resa visibile. Un conflitto moderno, infatti, non entra nel sistema politico nello stesso ordine in cui produce i propri effetti nel sistema militare. Sul terreno un evento genera conseguenze fisiche, logistiche, economiche e strategiche; nell’opinione pubblica, invece, l’evento diventa anzitutto un titolo, un video, una fotografia satellitare, una petroliera deviata, una colonna di fumo, un grafico sul prezzo del Brent o una clip di pochi secondi. Soltanto in seguito, e non necessariamente, viene ricostruita la catena causale che permette di comprendere perché quell’evento sia realmente importante.
La distinzione è decisiva perché la visibilità di un effetto non coincide con il suo valore strategico. Un porto conquistato può essere fotografato, una pipeline danneggiata può essere mostrata, una nave che cambia rotta può essere seguita sui sistemi di tracciamento. Molto più difficile è rappresentare il valore di un corridoio logistico che si riduce senza essere distrutto, il credito futuro che non verrà generato, una riserva che deve essere utilizzata prima del previsto o la libertà di scelta che un attore perde quando una delle sue alternative diventa meno affidabile. È precisamente in questa zona, nella quale gli effetti più importanti non producono necessariamente un cratere, che la semplice cronaca militare comincia a diventare insufficiente.
Per cercare di misurare questa differenza ho costruito nel saggio un piccolo corpus esplorativo e auditabile di ventiquattro articoli pubblicati fra l’8 e il 15 settembre da Reuters, Associated Press, The Guardian, Al Jazeera e Financial Times. Non si tratta di un campione probabilistico dell’intero sistema mediatico e non lo presento come tale; serve piuttosto a osservare quali aspetti dell’escalation entrano più facilmente nel primo livello della notizia. Il risultato è indicativo: il frame militare e della sicurezza compare in tutti i ventiquattro articoli, energia e shipping in ventitré, il secondo fronte e il problema dei chokepoint in ventidue. Nessuno utilizza invece come chiave primaria la compressione di Chuxin, la perdita prospettica di valore della direttrice San Pietroburgo-Hormuz o, più in generale, lo strategic displacement prodotto sui portafogli russo e cinese.
Questo non significa che la copertura sia sbagliata. Al contrario, gran parte di ciò che viene raccontato è corretto e immediatamente rilevante. Il punto è che alcune grandezze possiedono una convertibilità cognitiva molto superiore ad altre. Un prezzo del petrolio sopra una determinata soglia è immediatamente leggibile; la riduzione del valore attuale di un’infrastruttura eurasiatica richiede invece una spiegazione. Il costo del carburante entra nella vita quotidiana attraverso una relazione causale molto breve, mentre il deterioramento di un circuito finanziario sino-iraniano deve essere ricostruito attraverso petrolio, clearing, credito, assicurazioni, rischio politico e capacità di riallocazione. Il pubblico non è necessariamente irrazionale: semplicemente, costi e benefici strategici arrivano all’opinione pubblica con costi di comprensione molto differenti.
È qui che il caso iraniano diventa particolarmente interessante. Se si osserva soltanto il livello militare, la campagna viene giudicata in termini di capacità iraniane distrutte, basi colpite, missili lanciati e munizioni consumate. Ma l’Iran non è soltanto uno Stato che possiede missili, droni, installazioni militari e petrolio. È anche un nodo attraverso il quale Russia e Cina cercano, con strumenti diversi, di diminuire la propria dipendenza dalle infrastrutture economiche, finanziarie e logistiche sulle quali l’Occidente conserva una notevole capacità di condizionamento. Per questa ragione il rendimento di una campagna contro l’Iran non può essere misurato esclusivamente dal danno inflitto all’Iran.
Sul lato cinese, il caso più interessante è Chuxin. Il meccanismo consente di trasformare petrolio iraniano in credito e capacità di acquisto all’interno di un circuito che riduce la necessità di utilizzare il sistema finanziario occidentale nella forma tradizionale. Ma proprio qui emerge il limite strutturale di qualsiasi ingegneria finanziaria: il valore può essere trasformato, spostato e riallocato, ma il sottostante deve comunque esistere. Se il flusso di petrolio iraniano verso la Cina si riduce drasticamente, si restringe anche la quantità di nuovo valore che quel circuito può generare. Non occorre sostenere che Chuxin sia stato “distrutto”, perché i dati disponibili non autorizzano un’affermazione del genere; è sufficiente osservare che l’interdizione colpisce l’input fisico necessario affinché il sistema possa continuare a produrre nuovo credito. In termini molto semplici, il barile può essere trasformato in credito soltanto se il barile arriva.
Questo permette di comprendere una delle idee centrali di Guerra di margini: il danno strategico non richiede necessariamente un danno fisico sul territorio dell’avversario. La Cina può non subire alcun attacco diretto e, contemporaneamente, essere costretta a utilizzare scorte che avrebbe preferito conservare, modificare la composizione delle proprie importazioni, sostituire fornitori o accettare condizioni economiche differenti. In tutti questi casi non osserviamo distruzione, ma osserviamo una riallocazione. Il capitale rimane fisicamente disponibile, mentre diminuisce la libertà con cui può essere utilizzato. È questo il senso dello strategic displacement: non distruggere necessariamente una risorsa, ma ridurre il valore delle alternative che quella risorsa rendeva possibili.
Sul lato russo, il meccanismo è diverso ma concettualmente simile. La direttrice che collega lo spazio russo al Caspio, all’Iran e quindi all’Oceano Indiano non vale soltanto per le merci che trasporta oggi. Come ogni grande infrastruttura, vale soprattutto per i flussi che potrà generare domani. Se il suo terminale meridionale viene inserito in un ambiente caratterizzato da maggiore rischio militare, blocchi, attacchi, costi assicurativi e incertezza politica, l’infrastruttura può rimanere perfettamente intatta e perdere comunque valore. Non è necessario bombardare una ferrovia per ridurre il valore economico di un corridoio; è sufficiente rendere più incerti, più costosi o meno affidabili i flussi futuri che quel corridoio dovrebbe sostenere.
La conseguenza è importante perché obbliga ad abbandonare una concezione troppo semplice della guerra. Non tutto ciò che viene sconfitto viene distrutto, e non tutto ciò che sopravvive fisicamente conserva lo stesso valore economico e strategico. Una risorsa può essere neutralizzata costringendo il proprietario a immobilizzarla, a impiegarla prematuramente, a deviarla, a sostituirla a costi crescenti oppure a conservarla rinunciando ad altri impieghi. In questa prospettiva, la scarsità non è una condizione che compare soltanto quando qualcosa sta per finire. Compare molto prima, quando il costo opportunità dell’impiego comincia ad aumentare.
È precisamente ciò che rende la nuova pressione Houthi sul Mar Rosso così interessante. Bab el-Mandeb non deve essere analizzato come un chokepoint isolato, ma come parte di un sistema di alternative nel quale Hormuz, East-West Pipeline, Yanbu, Bab el-Mandeb, Suez e la circumnavigazione dell’Africa costituiscono un unico portafoglio di sostituzione. Quando Hormuz diventa meno utilizzabile, aumenta il valore delle vie alternative. Di conseguenza aumenta anche il rendimento marginale della pressione esercitata proprio su quelle alternative. Il secondo punto di pressione può quindi avere un valore maggiore del primo non perché sia intrinsecamente più importante, ma perché il primo shock ha già modificato la struttura economica del sistema.
Questa è, a mio avviso, una delle chiavi più utili per leggere la fase attuale. L’errore è chiedersi soltanto quanta capacità fisica rimanga. La domanda più importante riguarda quante alternative credibili rimangano per utilizzare quella capacità. Un barile saudita nel sottosuolo non equivale a un barile esportabile. Un barile esportabile attraverso il Golfo non mantiene necessariamente lo stesso valore se Hormuz viene compromesso. Un barile trasferito verso Yanbu non equivale a un barile liberamente consegnabile in Asia se Bab el-Mandeb diventa rischioso. La capacità nominale deve quindi essere distinta dalla capacità effettivamente disponibile e, ancora di più, dalla capacità strategicamente spendibile.
La stessa distinzione vale per gli arsenali. Possedere un intercettore non significa automaticamente poterlo impiegare; poterlo impiegare non significa che utilizzarlo costituisca ancora la scelta economicamente migliore. Una parte dello stock deve essere confrontata con le riserve, con altri teatri, con i tempi industriali di ricostituzione e con il valore che quella stessa munizione avrebbe in scenari alternativi. Il Patriot presente a settembre non è economicamente lo stesso Patriot che esisteva all’inizio della guerra, se nel frattempo lo stock è diminuito, altri teatri richiedono copertura e la ricostituzione rimane lenta. La scarsità, ancora una volta, compare prima dell’esaurimento.
Questo passaggio consente anche di comprendere la differenza fra una guerra di attrito e una guerra di margini. Nell’attrito l’obiettivo è consumare più rapidamente il capitale dell’avversario. Nella guerra di margini l’obiettivo può essere differente: far crescere il costo opportunità di ogni unità che rimane, moltiplicando gli impieghi concorrenti e riducendo il numero delle alternative credibili. In termini economici, non si cerca soltanto di ridurre lo stock, ma di modificare i prezzi ombra dell’intero portafoglio.
A questo punto entra in scena il secondo grande tema del saggio: l’informazione. La guerra non viene semplicemente combattuta e poi raccontata. Oggi il sistema attraverso il quale viene raccontata contribuisce a determinare quali costi e quali benefici riescano a diventare politicamente rilevanti. I social network non sono soltanto un mezzo più rapido rispetto alla stampa o alla televisione; premiano un tipo di contenuto diverso, più breve, più emotivo, più identitario, più facilmente replicabile e, soprattutto, più compatibile con le logiche algoritmiche delle piattaforme.
I dati disponibili sulla prima fase della guerra mostrano dimensioni notevoli. Gli account diplomatici e ufficiali iraniani hanno moltiplicato attività, visualizzazioni e interazioni, mentre reti coordinate pro-Iran hanno raggiunto volumi di distribuzione dell’ordine del miliardo di visualizzazioni. I video generati con intelligenza artificiale hanno raggiunto decine di milioni di utenti. Sarebbe però sbagliato trasformare automaticamente questi fenomeni in una prova di controllo statale centralizzato della viralità. In diversi casi le evidenze disponibili sono compatibili con un meccanismo più interessante: un attore può produrre il contenuto iniziale e lasciare che siano gli incentivi della piattaforma, gli utenti, la curiosità, l’indignazione, l’ironia e la monetizzazione a completare la diffusione.
La conseguenza è che la competizione informativa non riguarda più soltanto la verità o falsità di una singola narrativa. Riguarda anche il costo cognitivo necessario per comprenderla. Un beneficio strategico può essere reale e contemporaneamente difficile da convertire in consenso perché richiede troppi passaggi inferenziali. Il costo, invece, può essere immediatamente leggibile. La compressione di Chuxin o la perdita di valore atteso di un corridoio logistico richiedono una spiegazione; il prezzo alla pompa no. La prima catena deve essere ricostruita, la seconda arriva già compressa nella quotidianità dell’elettore.
È questo il punto nel quale la guerra entra direttamente nella politica interna. Non perché ogni variazione di un sondaggio possa essere attribuita al conflitto, né perché la strategia debba essere subordinata meccanicamente alle oscillazioni dell’opinione pubblica. Il problema è più serio: in una democrazia, il capitale politico costituisce una delle risorse necessarie per continuare una strategia. Occorre approvare bilanci, finanziare la ricostituzione degli arsenali, mantenere coalizioni, sostenere l’impegno nel tempo e conservare sufficiente consenso per non rendere impossibile la prosecuzione della politica stessa.
Di conseguenza, il costo del prossimo bersaglio non può essere ridotto al prezzo della munizione necessaria a distruggerlo. Deve comprendere il valore delle alternative alle quali si rinuncia, la minore disponibilità di risorse per Ucraina o Pacifico, il tempo necessario alla ricostituzione industriale, l’immobilizzazione delle piattaforme e il capitale politico marginalmente consumato dalla prosecuzione. È in questo senso che il voto può entrare nella funzione strategica senza trasformare la strategia in marketing elettorale.
Ed è qui che il risultato diventa controintuitivo. Se la campagna ha già ottenuto risultati importanti, il beneficio marginale della prosecuzione ad alta intensità può diminuire proprio perché il beneficio cumulato è già elevato. Cambiare modalità non significherebbe necessariamente riconoscere che la campagna ha fallito; potrebbe significare riconoscere che il rapporto fra ciò che il prossimo attacco può ancora produrre e ciò che bisogna sacrificare per realizzarlo è cambiato.
Nel saggio distinguo quindi tre possibilità analitiche: CONTINUE, LOCALISE ed EXIT. Non sono slogan né raccomandazioni politiche, ma modalità strategiche da confrontare. CONTINUE significa mantenere l’attuale livello di coinvolgimento diretto e assorbirne i costi crescenti; LOCALISE significa trasferire una parte maggiore dell’output militare e difensivo ai partner regionali, conservando per gli Stati Uniti le capacità ad alto valore aggiunto; EXIT significa abbandonare la tecnologia della campagna cinetica continuativa, senza che ciò implichi necessariamente l’abbandono dell’intera competizione strategica. Il punto non è stabilire quale opzione “sembri” più risoluta, ma capire quale conservi il rapporto migliore fra beneficio aggiuntivo e capitale consumato.
La questione fondamentale rimane quindi quella dalla quale nasce Guerra di margini: non quanto capitale possediamo, ma quanto capitale possiamo ancora permetterci di spendere e contro quale rendimento marginale. Una guerra non termina economicamente nel momento in cui finisce l’ultima munizione. Molto prima di quel punto, le risorse che restano cominciano ad acquistare un valore crescente perché devono sostenere un numero crescente di impieghi alternativi.
È in quel momento che la strategia deve cambiare unità di misura. Non basta più chiedere se il prossimo bersaglio possa essere distrutto. Occorre chiedere se distruggerlo rappresenti ancora l’impiego migliore del capitale nazionale.
La scarsità si racconta nasce precisamente da questa domanda. Dalla distanza fra la guerra che possiamo fotografare e quella che dobbiamo ricostruire, fra il danno che lascia un cratere e quello che modifica silenziosamente il valore di un’opzione, fra la capacità nominale e quella realmente spendibile, fra il risultato strategico e la sua capacità di trasformarsi in consenso politico. Perché la scarsità, in guerra, raramente comincia quando qualcosa è finito. Comincia quando ciò che resta vale più di ciò che possiamo ancora ottenere consumandolo.
