
La diga Motuo: il “progetto del secolo” della Cina tra stimolo economico, controllo territoriale e nuova geopolitica del Brahmaputra
Quando, il 19 luglio 2025, il premier Li Qiang annunciò a Nyingchi l’avvio della costruzione del grande progetto idroelettrico sul basso corso dello Yarlung Zangbo, la diga di Motuo cessò definitivamente di appartenere alla lunga categoria delle grandi opere cinesi progettate, discusse o semplicemente prospettate e divenne un programma materiale dello Stato, con una propria struttura societaria, un investimento complessivo ufficialmente stimato in circa 1.200 miliardi di yuan, cinque centrali idroelettriche in cascata e una collocazione geografica che, più ancora delle dimensioni economiche, ne determina la rilevanza strategica, perché il fiume che Pechino intende sfruttare nel suo tratto tibetano entra poche centinaia di chilometri più a valle nel territorio indiano, dove assume il nome di Siang e poi Brahmaputra, prima di proseguire verso il Bangladesh come Jamuna, trasformando un’infrastruttura energetica cinese in una variabile permanente della sicurezza idrica dell’Asia meridionale (Xinhua, 19 luglio 2025; Reuters, 21 luglio 2025).
La definizione corrente di “diga di Motuo”, in questo senso, è già fuorviante, perché non siamo di fronte alla semplice costruzione di una nuova Tre Gole, ma a un sistema di cinque stazioni idroelettriche in cascata, collocate nel tratto inferiore dello Yarlung Zangbo e pensate per sfruttare una delle anomalie geografiche più straordinarie del pianeta, dove il fiume, aggirando il massiccio del Namcha Barwa nel cosiddetto Great Bend, perde circa 2.000 metri di quota in appena 50 chilometri; secondo le informazioni ufficiali diffuse al momento dell’avvio dei lavori, il sistema dovrebbe produrre circa 300 miliardi di kWh all’anno, cioè 300 TWh, un volume pari grossomodo al consumo elettrico annuale di un’economia delle dimensioni del Regno Unito e circa tre volte la produzione annuale della diga delle Tre Gole, mentre le valutazioni tecniche disponibili collocano la futura capacità installata nell’ordine di 60-70 GW, contro i 22,5 GW delle Tre Gole, sebbene sia importante precisare che Pechino non ha ancora pubblicato una documentazione tecnica completa dalla quale ricavare con certezza la configurazione finale delle singole centrali, il volume degli invasi, il tracciato definitivo delle gallerie di derivazione, la capacità di ciascuno stadio e il calendario completo della loro entrata in servizio (Xinhua, 2025; Reuters, 2025; CKGSB, 2026).
Questa distinzione non è secondaria, perché intorno al progetto hanno iniziato a circolare, già prima dell’apertura dei cantieri, configurazioni tecniche molto dettagliate, comprendenti lunghi tunnel attraverso il massiccio himalayano, sistemi prevalentemente sotterranei e capacità installate fino a 70 GW, ma una parte di tali informazioni deriva da studi preliminari, ricostruzioni tecniche o analisi di mercato e non dalla pubblicazione, da parte del governo cinese, del progetto esecutivo definitivo; ciò che può essere considerato acquisito, allo stato delle informazioni disponibili nell’agosto 2026, è quindi la struttura a cinque centrali, l’investimento complessivo stimato, l’obiettivo di circa 300 TWh annui, lo sfruttamento del dislivello eccezionale del Great Bend e la destinazione di una parte rilevante dell’elettricità verso altre regioni cinesi, mentre una data come il 2033, frequentemente indicata per l’avvio della produzione commerciale, deve ancora essere trattata come un orizzonte prospettico e non come una scadenza ufficialmente garantita.
Il primo elemento realmente nuovo rispetto alla fase progettuale è però istituzionale, perché insieme alla trasformazione fisica del fiume Pechino ha costruito una struttura amministrativa capace di sottrarre il progetto alla frammentazione burocratica normalmente associata a opere che coinvolgono energia, ambiente, trasporti, autorità territoriali, pianificazione economica e sicurezza nazionale. Nel luglio 2025 è stata infatti inaugurata la China Yajiang Group Co., Ltd., una nuova impresa di Stato direttamente amministrata dal governo centrale, costituita specificamente per garantire la costruzione e la successiva gestione dell’opera; alla cerimonia di costituzione partecipò il vicepremier Zhang Guoqing, membro del Politburo, mentre nell’aprile 2026 lo stesso Zhang si recò personalmente sia presso il cantiere sia presso la sede del gruppo, chiedendo che il progetto diventasse un grande landmark della “nuova era” e insistendo contemporaneamente sul rispetto degli standard di qualità, sicurezza e protezione ecologica (Xinhua, 2025; State Council of the People’s Republic of China, 12 aprile 2026).
È un passaggio che merita maggiore attenzione di quanta ne riceva normalmente, perché la creazione di un’impresa centrale dedicata significa che Motuo non viene trattata come una semplice centrale elettrica affidata a un operatore regionale, bensì come un programma nazionale dotato di una catena di comando propria, direttamente inserita nella struttura delle central state-owned enterprises, secondo una logica che ricorda, per scala e significato politico, l’architettura costruita a suo tempo intorno alle Tre Gole; la China Yajiang Group diventa così il nodo attraverso il quale possono essere coordinati appaltatori, produttori di macchinari, imprese di costruzione, operatori logistici, strutture regionali dello Xizang e, verosimilmente, il sistema finanziario pubblico, anche se proprio su quest’ultimo punto la documentazione disponibile impone prudenza, perché non esiste ancora un breakdown ufficiale e completo delle fonti attraverso le quali i 1.200 miliardi di yuan saranno effettivamente raccolti e spesi.
Figura 1 – Architettura istituzionale e strategica del progetto Motuo

È infatti essenziale non confondere l’investimento complessivo annunciato con uno stanziamento già effettuato. I circa 1.200 miliardi di yuan, equivalenti a circa 168-170 miliardi di dollari ai cambi prevalenti al momento dell’annuncio, rappresentano la stima ufficiale del costo totale del programma e non la prova che tale somma sia già stata iscritta a bilancio, trasferita alla China Yajiang Group o impegnata contrattualmente; non è stato pubblicato, almeno nelle fonti ufficiali disponibili, un piano finanziario che distingua capitale conferito dallo Stato, credito delle policy banks, prestiti commerciali delle banche pubbliche, emissioni obbligazionarie, trasferimenti fiscali e cash flow generato dalle future attività del gruppo, così come non è disponibile un dato consolidato sulla spesa effettivamente sostenuta tra luglio 2025 e agosto 2026.
La differenza è sostanziale anche dal punto di vista analitico, perché un progetto da 1.200 miliardi non equivale a un impulso fiscale di 1.200 miliardi in un singolo esercizio e, se la costruzione dovesse svilupparsi lungo un arco prossimo al decennio, la spesa annuale media teorica sarebbe dell’ordine di 120 miliardi di yuan, ma questa semplice divisione aritmetica non dice nulla sul reale profilo temporale degli investimenti, inevitabilmente concentrato in modo differente tra opere preliminari, accessi, scavi, tunnelling, costruzione civile, elettromeccanica e infrastrutture di trasmissione; proprio per questa ragione, quando alcune analisi di mercato hanno stimato che Motuo potrebbe contribuire per circa un decimo di punto percentuale alla crescita del PIL cinese nelle fasi iniziali della costruzione, quel valore deve essere interpretato come una stima macroeconomica dell’effetto diretto e indiretto dell’investimento e non come una misura osservata della sua incidenza sul prodotto (Reuters Breakingviews, luglio 2025).
La scala rimane nondimeno enorme. Se assunto nella sua interezza, il costo stimato di 1.200 miliardi di yuan rende Motuo uno dei maggiori programmi infrastrutturali unitari mai intrapresi, superiore per valore nominale a molte delle grandi opere che hanno segnato la trasformazione fisica della Cina negli ultimi quarant’anni e sufficiente, soprattutto, a produrre una domanda pluriennale per cemento, acciaio, macchine da scavo, turbine, trasformatori, infrastrutture stradali, logistica pesante, esplosivi civili, cavi, sistemi di controllo, trasmissione ad altissima tensione e servizi ingegneristici; non si tratta quindi soltanto di produrre elettricità, ma di convertire capacità industriale esistente in capitale fisico permanente, cosa particolarmente rilevante in una fase nella quale il precedente meccanismo di assorbimento rappresentato dall’immobiliare ha perso gran parte della propria efficacia.
È in questa prospettiva che Motuo diventa coerente con quanto abbiamo sostenuto prima in Geopolitica dell’Asia e successivamente nei due tomi di La Cina: come si muove un colosso dai piedi d’argilla, perché la vulnerabilità della Cina non rappresenta necessariamente il contrario della sua capacità di proiettare potenza ma, in molte circostanze, ne costituisce precisamente il motore: la debolezza della domanda interna, la crisi immobiliare, l’indebitamento degli enti locali, la necessità di mantenere elevata l’utilizzazione della capacità industriale, la dipendenza dalle importazioni energetiche e l’esposizione delle rotte marittime non producono automaticamente immobilismo, ma incentivano il sistema a trasformare capitale finanziario, potere amministrativo e sovracapacità produttiva in infrastrutture capaci di ridurre alcune di quelle vulnerabilità, anche al prezzo di crearne di nuove (Palombi, 2025; Palombi, 2026a; Palombi, 2026b).
Motuo, in altri termini, non è un’eccezione al modello cinese: ne è una delle manifestazioni più pure. Il problema non consiste soltanto nel trovare nuova energia, ma nel produrla in territorio nazionale; non soltanto nell’assorbire capitale e capacità produttiva, ma nel trasformarli in un asset controllato dallo Stato; non soltanto nel generare occupazione e ordini industriali, ma nel farlo attraverso una infrastruttura che contribuisce simultaneamente alla sicurezza energetica, alla presenza materiale dello Stato nelle regioni periferiche, alla trasformazione della rete elettrica nazionale e alla proiezione strategica verso l’Asia meridionale.
Il Tibet è infatti il secondo elemento senza il quale l’opera perde gran parte del proprio significato. La localizzazione nel territorio che Pechino definisce Regione Autonoma dello Xizang non deriva soltanto dalla disponibilità idroelettrica, perché la regione rappresenta contemporaneamente una periferia etnicamente sensibile, un enorme serbatoio di risorse idriche, una frontiera con India, Nepal e Bhutan e una piattaforma geografica attraverso la quale la Cina può integrare più strettamente nella propria economia un territorio rimasto a lungo costoso da amministrare e difficile da connettere; ferrovia Sichuan-Xizang, reti stradali, nuovi impianti energetici, trasmissione elettrica e urbanizzazione devono quindi essere letti come componenti di una stessa trasformazione spaziale nella quale infrastruttura ed esercizio della sovranità tendono progressivamente a sovrapporsi.
Quello che abbiamo definito statalismo infrastrutturale si manifesta qui con particolare chiarezza, perché la presenza dello Stato non dipende più esclusivamente da amministrazione, sicurezza, scuole, apparato politico o controllo culturale, ma viene incorporata nel territorio attraverso gallerie, strade, dighe, centrali, ferrovie e linee elettriche, rendendo sempre più difficile distinguere l’integrazione economica dalla trasformazione politica dello spazio; in questa prospettiva l’infrastruttura non segue la sovranità, ma concorre a produrla, perché modifica i flussi di persone, capitale ed energia, integra le economie locali nei circuiti nazionali e rende lo spazio periferico dipendente da reti tecniche gestite dal centro.
Occorre tuttavia evitare di trasformare questa interpretazione in una affermazione non documentata circa gli effetti sociali specifici di Motuo. Nell’agosto 2026 non risultano pubblicati numeri ufficiali completi sulle persone che saranno trasferite a causa dell’opera, né è disponibile al pubblico una valutazione ambientale abbastanza dettagliata da consentire una ricostruzione indipendente dell’area complessivamente interessata dagli invasi e dalle infrastrutture accessorie; Li Qiang, all’avvio dei lavori, ha espressamente richiamato la necessità di gestire correttamente trasferimento e reinsediamento delle popolazioni coinvolte, segnale sufficiente per dimostrare che il problema esiste, ma insufficiente per quantificarlo.
Esistono, al tempo stesso, precedenti che impediscono di considerarlo una preoccupazione puramente teorica, perché Human Rights Watch ha documentato nel febbraio 2024 le proteste di almeno alcune centinaia di abitanti dell’area di Derge contro la diga di Kamtok, sul tratto superiore dello Yangtze, e ha riferito che dal 2017 oltre 11.000 persone erano state trasferite da sette township nelle contee di Gonjo e Markham in programmi ufficialmente classificati anche come interventi di alleviamento della povertà; questi dati non possono essere automaticamente attribuiti a Motuo, né consentono di stimarne i futuri trasferimenti, ma mostrano che la relazione tra idroelettrico, reinsediamento e capacità delle comunità tibetane di opporsi ai progetti decisi dal centro possiede precedenti documentati e non può essere espulsa dall’analisi (Human Rights Watch, 2024).
La vulnerabilità più concreta emersa nel 2026 riguarda però la geologia. Il Great Bend si trova in una delle regioni tettonicamente più complesse del pianeta e la difficoltà non è limitata alla possibilità astratta di un grande terremoto himalayano, perché uno studio realizzato da ricercatori cinesi della Chengdu University of Technology, del China Geological Survey e di altre istituzioni ha identificato nella zona interessata dal progetto la faglia di Paizhen, una struttura attiva almeno nel Pleistocene e con evidenze di attività più recente, mentre il terremoto di magnitudo 6,9 che colpì l’area di Milin nel 2017 costituisce un ulteriore indicatore della dinamicità tettonica della regione; secondo le analisi rese note nel 2026, la faglia ha prodotto fratturazione delle rocce e degradazione delle loro caratteristiche meccaniche, con conseguenze potenzialmente rilevanti per la stabilità dei versanti, le opere sotterranee e le infrastrutture che dovranno attraversare o affiancare la zona (Chik, 2026).
Il punto, ancora una volta, non è sostenere che l’opera sia tecnicamente impossibile o destinata a fallire, conclusione che lo studio non autorizza, bensì comprendere la natura sistemica del rischio: in una infrastruttura distribuita su più centrali e dipendente da tunnel, strade di accesso, pendii estremamente ripidi, linee di trasmissione e opere idrauliche, la sicurezza non coincide con la sola resistenza della diga principale, perché una frana, il collasso di un versante, la deformazione di una galleria o l’interruzione di una connessione logistica possono compromettere parti essenziali del sistema anche senza produrre il cedimento catastrofico di uno sbarramento; non sorprende quindi che Zhang Guoqing, durante l’ispezione dell’aprile 2026, abbia subordinato esplicitamente l’avanzamento dei lavori alla qualità, alla sicurezza e alla protezione ecologica, imponendo controlli lungo l’intera catena che va dalla progettazione all’organizzazione del cantiere e alla fornitura dei materiali (State Council of the People’s Republic of China, 2026).
Figura 2 – Cronologia del progetto e delle principali risposte regionali

Se la geologia rappresenta il limite fisico interno del progetto, il Brahmaputra ne costituisce invece il limite geopolitico esterno, perché l’acqua che Pechino controlla nel Tibet non rimane in territorio cinese e il significato strategico di Motuo dipende precisamente dal fatto che il corso d’acqua prosegue verso due Stati la cui sicurezza economica, agricola e ambientale è legata alla sua portata. Il 23 luglio 2025, pochi giorni dopo l’avvio dei lavori, il portavoce del Ministero degli Esteri Guo Jiakun dichiarò ufficialmente che il progetto non avrebbe prodotto effetti negativi sulle regioni a valle, aggiungendo che la Cina era già impegnata nella condivisione di dati idrologici, nella prevenzione delle inondazioni e nella cooperazione per la riduzione dei disastri; la formulazione è politicamente significativa perché mostra che Pechino stessa considera la dimensione transfrontaliera abbastanza rilevante da inserirla immediatamente nella propria comunicazione diplomatica, ma non equivale, evidentemente, a una valutazione indipendente degli effetti futuri dell’opera (Ministry of Foreign Affairs of the People’s Republic of China, 23 luglio 2025).
La questione della cosiddetta weaponisation of water richiede pertanto una formulazione più precisa di quella normalmente adottata nel dibattito politico. La Cina non dispone di un rubinetto capace di eliminare l’intero Brahmaputra, perché una parte molto significativa della portata totale del sistema viene generata dalle precipitazioni monsoniche e dagli affluenti situati in territorio indiano e bangladese, circostanza che rende impropria la rappresentazione di India e Bangladesh come completamente dipendenti dall’acqua proveniente dal Tibet; ciò non toglie, tuttavia, che la posizione a monte permetta a Pechino di ottenere una combinazione di capacità fisica e superiorità informativa che, soprattutto durante la stagione secca o in condizioni di crisi, può assumere un valore strategico molto superiore alla quota cinese del flusso medio annuale.
La leva non consiste necessariamente nella possibilità di prosciugare il fiume, ma nella capacità di modificarne marginalmente la stagionalità, trattenere o rilasciare acqua, gestire sedimenti e soprattutto conoscere con anticipo quantità, velocità e caratteristiche delle portate che raggiungeranno gli Stati a valle; è proprio in questa asimmetria tra upstream e downstream che l’acqua diventa una risorsa strategica, perché una capacità non deve essere utilizzata affinché produca effetti politici, essendo sufficiente che l’altro attore non possa escluderne l’utilizzazione in una situazione di crisi.
Questo è il punto nel quale la logica della deterrenza diventa più utile della retorica della “guerra dell’acqua”. Alcune valutazioni indiane circolate nel 2025 hanno ipotizzato, negli scenari più estremi, la possibilità che un sistema cinese a monte sia in grado di modificare decine di miliardi di metri cubi di flusso e di ridurre molto sensibilmente la quantità d’acqua disponibile durante la stagione secca; stime fino a circa 40 miliardi di metri cubi e riduzioni dell’ordine dell’80-85 per cento sono state riportate nel dibattito strategico indiano, ma non rappresentano caratteristiche tecniche dimostrate della configurazione finale di Motuo e non devono quindi essere trasformate in dati di progetto, perché descrivono precisamente ciò che l’India teme possa essere possibile e non ciò che è stato dimostrato che la Cina sarà in grado di fare.
È però proprio il fatto che Nuova Delhi elabori simili scenari a dimostrare l’effetto strategico dell’opera prima ancora che questa produca un solo kilowattora. Nell’agosto 2025 il ministro degli Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar sollevò direttamente con Wang Yi le preoccupazioni dell’India circa il progetto sullo Yarlung Zangbo, mentre Pechino accettò di condividere informazioni idrologiche d’emergenza su base umanitaria; contemporaneamente venne rilanciato il meccanismo di dialogo sui corsi d’acqua transfrontalieri, segnalando come l’informazione idrologica, normalmente considerata un bene tecnico e amministrativo, fosse ormai diventata una componente della relazione strategica sino-indiana (Reuters, 19 agosto 2025).
L’India non si è però limitata alla diplomazia. Nell’ottobre 2025 la Central Electricity Authority ha presentato un piano di trasmissione da circa 6.400 miliardi di rupie, approssimativamente 77 miliardi di dollari, concepito per permettere entro il 2047 il trasferimento di oltre 76 GW di futura capacità idroelettrica dal bacino indiano del Brahmaputra, un programma la cui scala mostra che la risposta a Motuo non consiste soltanto nel chiedere trasparenza a Pechino ma anche nel costruire capacità fisica sul proprio lato del sistema; il progetto comprende sviluppo idroelettrico convenzionale e impianti di pompaggio, con una concentrazione particolarmente rilevante nell’Arunachal Pradesh, territorio che Pechino continua a rivendicare e che assume quindi simultaneamente valore idrologico, energetico e territoriale (Central Electricity Authority of India, 2025; Reuters, 13 ottobre 2025).
Dentro questa logica si colloca anche il Siang Upper Multipurpose Project, concepito dall’India come grande sistema multifunzionale sul Siang e discusso con una capacità dell’ordine degli 11 GW, il cui significato supera la sola produzione elettrica perché una maggiore capacità di accumulo sul territorio indiano offrirebbe a Nuova Delhi un cuscinetto contro variazioni improvvise dei flussi provenienti da monte; il progetto rimane tuttavia in una fase molto meno avanzata di Motuo, con valutazioni di costo variabili, studi di pre-fattibilità e resistenze locali significative da parte delle comunità Adi, circostanza che rende improprio presentarlo come una diga già approvata e finanziata nella sua configurazione definitiva.
Si sta quindi formando, nel bacino del Brahmaputra, una dinamica assimilabile al classico security dilemma, con la particolarità che l’oggetto della competizione non è un sistema d’arma ma una infrastruttura duale: Pechino può descrivere Motuo come un programma di produzione elettrica, sviluppo economico, riduzione delle emissioni e prevenzione delle inondazioni e, contemporaneamente, l’India può considerare quella stessa opera una capacità potenzialmente coercitiva; Nuova Delhi può a sua volta descrivere Upper Siang e il proprio programma idroelettrico come strumenti di sviluppo e protezione dai rischi a monte, mentre Pechino può interpretarli all’interno di una più ampia militarizzazione infrastrutturale della frontiera.
Il Bangladesh si trova in una posizione ancora differente, perché non possiede né la capacità cinese di controllo a monte né la massa territoriale indiana attraverso la quale una parte significativa della portata viene rigenerata, e la sua esposizione al comportamento degli altri due Stati rende la qualità della cooperazione idrica particolarmente importante; nel giugno 2026 il ministro cinese delle Risorse idriche Li Guoying ha assicurato al primo ministro bangladese Tarique Rahman la disponibilità di Pechino ad approfondire la cooperazione nella pianificazione delle risorse, nella gestione dei fiumi e nel controllo delle inondazioni, rafforzando una diplomazia dell’acqua nella quale la Cina cerca evidentemente di separare l’immagine della propria infrastruttura da quella di una minaccia alle regioni a valle (Reuters, 25 giugno 2026).
Il problema è che, in assenza di un regime multilaterale vincolante che disciplini in maniera robusta la gestione dell’intero sistema Yarlung Zangbo-Brahmaputra-Jamuna, la stabilità continua a dipendere in larga misura da comunicazioni bilaterali, condivisione di informazioni e fiducia politica, mentre proprio la costruzione di infrastrutture sempre più grandi aumenta il valore di ciò che non viene comunicato. La disponibilità dei dati idrologici, la conoscenza dei livelli degli invasi, i programmi di rilascio, le procedure durante le piene e l’esistenza di eventuali capacità di deviazione assumono quindi una importanza strategica crescente e trasformano il deficit di trasparenza in una forma di potere, indipendentemente dall’intenzione effettiva di utilizzarlo.
È qui che il titolo L’Oro del Tibet acquista il proprio significato più ampio, perché l’oro non è soltanto l’enorme quantità di elettricità che può essere estratta dal dislivello del Great Bend, ma la capacità di trasformare una caratteristica geografica in una sequenza di vantaggi sistemici: acqua in energia, energia in domanda industriale, domanda industriale in sostegno alla crescita, infrastruttura in integrazione territoriale, integrazione territoriale in sicurezza nazionale e posizione a monte in capacità negoziale nei confronti degli Stati a valle.
La stessa sequenza, tuttavia, mostra anche la fragilità del modello. Una infrastruttura da circa 1.200 miliardi di yuan costruita in una delle regioni geologicamente più instabili e logisticamente più difficili del continente deve essere protetta, mantenuta e resa operativa per decenni; la produzione prevista di 300 TWh richiede non soltanto centrali ma reti di trasmissione in grado di spostare enormi quantità di energia verso i centri di consumo; l’integrazione del Tibet aumenta il controllo dello Stato sul territorio ma contemporaneamente rende quel territorio ancora più importante per il sistema nazionale; la capacità di modificare la sicurezza idrica dei vicini rafforza la posizione cinese ma induce i vicini a investire decine di miliardi nelle proprie contromisure infrastrutturali; infine, l’utilizzo della grande opera come strumento anticiclico sostiene attività e domanda ma continua a spostare capitale verso un modello di sviluppo nel quale la risposta alle debolezze della domanda privata resta, ancora una volta, la costruzione pubblica di capacità.
Questo paradosso non contraddice ciò che abbiamo definito “un colosso dai piedi d’argilla,” ma lo conferma. L’errore sarebbe pensare che la vulnerabilità cinese debba produrre necessariamente debolezza, perché il sistema possiede ancora una straordinaria capacità di mobilitare capitale, organizzazioni, industria e territorio per rispondere ai propri limiti; la questione più importante è invece che ogni soluzione produce nuove rigidità, e che la potenza costruita per ridurre una vulnerabilità può diventare essa stessa una nuova concentrazione di rischio.
Motuo esprime quindi la Cina contemporanea meglio di molte statistiche aggregate: è gigantesca perché lo Stato dispone ancora di una capacità di mobilitazione che pochi altri sistemi possiedono, è centralizzata perché Pechino non intende affidare a dinamiche spontanee la gestione di un’infrastruttura strategica, è economicamente funzionale perché assorbe capacità industriale in una fase di debolezza della domanda privata, è territorialmente politica perché modifica il rapporto tra centro e periferia tibetana, è geopolitica perché interessa un fiume internazionale e produce già una risposta infrastrutturale indiana, ed è vulnerabile perché concentra capitale, ingegneria e sicurezza nazionale in uno dei territori geologicamente più difficili del pianeta.
Il “progetto del secolo”, dunque, potrebbe davvero esserlo, ma non soltanto nel significato celebrativo attribuitogli dalla comunicazione cinese; potrebbe esserlo perché trasforma simultaneamente la geografia fisica dell’Asia, la struttura produttiva cinese, il rapporto tra Pechino e il Tibet e l’equilibrio idropolitico del Brahmaputra, mostrando in una singola opera la peculiarità fondamentale della potenza cinese: la capacità di convertire le proprie vulnerabilità in infrastruttura, e attraverso l’infrastruttura in potere, senza che questo processo elimini le vulnerabilità originarie ma, più spesso, ricomponendole a un livello superiore di scala e complessità.
In questo senso il colosso e i suoi piedi d’argilla non sono due immagini opposte della Cina.
Sono la stessa immagine.
Bibliografia
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