L’Ucraina oggi e le analisi del 2022

the Economist agosto 2026 vs analisi marzo 2022

Se la dinamica individuata nel marzo 2022 ha finora continuato a svilupparsi, la questione interessante non è più ciò che è già accaduto, ma ciò che ancora manca perché il processo giunga alle sue conseguenze di medio-lungo periodo

Il 18 agosto 2026 The Economist ha pubblicato Russian attacks are doing severe harm to Ukraine’s economy, accompagnandolo da un sottotitolo assai più interessante del titolo: “Out of interceptors, Ukraine is no longer winning the aerial war”. Il settimanale britannico osserva come la progressiva scarsità di intercettori stia consentendo alla Russia di colpire con maggiore efficacia non soltanto obiettivi strettamente militari, ma quella rete di infrastrutture civili, energetiche, industriali e logistiche sulla quale si appoggia la capacità dell’Ucraina di continuare la guerra; richiama il ritorno delle difficoltà nella distribuzione interna e, soprattutto, la nuova pressione esercitata sul traffico commerciale del Mar Nero, parlando esplicitamente di “hunting civilian cargo ships”. È un cambiamento importante, perché la capacità di distruggere una nave, un porto, un trasformatore o un deposito non si misura con il valore dell’oggetto distrutto, ma con quello dei flussi che quell’oggetto consentiva: merci che non vengono consegnate, produzione che si interrompe, assicurazioni che aumentano, navi che non partono, esportazioni che non generano valuta, imprese che non incassano e uno Stato che deve sostituire con finanziamento esterno una quota crescente della propria capacità economica interna.

C’è qualcosa di singolare nel leggere oggi questa analisi. Il 17 marzo 2022, ventuno giorni dopo l’inizio dell’intervento russo, tenni presso la Confraternita di Sant’Ambrogio, della quale sono membro del Consiglio dei Milites e Gran Croce con Placca, una conferenza dal titolo Il divenire della crisi ucraina: prospettive di un mondo diverso. Non cercavo di prevedere dove sarebbero arrivate le colonne russe, quanto sarebbe durata la resistenza di Kyiv o quanti carri armati avrebbe perso l’una o l’altra parte, perché ritenevo che osservare esclusivamente il conflitto militare non permettesse di comprenderne la direzione. La domanda era piuttosto quali dinamiche finanziarie, commerciali ed economiche la guerra avrebbe progressivamente alterato e quale sistema sarebbe emerso dalla loro alterazione. L’Ucraina, in questa lettura, era importante non soltanto come territorio conteso, ma per il suo ruolo nelle catene mondiali di approvvigionamento: agricoltura, acciaio, minerali, energia, porti, collegamenti terrestri e soprattutto Mar Nero.

Per questo insistevo allora su una distinzione estremamente semplice, che oggi costituisce quasi il nucleo dell’articolo dell’Economist: produrre non significa esportare. Un paese può raccogliere cinquanta o sessanta milioni di tonnellate di cereali, ma se non dispone del sistema necessario a portarli sul mercato internazionale, quel prodotto perde progressivamente la propria funzione economica. Il grano deve essere raccolto, stoccato, trasportato verso il porto, caricato, assicurato, spedito, consegnato e infine pagato; se una sola di queste funzioni viene interrotta con sufficiente continuità, il danno risale all’indietro lungo tutta la catena, perché l’agricoltore che non vende non investe, il silo che non viene svuotato non accoglie il raccolto successivo, la banca che vede peggiorare la posizione dell’impresa agricola restringe il credito e, dopo un certo tempo, quella che era iniziata come una crisi logistica diventa una crisi produttiva.

Lo stesso valeva per l’industria pesante. Nel marzo 2022 osservavo come l’est e il sud dell’Ucraina rappresentassero non soltanto uno spazio militare, ma una parte decisiva del cuore produttivo del paese e del suo collegamento con il commercio mondiale, arrivando ad una conclusione che allora sembrava forse eccessivamente economica per una guerra iniziata da appena tre settimane: le guerre sono combattute sulle catene di approvvigionamento. The Economist descrive oggi precisamente questa fase. Non è necessario occupare Odessa per ridurre drasticamente il valore economico di Odessa, così come non è necessario instaurare un blocco navale ottocentesco perché un porto smetta progressivamente di funzionare: è sufficiente elevare il rischio oltre la soglia accettata da armatori, assicuratori, finanziatori e proprietari del carico. La nave potrebbe teoricamente entrare, il porto potrebbe teoricamente caricarla e la rotta potrebbe essere formalmente aperta, ma tutto questo diventa poco rilevante qualora il costo economico del rischio renda preferibile non farlo.

Fin qui, dunque, non c’è molto da aggiungere. La centralità delle supply chains si è verificata, la vulnerabilità del Mar Nero si è verificata, la distruzione materiale dell’Ucraina si è verificata, l’importanza della struttura produttiva orientale si è verificata e persino il problema più generale della sostituzione della capacità economica interna con trasferimenti finanziari occidentali è diventato strutturale. Se ci fermassimo qui, però, il confronto fra agosto 2026 e marzo 2022 avrebbe soltanto un interesse storico, mentre credo che il punto più utile sia esattamente l’opposto: se il meccanismo individuato allora continua effettivamente a spiegare ciò che avviene, bisogna guardare non alle previsioni che si sono già realizzate, ma a quelle che non hanno ancora raggiunto la loro piena maturazione.

Ed è qui che l’articolo dell’Economist, inevitabilmente concentrato sull’Ucraina, si ferma prima del problema che ritengo più importante.

Nel 2022 il ragionamento non terminava infatti con la distruzione dell’economia ucraina. Considerava la guerra come un acceleratore di una trasformazione molto più vasta: la progressiva sostituzione della globalizzazione costruita sull’efficienza con un sistema internazionale organizzato secondo sicurezza, appartenenza politica e controllo delle dipendenze. Non immaginavo una fine immediata del commercio mondiale, che sarebbe stata una previsione piuttosto ingenua, ma la formazione di grandi aree economico-strategiche all’interno delle quali le relazioni sarebbero diventate progressivamente più intense e fra le quali, invece, sarebbero aumentati attriti, duplicazioni, dazi, restrizioni tecnologiche, sistemi finanziari alternativi e costi di transazione.

Nella conferenza li avevo definiti, in maniera necessariamente schematica, “tre +2 blocchi”: un blocco anglosassone, un blocco cinese, un blocco europeo ormai privato della Russia, ai quali si aggiungevano un’area islamica ed una indo-pakistana meno facilmente inquadrabili e quindi maggiormente capaci di muoversi secondo convenienza. Non è necessario sostenere che questa architettura si sia già realizzata per osservare quanto il processo si sia mosso nella direzione indicata. La Russia è stata quasi completamente espulsa dal sistema energetico europeo ed ha spostato una quota crescente dei propri flussi verso l’Asia; Cina e Russia hanno aumentato la propria integrazione economica e finanziaria; gli Stati Uniti hanno trasformato semiconduttori, energia, sistemi di pagamento, tecnologia e accesso al mercato in strumenti sempre più espliciti della politica di potenza; l’Europa parla ormai quotidianamente di autonomia strategica, de-risking, sicurezza economica e necessità di riportare al proprio interno produzioni che fino a pochi anni fa venivano localizzate semplicemente dove costavano meno.

Tuttavia, il punto forse più interessante è che il blocco anglosassone e quello europeo non sembrano necessariamente destinati a coincidere, nonostante la permanenza dell’alleanza militare occidentale. È possibile essere alleati sul piano strategico e concorrenti sul piano economico, così come è possibile che la protezione fornita dall’uno produca contemporaneamente una dipendenza crescente dell’altro. La rottura dei rapporti energetici con Mosca ne offre un esempio piuttosto evidente: l’Europa ha ridotto una dipendenza strategica dalla Russia sostituendola in parte con una maggiore esposizione al gas naturale liquefatto, soprattutto americano, che richiede infrastrutture differenti, attraversa l’Atlantico e risponde ad un mercato globale assai diverso dalla relazione quasi fisica che esisteva attraverso i gasdotti russo-europei. Non occorre immaginare alcun oscuro complotto perché tale trasformazione favorisca strutturalmente gli Stati Uniti e penalizzi una parte dell’industria europea; basta ricordare che un produttore di energia trae beneficio dall’aumento del prezzo dell’energia che il proprio concorrente industriale deve invece acquistare.

Questa divergenza è destinata a diventare ancora più importante se la sicurezza militare europea continuerà ad essere prevalentemente garantita dal mondo anglosassone mentre energia, tecnologia, difesa, cloud, Intelligenza Artificiale e mercati finanziari europei continueranno contemporaneamente a dipendere in misura significativa da esso. In tale scenario, parlare semplicemente di “Occidente” rischia di diventare analiticamente povero, perché maschera interessi che non sono affatto identici: un’Europa che importa energia e tecnologia, un Regno Unito che cerca di recuperare attraverso la Global Britain una funzione strategica autonoma ed una potenza americana che controlla sicurezza militare, moneta internazionale, infrastrutture digitali e una quota crescente delle forniture energetiche europee non sono necessariamente tre attori che massimizzano lo stesso interesse.

È precisamente qui che la previsione dei blocchi rimane ancora aperta. Il blocco anglosassone non deve necessariamente diventare “nemico” dell’Europa per trasformarsi in un suo antagonista funzionale in alcuni settori: è sufficiente che la sicurezza europea aumenti la dipendenza da industrie, energia, finanza e tecnologie anglosassoni mentre la capacità produttiva autonoma europea si riduce. Allo stesso modo, non è necessario che Stati Uniti e Cina entrino in guerra perché il loro confronto assuma una struttura sempre più simile ad una guerra economica: semiconduttori, tecnologie dual use, rotte energetiche, controllo delle assicurazioni marittime, accesso ai dollari, materie prime critiche e infrastrutture portuali sono già strumenti di un confronto nel quale si cerca meno di conquistare il territorio dell’avversario che di aumentare il costo necessario a mantenerne la potenza.

Da questo punto di vista Hormuz e Venezuela devono essere letti con qualche cautela, ma non possono essere ignorati. Non è necessario affermare che ogni operazione americana in Medio Oriente o in America Latina abbia come obiettivo diretto Pechino, perché sarebbe un’interpretazione troppo meccanica; è però altrettanto difficile ignorare che la Cina, in quanto gigantesco importatore di energia e principale potenza industriale antagonista degli Stati Uniti, dipenda da una rete di approvvigionamenti che attraversa aree nelle quali il potere militare, finanziario, assicurativo e marittimo occidentale rimane determinante. Lo Stretto di Hormuz non è cinese, ma buona parte dell’energia che vi transita finisce in Asia; il petrolio venezuelano non è cinese, ma Pechino ne è stata per anni uno dei principali compratori e finanziatori; il dollaro non appartiene alla Cina, ma continua ad essere centrale per una parte enorme degli scambi nei quali le sue imprese sono coinvolte. È sufficiente mettere insieme queste tre osservazioni per comprendere che la vera competizione non passa necessariamente dalla conquista di un territorio, bensì dal controllo dei punti attraverso i quali l’altro deve transitare.

Ed è esattamente qui che torna la logica delle supply chains individuata nel marzo 2022. Un chokepoint è una posizione di potere perché permette di trasferire costo all’avversario senza necessariamente impedirgli completamente il passaggio. Hormuz può rimanere aperto e contemporaneamente diventare molto più costoso; il Mar Nero può restare navigabile e contemporaneamente perdere gran parte della propria efficienza commerciale; il sistema del dollaro può continuare ad essere utilizzato da tutti e contemporaneamente diventare un’arma contro alcuni; un semiconduttore può essere disponibile sul mercato mondiale e contemporaneamente non esserlo per una determinata impresa cinese. La guerra economica moderna non richiede necessariamente l’interruzione totale del flusso: spesso basta introdurre abbastanza attrito perché il vantaggio competitivo dell’altro venga progressivamente eroso.

Questa, a mio avviso, è la parte della previsione che non si è ancora verificata completamente. Il mondo non è ancora diviso in tre blocchi impermeabili, gli scambi fra Europa, Stati Uniti e Cina rimangono enormi, il dollaro continua a dominare il sistema finanziario mondiale e le grandi imprese organizzano ancora una parte consistente delle proprie decisioni secondo convenienza economica anziché appartenenza geopolitica. Ma la direzione è cambiata. Sempre più spesso un impianto non viene localizzato dove produrrebbe al costo minore, ma dove potrebbe continuare a produrre durante una crisi; una materia prima non viene acquistata soltanto dal fornitore più conveniente, ma da quello politicamente affidabile; una riserva non viene detenuta soltanto nella valuta più liquida, ma anche in quella che si ritiene meno vulnerabile ad una futura sanzione; una supply chain non viene più giudicata esclusivamente in termini di efficienza, ma di resilienza.

Questo processo, qualora continui, ha una conseguenza molto più profonda della semplice “deglobalizzazione”. La globalizzazione non scompare, cambia geometria. Le interdipendenze globali diminuiscono mentre aumentano quelle regionali o politicamente omogenee; le supply chains si accorciano in alcuni settori e si duplicano in altri; l’efficienza viene sacrificata alla sicurezza e il costo di questa sicurezza viene trasferito sui prezzi, sugli investimenti e infine sulla crescita. Si continua a commerciare, ma sempre più all’interno di sistemi nei quali l’accesso è condizionato dall’appartenenza, mentre fra sistemi differenti crescono controlli, tariffe, licenze, sanzioni e incompatibilità tecnologiche.

È qui, probabilmente, che si trova la verifica ancora incompleta dell’analisi del marzo 2022. L’Ucraina ha dimostrato che le guerre si combattono sulle supply chains; le sanzioni hanno dimostrato che il sistema finanziario può diventare un’arma; la risposta russa ha dimostrato che un’economia può prepararsi in anticipo a sopportare una parte di quella pressione; l’Europa ha dimostrato che la rottura di una dipendenza può crearne un’altra; la competizione sino-americana sta dimostrando che energia, tecnologia, commercio e logistica possono diventare strumenti di contenimento senza che le due potenze si sparino direttamente.

Manca ancora il passaggio successivo: che queste risposte, nate come misure straordinarie davanti a crisi straordinarie, diventino permanenti e finiscano per definire un nuovo ordine economico.

Se questo accadrà, il punto di svolta della guerra ucraina non sarà stato soltanto l’invasione di un paese europeo o il ritorno della guerra convenzionale sul continente, ma la fine di una precisa concezione dell’economia internazionale: quella secondo cui l’interdipendenza avrebbe progressivamente reso irrazionale il conflitto fra grandi potenze. Sta forse accadendo l’opposto. L’interdipendenza non ha eliminato la guerra; ha semplicemente fornito alla guerra nuovi strumenti, perché chi controlla un flusso controlla anche la possibilità di interromperlo, rallentarlo, tassarlo o renderlo troppo costoso per l’avversario.

The Economist, nell’agosto 2026, fotografa molto bene ciò che questo significa per l’Ucraina.

La domanda che rimane aperta, però, non riguarda più soltanto l’Ucraina.

Riguarda ciò che accadrà quando la stessa logica diventerà la normalità nei rapporti fra i blocchi.

E questa era, in fondo, la parte più importante della previsione del marzo 2022: non che una guerra avrebbe distrutto l’Ucraina, ma che avrebbe contribuito a cambiare il modo nel quale il mondo organizza commercio, energia, finanza, tecnologia e potere.

La distruzione dell’Ucraina è già sotto i nostri occhi.

La frammentazione del sistema è iniziata.

Resta da capire se diventerà il nuovo ordine.

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