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La Cina ha un problema di debito interno molto più serio di quanto suggerisca la sola lettura del debito sovrano ufficiale e, soprattutto, molto più interessante sul piano politico di quanto lasci intendere una discussione confinata ai numeri. A fine 2025 il debito pubblico riconosciuto ufficialmente da Pechino aveva raggiunto 102,5 mila miliardi di yuan, pari al 73,2 per cento del PIL, mentre il Fondo monetario internazionale, utilizzando un perimetro più ampio che comprende una parte sostanziale delle passività delle Local Government Financing Vehicles e di altri veicoli quasi-pubblici, stimava un augmented debt pari al 126,6 per cento del PIL, con una traiettoria destinata a salire ulteriormente nel 2026. Il punto, tuttavia, non è stabilire quale delle due cifre sia “quella vera”, perché entrambe descrivono aspetti diversi della stessa realtà: una parte rilevante del debito cinese non è concentrata nel governo centrale, ma è stata accumulata nel corso di quasi due decenni da governi locali, piattaforme di finanziamento municipale, banche regionali e altri soggetti legati a un modello di sviluppo fondato sull’urbanizzazione, sulla valorizzazione dei terreni e sull’anticipazione permanente di crescita futura.
Per anni questo meccanismo ha funzionato perché il valore della terra, il credito e gli investimenti infrastrutturali si alimentavano reciprocamente. I governi locali vendevano diritti d’uso del suolo, finanziavano opere e sviluppo urbano attraverso le LGFV, sostenevano occupazione e crescita e, in cambio, ricevevano nuovi flussi fiscali e nuova capacità di indebitamento. Quando il ciclo immobiliare ha iniziato a indebolirsi, il sistema ha perso una delle sue principali fonti di equilibrio. Il problema non è stato soltanto la riduzione delle entrate derivanti dalla terra, ma il fatto che una parte importante del debito era stata costruita ipotizzando che quella fonte di reddito, direttamente o indirettamente, sarebbe rimasta disponibile. Secondo stime di mercato, il solo debito oneroso delle LGFV si colloca intorno ai 64 mila miliardi di yuan, una massa che non può essere semplicemente liquidata senza conseguenze sul sistema bancario, sugli investimenti territoriali e sulla stabilità politica.
È proprio qui che il caso cinese diventa particolarmente interessante. Pechino non sta affrontando il problema attraverso una sequenza di default, ristrutturazioni competitive e fallimenti guidati dal mercato, ma attraverso una progressiva riclassificazione delle passività e una ridefinizione dei soggetti che devono assorbirne il costo. Debito implicito viene trasformato in debito statutario, le scadenze vengono allungate, i tassi vengono compressi, le banche rurali vengono fuse in entità provinciali più grandi, gli intermediari locali più fragili vengono incorporati in strutture più solide e le grandi banche di Stato vengono ricapitalizzate. Il debito non viene cancellato, ma spostato, diluito e reso più gestibile nel tempo. Questa operazione, però, non produce soltanto un effetto finanziario: ogni volta che una passività cambia sede, cambia anche il luogo nel quale viene presa la decisione su come gestirla.
Il risultato è un processo di riaccentramento perfettamente coerente con la logica del Partito-Stato cinese. I governi locali vedono ridursi il proprio spazio fiscale, le banche regionali perdono autonomia, le piattaforme di finanziamento vengono sottoposte a regole più stringenti e una quota crescente della capacità di assorbire il rischio viene trasferita verso istituzioni che rispondono più direttamente al centro. Il passaggio fondamentale non consiste quindi soltanto nel fatto che Pechino riesca a evitare una crisi disordinata, ma nel modo in cui utilizza la crisi stessa per rafforzare il controllo sull’architettura finanziaria e amministrativa del Paese. Quando una periferia accumula abbastanza rischio da poter diventare una minaccia sistemica, il centro non si limita a sostenerla: la riassorbe, ne limita l’autonomia e riconduce verso l’alto le leve che avevano permesso al problema di formarsi.
Questo non significa che il costo sparisca. Al contrario, il costo rimane e viene redistribuito. Una parte ricade sui bilanci locali, una parte sui margini delle banche, una parte sul capitale pubblico, una parte sulla capacità futura di investimento e una parte sull’efficienza con cui il credito viene allocato. La forza del sistema cinese non consiste nell’aver trovato un modo per eliminare le perdite, ma nella capacità di decidere dove esse debbano emergere, in quale momento e attraverso quale soggetto istituzionale. In questo senso, il vantaggio di Pechino è soprattutto temporale: può rallentare il riconoscimento delle perdite, evitare che esse si manifestino simultaneamente e utilizzare il proprio controllo sulle banche, sulla regolazione, sulla politica fiscale e sul credito per impedire che una fragilità finanziaria si trasformi immediatamente in una crisi di sistema.
Da questo punto di vista, il debito locale cinese è molto più di una questione contabile. È un laboratorio politico nel quale si osserva uno dei tratti più caratteristici del PCC: la capacità di trasformare una vulnerabilità periferica in una occasione di ulteriore concentrazione del potere. La Cina compra tempo perché dispone degli strumenti per farlo, ma quel tempo non viene acquistato gratuitamente. Viene pagato attraverso il sistema finanziario, i bilanci territoriali e una progressiva riduzione dell’autonomia locale. In cambio, il centro ottiene ciò che per il Partito conta più di ogni altra cosa: maggiore controllo sulla distribuzione del rischio, sul credito, sull’investimento e, in ultima analisi, sulle decisioni.
Ed è per questo che il debito cinese non va letto soltanto come una minaccia alla stabilità economica. Va letto anche come uno dei canali attraverso cui la stabilità viene ricostruita rafforzando il centro. Pechino compra tempo, e nel farlo incassa potere.
Bibliografia
Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, Rapporto sulla gestione del debito pubblico per l’anno 2025, agosto 2026.
Fondo monetario internazionale, People’s Republic of China: 2025 Article IV Consultation — Staff Report, IMF Country Report n. 26/044, 2026.
People’s Bank of China, statistiche monetarie e finanziarie, 2026.
Palombi M, La Cina, come si muove un colosso dai piedi d’argilla. KDP Amazon, 2025 https://amzn.eu/d/05y5fYzC e https://amzn.eu/d/0gPyboqX
National Financial Regulatory Administration, statistiche del settore bancario e provvedimenti relativi alle ristrutturazioni delle banche rurali, 2025-2026.
State Administration of Foreign Exchange, dati sulla posizione finanziaria internazionale e sulle riserve ufficiali della Cina, 2026.
CSPI Ratings, China’s LGFV Debt Resolution and Transformation: Evidence from Key Financial Data, luglio 2026.
Fitch Ratings, China Credit Trends and Outlooks, giugno 2026.
