Quando abbiamo pubblicato The Lefkada Incident, il problema era ancora quello di capire che cosa fosse realmente accaduto: quale tipo di sistema fosse stato ritrovato, a chi appartenesse, come potesse essere arrivato fino alle acque greche, quanto fosse plausibile la spiegazione del malfunzionamento e quali scenari alternativi meritassero di essere mantenuti aperti. Era, inevitabilmente, un lavoro di ricostruzione. Cercavamo di separare ciò che sapevamo da ciò che presumevamo, la provenienza del mezzo dalla sua missione, il guasto dalla traiettoria, la responsabilità tecnica dalla responsabilità politica.
Con Mari Grigi vogliamo porre una domanda diversa. Non più soltanto che cosa sia successo a Lefkada, ma che cosa Lefkada ci abbia fatto vedere.
Perché, una volta ricostruito l’incidente, resta qualcosa che non appartiene più al solo incidente. Resta l’immagine di un sistema d’arma proveniente da una guerra formalmente confinata all’Europa orientale che appare nel Mediterraneo, all’interno dello spazio sovrano di uno Stato che non è parte del conflitto. Resta soprattutto la difficoltà di descrivere ciò che è accaduto con le categorie alle quali siamo abituati. Non è un attacco alla Grecia. Non è una normale navigazione militare. Non è nemmeno, nel senso più semplice del termine, uno sconfinamento. È il prodotto di una guerra nella quale piattaforma, operatore, bersaglio, luogo di lancio e spazio attraversato possono appartenere a geografie differenti.
È qui che il mare diventa grigio.
Con questa espressione non vogliamo descrivere l’assenza di regole, né trasformare ogni attività clandestina in una nuova forma di guerra. Vogliamo indicare piuttosto un ambiente nel quale le vecchie separazioni continuano formalmente ad esistere ma diventano operativamente porose. Una nave resta commerciale finché la sua funzione non cambia. Un porto resta civile finché non entra in una catena operativa. Un tratto di mare resta estraneo al conflitto finché qualcuno non comincia a utilizzarlo per osservare, occultare, trasportare, attendere o colpire. Un Paese può non essere belligerante e vedere comunque il proprio spazio incorporato, anche solo temporaneamente, nella geometria di una guerra combattuta da altri.
Il problema, quindi, non è soltanto la distanza percorsa da un drone. È la distanza che può percorrere una guerra.
Per molto tempo abbiamo pensato alla gittata come a una proprietà dell’arma. Quanti chilometri può volare un missile, quanto carburante possiede un drone, per quante ore può navigare una piattaforma senza equipaggio. Ma la guerra distribuita modifica il significato stesso di gittata. Un sistema non deve necessariamente partire dal territorio di chi lo impiega. Può essere trasportato, preposizionato, rifornito, rilanciato, controllato a distanza, aggiornato da una rete esterna di sensori e intelligence. La sua portata effettiva non coincide più necessariamente con la sua autonomia tecnica. La portata dell’arma può essere di centinaia di chilometri; la portata del sistema che la impiega può essere di migliaia.
Questo spostamento concettuale ci sembra più importante del drone trovato a Lefkada. Significa che anche la geografia della sicurezza europea deve essere ripensata. Un conflitto non si espande soltanto quando un esercito attraversa un confine o quando un missile colpisce il territorio di un altro Stato. Può espandersi attraverso infrastrutture logistiche, piattaforme civili, reti satellitari, corridoi marittimi, sensori, navi ausiliarie, depositi temporanei e sistemi autonomi abbastanza piccoli da essere trasportati senza che la loro presenza modifichi immediatamente la percezione dello spazio nel quale vengono introdotti.
È una forma di estensione molto meno visibile della conquista territoriale, ma non per questo irrilevante. Anzi, proprio la sua scarsa visibilità la rende politicamente difficile da governare. Le istituzioni continuano a utilizzare mappe giuridiche e diplomatiche relativamente nette mentre gli attori militari operano su mappe funzionali. Per il diritto esistono acque territoriali, zona economica esclusiva, alto mare, Stati belligeranti e Stati terzi. Per chi pianifica un’operazione esistono invece distanze, copertura radar, traffico mercantile, opportunità di occultamento, capacità di comunicazione, finestre temporali e probabilità di intercettazione.
Le due mappe non sono incompatibili. Ma non coincidono.
Ed è precisamente nello spazio che si apre tra loro che nascono i mari grigi.
C’è poi un’altra ragione per cui abbiamo voluto tornare su Lefkada in forma di podcast. Il caso ci obbliga a confrontarci con una caratteristica della guerra contemporanea che viene spesso sacrificata alla velocità dell’informazione: l’incertezza non è sempre un difetto temporaneo destinato a scomparire quando arriveranno abbastanza dati. In alcuni casi è una condizione strutturale dell’ambiente operativo. Possiamo identificare una piattaforma senza conoscere la sua missione. Possiamo ricostruire una traiettoria senza conoscere il bersaglio. Possiamo riconoscere un guasto senza sapere dove fosse avvenuta l’ultima decisione umana. Possiamo conoscere la nazionalità tecnologica di un sistema senza possedere l’intera catena di comando che ne ha determinato l’impiego.
La tentazione è riempire questi vuoti con una storia coerente. È comprensibile, ma metodologicamente pericoloso. Una spiegazione non diventa vera perché collega bene tutti i punti visibili. Spesso il nostro lavoro consiste esattamente nel contrario: impedire che i punti mancanti vengano sostituiti troppo rapidamente da ciò che sembra plausibile.
Lefkada è interessante anche per questo. Non ci obbliga a scegliere tra “incidente” e “operazione” come se fossero categorie reciprocamente esclusive. Una missione deliberata può terminare per un guasto reale. Un mezzo può essere intenzionalmente collocato in un determinato spazio e successivamente sfuggire al controllo. La presenza può essere strategica mentre l’esito è accidentale. Separare queste fasi significa sottrarsi alla logica binaria attraverso la quale troppo spesso interpretiamo la guerra: o tutto era pianificato, oppure tutto è stato un errore.
La realtà operativa è normalmente meno elegante.
Ed è proprio quella combinazione di intenzione e accidente a produrre uno dei problemi più seri dei sistemi autonomi e remotizzati. Quando un missile tradizionale fallisce, il suo errore tende ad avere una durata limitata. Quando una piattaforma mobile perde il collegamento con il proprio operatore ma conserva propulsione, energia, parte della navigazione o una missione memorizzata, l’errore può continuare a muoversi. Può attraversare confini, entrare in porti, avvicinarsi a traffico civile, raggiungere territori che non appartenevano affatto al problema originario.
Il rischio, allora, non coincide più soltanto con la probabilità che l’arma colpisca correttamente il proprio obiettivo. Comprende anche la probabilità che, fallendo, trasferisca altrove le conseguenze della missione.
È un cambiamento importante. Un’arma economica e relativamente sacrificabile può produrre un’esternalità strategica estremamente costosa. Non perché provochi necessariamente grandi distruzioni, ma perché costringe altri Stati ad aumentare sorveglianza, procedure di sicurezza, controllo dei porti, difesa delle infrastrutture e coordinamento militare. Il costo del sistema non dice quasi nulla sul costo che la sua presenza può imporre all’ambiente nel quale opera.
Lefkada, in questo senso, è un piccolo episodio con una coda molto lunga.
Ed è forse questo il motivo per cui abbiamo scelto di chiamare il podcast Mari Grigi. Non perché il Mediterraneo sia diventato improvvisamente un mare in guerra. Sarebbe un’affermazione eccessiva e, soprattutto, analiticamente inutile. Il punto è diverso: alcune delle attività proprie di un teatro operativo possono comparire molto prima che quel teatro venga riconosciuto politicamente come tale. La trasformazione non avviene in un giorno. Avviene per precedenti, adattamenti, eccezioni, missioni che restano segrete e incidenti che, proprio perché falliscono, diventano visibili.
Le guerre si espandono anche così.
Non sempre attraverso una dichiarazione, una flotta o una linea sulla carta geografica. A volte basta che un sistema d’arma venga trovato dove, secondo la nostra rappresentazione del conflitto, non avrebbe dovuto essere.
Lefkada non ci dice ancora tutto su ciò che accade nel Mediterraneo.
Ci dice però qualcosa di più inquietante.
Forse non sappiamo più con precisione dove finisce il campo di battaglia.
