Deterrenza, fragilità strutturale e rischio di escalation nel nuovo sistema nucleare asiatico
Dai primi anni Duemila il sistema strategico asiatico ha progressivamente cessato di essere una semplice somma di confronti bilaterali. Nel 2026 esso costituisce ormai un sistema di deterrenza concatenata, nel quale una modifica della postura strategica di un attore produce conseguenze sulla pianificazione di almeno due o tre altri attori.
La Cina costruisce la propria forza nucleare principalmente in rapporto agli Stati Uniti, ma così facendo modifica il calcolo strategico dell’India. L’India, modernizzando il proprio arsenale per mantenere una deterrenza credibile nei confronti della Cina, altera a sua volta l’equilibrio con il Pakistan. Islamabad risponde attraverso una combinazione di forze strategiche e armi nucleari a corto raggio, destinate soprattutto a compensare la superiorità convenzionale indiana. La Corea del Nord, infine, costringe Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone a rafforzare le rispettive architetture di deterrenza, contribuendo indirettamente anche alla percezione cinese di un progressivo irrigidimento dell’ambiente militare che circonda la Repubblica Popolare.
Non si tratta dunque più di tre equazioni separate — India-Pakistan, India-Cina e Corea del Nord-Stati Uniti — ma di un sistema strategico interdipendente.
Secondo le stime della Federation of American Scientists, all’inizio del 2026 l’inventario nucleare mondiale comprende circa 12.187 testate. Cina, India, Pakistan e Corea del Nord ne possiedono complessivamente circa 1.040, vale a dire circa l’8,5 per cento del totale mondiale. Stati Uniti e Russia continuano a concentrare circa l’86 per cento delle testate esistenti, ma una parte rilevante della crescita netta degli arsenali nucleari mondiali si sta ormai verificando proprio in Asia (Kristensen et al., 2026).
La Cina dispone di circa 620 testate; l’India di circa 190; il Pakistan di circa 170; per la Corea del Nord la stima più prudente è di circa 60 testate assemblate, sebbene il materiale fissile disponibile possa consentire un arsenale significativamente superiore (Kristensen et al., 2026; 38 North, 2026a).
Queste cifre devono essere considerate stime e non inventari certificati. Pechino mantiene un livello molto basso di trasparenza sulla propria forza nucleare; India e Pakistan non pubblicano dati completi sulla produzione di materiale fissile e sul dispiegamento delle testate; l’opacità nordcoreana è ancora maggiore.
Soprattutto, possedere una testata non significa necessariamente averla montata su un vettore e mantenuta permanentemente in condizioni di lancio.
La distinzione tra stockpile, testate assegnate alle unità operative, testate effettivamente accoppiate ai vettori e sistemi in stato di allerta è ormai più importante del semplice numero complessivo.
Ed è proprio questa trasformazione qualitativa a caratterizzare l’Asia nucleare contemporanea. Non aumenta soltanto il numero delle testate. Aumentano la sopravvivenza delle forze, la loro dispersione geografica, la capacità di secondo colpo, la rapidità di allerta, il numero dei sistemi dual-capable e l’integrazione fra deterrenza nucleare e guerra convenzionale.
India e Pakistan: la deterrenza non impedisce la guerra
Il confronto indo-pakistano costituisce uno dei casi più significativi del cosiddetto stability-instability paradox.
La deterrenza nucleare rende estremamente rischiosa una guerra convenzionale totale, ma può contemporaneamente creare uno spazio nel quale diventano possibili terrorismo, incursioni, operazioni militari limitate e attacchi di precisione, perché entrambi i contendenti ritengono che l’altro abbia interesse a impedire che la crisi superi la soglia nucleare.
La crisi del maggio 2025 ha dimostrato concretamente questa dinamica.
Dopo l’attentato di Pahalgam, il 7 maggio l’India ha iniziato una serie di attacchi contro obiettivi situati in Pakistan e nel Kashmir amministrato da Islamabad. L’escalation successiva ha coinvolto missili, aeronautica, droni e attacchi contro infrastrutture militari.
Secondo SIPRI, alcune delle basi aeree e missilistiche pakistane raggiunte dagli attacchi indiani erano considerate associate anche alla postura nucleare del Paese. Contemporaneamente, entrambi i contendenti hanno adottato comportamenti tesi a evitare il superamento della soglia nucleare (SIPRI, 2026a).
La conseguenza strategicamente più importante non riguarda quindi l’esito tattico degli scontri.
La deterrenza nucleare non ha impedito a India e Pakistan di combattere. Ha contribuito a circoscrivere la guerra.
Il possesso dell’arma nucleare non elimina dunque la violenza militare fra potenze atomiche; modifica la struttura dei costi e sposta il confronto verso livelli di violenza che ciascun attore considera ancora compatibili con il mantenimento del controllo sull’escalation.
SIPRI ha inoltre evidenziato come la combinazione tra attacchi a installazioni potenzialmente associate alla postura nucleare, disinformazione e tempi di decisione molto brevi possa aumentare significativamente il rischio di trasformazione di una crisi convenzionale in una crisi nucleare (SIPRI, 2025).
Il problema fondamentale è la progressiva scomparsa della separazione netta tra bersaglio convenzionale e bersaglio strategico.
La stessa base può servire operazioni convenzionali e nucleari. Lo stesso sistema di comunicazione può sostenere entrambe le missioni. Lo stesso vettore può esistere in configurazioni differenti.
La percezione dell’attaccato diventa quindi importante quanto l’intenzione dell’attaccante.
Il Pakistan e la Full Spectrum Deterrence
Il Pakistan conserva una postura nucleare fondata sulla Full Spectrum Deterrence.
La funzione delle armi nucleari tattiche pakistane, e in particolare del sistema Nasr, non consiste semplicemente nell’aumentare la potenza distruttiva dell’arsenale. La loro funzione è principalmente strategica: rendere credibile la minaccia di un impiego nucleare anche in risposta a una penetrazione convenzionale indiana limitata.
Islamabad cerca in questo modo di impedire a New Delhi di trasformare la propria superiorità convenzionale in libertà operativa.
L’arsenale pakistano è stimato intorno alle 170 testate. Una parte considerevole delle testate sarebbe normalmente conservata separatamente dai vettori, mentre prosegue la produzione di materiale fissile e di nuovi sistemi (Kristensen et al., 2026).
Lo Shaheen-III possiede una gittata dichiarata di circa 2.750 chilometri. Il Nasr opera invece nel segmento tattico. L’Ababeel è stato sviluppato con l’obiettivo dichiarato di introdurre una capacità MIRV, ma le informazioni pubblicamente disponibili non consentono ancora di considerare definitivamente dimostrata l’esistenza di una capacità MIRV pakistana pienamente matura e dispiegata.
L’asimmetria economica e convenzionale con l’India rimane enorme.
Nel 2025 la spesa militare indiana ha raggiunto circa 92,1 miliardi di dollari, con un incremento dell’8,9 per cento rispetto all’anno precedente. Quella pakistana è salita di circa l’11 per cento, raggiungendo approssimativamente 11,9 miliardi di dollari (SIPRI, 2026b).
Il rapporto è quindi vicino a otto a uno.
È anche questa asimmetria a spiegare perché Islamabad attribuisca alle armi nucleari, e soprattutto alla possibilità di impiegarle relativamente presto durante un conflitto convenzionale, una funzione compensativa essenziale.
India: una deterrenza progressivamente orientata su due fronti
L’India dispone nel 2026 di circa 190 testate nucleari, ma l’aspetto più significativo della trasformazione indiana riguarda la struttura dell’arsenale più che il suo aumento numerico (Kristensen et al., 2026).
L’11 marzo 2024 New Delhi ha annunciato il primo test dell’Agni-5 con tecnologia MIRV. Nel maggio 2026 il Ministero della Difesa indiano ha effettuato un nuovo test di un Advanced Agni missile equipaggiato con Multiple Independently Targeted Re-Entry Vehicles, dirigendo diversi payload verso obiettivi distinti distribuiti in un’ampia porzione dell’Oceano Indiano. Secondo il governo indiano, tutti gli obiettivi previsti dalla prova sono stati raggiunti (Government of India, Ministry of Defence, 2026).
La capacità MIRV modifica qualitativamente la deterrenza.
Un singolo missile può minacciare più obiettivi oppure destinare più veicoli di rientro alla penetrazione delle difese antimissile. Ciò non significa che l’India disponga già di una capacità MIRV comparabile per dimensioni e maturità a quella statunitense, russa o cinese, ma indica chiaramente la direzione della modernizzazione.
La seconda trasformazione riguarda la componente navale.
INS Arighaat, secondo SSBN indiano della classe Arihant, è stato commissionato il 29 agosto 2024. La sua entrata in servizio rafforza la capacità indiana di mantenere una forza nucleare sufficientemente sopravvivente da garantire un secondo colpo anche dopo un eventuale first strike avversario (Government of India, Ministry of Defence, 2024).
La componente sottomarina indiana rimane tuttavia meno matura di quella terrestre. Le informazioni sull’effettivo caricamento delle testate durante le pattuglie sono limitate e le valutazioni OSINT indicano che gran parte dell’arsenale indiano continua probabilmente a essere mantenuta separata dai vettori in condizioni ordinarie.
Il cambiamento più importante è però geografico.
Per molti decenni la deterrenza nucleare indiana è stata costruita soprattutto rispetto al Pakistan. Oggi la Cina assume un peso sempre maggiore nella pianificazione strategica di New Delhi.
Gittata, capacità MIRV e deterrenza sottomarina acquistano significato soprattutto in questa prospettiva.
L’India deve infatti mantenere contemporaneamente una capacità credibile nei confronti di due avversari nucleari profondamente differenti: un Pakistan dotato di un arsenale quantitativamente comparabile al proprio e una Cina che dispone ormai di oltre tre volte il numero delle testate indiane.
La relazione politica fra New Delhi e Pechino presenta contemporaneamente elementi di stabilizzazione e competizione.
Dopo la grave crisi di frontiera iniziata nel 2020, il disimpegno militare concordato nel 2024 ha consentito una progressiva ripresa dei meccanismi di dialogo. Nel 2026 entrambi i governi continuano a dichiarare l’obiettivo di preservare la stabilità della frontiera.
Riduzione della tensione tattica e convergenza strategica sono tuttavia concetti differenti.
La controversia territoriale rimane irrisolta. La competizione per l’influenza nell’Oceano Indiano continua. La relazione sino-pakistana mantiene per l’India un significato strategico diretto.
New Delhi si trova pertanto nella posizione di dover modernizzare la propria forza senza poter sostenere economicamente né avere interesse politico a riprodurre una corsa quantitativa simmetrica con Pechino.
La risposta consiste soprattutto nel miglioramento della sopravvivenza, della gittata e della capacità di penetrazione.
La trasformazione nucleare della Cina
La Cina rappresenta la principale trasformazione quantitativa e qualitativa della deterrenza asiatica.
Nel 2026 SIPRI e Federation of American Scientists convergono su una stima di circa 620 testate nucleari cinesi. Pechino possiede quindi un arsenale ancora molto inferiore a quelli statunitense e russo, ma significativamente superiore a quello di qualsiasi altra potenza asiatica (SIPRI, 2026a; Kristensen et al., 2026).
Il dato più importante è la velocità della crescita.
Per decenni la Repubblica Popolare aveva mantenuto una forza relativamente ridotta, coerente con una concezione di minimum deterrence: non la possibilità di combattere una guerra nucleare simmetricamente con Stati Uniti o Unione Sovietica, ma la certezza di poter infliggere danni inaccettabili all’avversario anche dopo aver subito un primo attacco.
La trasformazione in corso non significa necessariamente l’abbandono formale di questa filosofia.
Pechino continua inoltre a dichiarare ufficialmente il No First Use.
Ma l’aumento del numero delle testate, la diversificazione dei vettori, l’introduzione dei MIRV, l’espansione degli ICBM terrestri e mobili, la costruzione dei grandi campi di silos, lo sviluppo della componente sottomarina e il rafforzamento dell’early warning stanno producendo una forza molto diversa da quella cinese di venti anni fa.
Il rapporto Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2025 del Dipartimento della Difesa statunitense valutava l’inventario cinese già nelle low 600s e continuava a considerare plausibile il superamento delle 1.000 testate entro il 2030 (U.S. Department of Defense, 2025).
La crescita non deve tuttavia essere interpretata semplicemente attraverso la proiezione lineare del numero delle testate.
L’obiettivo strategico cinese sembra essere soprattutto aumentare la sopravvivenza della forza e moltiplicare il numero dei problemi che un eventuale attaccante dovrebbe risolvere contemporaneamente.
La logica dei grandi campi di silos
Uno dei fenomeni più significativi è costituito dalla costruzione di grandi campi di silos per ICBM.
Le stime pubbliche sulla loro effettiva occupazione divergono considerevolmente.
Analisti della Federation of American Scientists, utilizzando principalmente immagini satellitari commerciali, avevano formulato stime relativamente prudenti sul numero di silos effettivamente caricati. Il Dipartimento della Difesa statunitense ha successivamente fornito valutazioni molto più elevate, ipotizzando che oltre cento silos potessero già ospitare missili della famiglia DF-31. SIPRI ha poi valutato nel 2026 che centinaia di missili potrebbero essere stati collocati nei tre principali campi (Federation of American Scientists, 2025; U.S. Department of Defense, 2025; SIPRI, 2026a).
La divergenza è metodologicamente interessante.
L’OSINT satellitare consente di osservare infrastrutture, lavori, movimenti e attività superficiali, ma non consente sempre di stabilire cosa si trovi permanentemente all’interno di un silo.
Le intelligence governative possono teoricamente integrare le immagini con SIGINT, HUMINT e altre fonti classificate. Questo non significa che ogni valutazione governativa sia necessariamente corretta, ma spiega perché stime costruite su basi informative differenti possano divergere in maniera significativa.
L’incertezza può inoltre essere parte stessa della strategia: non è necessario che ogni silo ospiti permanentemente un missile.
La presenza di un grande numero di posizioni potenzialmente utilizzabili genera un shell game: l’avversario deve considerare occupato un numero di silos superiore al numero dei missili realmente presenti e deve quindi dedicare molte più testate a un eventuale counterforce strike.
La quantità infrastrutturale si trasforma così in sopravvivenza.
È una modalità particolarmente coerente con la capacità cinese di utilizzare la scala industriale non soltanto per produrre più sistemi, ma anche per complicare esponenzialmente il problema operativo dell’avversario.
La deterrenza cinese diventa oceanica
La componente sottomarina costituisce il secondo elemento della trasformazione.
I Type 094 della classe Jin rimangono il nucleo della forza SSBN cinese. Le valutazioni occidentali indicano che queste unità effettuano ormai pattugliamenti di deterrenza più regolari e possono imbarcare armi nucleari durante le missioni operative (Federation of American Scientists, 2025).
Il JL-3 amplia significativamente la capacità della componente navale rispetto al precedente JL-2, consentendo agli SSBN cinesi di minacciare obiettivi intercontinentali senza necessariamente avvicinarsi alle coste statunitensi e permettendo quindi di operare in aree meglio protette dalle forze cinesi.
Il 6 luglio 2026 Pechino ha effettuato un raro lancio di missile balistico a lungo raggio da un sottomarino nucleare verso il Pacifico. Le informazioni pubblicamente disponibili hanno identificato il sistema come probabilmente appartenente alla famiglia JL-3. Il test ha suscitato proteste da parte di diversi Paesi della regione, soprattutto per il limitato preavviso fornito dalle autorità cinesi (Reuters, 2026).
L’episodio assume un significato particolare se associato al lancio di un ICBM terrestre cinese nell’Oceano Pacifico del settembre 2024, il primo di quel tipo effettuato dalla Cina dal 1980.
In quel caso il vettore percorse circa 11.000 chilometri.
Secondo il Dipartimento della Difesa statunitense, la prova poteva essere interpretata non soltanto come verifica tecnica ma anche come addestramento a un’operazione di deterrenza in condizioni maggiormente realistiche (U.S. Department of Defense, 2025).
Il lancio sottomarino del 2026 completa questa evoluzione.
La deterrenza cinese non rimane confinata ai poligoni interni e alle infrastrutture continentali. Acquista una dimensione operativa oceanica.
La componente aerea cinese
La componente aerea rimane la meno matura delle tre gambe della triade cinese.
Il programma H-20 continua a costituire il principale progetto destinato a fornire alla Cina un bombardiere strategico stealth di nuova generazione, ma la sua entrata in servizio operativo non è ancora dimostrata.
La piattaforma concretamente disponibile è l’H-6N, versione modificata dell’H-6 dotata di capacità di rifornimento in volo e progettata per trasportare un missile balistico aviolanciato.
Durante la grande parata militare del settembre 2025 Pechino ha mostrato congiuntamente numerosi sistemi associati alla missione strategica, compresi DF-61, JL-3 e JL-1.
La presentazione pubblica di un sistema deve tuttavia essere distinta dalla dimostrazione della sua piena capacità operativa.
La triade cinese esiste quindi ormai chiaramente sul piano strutturale, ma rimane fortemente asimmetrica.
La componente terrestre costituisce ancora il centro della deterrenza cinese; quella sottomarina acquista rapidamente importanza; quella aerea rimane relativamente meno sviluppata.
No First Use ed Early Warning Counterstrike
La Cina continua ufficialmente a sostenere la propria dottrina di No First Use.
Il problema è che il significato operativo del No First Use cambia quando cambiano le caratteristiche della forza.
Il rapporto statunitense del 2025 ritiene che Pechino stia costruendo una capacità di Early Warning Counterstrike, concettualmente vicina alla logica del launch-on-warning: individuare un attacco nucleare in arrivo e poter lanciare la rappresaglia prima dell’impatto delle testate avversarie.
Per realizzare una simile capacità sono necessari satelliti di early warning, radar phased-array, comunicazioni estremamente affidabili, procedure di comando rapide e forze sufficientemente pronte al lancio.
Gli Stati Uniti hanno osservato negli ultimi anni progressi cinesi in tutte queste aree, compresi test che hanno coinvolto lanci multipli effettuati in rapida successione da strutture terrestri (U.S. Department of Defense, 2025).
Questo non dimostra che la Cina abbia adottato permanentemente una postura di launch-on-warning.
Dimostra però che la distanza operativa fra una deterrenza puramente retaliatoria e una forza capace di reagire prima dell’impatto si sta riducendo.
Il problema è particolarmente importante perché RAND ha evidenziato come la soglia nucleare cinese non possa essere considerata una linea perfettamente rigida.
In un conflitto su Taiwan, attacchi convenzionali contro leadership, sistemi di comando e controllo, infrastrutture nucleari, sistemi dual-capable oppure grandi centri politico-economici potrebbero essere interpretati a Pechino in maniera molto diversa dalle intenzioni dell’attaccante (Beauchamp-Mustafaga et al., 2024).
La questione fondamentale non è quindi chiedersi semplicemente se la Cina possa decidere deliberatamente di usare per prima un’arma nucleare.
La questione è stabilire quali informazioni raggiungerebbero il vertice politico durante una crisi, quale significato verrebbe loro attribuito e quali alternative apparirebbero disponibili in quel momento.
Il colosso dai piedi d’argilla
L’espansione della potenza strategica cinese deve essere analizzata insieme alle vulnerabilità strutturali della Repubblica Popolare, non in alternativa ad esse.
La Cina è contemporaneamente una potenza militare in rapida crescita e un sistema economico e demografico sottoposto a vincoli crescenti.
Le due condizioni non sono contraddittorie.
Il PIL cinese è cresciuto ufficialmente del 5 per cento nel 2025. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per il 2026 una crescita intorno al 4,5 per cento e individua nel declino della popolazione in età lavorativa, nei rendimenti decrescenti degli investimenti, nella debolezza della domanda interna e nel rallentamento della produttività alcuni dei principali limiti strutturali dell’economia cinese.
Utilizzando una definizione più ampia del debito pubblico che incorpora parte delle passività quasi-fiscali locali, l’IMF valuta l’augmented debt cinese intorno al 126,6 per cento del PIL nel 2025 e al 135,3 per cento nel 2026 (IMF, 2026).
La dinamica demografica è altrettanto significativa.
Alla fine del 2025 la popolazione cinese risultava pari a circa 1,405 miliardi di persone, con una riduzione di circa 3,39 milioni nell’arco dell’anno. Le nascite erano state circa 7,92 milioni contro 11,31 milioni di decessi. Il 23 per cento della popolazione aveva almeno sessant’anni e il 15,9 per cento almeno sessantacinque (National Bureau of Statistics of China, 2026).
Contemporaneamente la spesa militare continua a crescere.
SIPRI stima per il 2025 una spesa cinese di circa 336 miliardi di dollari, in aumento del 7,4 per cento rispetto all’anno precedente. Si tratta del trentunesimo incremento annuale consecutivo (SIPRI, 2026b).
La fragilità non significa quindi debolezza immediata. Tantomeno significa collasso. Indica piuttosto che il rapporto fra risorse disponibili, costi crescenti e numero degli obiettivi strategici da sostenere diventa progressivamente più importante.
La Cina cerca di compensare le proprie vulnerabilità attraverso scala, ridondanza, controllo delle filiere, profondità industriale, sostituzione tecnologica e capacità di trasferire costi nel tempo e tra settori differenti.
L’espansione nucleare è coerente con questa strategia.
Una forza nucleare numerosa, diversificata e sopravvivente aumenta enormemente il costo di qualsiasi tentativo statunitense di trasformare una crisi convenzionale nel Pacifico in una guerra diretta contro il territorio cinese.
Pechino non deve necessariamente raggiungere la piena simmetria convenzionale globale con Washington se può assicurarsi che l’escalation oltre determinate soglie comporti costi potenzialmente inaccettabili.
L’arma nucleare costituisce in questo senso un moltiplicatore di potenza relativamente efficiente.
La fragilità strutturale può quindi aumentare, anziché diminuire, il valore attribuito a strumenti capaci di compensare asimmetrie convenzionali e di limitare la libertà di escalation dell’avversario.
RAND, analizzando l’ipotesi di una guerra prolungata fra Stati Uniti e Cina, osserva che un conflitto potrebbe durare considerevolmente più a lungo di quanto ipotizzato da molte pianificazioni basate su campagne relativamente brevi (Predd et al., 2025).
Una guerra prolungata trasformerebbe la capacità industriale, la disponibilità di munizioni, la resilienza delle infrastrutture, l’energia, le finanze pubbliche e la stabilità delle coalizioni in componenti della capacità militare esattamente quanto portaerei e missili.
In parallelo, RAND conclude che gli strumenti di coercizione economica applicati alla Cina difficilmente sarebbero decisivi da soli e che la loro efficacia dipenderebbe in maniera sostanziale dalla capacità statunitense di costruire e mantenere una coalizione internazionale sufficientemente ampia (Shatz et al., 2025).
La deterrenza nucleare cinese assume quindi anche una funzione indiretta.
Costituisce il tetto strategico sotto il quale Pechino può immaginare di sostenere una guerra convenzionale, assorbire sanzioni, contrastare un blocco economico parziale e impedire all’avversario di sfruttare senza limiti la propria superiorità globale.
Il limite della potenza cinese: quantità e capacità operativa non coincidono
L’errore opposto consiste nel dedurre dalla rapidissima crescita quantitativa che la Repubblica Popolare abbia già risolto tutti i problemi relativi alla trasformazione della capacità industriale in capacità combattente.
Non esiste identità automatica tra piattaforme disponibili e potenza militare effettivamente utilizzabile.
Il rapporto statunitense del 2025 continua a individuare nel PLA difficoltà riguardanti il coordinamento interforze, la qualità dell’addestramento e la mancanza di esperienza in combattimenti moderni su larga scala.
In particolare, una campagna contro Taiwan richiederebbe la capacità di integrare continuamente intelligence, surveillance and reconnaissance, battle damage assessment, targeting e nuovi attacchi effettuati da forze appartenenti a servizi differenti (U.S. Department of Defense, 2025).
La difficoltà non è tecnologica soltanto: è organizzativa e cognitiva.
A ciò si aggiunge il problema della corruzione.
Le epurazioni degli ultimi anni hanno interessato in modo particolarmente significativo la Rocket Force e l’industria militare. Le autorità cinesi stesse hanno denunciato problemi qualitativi nella procurement chain e falsificazioni delle informazioni trasmesse lungo la catena di comando.
Questi episodi non consentono di concludere che le capacità missilistiche cinesi siano generalmente inaffidabili Una simile conclusione sarebbe insostenibile. Dimostrano però che la relazione tra investimento, produzione industriale e capacità operativa non è lineare.
La Cina possiede una capacità straordinaria di industrializzare tecnologie e produrle in grande quantità. Rimane più difficile valutare quanto rapidamente questa scala venga trasformata in affidabilità, addestramento, comando congiunto, capacità di iniziativa e qualità del feedback trasmesso ai vertici.
Quest’ultimo elemento assume un significato particolare nella deterrenza nucleare.
Una forza più grande comporta più sensori, più comunicazioni, più procedure, più equipaggi e un numero maggiore di sistemi distribuiti geograficamente.
La ridondanza riduce la vulnerabilità materiale. Contemporaneamente aumenta la complessità organizzativa.
La centralizzazione della decisione deve quindi convivere con la decentralizzazione della percezione.
La leadership politica può centralizzare l’autorizzazione all’impiego delle armi, ma non può centralizzare fisicamente la raccolta dell’informazione sulla quale quella decisione deve basarsi.
Radar, satelliti, SSBN, Rocket Force, cyber, intelligence e comandi di teatro devono trasformare in pochissimi minuti milioni di segnali differenti in una rappresentazione sufficientemente coerente della realtà.
La deterrenza come problema cognitivo
RAND ha affrontato precisamente questo problema attraverso il RAND Ontological Model for Assessing Nuclear Crisis Escalation Risk, ROMANCER.
Il modello è costruito per analizzare le interazioni fra evento fisico, percezione, cognizione e decisione durante una crisi nucleare. Non cerca di prevedere esattamente il comportamento di un leader. Serve piuttosto a identificare situazioni nelle quali errori, percezioni incomplete, informazioni contraddittorie o decisioni non perfettamente razionali possono produrre un rischio di escalation maggiore di quello suggerito da modelli basati su attori perfettamente informati (Geist et al., 2025).
È un passaggio concettualmente fondamentale.
La deterrenza non dipende soltanto dalla capacità di distruggere. Dipende dalla capacità degli attori di comprendere correttamente la capacità e le intenzioni degli altri.
Una forza che non può essere percepita non produce deterrenza. Una forza percepita erroneamente può produrre escalation. Una capacità dual-use può generare deterrenza verso un attore e contemporaneamente instabilità verso un altro.
La dimensione cognitiva è quindi parte integrante della potenza nucleare.
Corea del Nord: da arsenale politico a forza nucleare operativa
La Corea del Nord non può più essere considerata una potenza dotata di un arsenale nucleare embrionale.
La Federation of American Scientists stima per il 2026 circa 60 testate assemblate e materiale fissile sufficiente per produrne un numero superiore (Kristensen et al., 2026).
38 North adotta un intervallo più ampio, approssimativamente compreso fra 60 e 100 armi, e stima che l’attuale produzione di materiale fissile possa equivalere, a seconda del design delle testate, a circa 7-18 ulteriori ordigni l’anno (38 North, 2026a).
La distinzione fra testate assemblate e capacità potenziale rimane quindi indispensabile.
La modernizzazione dei vettori è altrettanto importante.
L’Hwasong-18 ha introdotto la propulsione solida nella componente ICBM nordcoreana, riducendo considerevolmente i tempi di preparazione e aumentando la sopravvivenza dei lanciatori mobili.
L’Hwasong-19 è stato testato nell’ottobre 2024.
Nel 2025 Pyongyang ha inoltre mostrato l’Hwasong-20, anch’esso associato alla nuova generazione di grandi ICBM a propellente solido. Le informazioni disponibili nel 2026 non consentono tuttavia di considerarlo ancora un sistema pienamente testato e operativo (38 North, 2026b).
È importante distinguere le capacità mostrate durante una parata da quelle validate attraverso programmi di prova sufficientemente completi.
La trasformazione più importante rimane comunque la transizione verso propellenti solidi. Un missile a combustibile liquido richiede procedure di preparazione relativamente lunghe e più facilmente osservabili. Un missile solid-fuel può essere movimentato, preparato e lanciato molto più rapidamente. La finestra disponibile per individuarlo e distruggerlo prima del lancio si riduce drasticamente. La capacità di sopravvivenza aumenta.
Il progetto di deterrenza marittima nordcoreano
Pyongyang sta inoltre tentando di sviluppare una componente sottomarina della propria deterrenza.
La Corea del Nord ha mostrato un sottomarino di dimensioni significativamente superiori alle precedenti unità e sostiene di lavorare a una piattaforma a propulsione nucleare.
Sono state formulate ipotesi circa un possibile sostegno tecnologico russo, soprattutto dopo il forte approfondimento delle relazioni militari tra Mosca e Pyongyang, ma le fonti aperte non consentono ancora di stabilire con certezza natura e portata dell’eventuale trasferimento tecnologico.
Soprattutto, la Corea del Nord non dispone ancora di una forza SSBN paragonabile a quelle delle potenze nucleari consolidate.
La deterrenza sottomarina nordcoreana deve quindi essere interpretata come una capacità in costruzione e non come una componente pienamente operativa equivalente alla forza terrestre.
Anche l’aviazione rimane marginale rispetto alla componente missilistica.
Pyongyang sta esplorando missili cruise, vettori aviolanciati e differenti possibilità di impiego, ma parlare di una triade nucleare nordcoreana pienamente funzionante rimane prematuro.
La dottrina nordcoreana e la logica del use-it-or-lose-it
La trasformazione della dottrina nordcoreana è forse più importante della crescita numerica dell’arsenale.
L’arma nucleare non viene più rappresentata soltanto come strumento politico destinato a impedire il rovesciamento del regime.
Pyongyang sta progressivamente costruendo opzioni nucleari differenziate per gittata, potenza, bersaglio e fase del conflitto.
Le esercitazioni delle unità missilistiche e l’interesse per armi di teatro indicano la volontà di rendere credibile anche un impiego nucleare all’interno di un conflitto regionale.
Ciò non significa necessariamente che Kim Jong-un desideri iniziare una guerra nucleare. Significa che la credibilità della deterrenza nordcoreana dipende dalla capacità di convincere Washington e Seoul che Pyongyang potrebbe utilizzare le proprie armi prima che la distruzione del regime diventi inevitabile.
È precisamente questa vulnerabilità a produrre uno dei rischi maggiori.
Un arsenale relativamente piccolo, vulnerabile a operazioni di decapitazione o counterforce, può generare una logica use-it-or-lose-it molto più forte di quella esistente in una potenza dotata di migliaia di testate e numerosi sottomarini sopravviventi.
La vulnerabilità della forza può quindi abbassare la soglia di impiego anziché alzarla.
Conventional-nuclear entanglement
Il principale elemento comune ai sistemi nucleari asiatici contemporanei è il crescente conventional-nuclear entanglement. La stessa piattaforma può svolgere missioni convenzionali e nucleari. Lo stesso missile può esistere in configurazioni differenti. La stessa base può ospitare asset utilizzabili per entrambe le missioni. Gli stessi satelliti, radar e sistemi di comunicazione possono sostenere contemporaneamente guerra convenzionale, difesa antimissile e nuclear command and control.
Il DF-26 cinese rappresenta uno degli esempi più evidenti, essendo una famiglia di sistemi caratterizzata da capacità convenzionali e nucleari.
RAND identifica gli attacchi contro sistemi dual-capable e contro infrastrutture associate al nuclear command and control tra i principali potenziali driver dell’escalation nucleare in un conflitto sino-americano (Beauchamp-Mustafaga et al., 2024).
Il problema si è manifestato anche nella crisi indo-pakistana del 2025.
Una forza convenzionale può attaccare un aeroporto con l’obiettivo di distruggere aeromobili o installazioni convenzionali. L’avversario può tuttavia interpretare lo stesso attacco come l’inizio di una campagna destinata a neutralizzare la propria capacità nucleare. Il pericolo principale non è quindi necessariamente rappresentato dal first strike deliberato: può essere l’errore di classificazione dello strumento d’attacco.
Spazio, cyber e intelligenza artificiale
La deterrenza nucleare contemporanea non può più essere separata dai sistemi informativi.
La Cina sta costruendo una vasta architettura spaziale dedicata a intelligence, communications, navigation ed early warning e attribuisce grande importanza alla guerra cyber ed elettronica come strumenti per degradare il C4ISR avversario.
La conquista dell’information dominance costituisce un obiettivo centrale della moderna dottrina militare cinese (U.S. Department of Defense, 2025).
Ma quanto più una forza strategica dipende dall’informazione, tanto più l’attacco all’informazione acquisisce un potenziale significato nucleare.
Un radar disturbato, un satellite neutralizzato, una rete compromessa o un falso allarme non devono necessariamente produrre un danno fisico per modificare il comportamento del decisore.
È sufficiente che modifichino l’universo informativo sul quale egli deve decidere.
La guerra contemporanea diventa quindi sempre più anche competizione tra sistemi cognitivi.
Il confronto non oppone soltanto missile a missile o piattaforma a piattaforma: oppone sistemi capaci di osservare, classificare, comunicare, interpretare e attribuire significato agli eventi più rapidamente dell’avversario.
L’intelligenza artificiale può amplificare enormemente questa capacità. Può classificare quantità di dati incompatibili con le capacità umane, individuare anomalie, integrare immagini satellitari, segnali elettronici e informazioni provenienti da sensori diversi. Ma può contemporaneamente ridurre il tempo percepito disponibile per la decisione.
Se il sistema produce in pochi secondi una valutazione che precedentemente avrebbe richiesto decine di minuti, la leadership può sentirsi obbligata a decidere altrettanto rapidamente.
Una maggiore velocità tecnica non implica necessariamente una maggiore razionalità strategica. L’errore algoritmico, il bias dei dati, la deception deliberata dell’avversario e l’automation bias possono trasformare l’accelerazione della percezione in accelerazione dell’escalation.
Il problema fondamentale della deterrenza futura potrebbe quindi non essere la scarsità di informazione. Potrebbe essere l’incapacità di distinguere sufficientemente rapidamente informazione, rumore, deception e interpretazione.
Giappone, Corea del Sud e Australia: la rete della deterrenza estesa
La trasformazione dell’equilibrio asiatico coinvolge direttamente anche gli alleati degli Stati Uniti. Non si sta tuttavia creando nell’Indo-Pacifico una nuclear sharing equivalente a quella NATO.
Con il Giappone, Washington ha istituzionalizzato l’Extended Deterrence Dialogue e nel dicembre 2024 i due governi hanno adottato specifiche Guidelines for Extended Deterrence, rafforzando consultazione, comunicazione e coordinamento.
La garanzia americana nei confronti di Tokyo comprende esplicitamente capacità convenzionali e nucleari (U.S. Department of Defense, 2024a).
Con la Corea del Sud è stato istituito il Nuclear Consultative Group, attraverso il quale Seoul partecipa molto più direttamente alla consultazione strategica relativa alla deterrenza estesa statunitense e all’integrazione fra capacità convenzionali sudcoreane e operazioni nucleari americane (U.S. Department of Defense, 2024b).
L’Australia costituisce un caso differente.
AUKUS prevede l’acquisizione australiana di sottomarini a propulsione nucleare ma armati convenzionalmente. Canberra non ha annunciato l’intenzione di acquisire armi nucleari e Washington ha ripetutamente distinto il programma di propulsione navale dalla nuclear sharing (U.S. Department of Defense, 2024c).
Sta quindi emergendo nell’Indo-Pacifico una rete di deterrenza estesa basata su consultazione strategica, interoperabilità, intelligence, capacità convenzionali a lunga gittata, difesa antimissile e presenza militare statunitense.
Dal punto di vista cinese, tuttavia, la distinzione giuridica tra nuclear sharing e deterrenza estesa potrebbe essere meno importante dell’effetto operativo complessivo.
Una crescente integrazione fra Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Australia può essere interpretata da Pechino come la formazione progressiva di un sistema strategico coordinato lungo l’intero arco marittimo orientale della Cina.
La misura adottata da una parte come strumento difensivo diventa quindi per l’altra parte un elemento della minaccia.
È il classico security dilemma, trasferito all’interno di un sistema nucleare multipolare.
Dalla bilancia alla rete
Il sistema strategico della Guerra fredda era costruito prevalentemente intorno alla relazione fra due grandi potenze nucleari.
Il sistema asiatico contemporaneo non è bipolare. È almeno quadrangolare e diventa ancora più complesso introducendo Stati Uniti, Russia, Giappone, Corea del Sud e Australia.
Una trasformazione della postura di un attore può produrre conseguenze strategiche su un Paese differente dall’avversario contro il quale quella trasformazione era originariamente diretta.
La Cina aumenta gli ICBM e rafforza la propria forza di secondo colpo soprattutto pensando agli Stati Uniti.
L’India interpreta l’espansione cinese come un deterioramento della propria posizione relativa e introduce sistemi più sofisticati.
Il Pakistan osserva la modernizzazione indiana e rafforza la propria Full Spectrum Deterrence.
Gli Stati Uniti rafforzano la deterrenza estesa verso Giappone e Corea del Sud per rispondere alla Cina e alla Corea del Nord.
Pechino interpreta la crescente integrazione degli alleati americani come un ulteriore rafforzamento della capacità statunitense di contenimento.
A reagisce a B inducendo C a reagire ad A.
RAND, attraverso ROMANCER, mostra precisamente quanto più difficile diventi modellizzare l’escalation quando gli attori sono più di due e ciascuno opera sulla base di informazioni incomplete, percezioni differenti e razionalità imperfetta (Geist et al., 2025).
La vecchia metafora della bilancia nucleare diventa insufficiente. Non vi è più una bilancia. Vi è una rete.
La nuova equazione strategica asiatica
Nel 2026 l’Asia atomica non può più essere descritta attraverso la sola domanda relativa al numero delle testate.
La Cina ne possiede circa 620, l’India circa 190, il Pakistan circa 170 e la Corea del Nord almeno una sessantina assemblate.
Ma il numero costituisce soltanto una delle variabili.
La capacità reale dipende dalla sopravvivenza della forza, dalla prontezza, dal command and control, dalla ridondanza, dalla precisione, dalla capacità di early warning, dalla natura dual-use dei vettori, dalla sicurezza delle comunicazioni e dalla qualità delle informazioni disponibili alla leadership.
La Cina rappresenta il cambiamento quantitativamente più importante. La sua crescita militare non contraddice tuttavia le fragilità economiche, demografiche e istituzionali. Le due dinamiche possono esistere simultaneamente. Un Paese può accumulare vulnerabilità strutturali e aumentare nello stesso tempo enormemente la propria potenza militare. Lo avevo già constatato in Russia, negli anni ’90.
In determinate condizioni, le due dinamiche possono persino rafforzarsi reciprocamente. L’incertezza sulla possibilità di sostenere indefinitamente la competizione futura può aumentare il valore attribuito oggi a strumenti relativamente efficienti di deterrenza, coercizione e negazione. La fragilità cinese non costituisce quindi necessariamente un elemento rassicurante. Ma nemmeno la crescita degli arsenali permette di dedurre automaticamente una superiorità operativa.
Il PLA dispone di piattaforme sempre più sofisticate e di una base industriale eccezionale, ma rimangono interrogativi sulla capacità di comando congiunto, sull’esperienza operativa, sulla corruzione, sull’affidabilità delle catene informative e sulla possibilità che un sistema politico fortemente centralizzato riceva sempre informazioni sufficientemente accurate dal livello subordinato.
L’equazione corretta non è quindi forza contro debolezza. È forza e debolezza simultanee.
Il confronto indo-pakistano del 2025 ha nel frattempo dimostrato che l’arma nucleare non rende impossibile il combattimento fra potenze atomiche.
La deterrenza ha limitato la guerra. Non l’ha abolita.
La Corea del Nord aggiunge un’ulteriore instabilità: un arsenale più piccolo, relativamente vulnerabile, ma sempre più mobile, solid-fuel e orientato anche alle missioni di teatro può produrre una pressione all’impiego anticipato maggiore di quella esistente in arsenali molto più grandi e sopravviventi.
La trasformazione della deterrenza cinese dimostra infine che l’Asia sta entrando in una fase nella quale la competizione nucleare non riguarda più soltanto la possibilità astratta della distruzione reciproca.
Riguarda la capacità di combattere sotto una copertura nucleare, mantenere l’iniziativa convenzionale, negare all’avversario determinate opzioni e controllare contemporaneamente il processo di escalation.
È probabilmente questo il punto più pericoloso. Il rischio maggiore non è necessariamente quello di una leadership che decide consapevolmente di iniziare una guerra nucleare strategica.
È quello di una crisi convenzionale nella quale un vettore dual-capable venga interpretato erroneamente; una struttura di comando venga colpita senza che l’attaccante ne comprenda pienamente la funzione; un attacco cyber oscuri parte dell’early-warning architecture; una piattaforma di intelligenza artificiale classifichi erroneamente una sequenza incompleta di segnali; e il vertice politico disponga di minuti, non di ore, per stabilire se ciò che sta osservando costituisca l’inizio di un first strike.
In un sistema di questo genere la variabile ultima della deterrenza non è il numero delle testate.
È il tempo. Il tempo disponibile per percepire. Il tempo disponibile per interpretare.
Il tempo disponibile per distinguere un attacco reale da un falso allarme, una dimostrazione da una preparazione operativa, una capacità convenzionale da una capacità nucleare.
E, soprattutto, il tempo disponibile per comprendere correttamente ciò che sta accadendo prima che una decisione diventi irreversibile.
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