erosione del potere d’acquisto e dipendenza demografica
Negli ultimi quarant’anni l’economia italiana ha progressivamente accumulato tre squilibri differenti, ma sempre più strettamente interconnessi. Il primo è monetario: la moneta ha perso potere d’acquisto e, soprattutto nelle fasi di accelerazione inflazionistica, i redditi da lavoro non sono stati in grado di adeguarsi con la stessa velocità. Il secondo è economico e fiscale: la crescita della produttività e dei salari reali è rimasta debole, mentre l’imposizione sul lavoro e sui consumi continua ad assorbire una quota elevata del reddito prodotto, comprimendo la capacità delle famiglie di accumulare capitale. Il terzo è demografico: la popolazione attiva deve sostenere una quota crescente di anziani proprio mentre le generazioni destinate a sostituirla diventano numericamente più piccole.
Presi separatamente, questi fenomeni sono gestibili. Considerati simultaneamente, generano invece un meccanismo di retroazione. La perdita di potere d’acquisto riduce il reddito reale; l’elevato prelievo fiscale e contributivo riduce ulteriormente il reddito disponibile; la minore capacità di risparmio rallenta la formazione del patrimonio; la minore sicurezza economica influenza le decisioni di lungo periodo, compresa quella di avere figli; la denatalità riduce la futura popolazione attiva; una popolazione attiva più piccola deve sostenere una popolazione anziana maggiore; il conseguente aumento della pressione previdenziale, sanitaria e fiscale torna infine a comprimere il reddito delle nuove generazioni attive.
Il problema non consiste quindi soltanto nel fatto che l’Italia stia invecchiando. Consiste nel fatto che sta invecchiando mentre la capacità economica delle generazioni chiamate a sostenere tale invecchiamento cresce troppo lentamente.

La prima componente è monetaria.
Il confronto di lungo periodo deve essere effettuato in termini reali. Secondo i coefficienti di rivalutazione monetaria dell’ISTAT, un valore monetario del 1983 deve essere moltiplicato per circa 3,56 per essere espresso in potere d’acquisto del 2024; includendo l’aumento dei prezzi del 2025, il coefficiente si colloca intorno a 3,62. Ciò significa che fra il 1983 e il 2025 il livello generale dei prezzi è aumentato complessivamente di circa il 262 per cento (ISTAT, 2025; ISTAT, 2026a).
La moneta necessaria per acquistare nel 2025 lo stesso paniere acquistabile con 100 unità monetarie nel 1983 è quindi pari, approssimativamente, a 362.
Questo dato di per sé non costituirebbe un problema se redditi nominali, produttività e patrimonio delle nuove generazioni fossero aumentati almeno nella stessa proporzione. Il problema italiano nasce precisamente dal mancato allineamento.
La recente crisi inflazionistica ne offre una dimostrazione particolarmente evidente. Nell’area dell’euro l’inflazione ha raggiunto il 10,6 per cento nell’ottobre 2022. L’analisi della BCE mostra che l’accelerazione iniziale è derivata soprattutto da shock dal lato dell’offerta, dalle strozzature delle catene produttive internazionali e dall’esplosione dei prezzi energetici, ai quali si sono successivamente aggiunti la ripresa della domanda post-pandemica e gli effetti di politiche fiscali e monetarie fortemente accomodanti (ECB, 2024; ECB, 2025).
Non sarebbe quindi corretto attribuire la fiammata inflazionistica semplicemente a un eccesso di moneta. Ma sarebbe altrettanto scorretto ignorare la componente monetaria del processo. Dopo un lungo periodo di tassi eccezionalmente bassi e abbondante liquidità, la normalizzazione si è verificata quando l’inflazione era già ampiamente superiore all’obiettivo. La BCE ha portato il tasso sui depositi da -0,50 per cento nel luglio 2022 al 4 per cento nel settembre 2023, con un aggiustamento di 450 punti base in quattordici mesi. Dopo la successiva fase di allentamento, il tasso è tornato al 2 per cento nel giugno 2025 ed è stato nuovamente portato al 2,25 per cento nel giugno 2026, livello confermato nel luglio 2026 (ECB, 2026a).
La famiglia ha quindi subito due shock consecutivi. Prima l’inflazione ha ridotto il valore reale del reddito e dei saldi monetari. Successivamente il rialzo dei tassi necessario a contrastarla ha aumentato il costo del credito.
La seconda fase colpisce soprattutto chi si trova nella fase di costruzione del patrimonio: giovani, nuove famiglie, acquirenti della prima casa e imprese indebitate. Nell’aprile 2026, nell’area dell’euro, i nuovi mutui immobiliari presentavano tassi medi compresi approssimativamente fra il 3,3 e il 3,6 per cento a seconda della durata della fissazione, mentre il credito al consumo superava il 7,5 per cento (ECB, 2026b).
Questo è un punto importante perché il danno economico dell’inflazione non termina automaticamente quando l’indice dei prezzi torna al 2 per cento.
La disinflazione significa che i prezzi smettono di aumentare rapidamente; non significa che tornino al livello precedente.
Un bene passato da 100 a 120 euro durante la fase inflazionistica rimane a 120 anche quando l’inflazione torna a zero. Per recuperare completamente quella perdita, il reddito nominale deve successivamente crescere abbastanza da raggiungere il nuovo livello dei prezzi.
In Italia questo recupero non si è ancora concluso.
Secondo il Rapporto annuale ISTAT 2026, nonostante il miglioramento registrato nel 2024 e nel 2025, il potere d’acquisto delle retribuzioni nel 2025 rimaneva inferiore dell’8,6 per cento rispetto al 2019. L’OCSE, utilizzando una diversa finestra temporale, rileva che nel primo trimestre 2026 le retribuzioni reali italiane erano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto al primo trimestre 2021. Francia e Germania avevano invece sostanzialmente recuperato la perdita, con la Germania già leggermente sopra il livello del 2021 (ISTAT, 2026b; OECD, 2026a).
La perdita monetaria diventa quindi perdita economica permanente quando i redditi non recuperano.
Anche l’esempio del caffè, pur non avendo alcun valore come indice generale dei prezzi, conserva una funzione illustrativa. Un espresso da 200 lire nel 1983 equivale nominalmente a 0,103 euro al cambio irrevocabile. Ma la semplice conversione lire-euro è economicamente priva di significato ai fini del potere d’acquisto. Rivalutando quelle 200 lire con il livello generale dei prezzi, si ottiene un valore prossimo a 0,37 euro attuali. Se il prezzo medio dell’espresso si colloca oggi intorno a 1,20-1,30 euro, il suo prezzo è cresciuto quindi di oltre tre volte anche rispetto all’inflazione generale, non semplicemente di dodici o tredici volte rispetto alla conversione nominale delle lire. L’esempio mostra come alcuni beni di consumo quotidiano possano avere sperimentato dinamiche assai superiori alla media generale dei prezzi.
La questione monetaria si sovrappone poi a quella fiscale.
Nel 1983 l’aliquota ordinaria dell’IVA era pari al 18 per cento. È salita al 19 per cento nel 1988, al 20 per cento nel 1997, al 21 per cento nel 2011 e al 22 per cento dal 2013. Il passaggio dal 18 al 22 per cento equivale a un aumento di quattro punti percentuali dell’aliquota e del 22,2 per cento del suo livello relativo. Questo significa che, a parità di prezzo netto, lo Stato assorbe oggi una quota maggiore del consumo soggetto all’aliquota ordinaria rispetto ai primi anni Ottanta.
Il fenomeno deve essere collocato nel quadro complessivo dell’imposizione.
Nel 2024 la pressione fiscale italiana ha raggiunto il 42,6 per cento del PIL, aumentando di oltre un punto percentuale rispetto all’anno precedente. L’incremento è stato alimentato contemporaneamente da imposte dirette, imposte indirette e contributi sociali (ISTAT, 2025).
Sul lavoro il confronto internazionale è particolarmente significativo. Nel 2025 il tax wedge OCSE per un lavoratore single senza figli con salario medio era pari al 45,8 per cento del costo complessivo del lavoro in Italia, contro una media OCSE del 35,1 per cento. Germania e Francia presentavano valori ancora superiori, rispettivamente del 49,3 e del 47,2 per cento, mentre il Belgio raggiungeva il 52,5 per cento (OECD, 2026b).
L’Italia non è quindi il Paese OCSE con la maggiore imposizione sul lavoro. Il problema è la combinazione fra un cuneo molto elevato e una capacità molto più debole di produrre crescita reale dei redditi.
La Germania può sostenere un cuneo del 49,3 per cento disponendo contemporaneamente di produttività, tassi di occupazione e salari medi superiori. Il peso economico di una determinata aliquota fiscale non dipende soltanto dalla percentuale prelevata, ma dall’ampiezza della base dalla quale viene prelevata.
Il medesimo 45 per cento è molto più gravoso su un reddito reale stagnante che su uno in forte crescita.
La Francia con il prelievo fiscale sostiene politiche a favore della natalità.
Questa è una delle ragioni per cui il problema italiano non può essere ridotto alla tassazione né alla moneta considerate separatamente. È la combinazione a determinare il reddito effettivamente disponibile.
Il terzo passaggio riguarda quindi il risparmio.
A metà degli anni Ottanta le famiglie italiane risparmiavano più del 25 per cento del proprio reddito disponibile. Nel 2025 la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari all’8,2 per cento. La quota di reddito destinata annualmente all’accumulazione si è quindi ridotta di circa due terzi rispetto al periodo nel quale si formò una parte importante del patrimonio oggi posseduto dalle famiglie italiane (Sabbatini e Zollino, 2013; ISTAT, 2026c).
La differenza è enorme.
A parità di reddito, una famiglia che accantona il 25 per cento costruisce in quattro anni un ammontare di risparmio equivalente a un anno di reddito. Con una propensione dell’8,2 per cento necessita teoricamente di oltre dodici anni.
Ed è questo, più del semplice livello del reddito corrente, a incidere sulla sicurezza economica.
Il dato medio nasconde inoltre una distribuzione molto asimmetrica. Nel 2025 il 47,7 per cento della popolazione viveva in famiglie che dichiaravano di non essere riuscite a risparmiare. Il 22,4 per cento arrivava a fine mese con difficoltà o grande difficoltà. Per il 35,9 per cento le spese relative all’abitazione rappresentavano un onere pesante (ISTAT, 2026b).
Quasi metà della popolazione italiana non sta quindi accumulando capitale attraverso il proprio reddito corrente.
Ciò non significa che metà degli italiani sia povera. Significa qualcosa di diverso e, sotto alcuni aspetti, più strutturale: una parte molto ampia della popolazione è economicamente dipendente dalla continuità del proprio reddito.
Una famiglia che non risparmia può mantenere un buon livello di consumo fintanto che il reddito continua ad arrivare. È però molto più esposta alla disoccupazione, alla malattia, alla separazione, all’aumento dei tassi, alla necessità di cambiare abitazione o a qualsiasi altra variazione imprevista.
Il risparmio è quindi capitale di sicurezza.
Questa distinzione permette anche di comprendere l’apparente paradosso italiano. Le famiglie italiane continuano complessivamente a possedere un patrimonio netto enorme, superiore ai 12.000 miliardi di euro. Ma lo stock patrimoniale misura ciò che è stato accumulato dalle generazioni precedenti, oltre alle rivalutazioni immobiliari e finanziarie; non misura la capacità delle generazioni oggi giovani di riprodurre autonomamente quello stesso patrimonio (Banca d’Italia, 2026).
Il problema è dunque il passaggio dallo stock al flusso.
L’Italia rimane ricca di patrimonio accumulato, ma produce molto meno nuovo risparmio in rapporto al reddito.
Ciò modifica anche la distribuzione delle opportunità. Se diventa più difficile acquistare una casa o costituire un capitale attraverso il lavoro, aumenta il peso delle eredità e dei trasferimenti familiari. Il patrimonio dei genitori diventa progressivamente più importante del reddito dei figli nel determinare la posizione economica di partenza.
È precisamente questo il punto nel quale la questione economica incontra la questione demografica.
Nel mio precedente studio sulla fertilità, il confronto fra otto economie europee mostrava già che non esiste una relazione semplice tra costo monetario del figlio e fertilità. Aggiornando quel campione ai tassi di fecondità del 2024, questa conclusione diventa verificabile statisticamente.
Considerando Francia, Germania, Svezia, Spagna, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Polonia, la correlazione di Pearson fra percentuale di reddito familiare assorbita dal costo di un figlio e tasso di fertilità è appena -0,109. Il coefficiente di determinazione è R² = 0,012 e il p-value è 0,797.
Soltanto l’1,2 per cento della varianza osservata nei tassi di fertilità del campione risulta quindi statisticamente associato alla diversa incidenza del costo lordo del figlio.
La correlazione per ranghi di Spearman è ancora più debole, -0,084, con p = 0,843.
Correggendo il costo per i principali trasferimenti pubblici e le politiche familiari considerate nello studio, la relazione rimane debole. Eliminando la Polonia, per la quale la vecchia calibrazione del programma 500+ non è più metodologicamente utilizzabile, sui restanti sette Paesi la correlazione di Pearson è -0,261, R² = 0,068 e p = 0,572.
Anche dopo avere incorporato parte dell’intervento pubblico, il “prezzo netto” del figlio spiega quindi meno del 7 per cento delle differenze osservate nella fertilità e il coefficiente rimane statisticamente non significativo.
Il risultato è importante: il denaro conta, ma non attraverso un semplice rapporto prezzo-quantità.
È molto più interessante ciò che emerge utilizzando la quota della classe media impiegata nel modello originario come proxy, necessariamente imperfetta, della diffusione di famiglie dotate di reddito, patrimonio e relativa stabilità.
La correlazione con il TFR aggiornato diventa +0,840; R² raggiunge 0,705 e p scende a 0,009. La correlazione di Spearman è +0,909, con p = 0,0018.
Una regressione lineare elementare produce un coefficiente di circa 0,0188: nel piccolo campione, dieci punti percentuali in più di famiglie appartenenti alla classe media sono associati a circa 0,19 figli per donna in più.
È fondamentale non trasformare questo risultato in una prova causale. Il campione è di appena otto Paesi, la variabile “classe media” conserva la calibrazione dello studio originario e numerosi fattori omessi possono produrre simultaneamente una classe media più ampia e una maggiore fertilità.
Come sensitivity analysis, tuttavia, il risultato è rilevante.
La fertilità mostra una relazione quasi nulla con il costo contabile del figlio e una relazione molto più forte con una proxy della sicurezza economico-patrimoniale.
L’evidenza econometrica internazionale converge nella stessa direzione.
Fluchtmann, van Veen e Adema hanno stimato per l’OCSE un panel relativo al periodo 2002-2019, con 464 osservazioni, effetti fissi per Paese e anno, trend specifici nazionali e controlli macroeconomici. In diverse specificazioni, il coefficiente dell’occupazione femminile sul logaritmo della fertilità è prossimo a +0,008 e statisticamente significativo all’1 per cento; quello dell’occupazione maschile è circa +0,004 e significativo al 5 per cento (Fluchtmann, van Veen e Adema, 2023).
In termini intuitivi, un aumento di dieci punti percentuali dell’occupazione femminile è associato, nell’ordine di grandezza della specificazione, a una fertilità superiore di circa l’8 per cento.
Il risultato è importante perché mostra che l’occupazione femminile nelle economie avanzate non deve essere considerata necessariamente antagonista della natalità. Quando il lavoro produce stabilità e può essere conciliato con la famiglia, la relazione può essere positiva.
Ancora più significativo è il confronto fra differenti politiche.
La spesa per educazione e cura della prima infanzia conserva un coefficiente positivo e statisticamente significativo anche quando vengono controllati i costi economici della genitorialità. I trasferimenti monetari alle famiglie, invece, perdono gran parte della propria significatività quando il modello introduce direttamente quei costi.
I servizi che permettono alla famiglia di conservare il reddito da lavoro sembrano quindi più strutturalmente importanti della semplice compensazione monetaria.
Il coefficiente dei costi diretti della genitorialità è negativo e fortemente significativo, intorno a -0,895 nella specificazione di riferimento. Anche la spesa abitativa presenta un coefficiente negativo, circa -0,002, statisticamente significativo.
Non è quindi corretto dire che i costi non contano.
Il punto è differente: il loro impatto dipende dalla condizione economica entro la quale vengono sostenuti.
Il costo di un bambino di 10.000 euro annui produce conseguenze molto diverse per una famiglia proprietaria dell’abitazione, con due redditi stabili e un patrimonio finanziario consistente, rispetto a una famiglia che destina già quasi tutto il reddito ad affitto, consumo e servizio del debito.
Il costo monetario è identico.
La vulnerabilità è completamente diversa.
Da questo punto di vista, il concetto economicamente rilevante non è semplicemente il reddito, ma il reddito permanente atteso corretto per il rischio e per la capacità di accumulazione patrimoniale.
Ed è a questo punto che emerge la seconda grande componente del problema: l’indice di dipendenza strutturale.
Occorre preliminarmente distinguere l’indice di dipendenza strutturale complessivo dall’indice di dipendenza degli anziani.
Il primo rapporta la popolazione convenzionalmente non attiva, cioè 0-14 anni e 65 anni e oltre, alla popolazione fra 15 e 64 anni. Il secondo considera soltanto gli ultrasessantacinquenni.
Questa distinzione è essenziale perché, osservando soltanto il primo indice, la posizione italiana potrebbe apparire meno grave di quanto realmente sia.
Secondo le serie armonizzate della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, nel 2025 l’indice di dipendenza strutturale complessivo è circa 58 in Italia: ogni 100 persone tra 15 e 64 anni vi sono quindi circa 58 persone appartenenti alle fasce convenzionalmente dipendenti.
Il dato francese è persino leggermente superiore, circa 60. La Germania è intorno a 57, il Regno Unito a 58, gli Stati Uniti a 55, il Canada a 54. Il Giappone raggiunge circa 70, mentre la Corea del Sud si trova ancora intorno a 44 (World Bank, 2026).
Se ci fermassimo qui, l’Italia non apparirebbe un’eccezione.
Ma la composizione dell’indice cambia completamente il significato economico.
In Italia la componente anziana è ormai circa 40 ogni 100 persone in età 15-64, mentre quella giovanile è soltanto circa 18.
In Francia la componente anziana è circa 37 e quella giovanile circa 23.
In Germania sono rispettivamente circa 38 e 19.
Nel Regno Unito circa 31 anziani e 27 giovani.
Negli Stati Uniti circa 29 e 26.
In Canada circa 31 e 23.
In Corea del Sud circa 29 e 15.
Il Giappone rappresenta attualmente l’unico grande Paese avanzato in una situazione nettamente peggiore dell’Italia: circa 51 anziani e appena 19 giovani ogni 100 persone in età lavorativa.
La differenza è economicamente fondamentale.
Un indice di dipendenza pari a 58 composto da 31 anziani e 27 giovani, come approssimativamente nel Regno Unito, non equivale a un indice di 58 composto da 40 anziani e 18 giovani.
Nel primo caso una quota molto maggiore della popolazione dipendente costituisce la futura forza lavoro.
Nel secondo una quota assai maggiore ha già concluso o sta concludendo la propria vita lavorativa.
Nel 1983 l’Italia aveva una struttura quasi opposta a quella attuale. L’indice di dipendenza degli anziani era circa il 19,8 per cento e quello giovanile circa il 31 per cento. L’indice totale era dunque poco superiore al 50 per cento.
Il numero totale dei dipendenti per persona in età lavorativa non è quindi esploso.
È cambiata la natura della dipendenza.
Nel 1983 vi erano circa cinque persone in età lavorativa per ogni ultrasessantacinquenne.
Nel 2025, utilizzando la definizione 15-64 della Banca Mondiale, ne rimangono circa 2,5.
In Germania sono circa 2,6, in Francia 2,7, nel Regno Unito e in Canada circa 3,2, negli Stati Uniti circa 3,4. In Giappone sono ormai meno di due.
Questo è uno degli indicatori più chiari della trasformazione strutturale italiana.
E il problema è ulteriormente aggravato dal fatto che “persona in età lavorativa” non significa “persona che lavora”.
Nel primo trimestre 2026 il tasso di occupazione italiano era circa il 62,8 per cento, contro circa il 69,4 per cento in Francia e il 77,3 per cento in Germania (OECD, 2026a).
L’Italia dispone quindi non soltanto di meno persone potenzialmente attive per ciascun anziano, ma utilizza una quota inferiore di quella stessa popolazione.
Da un punto di vista economico, il rapporto realmente importante non è infatti pensionati/popolazione 15-64, ma beneficiari/occupati produttivi.
Nel 2024 l’Italia contava circa 23,9 milioni di occupati e circa 16,3 milioni di beneficiari di prestazioni pensionistiche. Il semplice rapporto numerico è quindi prossimo a 1,47 occupati per beneficiario.
Non si tratta di un vero rapporto previdenziale, perché alcuni pensionati lavorano, alcune prestazioni non hanno natura strettamente previdenziale e il sistema è finanziato anche attraverso la fiscalità generale. Ma l’ordine di grandezza descrive efficacemente la ristrettezza della base economica rispetto alla popolazione beneficiaria (INPS, 2025; ISTAT, 2025).
Il confronto prospettico è ancora più preoccupante.
Utilizzando la diversa definizione OCSE, che rapporta gli over 65 alla popolazione 20-64 anni, il rapporto medio di dipendenza anziana nell’area OCSE è passato da circa il 19 per cento nel 1980 al 31 per cento nel 2023 e dovrebbe raggiungere circa il 52 per cento entro il 2060.
In Italia, Giappone, Spagna, Polonia e Corea del Sud dovrebbe superare il 75 per cento entro il 2060 (OECD, 2025).
Ciò significa che questi Paesi si avvicineranno a una configurazione nella quale vi saranno meno di 1,33 persone di età 20-64 per ogni ultrasessantacinquenne.
La Corea del Sud rappresenta un caso istruttivo. Oggi possiede ancora un indice complessivo di dipendenza molto inferiore a quello italiano, circa 44 contro 58. Ma la fertilità estremamente bassa farà deteriorare il rapporto a una velocità tale da portarla, secondo l’OCSE, oltre il Giappone nei prossimi decenni.
Questo dimostra che l’indice di dipendenza è una variabile ritardata.
La fertilità di oggi determina la struttura fiscale di domani.
Ed è esattamente ciò che sta avvenendo in Italia.
Nel 2025 sono nati circa 355.000 bambini, il 3,9 per cento in meno rispetto al 2024. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, nuovo minimo storico. I decessi sono stati circa 652.000, producendo un saldo naturale negativo di quasi 300.000 persone (ISTAT, 2026d).
Il saldo migratorio positivo con l’estero, circa 296.000 persone, ha praticamente compensato la perdita naturale, consentendo alla popolazione complessiva di rimanere sostanzialmente stabile intorno ai 58,9 milioni.
Ma mantenere costante la popolazione non significa mantenere costante il rapporto di dipendenza.
Perché l’immigrazione compensi realmente l’invecchiamento occorre che gli immigrati siano prevalentemente in età lavorativa, abbiano tassi elevati di occupazione, producano redditi sufficienti, versino contributi e rimangano nel Paese abbastanza a lungo. L’effetto dipende quindi dalla qualità economica e demografica dei flussi, non semplicemente dal loro numero.
La denatalità italiana assume in questo quadro un significato diverso da quello di una semplice preferenza culturale.
Nel 2024 soltanto il 21,2 per cento delle persone tra 18 e 49 anni dichiarava di voler certamente o probabilmente avere un figlio nei successivi tre anni. Oltre 10,5 milioni di persone dichiaravano invece di non volere figli o altri figli né nel breve né nel lungo periodo. Tra le motivazioni indicate, circa un terzo era direttamente economico e un ulteriore 9,4 per cento riguardava le condizioni lavorative (ISTAT, 2025b).
Questo risultato è perfettamente coerente con il modello econometrico.
Non significa che la fertilità dipenda esclusivamente dal denaro. Il mio studio del 2024 individua esplicitamente altri fattori: autonomia delle donne, istruzione, trasformazione culturale, urbanizzazione, formazione delle coppie e pianificazione familiare.
Ma questi fattori spiegano perché la fertilità moderna sia una scelta.
L’economia contribuisce a spiegare le condizioni nelle quali quella scelta viene esercitata.
Quando avere figli non è più un evento quasi automatico determinato dalle norme sociali, dalla religione o dalla limitata disponibilità di contraccezione, la decisione diventa inevitabilmente più sensibile alle aspettative.
Ed è proprio l’aspettativa economica ad essersi deteriorata.
Il problema non è soltanto che un giovane guadagni meno in termini reali.
È che il suo reddito produce meno capacità di accumulo.
Un reddito dal quale si riesce a risparmiare il 25 per cento genera rapidamente patrimonio e riduce progressivamente il rischio. Un reddito dal quale si riesce a risparmiare l’8 per cento produce una traiettoria patrimoniale molto più lenta. Un reddito dal quale non si riesce a risparmiare nulla mantiene il consumo presente, ma non aumenta la sicurezza futura.
La nascita di un figlio è invece un’obbligazione economica di lunghissima durata.
Il soggetto non deve chiedersi soltanto se può pagare le spese del bambino quest’anno. Deve implicitamente formulare una previsione sul proprio reddito, sulla propria occupazione, sull’abitazione e sulla propria ricchezza fra dieci o vent’anni.
È per questo che il semplice trasferimento monetario può non essere sufficiente.
Un bonus da 2.000 euro riduce una spesa.
Non modifica necessariamente la traiettoria patrimoniale.
Una riduzione permanente dell’imposizione sul reddito o sul lavoro può avere un effetto differente proprio perché modifica il flusso di accumulazione.
La calibrazione originaria del mio studio attribuiva, per esempio, alla famiglia italiana di classe media un reddito lordo nell’ordine di 54.000 euro e un reddito netto vicino a 39.000, con una differenza fiscale e contributiva di circa 15.000 euro.
La completa detassazione ipotizzata nello studio non rappresenterebbe quindi un trasferimento una tantum.
Rappresenterebbe un flusso.
Quindicimila euro annui per dieci anni equivalgono, senza considerare alcun rendimento, a 150.000 euro.
Per vent’anni equivalgono a 300.000 euro.
Investiti con un rendimento reale composto del 2 per cento annuo, produrrebbero dopo vent’anni un capitale nell’ordine di 365.000 euro.
Il significato della proposta non è quindi “lo Stato paga il costo dei figli”.
È assai diverso: la presenza dei figli modifica strutturalmente la capacità della famiglia di costruire capitale.
Questo è coerente anche con i risultati econometrici dell’OCSE, che mostrano come i trasferimenti puramente monetari producano effetti meno robusti rispetto alle politiche capaci di mantenere l’occupazione e la capacità di reddito dei genitori.
Va invece corretta una parte della metodologia utilizzata nel 2024. Dividere il beneficio fiscale per il costo medio di un bambino permette di stimare quanti figli aggiuntivi una famiglia sarebbe finanziariamente in grado di sostenere, ma non quanti effettivamente ne avrà.
La prima è una capacità di bilancio.
La seconda è una risposta comportamentale.
Fra le due occorre introdurre un’elasticità empiricamente stimata.
Una prosecuzione econometrica dello studio dovrebbe quindi utilizzare non semplicemente reddito e TFR, ma una variabile di sicurezza economica intertemporale costruita attraverso reddito permanente atteso, stabilità occupazionale, patrimonio finanziario netto, proprietà o accessibilità dell’abitazione, capacità di risparmio, servizio del debito e aspettative economiche.
L’ipotesi da testare sarebbe allora molto più precisa: la fertilità della classe media è maggiormente sensibile alla variazione attesa della ricchezza futura che al livello puntuale del reddito corrente.
Questo permette finalmente di definire la spirale italiana senza sovrapporre cause ed effetti.
La prima causa è monetaria: l’inflazione riduce il potere d’acquisto e, quando le retribuzioni non recuperano integralmente, converte una perdita monetaria temporanea in perdita reale permanente.
La seconda è economico-fiscale: bassa crescita della produttività, elevata tassazione del lavoro e dei consumi, costi abitativi e bassi margini di risparmio rallentano la formazione del patrimonio.
La terza è demografica: l’invecchiamento trasferisce una quota crescente del reddito prodotto verso pensioni, sanità e assistenza proprio mentre diminuisce la popolazione destinata a produrlo.
Questi tre fattori si incontrano nel bilancio della famiglia attiva.
Meno reddito reale.
Meno reddito disponibile dopo imposte e contributi.
Meno risparmio.
Meno patrimonio.
Minore sicurezza.
Maggiore prudenza nelle scelte irreversibili di lungo periodo.
Minore fertilità.
Coorti future più piccole.
Peggioramento del rapporto fra anziani e popolazione attiva.
Maggiore pressione fiscale e contributiva su ciascun futuro lavoratore.
Nuova riduzione della possibilità di accumulare.
Il circuito ritorna così al punto di partenza.
È questo che distingue una crisi da una spirale.
La crisi produce una perdita.
La spirale produce una perdita che modifica le condizioni del periodo successivo rendendo più probabile una nuova perdita.
L’Italia è già all’interno di questo meccanismo.
Nel 1983 aveva circa cinque persone in età lavorativa per ogni ultrasessantacinquenne; oggi ne ha circa 2,5.
Le famiglie risparmiavano oltre il 25 per cento del reddito; oggi circa l’8 per cento.
L’aliquota IVA ordinaria era del 18 per cento; oggi è del 22.
Nel 2025 il cuneo fiscale sul lavoratore medio era del 45,8 per cento contro il 35,1 per cento OCSE.
Le retribuzioni reali nel 2025 erano ancora dell’8,6 per cento sotto il livello del 2019.
Quasi metà della popolazione vive in famiglie che dichiarano di non riuscire a risparmiare.
La fertilità è scesa a 1,14 figli per donna.
E proprio le generazioni nate con questi tassi di fertilità dovranno sostenere, tra venticinque o trent’anni, la fase più difficile dell’invecchiamento italiano.
La vulnerabilità del modello non deriva quindi da un solo numero, ma dalla loro sovrapposizione.
Il vero problema economico italiano non è semplicemente che siamo diventati più vecchi, né semplicemente che i salari sono bassi, né che le tasse sono elevate, né che l’inflazione ha eroso il reddito.
È che ciascuno di questi elementi sta progressivamente riducendo la capacità delle generazioni attive di accumulare quella sicurezza economica necessaria a riprodurre sia il capitale sia la popolazione che dovranno sostenere il sistema nel futuro.
In questo senso la perdita di potere d’acquisto e il peggioramento dell’indice di dipendenza non sono due crisi parallele. Sono le due estremità temporali dello stesso processo: la prima riduce oggi la capacità di costruire il futuro; la seconda aumenta domani il costo di non averlo costruito.
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