Geopolitica dell’Africa – Il ruolo strategico della religione

identità, conflitti e geopolitica dei valori

La dimensione religiosa riveste in Africa un ruolo assai più profondo di quanto suggerirebbe una lettura puramente istituzionale degli Stati. Non riguarda soltanto l’appartenenza confessionale individuale, ma investe la produzione della legittimità, la costruzione delle identità collettive, la distribuzione di assistenza, l’educazione, la mediazione dei conflitti e, in alcune aree, perfino l’esercizio di funzioni che lo Stato non riesce a garantire in modo capillare. Chiese, confraternite islamiche, moschee, movimenti pentecostali, scuole confessionali, reti caritative e autorità religiose costituiscono spesso infrastrutture sociali dotate di una penetrazione territoriale superiore a quella delle istituzioni pubbliche. La religione, in altre parole, non è semplicemente un elemento culturale che si aggiunge alla politica: in numerosi contesti africani è uno dei linguaggi attraverso i quali il potere viene interpretato, legittimato e contestato (Ellis and ter Haar, 2004; Gifford, 1998).

Questa considerazione è particolarmente importante perché una parte consistente della teoria politica occidentale moderna si è formata attorno alla progressiva separazione fra sfera religiosa e sfera pubblica. Applicare meccanicamente tale distinzione all’Africa conduce però a errori di interpretazione. Ellis e ter Haar hanno mostrato come, in molte società africane, il mondo spirituale e quello politico non siano percepiti come ambiti completamente separati: la reputazione morale di un leader, la capacità di proteggere una comunità, l’autorità rituale e il potere pubblico possono appartenere alla stessa grammatica sociale (Ellis and ter Haar, 2004). Questo non significa che gli Stati africani siano teocrazie o che la religione domini automaticamente la politica; significa piuttosto che la secolarizzazione europea non può essere assunta come modello universale per misurare il rapporto fra fede e potere.

I dati contemporanei confermano il peso di questa infrastruttura religiosa. Afrobarometer rileva che, mediamente in 39 Paesi africani, il 66% dei cittadini dichiara di avere fiducia nei leader religiosi, un livello superiore a quello registrato per presidenti, parlamenti, tribunali e polizia. La fiducia nei leader religiosi supera anche quella accordata, in media, ai tradizionali capi comunitari e si mantiene elevata nonostante il generale deterioramento della fiducia nelle istituzioni pubbliche osservato nell’ultimo decennio (Adaba and Boio, 2024). In Stati nei quali l’amministrazione pubblica raggiunge il territorio in modo discontinuo, questo capitale fiduciario produce conseguenze politiche concrete: un vescovo, un imam, il capo di una confraternita o il pastore di una grande chiesa pentecostale possono disporre di una capacità di mobilitazione sociale superiore a quella di molti rappresentanti eletti.

Anche la geografia demografica della religione sta modificando il peso globale dell’Africa. Secondo le stime più aggiornate del Pew Research Center, nel 2020 l’Africa subsahariana contava circa 697 milioni di cristiani, pari al 62% della popolazione regionale, e circa 369 milioni di musulmani, pari al 33%. Cristiani e musulmani rappresentavano quindi insieme circa il 95% della popolazione dell’area. Nello stesso anno l’Africa subsahariana ospitava ormai il 30,7% di tutti i cristiani del mondo, superando l’Europa come regione con la maggiore popolazione cristiana (Hackett et al., 2025). La conseguenza geopolitica di questo spostamento è evidente: il futuro delle due maggiori religioni mondiali sarà sempre più africano, e le società africane diventeranno progressivamente più importanti nella definizione dei dibattiti interni al cristianesimo e all’islam.

Le percentuali, tuttavia, non devono essere interpretate come compartimenti rigidi. Cristianesimo, islam e religioni tradizionali africane hanno prodotto nel tempo sovrapposizioni, adattamenti e sincretismi. Il Pew Research Center osserva che le religioni tradizionali risultano statisticamente difficili da misurare proprio perché pratiche relative agli antenati, alla guarigione, agli spiriti o alla protezione spirituale possono essere incorporate in comunità che si definiscono pienamente cristiane o musulmane (Hackett et al., 2025). La carta religiosa africana è quindi molto più complessa di una semplice divisione fra una fascia musulmana settentrionale e un’Africa cristiana meridionale.

Cristianesimo e Islam: convivenza, competizione e linee di faglia

Le linee di separazione religiosa esistono e, in alcune aree, coincidono con divisioni economiche, linguistiche o territoriali. Nell’Africa occidentale il peso dell’islam tende generalmente ad aumentare procedendo verso il Sahel e il Sahara, mentre il cristianesimo è più forte nelle aree meridionali e costiere. La Nigeria rappresenta il caso più evidente di un grande Stato nel quale cristiani e musulmani hanno dimensioni demografiche comparabili e una distribuzione geografica fortemente differenziata. Ma proprio la Nigeria dimostra quanto sia pericoloso attribuire automaticamente alla religione conflitti che nascono dall’interazione fra variabili differenti.

Nel Middle Belt nigeriano, per esempio, gli scontri fra comunità di pastori Fulani, prevalentemente musulmane, e popolazioni agricole spesso cristiane vengono frequentemente descritti come violenza interreligiosa. La componente confessionale è reale, perché religione ed etnicità contribuiscono alla costruzione delle identità dei gruppi. Le cause materiali comprendono però anche competizione per la terra e l’acqua, trasformazione delle rotte di transumanza, crescita demografica, degrado ambientale, criminalità armata, diffusione delle armi e debole capacità dello Stato di arbitrare conflitti locali. Quando identità religiosa e posizione economica coincidono, una disputa territoriale può essere reinterpretata rapidamente come conflitto fra comunità di fede. La religione agisce quindi spesso come moltiplicatore dell’identità più che come causa originaria della violenza (International Crisis Group, 2017).

Il Senegal mostra l’altra possibilità. Si tratta di un Paese a larghissima maggioranza musulmana nel quale le confraternite sufi, in particolare la Muridiyya e la Tijaniyya, hanno svolto un ruolo politico e sociale profondo senza trasformare sistematicamente la religione in conflitto confessionale. Cheikh Anta Babou ha mostrato come la Muridiyya debba essere compresa come un sistema religioso, educativo, economico e sociale dotato di una propria genealogia africana, e non semplicemente come reazione al colonialismo francese o come strumento di influenza esterna (Babou, 2007). La relativa stabilità religiosa senegalese deriva quindi non dalla debolezza della religione, ma dalla sua istituzionalizzazione all’interno di reti sociali capaci di negoziare con lo Stato.

Anche l’Etiopia impone prudenza. Il Paese possiede una delle più antiche tradizioni cristiane del mondo e una presenza musulmana storicamente rilevante, ma i grandi conflitti contemporanei hanno avuto prevalentemente natura etnica, territoriale e politica. Ciò non impedisce alla religione di interagire con le altre appartenenze, ma mostra che cristianesimo e islam non costituiscono categorie esplicative sufficienti. Ridurre l’Africa a una potenziale frontiera religiosa globale produrrebbe quindi lo stesso errore analitico che consiste nel leggere ogni guerra africana attraverso l’etnicità: attribuire a una sola identità ciò che deriva dall’interazione fra istituzioni, risorse, storia e competizione per il potere.

L’Islam politico e il jihadismo come ideologia rivoluzionaria

Il rapporto fra religione e violenza assume una forma più radicale nei teatri nei quali organizzazioni jihadiste hanno trasformato l’islamismo da progetto di riforma religiosa in movimento politico-militare. Nel Sahel, nel Bacino del Lago Ciad, in Somalia e nel Mozambico settentrionale, gruppi jihadisti non competono con lo Stato soltanto attraverso attentati e guerriglia. In alcuni territori cercano di imporre regole, riscuotere tributi, amministrare controversie, disciplinare mercati e costruire forme concorrenti di autorità. La letteratura più recente sulla jihadist governance sottolinea proprio questo passaggio dalla semplice distruzione dello Stato alla produzione, per quanto coercitiva e violenta, di ordine alternativo (Rupesinghe, Naghizadeh and Cohen, 2021; Raineri et al., 2025).

È in questo senso che il paragone fra jihadismo contemporaneo e ideologie rivoluzionarie del Novecento può risultare analiticamente utile. Non esiste evidentemente equivalenza dottrinale fra islamismo jihadista, marxismo-leninismo, maoismo o guevarismo. La somiglianza riguarda una funzione politica: trasformare una molteplicità di grievances locali in una teoria generale dell’oppressione, identificare un nemico, promettere un ordine alternativo e inserire conflitti periferici in una causa transnazionale. Come le ideologie rivoluzionarie del Novecento potevano trasformare dispute agrarie, marginalizzazione sociale o repressione politica in componenti di una lotta mondiale contro il capitalismo e l’imperialismo, il jihadismo collega corruzione, violenze statali, confini coloniali, disuguaglianza e marginalizzazione a una narrazione universale che oppone un ordine islamico giusto a governi definiti corrotti, apostati o subordinati agli stranieri (Thurston, 2020).

Nel Sahel questa funzione è particolarmente evidente. Leader come Iyad Ag Ghaly e Amadou Koufa hanno costruito una comunicazione capace di adattare il jihad globale alla struttura sociale locale. Il discorso non si limita alla teologia. Parla di ingiustizia, abusi militari, marginalizzazione di comunità pastorali, corruzione amministrativa e memoria della dominazione coloniale. La forza ideologica consiste precisamente nel saldare il particolare all’universale: una disputa per un pascolo o l’uccisione di un familiare da parte delle forze di sicurezza possono essere reinterpretate come prova dell’illegittimità dell’intero ordine politico.

Gli studi empirici sul reclutamento confermano che il fanatismo religioso, da solo, non spiega l’adesione. Journey to Extremism in Africa, pubblicato dall’UNDP nel 2023, mostra che motivazioni economiche, ricerca di sicurezza, appartenenza comunitaria e soprattutto l’esperienza di abusi da parte delle autorità pubbliche possono svolgere un ruolo decisivo nei percorsi verso l’estremismo. Fra gli intervistati che identificavano un evento specifico come punto di svolta, una quota molto rilevante indicava azioni dello Stato, comprese uccisioni o arresti di familiari e amici, come fattore immediato di mobilitazione (UNDP, 2023).

Questa osservazione modifica profondamente la strategia di contrasto. Se l’insurrezione fosse principalmente il risultato di un’ideologia religiosa importata, la risposta potrebbe concentrarsi sull’eliminazione dei predicatori radicali e delle organizzazioni armate. Se invece il jihadismo riesce a radicarsi perché traduce fallimenti di governance in un progetto politico alternativo, la controinsurrezione deve riguardare anche amministrazione, giustizia, servizi pubblici, condotta delle forze armate e presenza economica dello Stato. La persistenza della violenza dopo anni di operazioni francesi, missioni ONU, eserciti nazionali, Wagner e Africa Corps mostra i limiti della risposta prevalentemente militare.

I dati del 2026 rendono il problema ancora più evidente. L’Africa Center for Strategic Studies ha registrato 23.872 morti collegate alla violenza di gruppi islamisti militanti nei dodici mesi terminati a metà 2026. Il Sahel rappresentava il 42% del totale continentale, mentre Somalia e Bacino del Lago Ciad ne costituivano ciascuno circa il 28%. La persistenza di livelli di letalità superiori alle ventimila vittime annue dal 2023 dimostra che il fenomeno non può più essere trattato come una serie di crisi locali isolate (Africa Center for Strategic Studies, 2026).

Lo studio comparativo di Raineri, Nagarajan, Albert, Ndiaye e Stoddard sulla Islamic State Sahel Province e su ISWAP aggiunge un elemento teorico importante. Pur operando in contesti sociali e geografici differenti, le due organizzazioni mostrano convergenze nella governance interna, nella regolazione sociale, nell’imposizione fiscale e nella fornitura di alcuni servizi, accanto a differenze prodotte dai contesti locali. Gli autori parlano quindi di una dinamica glocal: l’ideologia transnazionale non cancella il locale, ma il locale non annulla la forza organizzativa e normativa dell’affiliazione globale (Raineri et al., 2025). Questa conclusione impedisce tanto di descrivere il jihadismo africano come semplice importazione mediorientale quanto di ridurlo a un’etichetta religiosa applicata a conflitti puramente locali.

Islam africano, salafismo e influenza esterna

La stessa cautela è necessaria quando si analizza l’espansione del salafismo e l’influenza religiosa proveniente dal Medio Oriente. Dalla seconda metà del Novecento, Arabia Saudita e organizzazioni collegate al Golfo hanno finanziato moschee, scuole, borse di studio, pubblicazioni e attività missionarie in numerose regioni africane. Queste reti hanno contribuito alla diffusione di interpretazioni più rigoriste dell’islam, spesso in competizione con confraternite sufi e pratiche locali. Ma stabilire una linea causale diretta fra finanziamento saudita, salafismo e jihadismo significherebbe confondere fenomeni distinti.

Gli studi di Terje Østebø sull’Etiopia mostrano precisamente il carattere locale della trasformazione religiosa. Il concetto di Localising Salafism evidenzia come correnti transnazionali vengano reinterpretate attraverso conflitti sociali, reti familiari, storia regionale e rapporti con lo Stato (Østebø, 2011). Alexander Thurston giunge a conclusioni analoghe per la Nigeria: il campo salafita comprende predicatori quietisti, movimenti di riforma morale, attori politici e correnti radicali, mentre soltanto una frazione accetta la violenza insurrezionale. Identificare salafismo e Boko Haram non è quindi soltanto teologicamente scorretto; impedisce di capire perché la grande maggioranza dei salafiti nigeriani non abbia aderito al jihadismo (Thurston, 2016).

Benjamin Soares, studiando il Mali, ha inoltre mostrato quanto le categorie occidentali di ‘fondamentalismo’ e ‘moderazione’ possano risultare insufficienti per comprendere forme di autorità musulmana che combinano devozione, reti economiche, patronato, educazione e politica locale (Soares, 2005). L’islam africano non può dunque essere pensato come una tradizione originariamente tollerante successivamente corrotta dall’influenza araba. Confraternite, movimenti riformisti e salafiti sono parte di una storia africana autonoma che interagisce con il mondo islamico globale ma non ne costituisce una semplice periferia.

Ciò non elimina la dimensione geopolitica. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia e Iran utilizzano istituzioni religiose, fondazioni, borse di studio e programmi educativi come strumenti di soft power. La Turchia, attraverso Diyanet e la Türkiye Diyanet Foundation, finanzia moschee, formazione religiosa e attività assistenziali; l’Iran mantiene da decenni relazioni con comunità sciite e con movimenti come l’Islamic Movement of Nigeria; le monarchie del Golfo sostengono reti caritative e religiose che costruiscono legami con élite locali. Il finanziamento di una moschea o di una scuola non equivale automaticamente a un’operazione politica, ma nel lungo periodo contribuisce alla formazione di reti, linguaggi e riferimenti culturali che possono avere valore diplomatico.

Il cristianesimo africano e il rovesciamento del rapporto missionario

Sul versante cristiano, la rappresentazione dell’Africa come semplice territorio di missione occidentale è ormai largamente superata dalla realtà demografica e istituzionale. L’Africa subsahariana è oggi la regione del mondo con il maggior numero di cristiani e costituisce uno dei principali centri di crescita del cattolicesimo, del protestantesimo evangelico e soprattutto del Pentecostalismo (Hackett et al., 2025). Questo spostamento modifica progressivamente anche i rapporti di potere interni alle Chiese globali.

Paul Gifford aveva già mostrato negli anni Novanta come il cristianesimo africano svolgesse un ruolo pubblico rilevante in Ghana, Uganda, Zambia e Camerun, interagendo con democratizzazione, società civile e sviluppo (Gifford, 1998). Birgit Meyer ha successivamente analizzato il passaggio dalle African Independent Churches alle Chiese pentecostali-carismatiche come parte delle trasformazioni della modernità africana e dello spazio pubblico (Meyer, 2004). Ogbu Kalu ha insistito sulla necessità di non trattare il Pentecostalismo africano come semplice importazione americana: esso possiede genealogie locali, capacità di appropriazione e forme specificamente africane di innovazione religiosa (Kalu, 2008).

Questa autonomia è particolarmente visibile in Nigeria. Ruth Marshall interpreta la conversione pentecostale come produzione di una nuova soggettività politica: la rigenerazione personale, la disciplina morale, il linguaggio della corruzione e la promessa di una società trasformata diventano anche strumenti per leggere la crisi dello Stato (Marshall, 2009). Ebenezer Obadare ha parlato significativamente di Pentecostal Republic per descrivere un sistema nel quale leader religiosi, reti economiche e classi politiche si intersecano nella produzione del potere pubblico (Obadare, 2018). Le megachurch nigeriane non sono quindi semplicemente luoghi di culto: possono possedere università, televisioni, imprese, reti assistenziali e comunità transnazionali.

Il flusso missionario ha cominciato addirittura a invertirsi. Sacerdoti africani prestano servizio in diocesi europee caratterizzate da carenza di vocazioni; chiese pentecostali fondate in Nigeria, Ghana o Congo aprono comunità a Londra, Parigi, Bruxelles, Roma e Amsterdam; pastori africani interpretano l’Europa secolarizzata come nuovo territorio di evangelizzazione. Questo fenomeno trasforma l’Africa da destinataria della globalizzazione religiosa a produttrice di religione globale.

La stessa trasformazione è visibile all’interno della Chiesa cattolica. La reazione delle conferenze episcopali africane a Fiducia supplicans nel 2024 mostrò che gli episcopati del continente non si considerano semplici esecutori di un’agenda pastorale definita in Europa. Il SECAM elaborò una posizione continentale fortemente critica rispetto alla possibilità di benedire coppie dello stesso sesso, pur riaffermando la comunione con il Papa. Non tutte le conferenze africane adottarono esattamente la stessa interpretazione – l’episcopato dell’Africa meridionale scelse per esempio un’applicazione più aperta – ma l’episodio rese visibile un fatto nuovo: l’Africa è ormai capace di produrre una posizione teologica e pastorale dotata di peso nel dibattito cattolico mondiale (SECAM, 2024).

La geopolitica dei valori

La crescita dell’autonomia religiosa africana si collega a una dimensione geopolitica più ampia, che può essere definita geopolitica dei valori. Questioni relative a famiglia, aborto, omosessualità, identità di genere, educazione sessuale, ruolo della religione nello spazio pubblico e definizione stessa dei diritti individuali sono divenute terreno di tensione fra governi africani, Stati occidentali, organizzazioni internazionali, movimenti religiosi e reti transnazionali. Sarebbe tuttavia riduttivo interpretare questo fenomeno semplicemente come uno scontro fra un’Africa “conservatrice” e un Occidente “progressista”. Ciò che viene conteso non è soltanto il contenuto delle norme, ma il quadro cognitivo all’interno del quale quelle norme acquistano significato.

Il problema è vicino a quello analizzato in Guerra cognitiva. Un’operazione di influenza particolarmente efficace non necessita di dimostrare continuamente la correttezza di una determinata posizione; può ottenere un risultato più profondo se riesce a stabilire il frame entro il quale le alternative verranno successivamente giudicate. Il framing seleziona alcuni aspetti della realtà, attribuisce loro salienza e suggerisce implicitamente una diagnosi, una valutazione morale e una soluzione (Entman, 1993). Quando il frame diventa sufficientemente stabile, la discussione non avviene più fra possibilità equivalenti: una posizione può presentarsi come “progresso”, “diritto umano” o “modernità”, mentre quella contraria viene ricodificata come “arretratezza”, “odio” o “fanatismo”; oppure, sul fronte opposto, una norma può essere presentata come “tradizione”, “sovranità” e “difesa della famiglia”, trasformando l’alternativa in “decadenza”, “colonialismo culturale” o imposizione straniera. In entrambi i casi, la lotta politica comincia prima dell’argomento, perché riguarda la definizione delle parole attraverso cui l’argomento sarà pensato (Palombi, 2025).

In Guerra cognitiva questo processo è stato analizzato anche attraverso la moralizzazione del frame. Quando una scelta politica viene trasformata da questione discutibile di costi, benefici e conseguenze in prova dell’identità morale dell’individuo, lo spazio cognitivo per la posizione intermedia tende a ridursi. Il dissenso non viene più interpretato come una diversa valutazione, ma come segnale di appartenenza morale. Può prodursi allora una forma di moral entrapment: cambiare opinione diviene psicologicamente e socialmente costoso perché significa rischiare di essere espulsi dalla comunità simbolica alla quale si appartiene (Palombi, 2025). Nelle controversie sui valori ciò è particolarmente evidente, perché famiglia, sessualità e religione non riguardano semplicemente preferenze politiche: toccano identità, corpo, educazione dei figli, appartenenza comunitaria e concezioni fondamentali dell’essere umano.

War on Thought permette di spingere l’analisi un passo oltre. La guerra cognitiva riguarda l’azione competitiva o ostile diretta contro percezione, fiducia, identità e processo decisionale; ma non ogni trasformazione dei valori può essere definita guerra cognitiva. Molte modificazioni dell’ambiente mentale sono commerciali, educative, mediatiche, religiose o istituzionali e non richiedono l’esistenza di un centro strategico che le abbia progettate. È quindi necessario distinguere la guerra cognitiva dalla più ampia governance dell’ambiente del pensiero: l’insieme delle condizioni che determinano cosa diviene saliente, quale autorità viene riconosciuta, quali parole appaiono legittime e quali associazioni emotive accompagnano un determinato concetto (Palombi, 2026).

Questa distinzione è essenziale perché impedisce di cadere nella spiegazione complottistica. Non esiste necessariamente una centrale occidentale incaricata di trasformare moralmente le società africane, così come non esiste necessariamente una centrale russa che inventi dal nulla il conservatorismo africano. Esistono piuttosto ecosistemi nei quali governi, ONG, fondazioni, organismi internazionali, università, imprese, Chiese, media, piattaforme digitali e attori locali selezionano, finanziano, amplificano o marginalizzano determinati linguaggi. Alcuni perseguono intenzionalmente un cambiamento normativo; altri obiettivi economici, religiosi o politici; altri ancora rispondono semplicemente agli incentivi del mercato dell’attenzione. Nessuna regia unica è necessaria perché il risultato complessivo possa essere una trasformazione dell’ambiente nel quale una società pensa i propri valori.

Qui si incontra una delle tesi centrali di War on Thought: gli esseri umani non reagiscono alle informazioni come processori neutrali. Abitano mondi simbolici, difendono identità, preservano significati e interpretano i fatti attraverso strutture cognitive che precedono il singolo messaggio (Palombi, 2026). Religione, mito, memoria collettiva e rituale non sono quindi semplicemente contenuti che possono essere manipolati; sono architetture attraverso le quali una società stabilisce ciò che merita attenzione, ciò che deve essere ricordato, quali comportamenti suscitano vergogna o approvazione e quali limiti non possono essere oltrepassati.

La religione rende questa struttura particolarmente visibile. Essa collega individuo e comunità, corpo e norma, passato e presente, comportamento e giudizio morale. Può stabilire ciò che è sacro, ciò che è proibito, ciò che costituisce una famiglia, ciò che rappresenta un dovere, quale significato attribuire alla sofferenza e perfino quale concezione dell’uomo debba essere considerata legittima. Quando un attore esterno tenta di intervenire su questioni di questo tipo, non interviene semplicemente su una preferenza politica: entra in un sistema simbolico nel quale identità, memoria e morale sono strettamente connesse.

Per questa ragione le controversie sui valori sono cognitivamente più profonde delle normali controversie distributive. Una società può discutere un’imposta o un investimento infrastrutturale mantenendo relativamente separata la questione dall’identità personale. È molto più difficile farlo quando il problema riguarda la definizione della famiglia, della sessualità o della vita. La posizione politica può allora fondersi con l’identità morale. La concessione viene percepita come tradimento; il compromesso come contaminazione; l’avversario come minaccia non semplicemente agli interessi ma all’ordine delle cose.

Applicata all’Africa, questa prospettiva conduce a evitare un’altra semplificazione. Le società africane non ricevono passivamente valori occidentali, russi, islamici o evangelici. Le norme globali vengono tradotte, modificate e incorporate all’interno di sistemi locali. Amitav Acharya ha definito questo processo norm localization: gli attori locali selezionano e reinterpretano le norme internazionali in funzione delle proprie istituzioni, credenze e strutture di legittimità (Acharya, 2004). L’Africa non è dunque il punto terminale di una trasmissione normativa, ma uno spazio nel quale idee globali vengono continuamente rinegoziate.

La questione dei diritti LGBT offre un esempio particolarmente evidente. Kapya Kaoma ha documentato le relazioni costruite da organizzazioni cristiane conservatrici statunitensi con leader religiosi e politici africani, mostrando come le culture wars americane abbiano progressivamente assunto una dimensione transnazionale (Kaoma, 2009). Questo elemento è reale, ma non può diventare una spiegazione totale. Attribuire le legislazioni africane restrittive esclusivamente alla destra religiosa americana significherebbe infatti riprodurre l’immagine dell’africano come soggetto privo di capacità politica autonoma.

Gli studi raccolti da van Klinken e Chitando mostrano una realtà molto più complessa, nella quale cristianesimo africano, islam, politica nazionale, eredità coloniali e reti religiose globali interagiscono nella produzione delle controversie sulla sessualità (van Klinken and Chitando, 2016). Rahul Rao ha ulteriormente mostrato come le stesse categorie di “africano”, “occidentale”, “tradizionale” e “moderno” non siano descrizioni neutrali, ma costruzioni politiche mobilitate dagli attori per legittimare o delegittimare determinate posizioni (Rao, 2020).

Il caso ugandese rende particolarmente evidente questa trasformazione semantica del conflitto. L’Anti-Homosexuality Act del 2023 provocò una forte reazione statunitense e occidentale, con pressioni diplomatiche e misure restrittive. Il governo ugandese poté però ricodificare la controversia attraverso un frame differente: non più soltanto “quali diritti devono essere riconosciuti alle persone omosessuali?”, ma “chi possiede l’autorità di stabilire le norme morali della società ugandese?”. La questione passò così dal diritto alla sovranità.

È in questo trasferimento che la geopolitica dei valori diventa terreno cognitivo. Il governo che riesce a trasformare una controversia sui diritti in un conflitto fra sovranità africana e imperialismo occidentale modifica la struttura attraverso cui il cittadino interpreta il problema. Allo stesso modo, l’attore occidentale che riesce a trasformare l’opposizione alla propria posizione normativa in prova di odio, autoritarismo o arretratezza produce un frame che rende alcune alternative moralmente costose prima ancora che vengano discusse.

Non si tratta necessariamente di disinformazione. Un frame può utilizzare fatti autentici e produrre comunque un ambiente cognitivo fortemente selettivo. La guerra cognitiva non opera soltanto attraverso la falsità: opera attraverso salienza, sequenza, associazione, ripetizione e moralizzazione (Palombi, 2025). Due attori possono presentare gli stessi fatti ma inserirli in universi morali completamente differenti.

La Russia ha compreso bene questa possibilità. Mosca non ha creato il conservatorismo religioso africano e non potrebbe farlo. La sua strategia consiste piuttosto nel riconoscere una frattura già presente e collocarvi una narrativa geopolitica compatibile con i propri interessi. È precisamente uno dei meccanismi descritti nella guerra cognitiva: le operazioni più efficienti raramente inventano ex novo le fratture di una società; individuano divisioni latenti, ne aumentano la salienza e forniscono loro una cornice interpretativa più ampia (Palombi, 2025).

Il discorso russo sui “valori tradizionali” associa quindi famiglia, cristianesimo, sovranità nazionale e resistenza all’imperialismo culturale occidentale. La forza di questo messaggio non deriva necessariamente dalla credibilità morale della Russia né dall’adesione integrale delle popolazioni africane alla sua politica. Deriva dalla frame resonance, cioè dalla capacità della narrativa di entrare in risonanza con valori e percezioni già esistenti (Snow and Benford, 1988).

Lo stesso fenomeno opera in senso opposto attraverso le reti internazionali dei diritti umani. La letteratura sulle norme ha mostrato come piccoli gruppi di norm entrepreneurs possano costruire reti transnazionali, persuadere istituzioni e contribuire a trasformare una norma inizialmente controversa in standard internazionale (Finnemore and Sikkink, 1998). Keck e Sikkink hanno mostrato inoltre come organizzazioni della società civile possano aggirare governi nazionali attraverso il cosiddetto boomerang pattern: attori interni incapaci di influenzare il proprio governo mobilitano reti internazionali, che esercitano successivamente pressione dall’esterno (Keck and Sikkink, 1998).

La globalizzazione normativa non è però esclusivamente progressista. Clifford Bob ha mostrato l’emergere di reti transnazionali conservatrici che adottano precisamente gli stessi strumenti della società civile progressista: advocacy internazionale, conferenze, organizzazioni legali, campagne mediatiche, finanziamento, lobbying e costruzione di coalizioni (Bob, 2012). La geopolitica dei valori è quindi sempre più una competizione fra reti transnazionali rivali che cercano di far apparire la propria concezione morale come universale e quella avversaria come eccezione ideologica.

L’ambiente digitale moltiplica la potenza di questa competizione. La ricerca sperimentale mostra che i contenuti contenenti linguaggio morale ed emotivo tendono a diffondersi maggiormente all’interno delle reti sociali (Brady et al., 2017). Molly Crockett ha inoltre osservato come le piattaforme digitali possano amplificare l’indignazione morale modificando costi e benefici della sua espressione (Crockett, 2017). Ciò produce un ambiente particolarmente favorevole alla geopolitica dei valori, perché le questioni identitarie possiedono precisamente le caratteristiche premiate dall’economia dell’attenzione: emozione, appartenenza, conflitto, indignazione e certezza morale.

War on Thought aggiunge qui un elemento fondamentale. Le piattaforme non devono possedere una determinata ideologia per trasformare il dibattito. Un sistema costruito per massimizzare engagement, permanenza e produzione di segnali comportamentali tenderà a privilegiare ciò che cattura rispetto a ciò che approfondisce. Paura, indignazione, scandalo, conflitto identitario e certezza morale sono efficienti attrattori dell’attenzione. La selezione può quindi avvenire senza censore e senza ministero della propaganda: il mercato stesso diviene editore della percezione (Palombi, 2026).

Le controversie africane sui valori entrano pertanto in un ecosistema nel quale “Occidente contro Africa”, “famiglia contro agenda LGBT”, “diritti contro omofobia”, “tradizione contro decadenza”, “liberazione contro colonialismo culturale” sono frame estremamente efficienti. Comprimono fenomeni complessi in opposizioni binarie, producono appartenenza e trasformano una questione normativa in segnale di identità.

Questo produce una conseguenza ulteriore. L’individuo può continuare a essere formalmente libero di esprimere la propria opinione, mentre l’ambiente nel quale costruisce quell’opinione è sempre più organizzato attraverso sistemi di salienza che non controlla. Il problema della sovranità cognitiva non coincide quindi con la censura. Una società può possedere libertà di espressione e contemporaneamente dipendere da categorie, piattaforme e incentivi prodotti all’esterno.

In War on Thought la questione viene formulata attraverso la continuità fra attenzione, memoria, inferenza, giudizio e azione. L’informazione, da sola, non produce sovranità. Una società può avere accesso a quantità gigantesche di dati e perdere ugualmente la capacità di costruire un giudizio autonomo se la sua attenzione viene continuamente rediretta, la memoria sostituita dalla ripetizione, l’inferenza compressa dai frame e il giudizio trasformato in reazione identitaria (Palombi, 2026).

La geopolitica dei valori africana deve quindi essere collocata all’interno di un problema più vasto di sovranità cognitiva. Non si tratta di proteggere una presunta cultura africana immobile dall’influenza straniera. Una tale impostazione sarebbe storicamente falsa: le società africane sono il prodotto di secoli di circolazione di religioni, lingue, commerci, tecnologie, migrazioni e idee. Né la sovranità cognitiva può significare respingere automaticamente ciò che proviene dall’Occidente. Una società che rifiuta una norma perché straniera è cognitivamente dipendente dalla sua provenienza quasi quanto quella che la accetta perché straniera.

La sovranità consiste nella capacità di preservare il processo attraverso cui il giudizio viene formato.

Significa poter distinguere un diritto universale da un interesse geopolitico senza presupporre che le due cose coincidano necessariamente; poter distinguere una tradizione autenticamente radicata da una tradizione ricostruita per fini politici; riconoscere quando un attore esterno sfrutta una frattura senza immaginare che abbia inventato quella frattura; accogliere trasformazioni culturali senza perdere la capacità di valutarne autonomamente le conseguenze.

Questa prospettiva rende la geopolitica dei valori assai più profonda di una semplice culture war. Porti, minerali, debito e basi militari riguardano il controllo di risorse visibili. La competizione cognitiva riguarda invece il sistema attraverso cui una società decide quali risorse meritano protezione, quali sacrifici sono accettabili, quali diritti sono universali, che cosa costituisce una famiglia, quale idea dell’uomo deve essere difesa e quale futuro viene considerato desiderabile.

Il potere più profondo non consiste necessariamente nell’imporre una decisione. Consiste nel contribuire a definire l’ambiente nel quale alcune decisioni appaiono naturali e altre diventano progressivamente impensabili.

È precisamente per questo che la questione dei valori deve entrare nell’analisi geopolitica dell’Africa. Non perché ogni cambiamento culturale sia guerra cognitiva, ma perché in un sistema internazionale nel quale potenze, organizzazioni religiose, ONG, imprese digitali e istituzioni transnazionali competono anche attraverso categorie morali, la capacità di una società di pensare autonomamente diventa essa stessa una risorsa strategica.

Il problema africano, in ultima analisi, non consiste nello scegliere fra i valori dell’Occidente, quelli della Russia o quelli di una tradizione idealizzata. Consiste nel conservare la capacità di scegliere.

E, come per il debito, la sicurezza o la tecnologia, la misura più profonda della sovranità rimane la stessa: poter dire sì oppure no senza che qualcun altro abbia già costruito dentro di noi le categorie attraverso cui quella risposta appare obbligatoria.

Religione come infrastruttura sociale, educativa e mediatica

Concentrarsi soltanto sui conflitti o sulle controversie morali rischia però di oscurare la funzione quotidiana più importante delle religioni africane: quella di infrastruttura sociale. In molti Paesi le organizzazioni confessionali gestiscono scuole, ospedali, università, orfanotrofi, programmi sanitari e reti di assistenza. Questo ruolo non è marginale rispetto allo Stato; in alcune aree ne costituisce una componente sostanziale. La capacità di fornire servizi produce capitale sociale, fiducia e accesso alle comunità.

È anche per questa ragione che la religione può diventare strumento di influenza esterna. Il finanziamento di un’università, di una scuola coranica, di un seminario, di una rete sanitaria o della formazione di imam e sacerdoti crea relazioni che durano molto più a lungo di una singola visita diplomatica. Uno studente formato in un’università islamica saudita, turca o iraniana ritorna con reti e riferimenti diversi da quelli di chi è stato formato in Francia o in un’istituzione cristiana americana. Allo stesso modo, le università e le imprese create dalle grandi Chiese pentecostali africane producono proprie élite economiche e professionali.

La digitalizzazione ha ulteriormente trasformato questa infrastruttura. Pastori, imam, sacerdoti e influencer religiosi raggiungono pubblici transnazionali attraverso YouTube, Facebook, TikTok, WhatsApp e televisioni satellitari. L’autorità religiosa non dipende più necessariamente da una gerarchia ecclesiastica o dal controllo di un territorio. Un predicatore capace di costruire milioni di follower può trasformarsi in attore politico e commerciale transnazionale.

Questa trasformazione crea opportunità e vulnerabilità. Le stesse reti che diffondono messaggi di pace e solidarietà possono propagare discorsi settari, teorie del complotto e propaganda jihadista. In aree caratterizzate da bassa fiducia istituzionale, un contenuto religioso percepito come autentico può possedere un’efficacia persuasiva maggiore di una comunicazione governativa. La religione entra così anche nel dominio della guerra cognitiva: un conflitto per terra o risorse può essere reinterpretato come attacco alla fede, rendendo il compromesso molto più difficile.

Religione, mediazione e costruzione della pace

La stessa capacità di produrre identità forti che rende la religione potenzialmente polarizzante può trasformarla in uno degli strumenti più efficaci di peacebuilding. Scott Appleby ha definito questa caratteristica l’ambivalence of the sacred: la religione può fornire linguaggi di esclusione e sacrificio, ma può anche produrre riconciliazione, perdono e autorità morale capace di attraversare le linee del conflitto (Appleby, 2000). Mohammed Abu-Nimer ha mostrato analogamente come le tradizioni islamiche possiedano risorse proprie per la nonviolenza e la mediazione, evitando l’errore di identificare la pace con la secolarizzazione (Abu-Nimer, 2003).

Il Mozambico rimane uno degli esempi classici. La Comunità di Sant’Egidio svolse un ruolo decisivo nel processo negoziale che condusse agli accordi di Roma del 1992 fra il governo e la RENAMO. Andrea Bartoli ha mostrato come un attore religioso privo di capacità coercitiva potesse acquisire influenza grazie alla continuità dei contatti, alla fiducia costruita con le parti e alla possibilità di offrire uno spazio politico non percepito come ostile (Bartoli, 1999).

Nella Repubblica Democratica del Congo la Conferenza Episcopale Nazionale del Congo ha più volte svolto funzioni politiche che eccedono il ruolo religioso tradizionale, mediando fra governo e opposizione e monitorando consultazioni elettorali. In Sud Sudan il coinvolgimento congiunto del Vaticano, dell’arcivescovo di Canterbury e della Chiesa di Scozia ha mostrato come reti confessionali internazionali possano contribuire alla pressione politica per la pace. Analogamente, iniziative interreligiose in Nigeria, Sierra Leone e Liberia hanno utilizzato imam e pastori come mediatori proprio perché capaci di parlare a comunità che diffidavano delle istituzioni statali.

Il punto strategico è che le organizzazioni religiose possiedono un capitale al quale gli apparati pubblici non sempre hanno accesso: fiducia. In società nelle quali lo Stato viene percepito come distante, corrotto o appartenente a una fazione, un leader religioso può essere considerato interlocutore relativamente più legittimo. Questa capacità rende le fedi non soltanto oggetti della geopolitica, ma veri strumenti di diplomazia non statale.

Religione e sovranità africana

Nel lungo periodo, il fenomeno più importante potrebbe essere il passaggio dell’Africa da destinataria a produttrice di religione globale. Per secoli il cristianesimo moderno africano è stato descritto attraverso le missioni europee, mentre molte correnti islamiche transnazionali venivano analizzate in rapporto al Medio Oriente. Questa geografia non è più unidirezionale. Chiese africane evangelizzano l’Europa; teologi ed episcopati africani influenzano i dibattiti cattolici e protestanti internazionali; confraternite e studiosi musulmani africani sviluppano reti proprie; governi e società civili contestano pressioni normative provenienti tanto dall’Occidente quanto dal mondo islamico.

È una trasformazione simile a quella osservata nella politica estera africana. La sovranità non significa isolamento dalle reti globali, ma capacità di parteciparvi senza esserne soltanto il terminale. Questo vale per il capitale, per la tecnologia e per la sicurezza; vale anche per le idee religiose e morali. Un’Africa capace di elaborare proprie teologie, istituzioni educative, reti di welfare e forme di mediazione non è semplicemente meno dipendente dagli attori esterni: diventa essa stessa produttrice di influenza.

La vera questione geopolitica della religione africana non è quindi se cristianesimo e islam entreranno necessariamente in conflitto. Entrambi continueranno a crescere e a convivere sul continente, spesso all’interno degli stessi Stati e delle stesse città. La questione è chi sarà capace di trasformare l’enorme capitale religioso africano in istituzioni, coesione e capacità politica, e chi riuscirà invece a utilizzarlo per costruire dipendenze, mobilitare fratture o proiettare influenza.

In un continente nel quale i leader religiosi godono mediamente di livelli di fiducia superiori a quelli delle principali istituzioni politiche, il controllo del linguaggio religioso significa accesso a una delle infrastrutture più profonde della legittimità. Per questo ignorare la religione nell’analisi geopolitica africana sarebbe un errore. Essa non è un residuo del passato destinato a scomparire con la modernizzazione, ma una componente della modernità africana stessa: produce identità, welfare, autorità, conflitto, diplomazia e potere. Comprendere chi parla in nome della fede, chi finanzia quelle reti, quali servizi esse forniscono e quale idea di società propongono è quindi indispensabile per comprendere la geopolitica dell’Africa del XXI secolo.


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