Reazioni africane all’influenza esterna
La storia come primo terreno della sovranità
Il colonialismo può sopravvivere alla propria fine politica. Può sopravvivere nelle infrastrutture, nei rapporti economici, nella lingua dell’amministrazione, nella struttura dei mercati e perfino nelle categorie attraverso cui una società organizza il proprio passato. In Africa uno dei segnali più profondi di questa persistenza è il modo in cui la storia del continente continua spesso a essere insegnata e periodizzata. La stessa sequenza “precoloniale-coloniale-postcoloniale”, apparentemente neutra, rivela quanto l’esperienza europea continui a funzionare come cesura organizzatrice del tempo africano: millenni di storia vengono compressi nella categoria di “precoloniale”, alcuni decenni di dominio europeo diventano il centro interpretativo, e tutto ciò che segue viene definito come “post” rispetto a quell’esperienza. Il rischio è evidente: persino una storiografia fortemente anticoloniale può rimanere eurocentrica se continua ad attribuire all’Europa il potere di stabilire quando comincia la parte decisiva della storia africana.
La questione non è puramente polemica. Nel 2025 l’UNESCO, presentando il nuovo percorso curricolare per integrare la General History of Africa nei sistemi educativi, ha affermato esplicitamente che l’insegnamento della storia africana negli spazi formali, non formali e informali continua a essere dominato da prospettive eurocentriche e che ciò produce rappresentazioni squilibrate del passato africano (UNESCO, 2025). Il fatto che un’organizzazione internazionale ritenga ancora necessario, oltre sessant’anni dopo l’avvio della General History of Africa, costruire strumenti didattici destinati a correggere questa distorsione mostra che il problema non appartiene soltanto alla generazione coloniale. Non significa che le università africane o occidentali ignorino oggi la storia precoloniale: esistono scuole, dipartimenti e programmi di altissimo livello che la studiano sistematicamente. Il punto è piuttosto la sproporzione e la cornice. In molti percorsi di studio la tratta atlantica, la conquista europea, l’amministrazione coloniale, le indipendenze e le conseguenze del colonialismo costituiscono ancora il nucleo più riconoscibile della storia africana, mentre le formazioni politiche precedenti, le economie regionali e le connessioni con il resto del mondo rimangono più spesso confinate a corsi specialistici.
Questa gerarchia ha radici profonde. Arowosegbe ricorda che la professionalizzazione della storia nelle università africane nacque dentro istituzioni create in epoca coloniale e che il sapere storico applicato al continente ereditò a lungo il primato dell’archivio scritto europeo, la marginalizzazione delle fonti orali e la tendenza a leggere le società non europee attraverso categorie elaborate nelle metropoli. Le prime generazioni di storici africani del secondo dopoguerra reagirono proprio a questa egemonia intellettuale, trasformando la storia africana in una branca pienamente legittima della storia universale e sviluppando metodologie capaci di utilizzare archeologia, linguistica e tradizioni orali come fonti storiche (Arowosegbe, 2024). Le scuole di Ibadan e Dar es Salaam, insieme al lavoro di storici africani e africanisti, furono decisive in questa rivoluzione storiografica. Jan Vansina dimostrò in modo sistematico che l’oralità non equivale all’assenza di storia e che le tradizioni orali, se trattate criticamente, possono essere fonti complesse e verificabili (Vansina, 1965; Vansina, 1985).
La struttura stessa della General History of Africa promossa dall’UNESCO è significativa: il progetto non prende la colonizzazione europea come anno zero, ma parte dalla preistoria e dalle origini dell’umanità, attraversa l’Africa antica, i sistemi politici medievali e moderni, le trasformazioni economiche e religiose, le reti trans-sahariane e dell’Oceano Indiano, e giunge soltanto successivamente alla conquista europea e al Novecento (UNESCO, 1981-1993). Questa scelta non è soltanto cronologica. È un’affermazione politica e metodologica: la storia africana possiede una profondità autonoma e non acquista significato quando l’Europa inizia a descriverla, conquistarla o amministrarla.
Il problema diventa ancora più evidente quando si osserva ciò che spesso resta ai margini della narrazione. La storia dell’Africa occidentale medievale non è semplicemente il prologo alla colonizzazione francese o britannica, ma parte della storia economica del Sahara, del Maghreb e del mondo islamico. Gli imperi del Ghana, del Mali e del Songhai partecipavano a reti di oro, sale, tessuti, libri e persone che collegavano il Sahel al Mediterraneo molto prima della spartizione europea. La costa swahili appartiene alla storia dell’Oceano Indiano, delle relazioni con Arabia, Persia e India, e non può essere compresa soltanto attraverso il successivo dominio portoghese, tedesco o britannico. L’Etiopia appartiene contemporaneamente alla storia africana, cristiana, mediterranea e del Mar Rosso. Madagascar conserva tracce linguistiche e genetiche di migrazioni austronesiane provenienti dall’Asia sudorientale. Nubia ed Egitto appartengono tanto alla storia africana quanto a quella mediterranea. Se tali connessioni vengono marginalizzate, si produce l’impressione che la globalizzazione dell’Africa cominci con l’espansione europea, mentre il continente era già inserito da secoli in sistemi transregionali e intercontinentali (Iliffe, 2007; UNESCO, 1981-1993).
Da questo punto di vista, l’eurocentrismo può sopravvivere anche nella sua critica. La vecchia narrazione coloniale sosteneva che l’Europa avesse portato storia, modernità e Stato in un continente immobile. Una versione opposta, ma ancora centrata sull’Europa, rischia invece di attribuire al colonialismo la capacità di spiegare quasi ogni fenomeno successivo: confini, guerre, debolezza istituzionale, sottosviluppo, autoritarismo, conflitti etnici e dipendenza economica. Il giudizio morale cambia, ma il protagonista resta lo stesso. L’Africa rimane oggetto dell’azione altrui.
Riconoscere questa distorsione non significa minimizzare il colonialismo. La conquista europea modificò profondamente confini, sistemi fiscali, proprietà fondiaria, amministrazioni, economie, lingue dell’istruzione, forze armate e formazione delle élite. Il punto è diverso: una causa storica decisiva non deve diventare una spiegazione universale. Prima della conquista esistevano guerre, schiavitù, gerarchie, imperialismi locali, rivalità dinastiche e conflitti per il controllo delle risorse; dopo le indipendenze, governi e società africane hanno compiuto scelte autonome, alcune efficaci e altre disastrose. Attribuire pienamente agency all’Africa significa riconoscerle tanto i successi quanto una parte dei fallimenti. Cooper ha mostrato come la stessa transizione dal colonialismo all’indipendenza non possa essere letta come semplice sostituzione di dominatori, ma come riorganizzazione di istituzioni, coalizioni e vincoli all’interno dei quali gli attori africani hanno continuamente negoziato margini di autonomia (Cooper, 2002).
La questione della storia diventa quindi il primo sintomo di un problema più ampio. La sovranità non consiste soltanto nella bandiera, nel seggio alle Nazioni Unite o nella proprietà formale delle risorse. Consiste anche nella capacità di definire le categorie attraverso le quali una società interpreta se stessa e formula i propri interessi. Ndlovu-Gatsheni ha descritto questa dimensione come parte della lotta per una “epistemic freedom”: liberare la produzione della conoscenza dalle gerarchie che trasformano una specifica esperienza europea in misura universale della modernità, dello sviluppo e della razionalità politica (Ndlovu-Gatsheni, 2018). Il rischio, tuttavia, è sostituire un eurocentrismo positivo con un eurocentrismo negativo. La vera decolonizzazione della conoscenza non consiste nel parlare continuamente dell’Europa come oppressore, ma nel ridimensionarne la centralità e nel restituire all’Africa la possibilità di essere raccontata anche quando l’Europa non è presente.
Questo passaggio è essenziale perché la stessa domanda ritorna, sotto forme differenti, nell’economia, nella finanza, nella sicurezza e nella gestione delle risorse: chi stabilisce le condizioni della scelta?
Dalla dipendenza epistemica alla dipendenza funzionale
Nel discorso pubblico africano contemporaneo il concetto di “nuovo colonialismo” rimane potente proprio perché permette di ricondurre fenomeni molto diversi a questa domanda. Il termine viene applicato al debito, alle concessioni minerarie, agli investimenti infrastrutturali, al land grabbing, alla presenza militare straniera, ai mercati del carbonio, alle piattaforme digitali e perfino alle forme di assistenza allo sviluppo. Usato senza cautela, rischia però di perdere valore analitico. Non ogni investimento straniero è coloniale, non ogni prestito produce dipendenza, non ogni base militare equivale a occupazione e non ogni condizionalità economica rappresenta una forma di dominio. L’interdipendenza è una caratteristica normale del sistema internazionale. Il problema emerge quando l’asimmetria fra le parti si stabilizza in modo tale che una possieda capitale, tecnologia, forza coercitiva, accesso ai mercati, informazioni e capacità contrattuale mentre l’altra trasferisce risorse o margini decisionali senza acquisire, in misura proporzionata, capacità autonome.
La distinzione più utile è quindi tra interdipendenza e dipendenza funzionale. Due Stati possono essere profondamente integrati senza che uno domini necessariamente l’altro, purché entrambi possano sostituire partner, rinegoziare condizioni e sopportare il costo dell’uscita. Il rapporto diventa strutturalmente asimmetrico quando la rottura con un creditore, un operatore minerario, un fornitore di sicurezza o un gestore infrastrutturale rischia di produrre default, paralisi logistica, crollo delle entrate fiscali o perdita di controllo territoriale. In altre parole, la sovranità effettiva può essere misurata anche attraverso il costo dell’alternativa.
Questa definizione consente di evitare due errori opposti. Il primo è il romanticismo anti-esterno, secondo cui ogni presenza straniera sarebbe predatoria e l’unica risposta coerente sarebbe l’autarchia. Il secondo è il formalismo giuridico, secondo cui l’assenza di dominio coloniale diretto renderebbe irrilevante ogni asimmetria. Uno Stato può essere pienamente sovrano sul piano formale e contemporaneamente disporre di margini di scelta molto ridotti sul piano sostanziale. È precisamente in questo spazio che si collocano molte delle nuove dipendenze africane.
Debito, costo del capitale e sovranità economica
Il debito costituisce uno degli esempi più evidenti. Per anni il dibattito internazionale si è concentrato sulla presunta “debt-trap diplomacy” cinese, spesso rappresentata attraverso una sequenza lineare: Pechino finanzia un’infrastruttura insostenibile, il debitore non riesce a rimborsare e la Cina si appropria dell’asset strategico. Il porto di Hambantota in Sri Lanka è diventato il paradigma di questa narrativa ed è stato frequentemente proiettato sull’Africa. L’evidenza africana, tuttavia, non conferma l’esistenza di un meccanismo uniforme di questo tipo. Le voci secondo cui il porto di Mombasa sarebbe stato automaticamente destinato a passare sotto controllo cinese in caso di insolvenza della Standard Gauge Railway hanno avuto enorme circolazione politica, ma non dimostrano una strategia generalizzata di confisca. Ridurre la geopolitica del debito a un piano intenzionale cinese significa quindi perdere il problema più importante.
Il potere del creditore si manifesta molto più spesso senza bisogno di sequestrare alcun porto. Si manifesta nella capacità di determinare tempi e condizioni di una ristrutturazione, nella possibilità di concedere o negare nuova liquidità, nella scelta delle valute, nella durata dei prestiti, nelle garanzie richieste e nella necessità del debitore di mantenere accesso ai mercati. In questo senso il problema riguarda Cina, istituzioni multilaterali, creditori bilaterali tradizionali e mercati privati. Il potere finanziario non dipende dall’identità del creditore, ma dalla scarsità delle alternative disponibili al debitore.
Tra il 2020 e il 2024 questa asimmetria si è aggravata perché il prezzo stesso del capitale è aumentato rapidamente. ONE Data calcola che il costo medio dei nuovi finanziamenti esterni per i Paesi africani sia cresciuto del 91%, dal 2,7% al 5,1%. Nello stesso periodo i tassi medi dei finanziamenti cinesi all’Africa sono saliti dal 2,5% al 5,7%, mentre anche il costo dei prestiti IBRD è aumentato significativamente per i Paesi che vi accedono (ONE Data, 2026). Il dato deve essere interpretato con attenzione: misura i nuovi impegni effettivamente contratti e tende quindi a sottostimare la pressione sui Paesi che, di fronte a rendimenti troppo elevati, hanno semplicemente rinunciato a emettere nuovo debito. Proprio questo effetto di selezione rende il fenomeno ancora più rilevante: alcuni Stati non pagano tassi estremamente alti perché non riescono più a finanziarsi sul mercato.
La conseguenza geopolitica è più profonda dell’aumento della spesa per interessi. La World Bank rileva che nell’Africa subsahariana il rapporto fra servizio del debito pubblico estero ed entrate è raddoppiato dal 9% del 2017 al 18% del 2025 e che gli investimenti pubblici in capitale restano circa il 20% sotto il livello del 2014 (World Bank, 2026). Già nel 2024, venti dei quarantotto Paesi dell’Africa subsahariana considerati dalla Banca Mondiale avevano pagato per il servizio del debito più di quanto avessero speso complessivamente per sanità e istruzione (World Bank, 2025). Ciò mostra perché il rapporto debito/PIL, da solo, sia insufficiente come indicatore di sovranità. Un Paese può stabilizzare il rapporto fra debito e prodotto e contemporaneamente vedere restringersi la propria capacità politica perché una quota crescente delle entrate viene assorbita da interessi e rimborsi.
Il costo marginale del capitale diventa quindi un vero prezzo della sovranità. Quando rifinanziarsi costa il 9, il 10 o il 12%, una decisione apparentemente tecnica sui tassi di interesse può determinare se uno Stato dispone delle risorse per costruire una rete elettrica, mantenere ospedali, sostenere l’istruzione, finanziare forze di sicurezza o investire nella trasformazione industriale. L’effetto può generare un circuito cumulativo: costo del capitale più alto, maggiore servizio del debito, minore spazio fiscale, minori investimenti pubblici, crescita potenziale più debole, maggiore rischio sovrano e quindi nuovo aumento del costo del capitale.
In questo contesto acquistano valore strategico i creditori capaci di offrire capitale a lunga scadenza e condizioni relativamente favorevoli. Banca Mondiale, African Development Bank, Cina, fondi del Golfo e altre istituzioni diventano politicamente più importanti proprio quando il mercato privato si chiude o diventa proibitivo. La dipendenza non nasce necessariamente dal fatto che un creditore imponga una politica; può nascere dal fatto che sia l’unico soggetto in grado di finanziare una necessità essenziale.
Le ristrutturazioni di Ghana e Zambia mostrano tuttavia che l’asimmetria può essere negoziata. Nel 2025 il Global Sovereign Debt Roundtable indicava che oltre il 95% del trattamento del debito ghanese e circa il 94% di quello zambiano erano stati concordati, attraverso processi nei quali creditori cinesi, membri del Club di Parigi, istituzioni multilaterali e creditori commerciali hanno dovuto coordinarsi (IMF, 2025). Nel 2026 i casi risultavano largamente completati, con negoziati residui concentrati soprattutto su una quota limitata di creditori commerciali (IMF, 2026). La Cina, quindi, non opera più come circuito finanziario completamente separato dall’architettura globale; e i debitori africani possono usare il carattere multilaterale della ristrutturazione per evitare che un singolo creditore ne determini unilateralmente l’esito.
La risposta africana sta assumendo anche una dimensione collettiva. La Conferenza dell’Unione Africana sul debito, riunita a Lomé nel maggio 2025, ha sottolineato che oltre venticinque Paesi africani si trovavano in distress o ad alto rischio e che il servizio del debito stava sottraendo risorse essenziali allo sviluppo. La dichiarazione ha chiesto una riforma dell’architettura internazionale del debito, meccanismi più rapidi e una maggiore voce dei Paesi debitori (African Union, 2025c). Questa prospettiva può essere definita una borrower geopolitics: il tentativo di trasformare la posizione di debitore da condizione individuale di debolezza a base per una capacità negoziale collettiva.
La vera questione, quindi, non è eliminare il debito. Un continente con un enorme bisogno di infrastrutture, energia e capitale produttivo non può realisticamente rinunciare al finanziamento esterno. La sovranità finanziaria consiste piuttosto nel disporre di fonti alternative, mercati locali più profondi, banche multilaterali robuste, capacità fiscale interna e contratti sufficientemente trasparenti da rendere possibile il confronto fra offerte. Un debitore con cinque alternative negozia; un debitore con una sola necessità urgente e un solo finanziatore accetta.
Terra, carbonio, minerali critici e struttura delle filiere
La stessa logica appare nel controllo delle risorse naturali. L’Africa continua a essere inserita in molte catene globali del valore soprattutto nella fase estrattiva: esporta petrolio, gas, minerali, cacao, caffè, legname e altri prodotti primari e importa una quota significativa dei beni ad alto contenuto tecnologico e di trasformazione. È questa struttura, più ancora della nazionalità dell’impresa che gestisce una miniera, a richiamare la logica coloniale. Il problema non è soltanto chi possiede formalmente la risorsa, ma chi controlla le fasi a maggiore valore aggiunto: raffinazione, progettazione, tecnologia, trasporto, assicurazione, commercializzazione e finanza.
La Repubblica Democratica del Congo è il caso più evidente nel settore minerario. Il controllo formale del sottosuolo non coincide automaticamente con il controllo della catena del valore. Cobalto e rame possono conferire un enorme potere negoziale, ma tale potere resta limitato se la raffinazione, la produzione di precursori, la tecnologia delle batterie, il credito e i mercati finali sono organizzati fuori dal Paese. Lo stesso vale per litio, manganese, grafite, platino e terre rare. Il nuovo ciclo dei minerali critici può quindi produrre due esiti opposti: accelerare l’industrializzazione africana oppure riprodurre la vecchia economia estrattiva con materiali diversi.
L’Unione Africana ha esplicitamente riconosciuto questo rischio nell’Africa Green Minerals Strategy adottata nel 2025. La strategia propone di superare l’esportazione di minerali grezzi attraverso beneficiamento locale, trasformazione industriale, sviluppo di catene regionali e collegamento con l’AfCFTA. Il punto è strategico: la transizione energetica mondiale aumenta il valore delle risorse africane, ma quel valore geopolitico diventerà potere soltanto se una quota maggiore della trasformazione resterà nel continente (African Union, 2025a). Il partenariato fra RDC e Zambia per una filiera delle batterie è emblematico proprio perché mostra la distanza fra disponibilità geologica e capacità industriale. Possedere rame e cobalto non basta: occorrono energia affidabile, credito, infrastrutture, competenze, standard e mercati di scala.
Anche la competizione fra corridoi logistici va letta in questa prospettiva. Il Corridoio di Lobito, sostenuto da Stati Uniti, Unione Europea e altri partner, e la rivitalizzazione della TAZARA con la Cina possono aumentare le opzioni di trasporto per Zambia e RDC. Nel settembre 2025 Zambia, Tanzania e Cina hanno concluso un accordo da circa 1,4 miliardi di dollari per la riabilitazione della TAZARA; nel novembre successivo è stato avviato il progetto e i tre governi hanno lanciato il concetto di TAZARA Railway Prosperity Belt, collegando la ferrovia non soltanto al trasporto di minerali ma anche a industrializzazione, zone economiche e commercio regionale (Government of Zambia, 2025; Government of Tanzania, 2025). La pluralità dei corridoi può rafforzare il potere negoziale africano, ma soltanto se le infrastrutture non diventano semplicemente strumenti più efficienti per esportare materia prima.
Il land grabbing presenta un problema analogo. Acquisti, leasing agricoli, concessioni forestali e progetti di conservazione possono portare capitale, irrigazione e infrastrutture, ma possono anche trasferire per decenni il controllo economico di territori nei quali i diritti comunitari sono scarsamente formalizzati. Qui la differenza fra investimento e dipendenza dipende dalla qualità del contratto, dalla tutela della popolazione locale, dalla distribuzione dei ricavi e dalla possibilità dello Stato di modificare le condizioni senza affrontare costi sproporzionati.
I mercati del carbonio hanno reso questo problema ancora più sofisticato. Una foresta può restare formalmente sotto sovranità nazionale mentre il diritto economico di monetizzare la sua capacità di assorbimento viene ceduto a soggetti esterni. Gli accordi di vasta scala negoziati negli anni precedenti in diversi Paesi africani hanno alimentato la critica del “carbon colonialism”: il timore che la transizione climatica produca nuove forme di appropriazione territoriale attraverso contratti poco trasparenti e crediti utilizzati altrove per compensare emissioni. La risposta africana non è stata semplicemente il rifiuto dei carbon markets. Nel 2025 l’Unione Africana ha adottato l’Africa Action Plan on Carbon Markets e nel luglio 2026 ha insistito sulla necessità di integrità ambientale, Free, Prior and Informed Consent e meccanismi trasparenti ed equi di benefit sharing per comunità e popolazioni indigene (African Union, 2025b; African Union, 2026b). Il passaggio è significativo: invece di accettare regole definite dai compratori di crediti, l’obiettivo è costruire un quadro continentale capace di determinare le condizioni di accesso al patrimonio naturale africano.
Anche il cacao mostra che la sovranità sulla commodity non coincide con la semplice proprietà della produzione. Ghana e Costa d’Avorio hanno cercato di coordinarsi attraverso il Living Income Differential e altri meccanismi di prezzo per aumentare la quota di valore destinata ai produttori. Tuttavia, le contestazioni dei coltivatori ghanesi nel 2025 e la minaccia di un aumento del contrabbando verso Paesi vicini hanno mostrato i limiti di una strategia fondata soltanto sul prezzo alla produzione (Reuters, 2025c). Senza aumento della produttività, trasformazione locale, tracciabilità, accesso al credito e capacità fiscale, una commodity può rimanere fonte di rendita senza diventare base di sviluppo autonomo.
Il denominatore comune è ancora una volta la capacità di scelta. Una concessione mineraria, un corridoio ferroviario, un progetto di carbonio o un investimento agricolo diventano strumenti di sviluppo se aumentano nel tempo le competenze, le entrate, le infrastrutture e le alternative dello Stato. Diventano invece dipendenza quando producono flussi di esportazione senza costruire capacità sostitutive e quando l’interruzione del rapporto risulta economicamente impossibile.
Sicurezza: quando lo Stato importa il monopolio della forza
Il terreno militare rende l’asimmetria ancora più evidente perché riguarda la funzione più elementare dello Stato: il monopolio della forza. L’Africa conosce da decenni forme di esternalizzazione della sicurezza, dai mercenari europei delle guerre postcoloniali alle compagnie militari private, fino agli interventi di potenze straniere e alle missioni multilaterali. Il caso Wagner ha riattualizzato questa dinamica combinando protezione del regime, controinsurrezione e accesso a risorse. La trasformazione successiva in Africa Corps ha però modificato la natura della presenza russa: dal 2025 la relazione appare meno come contratto con un attore formalmente privato e più come cooperazione securitaria con una struttura direttamente collegata allo Stato russo.
Il Mali costituisce il caso più netto. La sostituzione della Francia con Wagner e poi con Africa Corps ha modificato il patrono esterno, ma non ha ricostruito il monopolio della forza dello Stato. Nel 2026 le organizzazioni per i diritti umani hanno continuato a denunciare uccisioni di civili attribuite a operazioni congiunte maliane e russe, mentre i gruppi jihadisti hanno mantenuto una notevole capacità operativa (Reuters, 2026a). La lezione è più generale della vicenda russa: nessun partner esterno può sostituire indefinitamente amministrazione, giustizia, fiscalità, intelligence locale e legittimità. Uno Stato che deve importare il controllo del territorio importa inevitabilmente anche una parte della propria sovranità.
Lo stesso ragionamento vale per le missioni occidentali, africane o multilaterali. La differenza fra una cooperazione utile e una dipendenza permanente dipende dal fatto che la presenza esterna costruisca o meno capacità sostitutive. Se addestramento, intelligence, trasporto aereo, paghe, munizioni e logistica dipendono stabilmente da partner esterni, la sovranità securitaria resta incompleta anche quando le truppe impiegate sono formalmente africane. Il dibattito sul finanziamento di missioni come AUSSOM mostra precisamente questa contraddizione: “African solutions to African problems” rimane un principio politicamente potente, ma la sua piena realizzazione richiede basi fiscali e finanziarie in grado di sostenere il costo della sicurezza.
Da questo punto di vista, la sostituzione di una bandiera con un’altra non equivale a decolonizzazione. Espellere una base francese e importare forze russe può modificare l’orientamento geopolitico senza aumentare necessariamente l’autonomia statale. La vera misura è se, dopo alcuni anni di cooperazione, il governo dispone di maggiori capacità proprie oppure dipende ancora dall’assistenza del nuovo partner.
La responsabilità delle élite e la capacità istituzionale
La narrativa del neocolonialismo tende talvolta a rimuovere un elemento essenziale: la responsabilità degli attori africani. Contratti sbilanciati, concessioni opache, sovraindebitamento e dipendenza militare non vengono normalmente imposti a uno spazio politico vuoto. Sono negoziati e firmati da governi, apparati burocratici, imprese pubbliche, élite economiche e reti clientelari che possono avere interessi diversi da quelli della popolazione nel lungo periodo. Attribuire ogni rapporto asimmetrico esclusivamente alla predazione straniera rischia quindi di riprodurre l’immagine dell’Africa come soggetto passivo che la critica postcoloniale vorrebbe superare.
Il punto non è distribuire moralmente la colpa fra “stranieri” e “africani”, ma comprendere la funzione della capacità istituzionale. Lo stesso investitore può produrre effetti completamente diversi in due Paesi differenti. Dove l’amministrazione possiede competenze tecniche, dati affidabili, procedure competitive, controllo parlamentare, capacità fiscale e una strategia industriale, il capitale esterno può essere utilizzato per aumentare l’autonomia futura. Dove queste capacità sono deboli, lo stesso capitale può consolidare rendite, corruzione e dipendenza.
La vera linea di separazione fra partnership e neocolonialismo passa quindi meno dalla nazionalità dell’investitore che dalla qualità della relazione. Se un progetto trasferisce competenze, aumenta le entrate fiscali, collega imprese locali alle catene del valore e crea alternative future, rafforza la sovranità. Se trasferisce soltanto risorse fuori dal Paese e rende il governo sempre più dipendente dal finanziatore o dall’operatore, la riduce.
Questa prospettiva consente anche di evitare l’idealizzazione dell’autonomia. Uno Stato può rifiutare un partner esterno e adottare politiche economicamente fallimentari; può nazionalizzare un settore senza disporre delle capacità per gestirlo; può evocare la sovranità per proteggere un’élite predatoria. La decolonizzazione non è quindi sinonimo di statalizzazione o nazionalismo economico. È capacità di scegliere e di sostenere le conseguenze della scelta.
La reazione africana: dal non-allineamento al multi-allineamento
È proprio da questa diagnosi che acquista significato la crescente assertività africana. Dopo aver osservato le diverse forme di dipendenza, diventa evidente perché numerosi governi cerchino oggi di moltiplicare i partner anziché sostituirne semplicemente uno con un altro. Il “nuovo non-allineamento” africano non assomiglia al Movimento dei Non Allineati della Guerra Fredda. Non è una terza via ideologica, né neutralità permanente. È piuttosto multi-allineamento selettivo: lo stesso Stato può cooperare con gli Stati Uniti sulla sicurezza, con la Cina sulle infrastrutture, con gli Emirati sulla logistica, con l’India sulla farmaceutica, con la Russia sugli armamenti e con l’Unione Europea sulla transizione energetica, senza considerare nessuna di queste relazioni esclusiva.
Nel 2026 questa tendenza ha iniziato a ricevere anche una traduzione istituzionale. Alla 39a Sessione ordinaria dell’Assemblea dell’Unione Africana, la decisione Assembly/AU/Dec.967(XXXIX) ha incaricato la Commissione di selezionare cinque esperti, uno per regione, per elaborare un African Foreign Policy Framework destinato esplicitamente ad accrescere l’agency dell’Africa nelle relazioni internazionali (African Union, 2026a). Il significato è importante: la semplice moltiplicazione dei rapporti bilaterali non basta se cinquantacinque Stati negoziano separatamente con attori dotati di capacità finanziarie e tecnologiche enormemente superiori. L’obiettivo non è creare una politica estera unica sul modello dell’Unione Europea, ma ridurre la dispersione del potere negoziale africano su alcuni dossier decisivi.
Il rapporto con la Cina mostra bene la trasformazione. Negli anni Duemila Pechino era spesso percepita come il partner capace di finanziare rapidamente infrastrutture che i donatori occidentali giudicavano troppo rischiose o sottoponevano a procedure più lente. Oggi la Cina rimane essenziale, ma la relazione è divenuta più contrattuale. Bagamoyo, in Tanzania, è un caso emblematico. Il progetto portuale, inizialmente concordato con China Merchants Holdings e un fondo omanita, rimase bloccato per anni perché il governo tanzaniano giudicava sfavorevoli le condizioni. Nel novembre 2025 Dar es Salaam annunciò l’avvio della costruzione di un porto progettato con ventotto banchine, iniziando da quattordici. Il punto non è stabilire se abbia “vinto” la Cina o la Tanzania; il dato politicamente rilevante è che il progetto è ripartito dopo un lungo periodo di negoziazione e dopo il rifiuto delle condizioni originarie (Reuters, 2025a). L’agency non consiste necessariamente nel dire no, ma nel poter rinviare, rinegoziare e modificare il prezzo dell’accordo.
La TAZARA offre un secondo esempio. Nel settembre 2025 Tanzania, Zambia e Cina hanno concluso l’accordo di rivitalizzazione da circa 1,4 miliardi di dollari; in novembre il progetto è stato lanciato insieme alla TAZARA Railway Prosperity Belt (Government of Zambia, 2025; Government of Tanzania, 2025). La stessa ferrovia che negli anni Settanta rappresentava solidarietà politica sino-africana è oggi inserita in una competizione logistica molto più ampia. A ovest il Corridoio di Lobito collega Angola, RDC e Zambia con sostegno occidentale; a est la Cina rilancia TAZARA. Per Zambia e Tanzania la presenza simultanea di più opzioni aumenta il valore strategico del territorio e riduce il costo della dipendenza da una singola rotta.
Il Kenya mostra un’evoluzione ancora più sofisticata. Nel 2025 il presidente William Ruto ha compiuto una visita di Stato a Pechino che ha prodotto venti memorandum e nuovi accordi di cooperazione (Government of Kenya, 2025). Nello stesso anno Nairobi ha convertito in renminbi circa cinque miliardi di dollari di prestiti ferroviari originariamente denominati in dollari, con l’obiettivo di ridurre il costo degli interessi e il rischio valutario; secondo le autorità il risparmio annuo atteso era nell’ordine di centinaia di milioni di dollari (Reuters, 2025b). Nel 2026 il governo ha inoltre rilanciato l’estensione della SGR utilizzando un modello di finanziamento meno dipendente da un nuovo grande prestito sovrano cinese. Il rapporto con Pechino non è quindi semplicemente diminuito: è cambiata la struttura della dipendenza, passando dall’accumulazione di debito alla gestione attiva delle passività e delle fonti di capitale.
Questi esempi mostrano perché la categoria di “allineamento” sia sempre meno adeguata. Un Paese può negoziare duramente con la Cina senza diventare filo-occidentale; può entrare nei BRICS senza rompere con Washington o Bruxelles; può acquistare armi russe e contemporaneamente ricevere investimenti europei. Sudafrica, Egitto ed Etiopia sono membri africani dei BRICS, mentre Nigeria e Uganda vi partecipano come partner, ma ciò non produce una posizione africana unica e non sostituisce i rapporti con G20, ONU, UE o Bretton Woods. La diversificazione è uno strumento, non una nuova appartenenza di blocco.
Questa logica vale anche nei confronti della Russia. Mali, Burkina Faso e Niger hanno approfondito la cooperazione con Mosca, mentre altri Paesi mantengono rapporti militari o energetici senza trasformarli in alleanze esclusive. Angola, Algeria, Uganda, Sudafrica ed Etiopia possono cooperare con la Russia e simultaneamente coltivare relazioni con Cina, Stati Uniti, Europa e Golfo. Il vero non-allineamento contemporaneo non è equidistanza morale: è riduzione dell’esclusività.
Dalla diplomazia opportunistica alla capacità di agenda-setting
La diversificazione dei partner diventa però strategicamente più interessante quando supera il livello bilaterale e si trasforma in coordinamento continentale. L’ingresso dell’Unione Africana nel G20 nel 2023 ha rappresentato un passaggio simbolico importante, ma la presidenza sudafricana del G20 nel 2025 ha mostrato cosa può significare utilizzare quella presenza per modificare l’agenda. Il Finance Track ha posto al centro questioni direttamente africane come costo del capitale, sostenibilità del debito e infrastrutture transfrontaliere e nell’ottobre 2025 ha adottato il G20 Africa Engagement Framework 2026-2030, destinato a mantenere un rapporto strutturato fra G20 e priorità africane oltre la presidenza sudafricana (South African National Treasury, 2025).
Nel 2026 l’Unione Africana ha organizzato un ritiro specifico per coordinare le proprie priorità in vista della presidenza statunitense del G20. Il linguaggio ufficiale è significativo: l’obiettivo dichiarato è passare dalla partecipazione all’impatto, costruendo meccanismi tecnici e politici che permettano alle priorità continentali di essere difese in modo coordinato (African Union, 2026c). Questo passaggio distingue il multi-allineamento da una semplice diplomazia opportunistica. Mettere Cina, Europa, Stati Uniti, India, Russia e Golfo in concorrenza può produrre vantaggi immediati; costruire regole comuni può aumentare il potere negoziale nel lungo periodo.
Lo stesso processo è visibile nei minerali critici, nei mercati del carbonio e nel debito. Africa Green Minerals Strategy, Africa Action Plan on Carbon Markets e posizione continentale sul debito rappresentano tentativi di trasformare la retorica della sovranità in capacità tecnica. Non si tratta soltanto di dichiarare che “le risorse appartengono agli africani”, ma di stabilire standard, meccanismi di benefit sharing, regole di trasformazione locale, criteri di finanziamento e posizioni negoziali comuni. La retorica anti-coloniale può mobilitare; la capacità contrattuale nasce da dati, amministrazioni, banche, infrastrutture, mercati regionali e coordinamento diplomatico.
Qui torna il punto iniziale sulla conoscenza. L’autonomia geopolitica richiede la capacità di definire non soltanto gli interessi, ma anche le categorie attraverso cui essi vengono formulati. Se sviluppo, rischio, sostenibilità del debito, transizione verde e storia del continente sono descritti prevalentemente da istituzioni esterne, il negoziato comincia già dentro una cornice definita da altri. Ciò non implica rifiutare competenze o standard internazionali; significa costruire una capacità africana di produrre dati, sapere e criteri propri sufficientemente robusti da negoziare su un piano meno asimmetrico.
Il nuovo non-allineamento è quindi meno romantico di Bandung e molto più economico. Non si fonda sull’equidistanza, ma sull’opzionalità. Un Paese è più sovrano non quando rifiuta tutti i partner esterni, ma quando nessun partner è indispensabile al punto da poter dettare unilateralmente le condizioni. Infrastrutture concorrenti, pluralità di creditori, AfCFTA, banche africane, BRICS, G20 e coalizioni settoriali diventano così dispositivi di sovranità perché aumentano il numero delle alternative disponibili.
Le nuove forme di colonialismo in Africa non possono essere comprese attraverso una semplice opposizione fra colonizzatore e colonizzato. Esistono come rischio di dipendenza funzionale: dipendenza da capitale costoso, da sistemi d’arma e intelligence esteri, da acquirenti dominanti di materie prime, da corridoi logistici controllati da altri, da tecnologie e standard definiti fuori dal continente e, prima ancora, da categorie intellettuali che continuano a collocare l’Africa in una storia scritta prevalentemente attraverso il rapporto con l’Europa.
Per questo la questione dell’insegnamento della storia non è un’aggiunta culturale al discorso economico e geopolitico: ne è il sintomo iniziale. Una società che conosce soprattutto il proprio rapporto con il colonizzatore possiede inevitabilmente una rappresentazione parziale di se stessa. Allo stesso modo, uno Stato che dispone di una sola fonte di credito, di una sola infrastruttura di esportazione, di un solo fornitore di sicurezza o di un unico compratore dominante possiede una sovranità giuridica più ampia della propria sovranità pratica. In entrambi i casi, il problema è la ristrettezza delle alternative.
La decolonizzazione più radicale non consiste quindi nel sostituire Parigi con Mosca, Washington con Pechino o un finanziatore europeo con un fondo del Golfo. Consiste nell’aumentare la capacità africana di scegliere, rifiutare, rinegoziare e, quando necessario, fare a meno del partner. Ciò richiede istituzioni, competenze, finanza, infrastrutture, integrazione regionale e produzione autonoma di conoscenza.
Questa prospettiva restituisce anche responsabilità agli attori africani. Le potenze esterne continuano a possedere risorse finanziarie, tecnologiche e militari enormemente superiori, ma l’Africa contemporanea non è il continente politicamente passivo della spartizione ottocentesca. Gli Stati possono mettere concorrenti gli uni contro gli altri, rinegoziare debiti, sospendere progetti, stabilire standard sui minerali e sul carbonio, coordinare posizioni nel G20 e costruire strumenti continentali. Il problema è trasformare opportunità episodiche in capacità permanente.
La vera misura della sovranità africana potrebbe quindi non essere l’assenza di influenza esterna, condizione impossibile in un sistema internazionale interdipendente. Potrebbe essere il costo di dire no. Più basso è quel costo – perché esistono alternative finanziarie, tecnologiche, logistiche, militari e intellettuali – maggiore è la libertà dello Stato. Più alto è quel costo, più la sovranità resta nominale. In questo senso, la battaglia contro il nuovo colonialismo non è una battaglia per l’isolamento dell’Africa, ma per la moltiplicazione delle sue opzioni.
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