Geopolitica dell’Africa – Il ruolo degli attori esterni

Dopo aver esaminato la dimensione regionale interna, spostiamo ora lo sguardo sul ruolo delle potenze esterne in Africa, che rappresenta l’altro grande asse della geopolitica continentale. L’Africa è stata storicamente terreno di conquista coloniale e poi di competizione durante la Guerra Fredda; nel XXI secolo, con l’ascesa di nuove potenze, la finanziarizzazione dello sviluppo e l’integrazione delle catene globali, il continente è diventato sempre più policentrico. Nel 2026 non esiste più un singolo schema di penetrazione esterna: il potere passa attraverso credito e ristrutturazioni del debito, porti e corridoi logistici, minerali critici, accesso ai mercati, basi e addestramento militare, infrastrutture digitali, energia, aiuti sanitari e capacità di mediazione. Cina, Russia, Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Emirati Arabi Uniti e India offrono combinazioni differenti di questi strumenti. La variabile decisiva, tuttavia, non è soltanto ciò che gli attori esterni offrono, ma la capacità dei governi africani di comporli in portafogli coerenti e di evitare che la diversificazione dei partner si traduca semplicemente in una diversificazione delle dipendenze. L’Africa contemporanea non è più un oggetto passivo della competizione tra potenze: negozia, rifiuta, mette in concorrenza, ristruttura e talvolta espelle. Ma questa maggiore agency opera entro vincoli duri — debito, sicurezza, tecnologia, infrastrutture e accesso ai mercati — che attribuiscono ancora un forte potere contrattuale agli attori capaci di fornire capitale, sicurezza o domanda esterna in tempi rapidi.

Cina: tra “via della seta” africana e primi segnali di logoramento

Presenza economica dominante: La Cina rimane il singolo attore statale con la presenza economica più capillare e sistemica nel continente. Il rapporto, tuttavia, non è più quello della prima grande stagione della Belt and Road Initiative, dominata da maxi-prestiti sovrani e grandi opere finanziate quasi automaticamente da banche pubbliche cinesi. Nel 2025 il commercio Cina-Africa ha raggiunto circa 348,1 miliardi di dollari, un nuovo massimo: le esportazioni cinesi verso il continente sono state circa 225 miliardi e le importazioni dall’Africa circa 123 miliardi, confermando contemporaneamente la scala della relazione e il persistente squilibrio commerciale (General Administration of Customs of China, 2026). Pechino continua a importare petrolio, rame, cobalto, ferro, manganese, bauxite, prodotti agricoli e altre materie prime, mentre esporta macchinari, elettronica, veicoli, prodotti tessili, apparecchiature per telecomunicazioni e un volume crescente di tecnologie per energia e mobilità elettrica. La dimensione finanziaria si è invece ridimensionata: la Chinese Loans to Africa Database della Boston University stima 180,87 miliardi di dollari di impegni di prestito tra il 2000 e il 2024, ma nel solo 2024 i nuovi impegni sono scesi a poco meno di 2,1 miliardi, concentrati in appena sei progetti. Il dato non significa un ritiro cinese, bensì una trasformazione del modello: meno esposizione sovrana generalizzata, più selettività, investimenti diretti, finanziamenti tramite intermediari, commercio, progetti bancabili e sostegno a infrastrutture considerate strategiche. Il FOCAC di Pechino del settembre 2024 ha formalizzato questa nuova fase: Xi Jinping ha promesso 360 miliardi di yuan di sostegno finanziario in tre anni, di cui 210 miliardi in linee di credito, 80 miliardi in varie forme di assistenza e almeno 70 miliardi di investimenti da parte di imprese cinesi (FOCAC, 2024). La Cina non sta dunque uscendo dall’Africa: sta passando da una fase di espansione quantitativa del credito a una fase di selezione, gestione del rischio e integrazione più stretta tra commercio, finanza e politica industriale.

La Belt and Road africana e la trasformazione del debito: L’Africa resta un pilastro della BRI, ma il dibattito sulle cosiddette “trappole del debito” è diventato più sofisticato. I casi più sensazionalistici — come l’idea che il porto di Mombasa fosse automaticamente destinato a essere sequestrato da Pechino in caso di insolvenza della ferrovia SGR — non hanno trovato conferma nella forma spesso ripetuta nel dibattito pubblico. Il problema reale è meno cinematografico e più strutturale: quando un governo contrae grandi passività in valuta estera per infrastrutture a rendimento lento, la sostenibilità dipende da crescita, entrate fiscali, tasso di cambio, struttura delle scadenze e capacità del progetto di generare effetti economici indiretti. Il rallentamento del credito cinese dopo il picco del 2016 riflette proprio la consapevolezza di questi rischi. Zambia, Ghana, Etiopia e altri casi hanno inoltre obbligato Pechino a entrare nei processi multilaterali di ristrutturazione e a confrontarsi con FMI, Banca Mondiale, Club di Parigi e creditori privati. La Cina è diventata così non soltanto prestatore, ma parte dell’architettura di gestione delle crisi debitorie africane. Parallelamente, la strategia cinese si è spostata dal solo credito all’accesso al mercato. Nel giugno 2025 Pechino ha annunciato l’estensione del trattamento a dazio zero sul 100% delle linee tariffarie ai 53 Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche; la misura è entrata pienamente in vigore il 1° maggio 2026, dopo che dal dicembre 2024 la stessa agevolazione era già stata concessa ai Paesi meno sviluppati con relazioni diplomatiche con la Cina (Ministry of Foreign Affairs of the PRC, 2025; State Council of the PRC, 2026). Questo modifica il significato della presenza cinese: il punto non è più soltanto “la Cina finanzia ciò che l’Occidente non finanzia”, ma se il mercato cinese potrà assorbire una quota maggiore di prodotti africani trasformati e non soltanto di commodity. Se l’apertura tariffaria non sarà accompagnata da capacità produttiva, standard, logistica e trasformazione locale, il rischio è che l’asimmetria commerciale continui; se invece l’Africa riuscirà a sfruttarla, la relazione potrebbe evolvere verso una forma meno dipendente dal debito e più fondata sulla produzione.

Soft power, sicurezza e tecnologia: L’espansione cinese non è più separabile dalla dimensione politica e di sicurezza. La Cina mantiene una rete diplomatica pressoché continentale, offre migliaia di borse di studio e programmi di formazione a funzionari, militari e studenti africani, sostiene Istituti Confucio e produce contenuti mediatici attraverso Xinhua e CGTN. La base di Gibuti, inaugurata nel 2017, rimane il simbolo della proiezione militare cinese nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso, ma la cooperazione di sicurezza si è istituzionalizzata anche oltre la base. Il Beijing Action Plan FOCAC 2025-2027 prevede un miliardo di yuan di assistenza militare, la formazione di 6.000 militari africani, visite per 500 giovani ufficiali e formazione per 1.000 agenti di polizia, oltre a esercitazioni, pattugliamenti e cooperazione nella sicurezza dei progetti BRI (FOCAC, 2024). Pechino continua inoltre a fornire equipaggiamenti, droni, veicoli e tecnologie di sorveglianza a diversi governi africani. La dimensione digitale è altrettanto strategica: Huawei, ZTE e altri operatori cinesi hanno contribuito alla costruzione di reti telecom, data center, sistemi urbani di videosorveglianza e infrastrutture cloud. Questo crea dipendenza da standard, manutenzione, software e filiere tecnologiche che hanno un valore geopolitico comparabile a quello delle infrastrutture fisiche. A ciò si aggiunge la partecipazione cinese al peacekeeping ONU e la crescente attenzione alla protezione di cittadini, imprese e investimenti cinesi in aree instabili. Il risultato è una relazione sempre meno classificabile come puramente economica: la Cina è ormai un attore di sistema, con interessi da proteggere e strumenti diplomatici, militari e tecnologici per farlo.

Percezioni, contraccolpi e adattamento: La narrativa della cooperazione “win-win” continua a essere efficace, ma non è più ricevuta in modo acritico. Gli episodi di discriminazione contro cittadini africani a Guangzhou durante la pandemia hanno lasciato un segno simbolico; controversie su qualità delle opere, impatto ambientale, occupazione locale, clausole contrattuali e squilibri commerciali hanno alimentato richieste di maggiore trasparenza. Alcuni governi hanno rinegoziato, sospeso o ridimensionato progetti ritenuti eccessivamente onerosi. La differenza rispetto a quindici anni fa è che anche Pechino ha modificato il proprio comportamento: il principio della “qualità sulla quantità” emerso dal FOCAC di Dakar del 2021 è divenuto più evidente dopo il 2024, con una maggiore preferenza per progetti selettivi, investimenti aziendali, energia verde, manifattura, agritech e digitale. La decisione di aprire a dazio zero l’intero mercato cinese ai 53 partner africani va letta anche come risposta all’accusa di voler mantenere l’Africa nel ruolo di fornitore di materie prime. Resta però da verificare quanta parte dell’export africano riuscirà realmente a sfruttare questa apertura. La sfida è industriale: senza standard fitosanitari, certificazioni, catene del freddo, porti efficienti, credito commerciale e capacità di trasformazione, l’eliminazione delle tariffe può produrre benefici inferiori al potenziale. Proprio qui si misura la maturazione della relazione: gli Stati africani più capaci non chiedono più semplicemente un progetto o un prestito, ma accesso al mercato, trasferimento tecnologico, local content, formazione e partecipazione alle catene del valore.

In sintesi, la Cina rimane la potenza economica esterna più strutturalmente radicata in Africa, ma la natura del suo potere sta cambiando. L’epoca dei grandi prestiti sovrani indiscriminati si è ridotta; al loro posto emerge una combinazione di commercio record, investimenti diretti, apertura tariffaria, infrastrutture strategiche, finanza più selettiva e cooperazione di sicurezza. Il continente, a sua volta, è più assertivo e diversifica maggiormente. Questo non rende la relazione automaticamente equilibrata: nel 2025 la Cina ha esportato verso l’Africa quasi il doppio di quanto ha importato, mentre molte filiere minerarie restano dominate da trasformazione e tecnologia esterne. Ma rende superata la lettura semplicistica della “debt trap diplomacy”. La questione decisiva per il prossimo decennio sarà se la presenza cinese contribuirà alla trasformazione produttiva africana oppure se, nonostante nuove forme e nuovi strumenti, continuerà a riprodurre una divisione del lavoro nella quale l’Africa esporta risorse e importa valore aggiunto.

Un ulteriore elemento è il rapporto tra credito, costo del capitale e influenza cinese. Il ridimensionamento dei prestiti sovrani cinesi avviene proprio mentre molti Paesi africani affrontano un costo di finanziamento esterno molto più elevato rispetto al periodo 2010-2021. Questo accresce, paradossalmente, il valore geopolitico della Cina anche quando Pechino presta meno: la capacità di rifinanziare, ristrutturare, investire direttamente o aprire il proprio mercato può diventare più importante del volume annuo di nuovi prestiti. La Cina dispone infatti di una combinazione rara di strumenti: banche pubbliche, grandi imprese di Stato, mercato interno, riserve valutarie, capacità di costruzione, tecnologia e presenza diplomatica. Un Paese africano che non riesce più a emettere Eurobond a condizioni sostenibili può non ottenere automaticamente un nuovo prestito cinese, ma sa che Pechino può intervenire come creditore esistente, investitore, acquirente di commodity o partner commerciale. Questo produce una forma di potere meno visibile della BRI originaria ma potenzialmente più profonda. Al tempo stesso, l’apertura tariffaria del 2026 introduce una prova empirica importante. Se nei prossimi anni aumenteranno le esportazioni africane trasformate verso la Cina, il rapporto potrà evolvere da infrastrutture-per-risorse a una relazione più industriale. Se cresceranno soprattutto commodity e prodotti agricoli non trasformati, il nuovo regime tariffario avrà ampliato i volumi senza modificare la struttura. Per i governi africani il punto strategico dovrebbe essere quindi negoziare non il singolo progetto, ma la posizione nelle catene del valore: raffinazione del rame e del cobalto, trasformazione agroalimentare, assemblaggio di veicoli elettrici, componentistica solare, data center e logistica. È su questa capacità di trattenere valore nel continente che si misurerà l’effettiva qualità della nuova fase sino-africana.

Russia: tra sostegno anti-occidentale e mercenari del Cremlino

Il ritorno russo in Africa: Dopo il crollo sovietico del 1991, la presenza russa nel continente si era drasticamente ridotta. Dal 2014 Mosca ha però ricostruito una presenza fondata su strumenti diversi da quelli cinesi: armi, sicurezza, sostegno diplomatico, relazioni con élite politiche, energia, grano, fertilizzanti e una narrativa anti-coloniale. Per anni il simbolo di questa strategia è stato il gruppo Wagner, presente in Repubblica Centrafricana, Sudan, Libia e Mali. Il modello consisteva nel fornire protezione di regime, addestramento e supporto operativo in cambio di compensi, accesso a risorse o influenza politica. La morte di Yevgeny Prigozhin nell’agosto 2023 e la successiva riorganizzazione del sistema non hanno tuttavia determinato la fine della presenza russa: hanno accelerato la trasformazione di un apparato semi-privato in uno strumento più direttamente controllato dallo Stato. In Mali Wagner ha annunciato la conclusione delle proprie attività nel giugno 2025, ma l’Africa Corps, sostenuto dal Ministero della Difesa russo e composto in larga parte da ex personale Wagner, è rimasto operativo. La differenza non è nominale. La Russia ha ridotto l’ambiguità della catena di comando e ha incorporato la proiezione militare africana nella propria politica estera e di difesa (Reuters, 2025a). In Repubblica Centrafricana, Mali e altri teatri la sicurezza continua così a essere la principale merce geopolitica offerta da Mosca, soprattutto a governi che diffidano dell’Occidente o che sono sottoposti a sanzioni e isolamento diplomatico.

Narrativa e diplomazia dei summit:

Uno strumento chiave del ritorno russo rimane la retorica anti-coloniale. Sputnik, RT e reti locali vicine a Mosca insistono sul fallimento delle ex potenze coloniali, sulla sovranità nazionale e sull’idea di un ordine multipolare liberato dal “diktat” occidentale. Bandiere russe e immagini di Putin nelle manifestazioni in Mali, Burkina Faso e Niger hanno fornito una potente rappresentazione visiva di questa narrativa, anche se non dimostrano di per sé un controllo russo dei processi politici locali. Mosca ha parallelamente istituzionalizzato il rapporto. Dopo il secondo Vertice Russia-Africa di San Pietroburgo del luglio 2023, si è tenuta a Sochi nel novembre 2024 la prima Conferenza ministeriale del Russia-Africa Partnership Forum e al Cairo, nel dicembre 2025, la seconda, con rappresentanti di oltre cinquanta Paesi africani. Il documento finale del Cairo ha avviato la preparazione di un nuovo Action Plan 2026-2029 e del terzo Vertice Russia-Africa, previsto a Mosca nell’ottobre 2026 (Russia-Africa Partnership Forum, 2025; African Union, 2026). La Russia tenta quindi di trasformare una presenza opportunistica in un rapporto istituzionale stabile. Anche il commercio, pur restando modesto rispetto a Cina e UE, è cresciuto: secondo il ministro Lavrov ha superato 27,7 miliardi di dollari nel 2024. La cifra chiarisce contemporaneamente forza e limite del modello russo: sufficiente per sostenere relazioni politiche e settori selettivi, ma lontanissima dalla scala della relazione commerciale sino-africana.

La statalizzazione dell’eredità Wagner ha reso più chiara la specializzazione russa. L’Africa Corps offre ciò che alcuni regimi considerano prioritario: protezione della leadership, addestramento, intelligence, supporto tattico e armamenti, spesso senza le condizionalità politiche associate ai partner occidentali. Nel giugno 2025 il Cremlino ha dichiarato esplicitamente di voler ampliare la cooperazione con l’Africa anche in aree “sensibili” come difesa e sicurezza. Nel luglio 2026 le consultazioni ad alto livello tra Lavrov e il presidente della Commissione dell’Unione Africana Mahmoud Ali Youssouf hanno incluso commercio, investimenti, infrastrutture, energia, tecnologia, sicurezza alimentare e sanità, segnalando il tentativo russo di allargare il rapporto oltre il settore militare (African Union, 2026). Ma l’asimmetria resta: Mosca possiede capacità nucleari, militari, diplomatiche e materie prime, non una macchina finanziaria e industriale comparabile a quella cinese o europea. Per questo la sua influenza tende a essere massima nei Paesi in cui la sopravvivenza del regime o il contrasto a un’insurrezione valgono più dell’accesso a capitali di sviluppo su larga scala.

Sul piano economico, il problema russo è precisamente la scala. L’export di cereali, fertilizzanti, combustibili, armi e servizi nucleari può generare dipendenze settoriali importanti, ma non produce automaticamente un ecosistema di investimento paragonabile a quello cinese, europeo o del Golfo. Rosatom costituisce un’eccezione significativa: il progetto nucleare di El Dabaa in Egitto e gli accordi di cooperazione con altri Stati africani consentono a Mosca di legare tecnologia, formazione, finanza e relazioni di lungo periodo. Anche l’istruzione rimane una leva: decine di migliaia di studenti africani frequentano università russe. Il Cremlino sta inoltre riaprendo ambasciate e missioni commerciali chiuse dopo il crollo sovietico. Tuttavia, il salto dall’influenza politica alla trasformazione economica richiederebbe capitali, imprese e capacità logistiche che la Russia, impegnata nella guerra in Ucraina e sottoposta a sanzioni occidentali, può mobilitare solo in misura limitata. È questo il principale vincolo del progetto russo in Africa.

Impatto della guerra in Ucraina e prospettive: La guerra iniziata nel 2022 ha reso l’Africa più importante per Mosca, non meno. Sul piano economico, l’aumento dei prezzi di grano, fertilizzanti ed energia ha mostrato quanto diverse economie africane siano esposte agli shock provenienti dal Mar Nero. Sul piano diplomatico, il voto africano alle Nazioni Unite ha evidenziato una pluralità di posizioni: condanna dell’aggressione in alcuni casi, astensione o neutralità in altri. Questa eterogeneità non va ridotta a “influenza russa”. Molti governi africani hanno rivendicato piuttosto il diritto a non trasformare la competizione tra Russia e Occidente in una nuova disciplina di blocco. Mosca ha sfruttato abilmente questa posizione presentandosi come sostenitrice del Global South, offrendo grano ad alcuni partner, ampliando la cooperazione in fertilizzanti ed evocando la memoria del sostegno sovietico ai movimenti anticoloniali. Il terzo Vertice Russia-Africa previsto per l’autunno 2026 servirà proprio a verificare se questa narrativa può essere tradotta in maggiore cooperazione economica. Il punto strategico è che la Russia ha bisogno dell’Africa anche per dimostrare che le sanzioni occidentali non equivalgono a isolamento globale; diversi governi africani, a loro volta, utilizzano la relazione con Mosca come leva per ottenere maggiore attenzione e offerte migliori da altri partner.

I limiti sono però evidenti. L’Africa Corps non ha risolto la crisi di sicurezza del Sahel; in alcune aree gli indicatori di violenza e le accuse di abusi contro civili sono aumentati, con il rischio che una controinsurrezione ad alto costo umano alimenti nuovo reclutamento jihadista. Le risorse finanziarie russe sono inferiori a quelle di Cina, UE, Stati Uniti e monarchie del Golfo. I principali mercati africani — Nigeria, Kenya, Sudafrica, Egitto, Marocco — non possono fondare la propria crescita su una relazione esclusiva con Mosca e continuano a diversificare. La Russia rimane quindi più capace di alterare equilibri politici e securitari che di costruire un ordine economico continentale. Proprio questa caratteristica, tuttavia, la rende geopoliticamente rilevante: può ottenere influenza molto elevata con investimenti relativamente modesti quando interviene nei punti di massima fragilità statuale.

In conclusione, la Russia in Africa non è più soltanto lo “spoiler” leggero degli anni Wagner, ma non è nemmeno una potenza economica comparabile alla Cina. La statalizzazione attraverso l’Africa Corps, le conferenze ministeriali del 2024 e 2025 e la preparazione del vertice di Mosca del 2026 mostrano un tentativo di trasformare l’opportunismo in presenza permanente. Il suo vantaggio competitivo è la disponibilità a offrire sicurezza, armi e copertura diplomatica a regimi che altri partner trattano con cautela; il suo limite è l’incapacità di accompagnare questa offerta con infrastrutture e capitale su scala continentale. Per gli Stati africani, Mosca resta dunque soprattutto una leva di diversificazione strategica. La questione è se tale leva aumenti realmente la sovranità o sostituisca una dipendenza di sicurezza con un’altra.

La Russia deve inoltre essere letta attraverso la logica della rendita di sicurezza. In molti Stati fragili, il valore marginale di un battaglione addestrato, di un sistema d’arma, di una squadra di consiglieri o della protezione personale del vertice politico può essere superiore, nel breve periodo, a quello di un grande programma di sviluppo. Mosca opera precisamente in questa nicchia. Ciò consente di trasformare risorse relativamente limitate in accesso politico sproporzionato: concessioni minerarie, accordi militari, diritti logistici, voti nei fora internazionali e una narrativa favorevole. Ma la stessa logica contiene il limite della strategia. Se la sicurezza non migliora, il partner russo può divenire parte del problema politico interno; se il regime cambia, gli accordi costruiti attorno alle élite possono perdere valore rapidamente. Inoltre, una presenza fondata sulla protezione tende a privilegiare la stabilità del governo rispetto alla costruzione dello Stato. Le due cose non coincidono. Un apparato può sopravvivere nella capitale mentre perde territorio, legittimità e capacità amministrativa nelle periferie. Il Sahel mostra precisamente questa divergenza. Per questo la presenza russa va valutata non soltanto in base al numero di accordi o di uomini dispiegati, ma alla capacità di migliorare indicatori di controllo territoriale, sicurezza civile e funzionamento istituzionale. Se tali indicatori non migliorano, Mosca può comunque mantenere influenza presso le élite, ma la sua promessa di sovranità resta incompleta. La relazione diventa allora un’assicurazione di regime più che una strategia di state-building.

Stati Uniti: dal re-engagement alla diplomazia transazionale. Gli Stati Uniti restano una potenza finanziaria, militare, tecnologica e diplomatica centrale, ma tra il 2025 e il 2026 la politica africana è cambiata profondamente. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, il linguaggio del partenariato valoriale dell’amministrazione Biden è stato sostituito da un’impostazione più selettiva, commerciale e legata alla sicurezza economica: accesso ai mercati, reciprocità, minerali critici, investimenti privati, burden sharing e riduzione dell’aiuto tradizionale. L’AGOA, scaduto il 30 settembre 2025, è stato riattivato il 3 febbraio 2026 fino al 31 dicembre 2026 con effetto retroattivo, ma l’USTR ha chiarito che una futura versione del programma dovrà garantire maggiore accesso alle imprese americane e allinearsi alla politica “America First” (USTR, 2026). Il messaggio è significativo: il commercio preferenziale non viene più presentato principalmente come strumento di sviluppo, bensì come contratto che deve produrre benefici misurabili per entrambe le parti.

Dalla stagione Biden al reset Trump: Il vertice USA-Africa del 2022, i 55 miliardi di dollari promessi dall’amministrazione Biden, la Digital Transformation with Africa e il sostegno all’ingresso dell’Unione Africana nel G20 avevano segnato un tentativo di recuperare terreno rispetto alla Cina. Quella fase non è semplicemente proseguita. Nel gennaio 2025 Trump ha ordinato una revisione generale dell’assistenza estera e la sua amministrazione ha proceduto allo smantellamento di USAID come agenzia autonoma, cancellando migliaia di programmi e trasferendo al Dipartimento di Stato una parte consistente delle attività residue. Nel luglio 2026 l’ispettorato del Dipartimento di Stato ha rilevato problemi di personale, guida operativa e sistemi informatici nella gestione del trasferimento di programmi con 51,5 miliardi di dollari di fondi già obbligati (Reuters, 2026a). L’impatto africano è stato immediato soprattutto in sanità e assistenza umanitaria. Una parte dei programmi PEPFAR è stata preservata o riattivata, ma nel 2025 le interruzioni della prevenzione HIV hanno colpito servizi in numerosi Paesi dell’Africa subsahariana; in Africa orientale e meridionale la dipendenza dal finanziamento statunitense era particolarmente elevata (Reuters, 2025b). La conseguenza geopolitica va oltre la salute: Paesi abituati a considerare l’assistenza americana come una componente relativamente stabile della relazione hanno dovuto internalizzare una maggiore incertezza politica.

Minerali critici, commercio e sicurezza: Il baricentro americano si è spostato verso la sicurezza economica. Nel 2025 e 2026 la Casa Bianca ha adottato misure per ridurre la dipendenza degli Stati Uniti da catene di approvvigionamento estere nei minerali critici, ordinando indagini e negoziati ai sensi della Section 232 e rafforzando la Defense Production Act. In questo quadro, rame, cobalto, litio, grafite, manganese e terre rare africane acquistano un valore che non è soltanto commerciale ma di difesa nazionale (White House, 2025; 2026). Il caso più evidente è la Repubblica Democratica del Congo: l’accordo di pace firmato a Washington tra RDC e Ruanda il 27 giugno 2025 è stato accompagnato dall’obiettivo esplicito di creare un quadro economico capace di attirare investimenti occidentali e rendere più trasparenti le catene dei minerali dell’Africa dei Grandi Laghi. La diplomazia di pace e la diplomazia delle risorse si sono così fuse. Questo non significa che gli Stati Uniti “comprino la pace” in cambio di minerali: le cause del conflitto sono molto più profonde e l’M23 non era parte dell’accordo bilaterale. Significa però che Washington considera ormai la stabilizzazione dell’est congolese anche come problema di supply-chain security e competizione industriale con la Cina (Reuters, 2025c).

Competizione con Cina e Russia:

La differenza rispetto alla Cina resta il ruolo attribuito al capitale privato e alla de-risking finance. Il Corridoio di Lobito — ferrovia e sistema logistico che collega il porto angolano alle aree minerarie della RDC e, in prospettiva, allo Zambia — è il progetto simbolo di questa strategia. L’obiettivo non è soltanto trasportare rame e cobalto verso l’Atlantico, ma costruire un corridoio energetico, digitale e commerciale che renda economicamente praticabile una filiera meno dipendente dagli sbocchi e dagli operatori controllati o finanziati dalla Cina. DFC, istituzioni europee e partner africani sono chiamati a mobilitare capitale privato più che a replicare il modello delle grandi banche pubbliche cinesi. Questa impostazione può essere più sostenibile se i progetti generano reddito, ma è anche più lenta e selettiva: le imprese private richiedono rendimenti, sicurezza giuridica e riduzione del rischio. È qui che molti governi africani continuano a percepire una differenza operativa tra Occidente e Cina: l’Occidente può offrire capitale più sofisticato e accesso a tecnologia e mercati, ma spesso con tempi di strutturazione più lunghi.

Sul piano della sicurezza, Washington continua a contrastare le reti russe e jihadiste, ma dopo il ritiro dal Niger ha dovuto ripensare l’architettura regionale. Le sanzioni contro Wagner e soggetti collegati restano parte della risposta, mentre la cooperazione con Stati costieri dell’Africa occidentale, Kenya, Somalia e Gibuti mantiene un ruolo rilevante. Il quadro è tuttavia più transazionale: l’amministrazione Trump insiste maggiormente sulla ripartizione dei costi e sull’utilità diretta per la sicurezza americana. Lo stesso dibattito sul finanziamento logistico di AUSSOM in Somalia ha mostrato quanto gli Stati Uniti siano meno disponibili a sostenere indefinitamente architetture multilaterali senza una chiara distribuzione degli oneri. Parallelamente, l’uso della mediazione diplomatica — come nel dossier RDC-Ruanda — consente a Washington di ottenere influenza politica senza dispiegare grandi contingenti. La competizione con Cina e Russia viene quindi combattuta meno attraverso una “strategia Africa” unitaria e più attraverso dossier nei quali commercio, minerali, sicurezza, investimenti e diplomazia convergono.

Limiti e critiche:

Limiti e critiche: La nuova politica americana produce un paradosso. Da un lato, la focalizzazione su commercio e investimenti risponde a una critica africana di lunga data: molti governi chiedevano di essere trattati come partner economici e non soltanto come destinatari di aiuti. Dall’altro, la brusca riduzione dell’assistenza ha indebolito uno dei principali vantaggi comparativi degli Stati Uniti: la rete sanitaria, umanitaria e di capacity building costruita in decenni. Le interruzioni del 2025 hanno avuto effetti documentati sulla prevenzione dell’HIV e su altri servizi; il trasferimento dei programmi USAID al Dipartimento di Stato ha inoltre mostrato costi amministrativi e perdita di capacità istituzionale (USAID OIG, 2026; Reuters, 2026a). Vi è poi la volatilità politica: una strategia che cambia sensibilmente con l’amministrazione rende più difficile per i governi africani programmare partnership di lungo periodo. Sul fronte commerciale, la proroga AGOA di un solo anno nel 2026 ha dato continuità ma non ancora certezza pluriennale. Sul fronte politico, le tensioni con il Sudafrica hanno mostrato che anche relazioni con potenze regionali africane possono essere rapidamente subordinate a controversie bilaterali.

In definitiva, gli Stati Uniti non stanno abbandonando l’Africa; stanno ridefinendo ciò che considerano un interesse americano in Africa. La sanità globale, la promozione democratica e l’aiuto allo sviluppo hanno perso centralità relativa rispetto a minerali critici, accesso commerciale, investimenti, sicurezza delle catene di fornitura e mediazione geopolitica. Questo può produrre accordi più concreti in alcuni settori, ma anche lasciare vuoti in aree dove il ritorno economico immediato è limitato. Per l’Africa il cambiamento rappresenta insieme un rischio e un’opportunità: rischio di perdere beni pubblici finanziati per decenni dagli Stati Uniti; opportunità di costringere Washington a trattare investimenti, trasformazione industriale e accesso ai mercati come elementi centrali del rapporto. La capacità africana di negoziare local content, infrastrutture e trasformazione dei minerali determinerà se la nuova diplomazia americana sarà un partenariato produttivo o una nuova corsa alle risorse.

La discontinuità americana crea inoltre uno spazio competitivo che altri attori possono sfruttare. La chiusura di programmi di assistenza non produce automaticamente un guadagno cinese o russo: molte attività sanitarie e umanitarie non sono facilmente sostituibili e nessun altro partner ha mostrato finora la volontà di replicare integralmente l’architettura PEPFAR-USAID. Ma il danno reputazionale può avere effetti indiretti. Un ministro africano che osserva la cancellazione improvvisa di un programma pluriennale incorpora quel rischio nelle future decisioni strategiche. Può preferire accordi commerciali meno generosi ma percepiti come politicamente più stabili, oppure distribuire maggiormente i rapporti tra partner. Di contro, la nuova enfasi americana su minerali e investimenti può essere molto potente se collegata a infrastrutture e trasformazione locale. Il rischio per l’Africa è che la sicurezza delle supply chains statunitensi divenga l’obiettivo principale e l’industrializzazione africana un sottoprodotto eventuale. La risposta negoziale dovrebbe essere quindi condizionare l’accesso preferenziale alle risorse alla creazione di raffinerie, impianti di processamento, energia, formazione e infrastrutture sul territorio. Il caso del Corridoio di Lobito è strategicamente importante proprio perché può evolvere in due direzioni: semplice corridoio di evacuazione delle materie prime verso l’Atlantico oppure asse di industrializzazione transfrontaliera. La prima soluzione diversifica le rotte occidentali ma cambia poco per l’Africa; la seconda modifica la geografia produttiva del continente. In questo senso, la nuova politica statunitense è più apertamente transazionale, ma proprio per questo può essere negoziata in termini altrettanto transazionali dai governi africani più capaci.

Unione Europea: capitale, regolazione e perdita del monopolio politico. L’UE rimane uno dei maggiori partner economici, finanziari e normativi dell’Africa, ma opera in un ambiente molto più competitivo. Il Global Gateway Africa-Europe Investment Package mantiene l’obiettivo di mobilitare circa 150 miliardi di euro. Nel 2025 la Commissione e l’Unione Africana indicavano 138 progetti flagship adottati tra il 2023 e il 2025; nel 2026 l’EEAS afferma che oltre 140 grandi progetti sono in corso in Africa e che circa 120 miliardi di euro sono stati mobilitati nel periodo 2021-2025 (European Commission, 2025; EEAS, 2026). Queste cifre mostrano che Global Gateway non è più soltanto un annuncio, ma la sua efficacia geopolitica dipende dalla visibilità e dalla velocità dell’esecuzione. Nel contesto di tassi internazionali più elevati, garanzie europee, blending e credito multilaterale acquisiscono inoltre un valore maggiore: la competizione infrastrutturale non riguarda soltanto quanto capitale viene promesso, ma a quale costo, con quale rischio e in quali tempi viene messo a disposizione.

L’Europa e l’Africa: interdipendenza e crisi di fiducia. L’UE e i suoi Stati membri mantengono legami commerciali, finanziari, migratori e di sicurezza che nessun altro attore esterno replica nella stessa combinazione. Ma il rapporto è diventato politicamente più difficile. La stagione delle basi permanenti francesi nell’Africa occidentale si è drasticamente ridotta: dopo Mali, Burkina Faso e Niger, il Ciad ha concluso la cooperazione militare con Parigi nel 2024 e il ritiro francese è seguito; la Costa d’Avorio ha annunciato il passaggio delle installazioni alle proprie forze; nel luglio 2025 la Francia ha consegnato al Senegal l’ultima grande struttura militare, mettendo fine alla presenza militare permanente nel Paese (Reuters, 2024; 2025d). Questo ridimensionamento non equivale all’uscita dell’Europa dall’Africa: l’UE rimane un grande donatore, investitore e partner commerciale, dispone di missioni CSDP e utilizza l’European Peace Facility. Ma segnala la fine di un assetto nel quale la proiezione europea poteva ancora appoggiarsi automaticamente alla rete militare post-coloniale francese. L’influenza europea deve ora essere ricostruita attraverso investimenti, tecnologia, mercato, formazione e cooperazione concordata con governi molto più attenti alla propria sovranità.

All’interno della proiezione europea, l’Italia ha rafforzato una propria linea attraverso il Piano Mattei. La terza relazione annuale, aggiornata al 30 giugno 2026, indica 18 Paesi partner e 76 progetti in corso, rispetto ai nove Paesi pilota del gennaio 2024. La dotazione iniziale è di 5,5 miliardi di euro; il Comitato tecnico del Fondo Italiano per il Clima ha deliberato circa 1,2 miliardi per quindici interventi in Africa e SACE ha concesso circa 4 miliardi di euro di garanzie a sostegno di investimenti nei Paesi del Piano. Nel febbraio 2026 il secondo Vertice Italia-Africa si è tenuto ad Addis Abeba con 35 delegazioni a livello di capi di Stato e di governo (Government of Italy/MAECI, 2026). Il dato strategico è la costruzione di un’architettura che combina cooperazione, credito, garanzie, energia, agricoltura, acqua, istruzione e infrastrutture. La sfida non è più dimostrare che il Piano esiste, ma che genera progetti addizionali e scalabili rispetto a Global Gateway e agli strumenti ordinari della cooperazione italiana. Se riuscirà, l’Italia potrà usare la propria posizione mediterranea e industriale come ponte; se resterà una somma di progetti frammentati, il valore geopolitico sarà inferiore alle ambizioni dichiarate.

Global Gateway e concorrenza infrastrutturale: L’Unione Europea ha progressivamente trasformato la strategia lanciata nel 2021 in un portafoglio operativo. Nel 2025 UE e UA hanno censito 99 iniziative Team Europe in settori strategici e 138 flagship africani adottati tra il 2023 e il 2025; nel 2026 il Consiglio ha consolidato il portafoglio globale Global Gateway in 256 iniziative, privilegiando monitoraggio ed esecuzione rispetto alla proliferazione di nuovi annunci (European Commission, 2025; Council of the EU, 2026). In Africa i dossier più significativi riguardano corridoi di trasporto, interconnessioni elettriche, energia rinnovabile, digitalizzazione, salute, vaccini, formazione e catene di valore delle materie prime. L’UE cerca di differenziarsi attraverso standard ambientali e sociali, trasparenza e mobilitazione del settore privato. Questi standard possono diventare un vantaggio se riducono rischio e migliorano la qualità, ma un costo competitivo se producono procedure tanto lente da rendere più attraenti offerte alternative. La vera competizione con la Cina non è quindi tra “buoni” e “cattivi” progetti, ma tra differenti combinazioni di velocità, rischio, standard, costo del capitale e capacità esecutiva.

La Francia e l’era post-Françafrique: La trasformazione più visibile della presenza europea riguarda Parigi. L’obiettivo dichiarato da Macron di superare la Françafrique è stato accelerato dagli eventi più che realizzato per scelta unilaterale. I ritiri da Mali, Burkina Faso e Niger sono stati seguiti dal ridimensionamento in Ciad, Costa d’Avorio e Senegal. Nel luglio 2025 la consegna dell’ultima grande base in Senegal ha segnato simbolicamente la fine di una presenza permanente durata per generazioni (Reuters, 2025d). La Francia mantiene rapporti economici, culturali, diplomatici e militari con numerosi Stati africani e non scompare dal continente; cambia però il modo della presenza. Addestramento, intelligence, cooperazione su richiesta e basi in un numero più limitato di Paesi sostituiscono progressivamente il dispositivo regionale ereditato dalla decolonizzazione. Anche la geografia economica francese si allarga oltre l’ex impero, con maggiore attenzione a Kenya, Angola, Nigeria e Sudafrica. Ma il danno reputazionale nel Sahel è profondo e non può essere corretto soltanto con comunicazione. La Francia dovrà dimostrare che il nuovo partenariato è realmente meno gerarchico e che la sovranità africana non viene riconosciuta solo quando produce decisioni gradite a Parigi.

Italia, Germania e altri attori europei: La frammentazione europea resta un limite ma anche una fonte di specializzazione. L’Italia concentra il proprio sforzo su Mediterraneo, energia, agricoltura, infrastrutture e migrazioni attraverso il Piano Mattei; la Germania è fortemente presente nella cooperazione climatica, industriale e sull’idrogeno verde, in particolare in Africa australe e Namibia; Spagna e Portogallo mantengono reti specifiche nello spazio nord-occidentale e lusofono. L’UE nel suo complesso continua a operare attraverso missioni civili e militari, supporto alla sicurezza marittima, European Peace Facility e cooperazione con l’Unione Africana. Nel 2026 l’EEAS indicava undici missioni e operazioni CSDP in Africa e circa 1,2 miliardi di euro impegnati verso il continente attraverso l’European Peace Facility dal 2021 (EEAS, 2026). Il vantaggio europeo rimane la profondità istituzionale: mercato unico, regolazione, finanza, istruzione, mobilità, aiuti, tecnologia e prossimità geografica. Il limite è la difficoltà di trasformare questa massa di strumenti in una narrativa strategica unitaria. Per molti governi africani “Europa” continua a significare interlocutori diversi con procedure differenti; Cina, Turchia ed Emirati possono talvolta apparire più semplici da negoziare proprio perché più centralizzati.

L’Unione Europea esercita infine un tipo di potere che nessun altro attore replica pienamente: il potere regolatorio. L’accesso al mercato europeo dipende sempre più da standard climatici, sanitari, ambientali, di tracciabilità e governance delle catene di fornitura. Dal 1° gennaio 2026 è entrato nella fase definitiva il Carbon Border Adjustment Mechanism, che riguarda inizialmente cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno. Per gli esportatori africani questo significa che la relazione con l’Europa non può più essere valutata soltanto in termini di dazi o aiuti: l’intensità carbonica della produzione diventa progressivamente una variabile di competitività (European Commission, 2026). Il CBAM può essere letto dagli africani come nuova barriera verde, soprattutto per industrie che devono ancora finanziare la propria modernizzazione; ma può anche creare un vantaggio comparato per Paesi capaci di produrre acciaio, fertilizzanti, alluminio o idrogeno con energia rinnovabile a basso costo. Qui Global Gateway e politica commerciale dovrebbero essere coerenti: se l’Europa impone un prezzo al carbonio incorporato ma contemporaneamente finanzia reti elettriche, rinnovabili, efficienza e certificazione, la regolazione può accelerare la modernizzazione. Se invece il costo di conformità ricade sui produttori africani senza sufficiente finanza di transizione, il risultato sarà percepito come protezionismo climatico. Questo è un punto centrale della geopolitica euro-africana del 2026: Bruxelles non proietta potere soltanto attraverso denaro o soldati, ma definendo le condizioni tecniche di accesso a uno dei mercati più ricchi del mondo. Per l’Africa, imparare a influenzare tali regole è ormai parte della politica estera tanto quanto negoziare un prestito o una base militare.

Turchia: la potenza intermedia che combina commercio, aviazione e sicurezza. Ankara ha continuato ad ampliare una presenza costruita su strumenti relativamente economici ma ad alta visibilità: ambasciate, Turkish Airlines, imprese di costruzione, TİKA, borse di studio, industria della difesa e mediazione politica. Nel 2025 il commercio con l’Africa ha raggiunto circa 36,3 miliardi di dollari, rispetto ai 5,4 miliardi del 2003; la Turchia mantiene 44 ambasciate nel continente e punta a 50 miliardi di dollari di scambi nel medio periodo (Republic of Türkiye Ministry of Foreign Affairs, 2026a). Il suo modello occupa uno spazio intermedio: Ankara non possiede la massa finanziaria cinese o europea, ma può offrire rapidamente prodotti industriali, infrastrutture, addestramento, droni, servizi logistici e relazioni politiche senza il peso del passato coloniale europeo. Questa flessibilità le consente di operare contemporaneamente in Paesi vicini all’Occidente, in regimi militari saheliani e in Stati dove compete con Emirati, Russia o Cina.

L’Africa nella visione turca: L’apertura iniziata nei primi anni Duemila è ormai una politica istituzionalizzata. La rete diplomatica e aerea ha trasformato Istanbul in uno dei principali hub tra Africa, Europa e Asia. Le imprese turche costruiscono aeroporti, stadi, strade, edifici pubblici, centrali e infrastrutture portuali; i produttori manifatturieri esportano tessili, acciaio, cemento, elettrodomestici, macchinari e mezzi di trasporto. Il settore della difesa ha aggiunto una dimensione nuova: droni TB2 e altri sistemi turchi sono stati acquistati da diversi governi africani perché relativamente economici, disponibili e associati a pacchetti di addestramento. La presenza turca non è soltanto commerciale: la Turchia si presenta come partner del Global South, sostiene una maggiore rappresentanza africana nelle istituzioni internazionali e utilizza la propria identità musulmana senza ridurre la relazione ai soli Paesi islamici. Il risultato è una penetrazione orizzontale, meno dipendente da un singolo grande progetto e quindi relativamente resiliente ai cambiamenti politici locali.

Soft power religioso, culturale e formativo: Diyanet, TİKA, la Fondazione Maarif, le università e le borse di studio costituiscono una rete di influenza che si sovrappone a quella commerciale. Moschee, scuole, ospedali, centri professionali e programmi di formazione producono relazioni con élite e società civili che sopravvivono ai singoli contratti. Le serie televisive turche e la diffusione culturale completano una presenza che, in diversi Paesi, gode di un’immagine meno politicamente gravata di quella francese o americana. Questo non significa assenza di obiettivi strategici. Ankara ha utilizzato la cooperazione educativa anche per sostituire istituzioni legate al movimento Gülen con la propria Fondazione Maarif e ha cercato sostegno diplomatico su dossier internazionali. La peculiarità turca è proprio l’integrazione tra strumenti pubblici e privati: compagnia aerea, imprese, religione, aiuti e difesa concorrono a costruire una medesima rete di accesso.

Impegno politico-militare e mediazione: Somalia e Libia restano i due casi più importanti. In Somalia la Turchia gestisce infrastrutture, forma militari nella base TURKSOM, sostiene il governo federale e ha ampliato la cooperazione in difesa ed energia. La relazione ha assunto anche una funzione diplomatica regionale: Ankara ha mediato tra Somalia ed Etiopia nel cosiddetto Ankara Process, mostrando di poter trasformare una presenza bilaterale in capacità di mediazione. In Libia l’intervento turco del 2020 ha impedito la caduta del governo di Tripoli e ha garantito ad Ankara influenza militare, marittima ed economica duratura. Nel Sahel, la vendita di droni e equipaggiamenti a Mali, Burkina Faso e altri governi ha creato uno spazio distinto sia dalla Russia sia dall’Occidente. Il vantaggio turco è poter offrire sistemi militari senza pretendere necessariamente un riallineamento geopolitico complessivo. Questa modularità rende Ankara particolarmente attraente per governi che vogliono diversificare fornitori e conservare libertà di manovra.

Diplomazia multi-vettoriale: La Turchia ha consolidato il partenariato attraverso la terza Conferenza ministeriale di revisione Türkiye-Africa a Gibuti nel novembre 2024 e il quinto Türkiye-Africa Business and Economic Forum a Istanbul nell’ottobre 2025. Nel 2026 la preparazione si concentra sul quarto Türkiye-Africa Partnership Summit, che il ministro Hakan Fidan ha indicato come previsto in Libia entro la fine dell’anno (Republic of Türkiye Ministry of Foreign Affairs, 2026b). Il luogo è significativo: tenere il vertice in Africa, e precisamente in Libia, rafforzerebbe il messaggio di una Turchia non soltanto invitante ma presente nello spazio politico africano. Ankara cerca inoltre di valorizzare le Regional Economic Communities e l’AfCFTA, segnalando il passaggio da relazioni prevalentemente bilaterali a un maggiore interesse per l’integrazione continentale. La normalizzazione delle relazioni turche con Egitto ed Emirati riduce, almeno in parte, il rischio che le rivalità mediorientali paralizzino la cooperazione africana.

Limiti e prospettive: La Turchia resta una media potenza. Il commercio è molto inferiore a quello cinese ed europeo; la capacità finanziaria è limitata e l’instabilità macroeconomica interna turca può ridurre la possibilità di grandi finanziamenti sovrani. Inoltre, l’espansione delle esportazioni manifatturiere può creare conflitti con industrie africane nascenti e la cooperazione militare espone Ankara alle conseguenze reputazionali delle azioni dei propri partner. Tuttavia, proprio la scala intermedia può essere un vantaggio: la Turchia non appare in grado di dominare economicamente il continente e offre beni concreti in tempi relativamente rapidi. La combinazione di costruzioni, aviazione, droni, istruzione, cultura e diplomazia rende la sua presenza più difficile da ridurre a una sola categoria. Nel 2026 Ankara è ormai un attore strutturale della competizione africana, non una potenza emergente ancora in fase sperimentale.

Il modello turco merita attenzione anche perché mostra che la competizione africana non è riservata alle grandi potenze. Ankara ha costruito influenza attraverso una somma di strumenti di taglia media, nessuno dei quali da solo sarebbe decisivo. Turkish Airlines riduce la distanza economica; le imprese di costruzione rendono la presenza visibile; TİKA e Maarif producono relazioni sociali; i droni creano dipendenza da formazione, manutenzione e munizioni; la diplomazia presidenziale offre accesso politico. La combinazione produce effetti di rete. Questo approccio è particolarmente compatibile con la strategia multi-allineata di molti governi africani: acquistare droni turchi non richiede abbandonare equipaggiamento russo, investimenti cinesi o cooperazione europea. Ankara beneficia quindi della frammentazione del sistema internazionale. Il rischio per la Turchia è l’overextension: più teatri, clienti militari e impegni politici significano anche maggiore esposizione a fallimenti, cambi di regime e controversie. Ma finché riesce a mantenere costi inferiori a quelli delle grandi potenze, la sua presenza africana offre un modello di proiezione efficiente che altri attori medi — India, Brasile, Corea del Sud e monarchie del Golfo — osservano con interesse.

Emirati Arabi Uniti e attori del Golfo: investimenti, porti e “carbon colonialism”

Ascesa del Golfo in Africa: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Qatar sono passati da investitori regionali a protagonisti della geopolitica continentale. Gli EAU rappresentano il caso più evidente. Secondo il Ministero dell’Economia e del Turismo emiratino, tra il 2019 e il 2023 le imprese degli Emirati hanno investito oltre 110 miliardi di dollari in nuovi progetti africani, più di 70 miliardi dei quali in energia verde e rinnovabili (UAE Ministry of Economy and Tourism, 2025). La scala finanziaria permette ad Abu Dhabi e Dubai di agire in porti, logistica, energia, miniere, agricoltura, telecomunicazioni, data center e real estate. DP World rimane l’espressione più visibile della strategia logistica: Berbera, Dakar e il nuovo porto di Ndayane, Sokhna, Maputo, Luanda e altri nodi si inseriscono in una rete che collega Oceano Indiano, Mar Rosso, Atlantico e Golfo. Nel 2025 DP World ha annunciato 2,5 miliardi di dollari di nuovi investimenti infrastrutturali globali, comprendenti progetti africani come il porto di Banana nella RDC e Ndayane in Senegal; il rapporto annuale 2025 conferma che questi investimenti sono parte di una strategia di corridoi integrati, non semplici partecipazioni portuali (DP World, 2025; 2026).

Diplomazia, sicurezza e guerra sudanese: Il potere del Golfo deriva dalla capacità di combinare capitale e politica. Emirati e Sauditi hanno usato investimenti, aiuti e relazioni personali con le élite per assicurarsi accesso a porti, terreni agricoli, risorse e alleanze. Le rivalità con Qatar e Turchia hanno influenzato Libia, Somalia e Sudan, anche se la riconciliazione intra-GCC ha attenuato alcune fratture. Il dossier più controverso è oggi il Sudan. Khartoum ha accusato gli Emirati di sostenere le Rapid Support Forces e nel 2025 ha portato Abu Dhabi davanti alla Corte internazionale di giustizia con accuse legate alla Convenzione sul genocidio. La Corte ha respinto la richiesta di misure provvisorie e rimosso il caso dal ruolo per mancanza di giurisdizione, in ragione della riserva emiratina alla clausola compromissoria della Convenzione; non si è quindi pronunciata nel merito delle accuse (International Court of Justice, 2025). Gli Emirati negano di armare le RSF e sostengono di perseguire una soluzione politica e umanitaria. Il punto geopolitico resta comunque rilevante: il Sudan ha reso visibile il lato più controverso della proiezione emiratina, cioè la sovrapposizione tra reti commerciali, oro, sicurezza, relazioni con attori armati e politica regionale.

Economia verde e “carbon colonialism”: L’espansione del Golfo si estende alla finanza climatica. Masdar e altri investitori emiratini hanno costruito un portafoglio crescente in solare, eolico e idrogeno, mentre società come Blue Carbon hanno negoziato accordi per la gestione di grandi superfici forestali e la generazione di crediti di carbonio in Africa. Proprio questi progetti hanno generato la formula polemica di “carbon colonialism”. La critica non riguarda la conservazione in sé, ma il rischio che contratti opachi trasferiscano per decenni diritti economici su territori enormi senza adeguato consenso delle comunità o una distribuzione equa dei ricavi. Reuters ha documentato nel 2024 come gli accordi Blue Carbon in Liberia e Zimbabwe siano diventati casi emblematici del dibattito sulla credibilità del mercato volontario del carbonio e sulla quota effettivamente destinata alle comunità locali (Reuters, 2024b). La lezione è generale: il capitale verde può riprodurre le logiche estrattive del petrolio e delle miniere se il valore della risorsa — in questo caso il carbonio immagazzinato nelle foreste — viene separato dai diritti di chi vive sul territorio. Diversi governi africani stanno perciò cercando di rafforzare regole, quote pubbliche e meccanismi di benefit sharing.

Reazione africana e prospettive: L’influenza del Golfo è accolta con un pragmatismo simile a quello riservato alla Cina. Gli investimenti sono apprezzati perché possono essere rapidi, scarsamente condizionati e concentrati in infrastrutture concrete; al tempo stesso, l’opacità di alcuni contratti e la vicinanza tra capitale statale, imprese e obiettivi strategici solleva interrogativi sulla sovranità. L’Africa non è però un soggetto passivo. Governi e parlamenti rinegoziano concessioni, introducono regole sui carbon credits, limitano acquisizioni fondiarie o mettono operatori del Golfo in concorrenza con europei, cinesi e turchi. Anche la frammentazione interna al Golfo offre spazio negoziale. Un governo africano può cercare investimenti emiratini nella logistica, fondi sauditi nelle infrastrutture, mediazione qatariota e cooperazione turca senza aderire a un unico blocco. La vera vulnerabilità nasce quando un singolo attore controlla simultaneamente porto, logistica, credito, risorsa esportata e canale politico: in quel caso la concentrazione economica può trasformarsi rapidamente in dipendenza strategica.

In prospettiva, i legami Africa-Golfo continueranno a intensificarsi. Sicurezza alimentare, transizione energetica, oro, rame, porti e data infrastructure rendono il continente funzionale alla diversificazione post-petrolifera delle monarchie. Gli EAU, in particolare, hanno ormai una massa di capitale sufficiente a competere per singoli progetti con Cina, Europa e Stati Uniti, mantenendo al tempo stesso una forte capacità di decisione centralizzata. Il vantaggio africano è evidente: maggiore concorrenza tra investitori può aumentare il potere contrattuale. Il rischio è altrettanto chiaro: la velocità e la liquidità del Golfo possono favorire accordi conclusi prima che istituzioni, parlamenti e comunità abbiano la capacità di valutarne pienamente i costi. Per questo il rapporto con gli attori del Golfo sarà uno dei principali test della nuova agency africana: non se l’Africa saprà attrarre capitale — lo sta già facendo — ma se saprà disciplinarlo e trasformarlo in capacità produttiva propria.

La crescita emiratina modifica anche la tradizionale geografia finanziaria africana. Dubai e Abu Dhabi funzionano sempre più come piattaforme per capitale, oro, logistica, family offices e imprese africane, creando una relazione che non passa necessariamente attraverso aiuti governativi o prestiti sovrani. Questo tipo di integrazione può essere molto efficace perché collega direttamente élite imprenditoriali, fondi sovrani, porti e mercati finanziari. Ma aumenta l’importanza della trasparenza. Il medesimo ecosistema che facilita investimenti e commercio può facilitare esportazioni opache di oro, trasferimento di capitali e strutture societarie difficili da controllare. Il rapporto Africa-Golfo è quindi un laboratorio della nuova geopolitica privata: società formalmente commerciali possono avere effetti strategici paragonabili a quelli di strumenti statali. Per gli Stati africani ciò rende essenziale distinguere tra attrazione del capitale e cessione del controllo delle infrastrutture critiche. Un porto efficiente costruito da un operatore emiratino può aumentare enormemente la competitività nazionale; se però lo stesso operatore controlla terminal, zona economica, logistica terrestre e flussi di dati senza adeguata regolazione, il potere contrattuale dello Stato può ridursi. Il tema non è l’origine emiratina del capitale, ma la capacità istituzionale del Paese ospite di governare asset strategici. In questo senso, gli Emirati rappresentano una prova particolarmente chiara della tesi generale del continente multipolare: più partner non significano automaticamente più sovranità; la sovranità cresce soltanto se lo Stato sa organizzare la concorrenza tra partner.

India: la “locomotiva del Sud globale” riscopre l’Africa

Storico legame e nuovo interesse: L’India ha con l’Africa vincoli storici profondi, legati all’Oceano Indiano, alla diaspora, alla lotta anticoloniale e al Movimento dei Non Allineati. Nel 2026 questa relazione è diventata più strutturata ma conserva una caratteristica peculiare: è meno visibile di quella cinese e meno finanziariamente massiccia di quella europea o del Golfo, ma combina commercio, farmaceutica, formazione, digitale, difesa e legami sociali. L’India mantiene missioni diplomatiche in 46 dei 54 Stati africani e ha aperto 17 nuove missioni dal 2018; allo stesso tempo, l’ultimo India-Africa Forum Summit resta quello del 2015, un ritardo istituzionale che contrasta con la crescita materiale della relazione (Government of India, Ministry of External Affairs, 2026). Nuova Delhi si presenta come partner del Global South e insiste sul carattere demand-driven della propria cooperazione, cercando di differenziarsi sia dal paternalismo occidentale sia dalla scala cinese. L’ingresso permanente dell’Unione Africana nel G20 durante la presidenza indiana del 2023 rimane uno dei principali successi diplomatici di questa strategia.

Cooperazione allo sviluppo e formazione: Il principale vantaggio comparato indiano rimane il capacity building. Dal 2015 l’India ha offerto oltre 70.000 borse di studio e posti di formazione a cittadini africani; nell’ultimo decennio più di 40.000 funzionari sono stati formati attraverso ITEC e oltre 15.000 borse sono state offerte tramite la piattaforma e-VBAB. La cooperazione si è inoltre spostata da programmi a distanza a istituzioni fisiche: un campus dell’Indian Institute of Technology è stato aperto a Zanzibar e la National Forensic Sciences University ha una presenza in Uganda. L’India continua a essere un fornitore cruciale di farmaci generici: il Ministero degli Esteri indiano stima che circa metà dei generici consumati in Africa provenga dall’India. Durante e dopo la pandemia la sanità ha rafforzato il soft power di Nuova Delhi, ma il vantaggio non è soltanto reputazionale: farmaceutica, telemedicina, identità digitale e software pubblico consentono all’India di offrire tecnologie relativamente economiche e adattabili, spesso più compatibili con le capacità fiscali africane rispetto a soluzioni occidentali proprietarie.

Il partenariato economico India-Africa è ormai strutturale. Nell’anno fiscale 2024-2025 il commercio bilaterale ha raggiunto 81,99 miliardi di dollari, con esportazioni indiane per 42,6 miliardi e importazioni per 39,2 miliardi. Gli investimenti cumulati indiani in Africa tra il 1996 e il 2025 sono stimati intorno a 80 miliardi di dollari, facendo dell’India uno dei principali investitori del continente. Nuova Delhi ha inoltre concesso più di 190 linee di credito per oltre 10 miliardi di dollari a 41 Paesi africani; secondo il Ministero degli Esteri indiano, circa 220 progetti per 4,5 miliardi risultano completati (Government of India, Ministry of External Affairs, 2026). La struttura commerciale è diversa da quella cinese: l’India importa petrolio, gas, carbone, fertilizzanti, oro, rame e altre risorse, ma esporta una quota significativa di farmaci, veicoli, prodotti raffinati, macchinari e beni di consumo. Le imprese private hanno un peso maggiore. Questa diversificazione riduce l’immagine di un rapporto esclusivamente resource-for-infrastructure, pur lasciando aperta la questione della trasformazione locale e del valore aggiunto.

Sicurezza, Oceano Indiano e minerali critici: La dimensione marittima è diventata un secondo pilastro della strategia indiana. La dottrina SAGAR si è evoluta nella visione MAHASAGAR — Mutual and Holistic Advancement for Security and Growth Across Regions — e nell’aprile 2025 India e partner africani hanno svolto in Tanzania l’esercitazione navale AIKEYME, Africa India Key Maritime Engagement. Nuova Delhi coopera con Mauritius, Seychelles, Kenya, Tanzania, Mozambico e altri Stati in pattugliamento, idrografia, formazione e contrasto alla pirateria. L’India schiera inoltre più di 5.000 peacekeeper nelle missioni ONU in Africa (Government of India, Ministry of External Affairs, 2026). Alla sicurezza marittima si aggiunge ora quella mineraria. Imprese statali indiane stanno cercando asset di litio, rame, cobalto, ferro e altre materie prime in Africa e altrove; nel 2025 NMDC ha aperto un ufficio a Dubai anche per valutare opportunità africane, mentre nel 2026 Coal India ha intensificato la ricerca di asset critici, inclusi progetti in Ghana (Reuters, 2025e; 2026b). La competizione India-Cina si estende quindi dalle rotte dell’Oceano Indiano alle filiere della transizione energetica.

Concorrenza con la Cina e punti deboli: L’India viene spesso proposta come contrappeso a Pechino, ma la formula è incompleta. Nuova Delhi non dispone della stessa capacità di credito, delle stesse imprese pubbliche infrastrutturali né della medesima scala commerciale. Il suo vantaggio è diverso: maggiore integrazione con il settore privato, farmaceutica, servizi digitali, formazione, inglese come lingua di lavoro e una lunga diaspora imprenditoriale. L’AfCFTA può rafforzare questa posizione perché permette alle imprese indiane di ragionare su mercati regionali e catene produttive più ampie invece che su 54 mercati frammentati. Ma restano lentezze burocratiche e un evidente ritardo nella diplomazia di vertice: a oltre dieci anni dall’IAFS-III del 2015, la crescita delle relazioni bilaterali non è stata accompagnata da un nuovo summit continentale. Anche la diaspora, pur essendo un ponte, può generare tensioni laddove venga percepita come economicamente separata dalla popolazione locale. L’India dovrà quindi trasformare la prossimità culturale e il soft power in una capacità di esecuzione più rapida.

Prospettive: L’India è probabilmente l’attore esterno con il maggiore spazio di crescita relativa nel prossimo decennio. La sua domanda energetica e mineraria aumenterà; la sua industria farmaceutica e digitale risponde a bisogni africani reali; la sua posizione nel Global South le permette di discutere di riforma della governance internazionale senza essere percepita come ex potenza coloniale. Il Ministero degli Esteri indiano definisce l’Africa il secondo maggior destinatario dell’assistenza allo sviluppo indiana e lega esplicitamente il partenariato ad Agenda 2063. A ciò si aggiungono Digital Public Infrastructure, India Stack e progetti identitari basati su MOSIP, già diffusi in diversi Paesi africani. Il limite sarà la capacità di scala. Se Nuova Delhi riuscirà a combinare il proprio capitale umano con più investimenti, logistica e finanziamento di lungo periodo, potrà diventare un pilastro della multipolarità africana. Se invece resterà soprattutto fornitore di formazione, farmaci e diplomazia, manterrà un’immagine positiva ma lascerà a Cina, UE e Golfo il controllo dei grandi flussi di capitale. L’Africa, dal canto suo, ha interesse a un’India più presente proprio perché un ulteriore concorrente aumenta la possibilità di negoziare condizioni migliori.

Un ultimo elemento distingue l’India: la relazione può crescere senza necessariamente riprodurre un’architettura centrata sul debito sovrano. Farmaci, software, servizi, formazione, imprese private e linee di credito relativamente contenute creano un profilo meno concentrato sulle mega-infrastrutture. Questo riduce il rischio finanziario ma anche la visibilità. Una ferrovia cinese o un porto emiratino producono un simbolo geopolitico immediato; migliaia di funzionari formati, piattaforme digitali o farmaci generici producono influenza più diffusa e lenta. Per Nuova Delhi il passaggio decisivo sarà trasformare questo capitale relazionale in presenza industriale. L’Africa offre ciò di cui l’India avrà crescente bisogno — energia, rame, cobalto, litio, fosfati e mercati — mentre l’India può offrire tecnologie appropriate, farmaceutica e servizi digitali. Esiste quindi una complementarità potenzialmente molto forte. Ma la competizione con la Cina non si vincerà imitando la BRI: l’India non dispone degli stessi strumenti. Dovrà piuttosto valorizzare ciò che la distingue, integrando formazione, imprese private, Digital Public Infrastructure e cooperazione marittima con investimenti più consistenti nella trasformazione locale. Se questa strategia riuscirà, l’India potrebbe diventare per molti Paesi africani non un’alternativa esclusiva alla Cina, ma il partner che consente di evitare l’esclusività stessa. È probabilmente questa la funzione geopolitica più importante che Nuova Delhi può svolgere nel continente multipolare.

Lettura comparata: dalla competizione tra potenze alla competizione tra offerte

Considerati insieme, questi attori mostrano che la geopolitica esterna dell’Africa nel 2026 non può più essere descritta attraverso una semplice sostituzione dell’Occidente con la Cina o con un generico “Sud globale”. Il sistema è diventato un mercato politico di offerte concorrenti. La Cina offre scala commerciale, infrastrutture, tecnologia e un mercato enorme; la Russia sicurezza di regime, armi e copertura diplomatica; gli Stati Uniti capitale privato, accesso tecnologico, finanza sofisticata e una crescente attenzione alle catene dei minerali critici; l’Unione Europea combina mercato, regolazione, garanzie, aiuti e prossimità; la Turchia offre rapidità, costruzioni, aviazione, droni e relazioni politiche flessibili; gli Emirati liquidità, porti, logistica e investimenti ad alta velocità; l’India formazione, farmaceutica, digitale, commercio e una crescente proiezione marittima. Nessuno di questi pacchetti è completo. Proprio questa incompletezza crea spazio per l’agency africana.

Il vero cambiamento rispetto alle precedenti fasi storiche consiste nella possibilità, per molti governi africani, di separare le funzioni. Uno Stato può finanziare una ferrovia con capitale cinese, chiedere garanzie europee per un progetto energetico, acquistare droni turchi, addestrare ufficiali con gli Stati Uniti, ricevere investimenti portuali emiratini, importare farmaci indiani e mantenere relazioni di sicurezza con la Russia. Questa multi-alignment strategy aumenta il potere contrattuale finché lo Stato conserva la capacità di coordinare i diversi rapporti. Se invece ministeri, imprese pubbliche e apparati di sicurezza negoziano separatamente senza una strategia nazionale, la moltiplicazione dei partner può produrre una moltiplicazione delle dipendenze. La sovranità non deriva quindi dal numero degli interlocutori, ma dalla capacità amministrativa di integrarli in una politica nazionale.

Il costo del capitale accentua questa dinamica. Quando i mercati obbligazionari richiedono rendimenti elevati, chi offre credito più lungo, garanzie, ristrutturazioni o equity acquisisce un vantaggio politico. Ma la stessa scarsità finanziaria può spingere i governi ad accettare accordi su minerali, porti o concessioni che in condizioni normali negozierebbero più duramente. Il debito diventa così il punto di connessione tra politica interna e competizione esterna. Un Paese con necessità urgente di valuta forte è più vulnerabile alla pressione dei creditori e più incline ad accelerare esportazioni di commodity. Un Paese con entrate stabili, riserve e accesso diversificato al finanziamento può invece mettere i partner in concorrenza e chiedere trasformazione locale, trasferimento tecnologico e infrastrutture. In questo senso, la qualità della politica fiscale e finanziaria interna è una componente della geopolitica esterna.

Anche la competizione per le risorse sta cambiando. Non riguarda più soltanto petrolio e gas. Rame, cobalto, litio, grafite, manganese, fosfati, terre rare, energia rinnovabile, crediti di carbonio e perfino dati digitali diventano asset strategici. Questo amplia il numero di Paesi africani rilevanti e modifica la geografia della competizione. La RDC e lo Zambia acquistano centralità per rame e cobalto; Namibia e Sudafrica per minerali, idrogeno e industria; Marocco per fosfati e integrazione manifatturiera; Guinea per bauxite; Zimbabwe e altri Paesi dell’Africa australe per litio; Stati del Corno e dell’Africa orientale per porti, cavi, energia e rotte marittime. La “corsa all’Africa” del XXI secolo è quindi meno territoriale di quella ottocentesca, ma può essere altrettanto determinante: si compete per nodi, standard, concessioni, contratti, supply chains e accesso preferenziale.

Per il continente, la questione strategica non è respingere questa competizione, perché sarebbe irrealistico e probabilmente controproducente. È usarla per modificare la struttura dell’economia. Se la concorrenza esterna si limita a migliorare il prezzo pagato per una miniera o la concessione di un porto, l’Africa ottiene una rendita più alta ma resta nello stesso modello. Se invece viene trasformata in energia, infrastrutture, trasformazione industriale, capitale umano e accesso ai mercati, la rivalità tra potenze può diventare un acceleratore dello sviluppo. Il vero criterio con cui valutare Cina, Russia, Stati Uniti, Europa, Turchia, Golfo e India non dovrebbe essere quindi quale attore sia “amico” dell’Africa, ma quale combinazione di rapporti aumenti la capacità africana di produrre, finanziare e difendere autonomamente le proprie scelte.

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