Geopolitica dell’Africa – I principali snodi regionali

Le vicende geopolitiche africane spesso si manifestano con particolare intensità in alcune regioni-chiave. Questi snodi regionali – il Sahel, il Corno d’Africa, il Golfo di Guinea, la regione dei Grandi Laghi, il Maghreb e l’Africa australe – costituiscono teatri dove confluiscono sfide locali, interessi esterni e dinamiche transnazionali. Ognuno di essi presenta caratteristiche peculiari ma anche sorprendenti interconnessioni con gli altri. Di seguito, li esamineremo singolarmente, delineando per ciascuno le tendenze recenti, i conflitti in atto, il coinvolgimento di potenze esterne e le prospettive future.

Sahel: la fascia della crisi permanente

Il Sahel – la fascia semi-arida a sud del Sahara, che si estende dall’Atlantico al Mar Rosso – è divenuto nell’ultimo decennio sinonimo di instabilità cronica. Immagini drammatiche provenienti da città come Gao, Niamey o Ouagadougou mostrano colpi di stato, convogli militari stranieri che lasciano basi, villaggi attaccati da milizie jihadiste e folle di giovani che agitano bandiere russe o francesi a seconda degli umori politici del momento. È un territorio dove lo Stato spesso fatica a imporsi e dove gruppi armati – dai terroristi islamisti alle milizie etniche, dai ribelli separatisti ai banditi – competono per il controllo, in un contesto reso ancor più precario dai cambiamenti climatici e dalla povertà estrema.

Negli ultimi anni il Sahel ha vissuto una sequenza impressionante di golpe militari che hanno travolto regimi fragili. In Mali (2020 e 2021), Burkina Faso (due colpi di Stato nel 2022) e Niger (2023) le giunte hanno preso il potere promettendo sicurezza, sovranità e rottura con le dipendenze post-coloniali. La frattura con l’ECOWAS è divenuta strutturale: Mali, Burkina Faso e Niger hanno completato l’uscita dall’organizzazione e hanno consolidato l’Alliance des États du Sahel (AES), trasformandola da patto difensivo in un embrione di spazio politico, diplomatico ed economico alternativo. Nel marzo 2026 l’ECOWAS ha nominato Lansana Kouyaté come capo negoziatore per i rapporti con l’AES, riconoscendo implicitamente la necessità di gestire una separazione ormai istituzionalizzata. La conseguenza geopolitica è profonda: l’Africa occidentale non è più organizzata intorno a un unico centro regionale, ma presenta due logiche concorrenti di sovranità e sicurezza (ECOWAS, 2026).

Sul fondo dei rivolgimenti politici, la minaccia jihadista non solo permane ma si è adattata. Nei dodici mesi terminati a metà 2026 l’Africa Center for Strategic Studies attribuisce 9.928 vittime alla violenza di gruppi islamisti militanti nel Sahel, il 42% del totale africano; dal 2022 le vittime collegate all’estremismo violento nella regione sfiorano le 49.000. La coalizione JNIM, legata ad al-Qaida, rappresenta circa tre quarti delle vittime regionali, mentre l’Islamic State in the Greater Sahara mantiene roccaforti e capacità operative nelle aree di confine. La minaccia si è inoltre spostata dalle periferie verso assi logistici, capitali e infrastrutture: gli attacchi coordinati, i blocchi delle vie di rifornimento e la pressione su città e aeroporti mostrano un salto qualitativo nell’organizzazione delle insurrezioni. I dati vanno letti con prudenza, poiché le crescenti restrizioni all’informazione imposte dalle giunte rendono probabile una sottostima della violenza (Africa Center for Strategic Studies, 2026b).

Per oltre otto anni la Francia è stata in prima linea contro il jihadismo saheliano attraverso l’Operazione Barkhane, ma la crescente ostilità politica e sociale e l’impasse militare hanno portato al progressivo ritiro francese dal Mali e dal Niger. Il vuoto è stato occupato in parte dalla Russia. La fase Wagner, tuttavia, si è formalmente chiusa nel giugno 2025 con il ritiro del gruppo dal Mali; al suo posto è rimasto l’Africa Corps, struttura più direttamente collegata al Ministero della Difesa russo e composta in larga parte da personale già transitato attraverso Wagner. Questo passaggio è geopoliticamente rilevante: Mosca ha trasformato una relazione formalmente mercenaria e semi-privata in una presenza più apertamente statale, rendendo la cooperazione militare con le giunte saheliane parte della propria politica estera ufficiale. La Russia offre addestramento, armi e sostegno politico, ma non ha finora invertito la traiettoria della sicurezza regionale (Reuters, 2025c; Africa Center for Strategic Studies, 2026b).

Il passaggio da Wagner all’Africa Corps ha inoltre modificato la natura della presenza russa. Non si tratta più soltanto di un contractor che monetizza sicurezza e concessioni, ma di uno strumento di proiezione strategica utilizzato per consolidare alleanze, accesso militare e influenza diplomatica. Nel 2026 la cooperazione tra Mosca e i Paesi dell’AES si è ulteriormente approfondita, mentre le forze russe hanno continuato a partecipare alle operazioni sul terreno. Parallelamente, organizzazioni per i diritti umani e fonti indipendenti hanno documentato o denunciato gravi abusi contro civili da parte di eserciti locali e dei loro partner russi. Anche senza assumere ogni accusa come definitivamente provata, un dato strategico resta: la controinsurrezione condotta con elevati costi civili può erodere la legittimità dello Stato e alimentare il reclutamento jihadista, producendo l’opposto dell’effetto cercato.

La fine della missione MINUSMA nel 2023 ha privato il Mali di una presenza internazionale che, pur con limiti evidenti, svolgeva funzioni di monitoraggio, logistica e deterrenza locale. Nel frattempo, la rottura dell’accordo di pace del 2015 e la riattivazione delle forze separatiste nel nord hanno confermato la natura multidimensionale della crisi: Bamako deve fronteggiare contemporaneamente jihadismo, conflitti comunitari, tensioni tuareg e un’economia di guerra alimentata da traffici transfrontalieri. Gli eventi del 2025-2026 hanno mostrato che né il cambio di regime né il cambio di patrono esterno bastano a ricostruire il monopolio statale della forza. La questione centrale resta la capacità dello Stato di governare e amministrare territori vastissimi, non soltanto di occuparli militarmente.

Oltre alla sicurezza, il Sahel affronta un’emergenza umanitaria che nel 2026 resta di scala sistemica. Nel Sahel centrale — Mali, Burkina Faso e Niger — UNICEF stima che circa 7,5 milioni di bambini necessitino urgentemente di assistenza umanitaria; alla fine del 2025 le persone sfollate nei tre Paesi erano circa 3,6 milioni. Se si allarga lo sguardo all’insieme della fascia saheliana considerata dalle Nazioni Unite, nel 2026 oltre 24 milioni di persone necessitano di assistenza, mentre la scarsità di risorse ha costretto gli organismi umanitari a concentrare gli interventi su una frazione dei bisogni complessivi (UNICEF, 2026a; UNOWAS, 2026).

L’insicurezza alimentare resta cronica e si combina con siccità, degrado dei suoli, crescita demografica e interruzione delle reti commerciali. Il cambiamento climatico non “causa” automaticamente la guerra, ma agisce come moltiplicatore: riduce la disponibilità di terra e acqua, aumenta la volatilità dei redditi agricoli e pastorali e rende più costoso per lo Stato mantenere servizi nelle periferie. Queste tensioni vengono sfruttate dai gruppi armati, che trasformano dispute locali — fra pastori e agricoltori, comunità sedentarie e nomadi, minatori artigianali e autorità — in canali di reclutamento e controllo.

Il risultato è un circuito nel quale violenza, sfollamento e impoverimento si alimentano reciprocamente. Villaggi abbandonati, scuole chiuse e mercati interrotti non sono soltanto conseguenze umanitarie: sono perdita di capacità statuale. Quando lo Stato non riesce più a fornire sicurezza, giustizia, istruzione o accesso ai mercati, attori armati possono occupare una parte di quello spazio, imponendo tassazione, arbitrando controversie o garantendo protezione selettiva. È in questa sovrapposizione fra emergenza sociale e competizione per la sovranità che la crisi saheliana assume una dimensione propriamente geopolitica.

In questo contesto di collasso statale, l’ideologia islamista estremista ha attecchito come forse l’unica proposta “rivoluzionaria” sul tavolo.

Se durante la Guerra Fredda erano i movimenti marxisti a canalizzare il malcontento sociale nelle ex colonie, oggi nel Sahel il vessillo nero del jihadismo raduna giovani disillusi dalle promesse tradite dell’indipendenza e della democrazia. L’islam radicale funge da ideologia transnazionale di opposizione: predica giustizia contro élite corrotte, solidarietà comunitaria contro l’abbandono statale, legge islamica contro il “caos” percepito. In ciò, alcuni analisti hanno paragonato la funzione dell’estremismo islamico a quella che ebbe il comunismo rivoluzionario nel ’900: un collante ideologico capace di dare senso di missione globale a lotte locali. Ovviamente le due ideologie sono differenti nei contenuti, ma entrambe offrono una narrazione di riscatto dei poveri e oppressi contro un sistema percepito come ingiusto e imposto dall’esterno – ieri l’imperialismo capitalista, oggi l’ordine occidentale / infedele.

Per le popolazioni saheliane prive di opportunità economiche e rappresentanza politica, aderire a un gruppo jihadista diviene anche una scelta utilitaristica: garantisce un salario, armi, uno scopo e perfino servizi (alcune katiba forniscono sicurezza e giustizia spicciola nei territori che controllano, sostituendosi allo Stato).

Questa dinamica richiama come i movimenti comunisti – guerriglieri garantivano alfabetizzazione, sanità e ordine nelle zone liberate. In sintesi, l’islamismo radicale nel Sahel rappresenta oggi una forma di “contro-potere” rivoluzionario, con un forte richiamo ideologico soprattutto per le nuove generazioni. Più avanti esamineremo come attori esterni e governi locali stanno cercando – finora con scarsi risultati – di contrastare questa narrativa con contro-narrazioni e soluzioni politiche.

Il Sahel rimane dunque un laboratorio geostrategico ad alta temperatura. La novità del 2026 non è soltanto la persistenza della violenza, ma il consolidamento di un ordine politico post-ECOWAS nel cuore della regione, la statalizzazione della presenza russa attraverso l’Africa Corps e la crescente capacità dei gruppi jihadisti di colpire linee di comunicazione, infrastrutture e centri urbani. Nei dodici mesi terminati a metà 2026 l’Africa Center for Strategic Studies attribuisce al Sahel 9.928 vittime legate alla violenza di gruppi islamisti militanti, circa il 42% del totale africano; dal 2022 le vittime nella regione sfiorano le 49.000 (Africa Center for Strategic Studies, 2026b).

La pressione verso gli Stati costieri non è uniforme e non va descritta come una marcia inevitabile verso il mare. Benin, Togo, Ghana e Costa d’Avorio hanno rafforzato frontiere, intelligence e presenza amministrativa con risultati differenti; tuttavia la capacità delle reti jihadiste di spostare uomini, denaro e traffici rende il confine fra Sahel e Golfo di Guinea sempre più permeabile dal punto di vista della sicurezza. Il problema non è soltanto territoriale: è la possibilità che economie illecite e reti di protezione si radichino prima che compaia una presenza militare visibile.

Per l’Europa, la sicurezza del Sahel continua a riguardare terrorismo, migrazioni, rotte commerciali, approvvigionamenti e accesso politico all’Africa occidentale. Per i governi locali, però, la prova decisiva resta endogena. Sicurezza, amministrazione, giustizia, lavoro e servizi pubblici devono tornare a essere beni prodotti dallo Stato. Se la sovranità viene misurata soltanto dalla presenza di un esercito o dalla rottura con l’ex potenza coloniale, le giunte possono apparire più autonome; se viene misurata dalla capacità effettiva di governare il territorio e offrire beni pubblici, il bilancio è assai più severo. È questa distanza fra sovranità proclamata e sovranità amministrata che determinerà l’evoluzione politica del Sahel.

Corno d’Africa: conflitti e strategie sul Mar Rosso

Il Corno d’Africa è un mosaico complesso che comprende paesi con storie e problemi differenti – Somalia, Etiopia, Eritrea, Gibuti, Sudan, Sud Sudan e, per estensione geopolitica, anche il Kenya e l’Uganda confinanti. È una regione percorsa da faglie etniche e religiose, conflitti civili protratti e rivalità geopolitiche tra potenze del Medio Oriente e globali. La sua collocazione, all’imboccatura meridionale del Mar Rosso (lo stretto di Bab el-Mandeb) e lungo la rotta Suez-Indiano, la rende strategicamente cruciale per il commercio mondiale: qui transitano ogni anno enormi volumi di merci e petrolio diretti verso l’Europa e l’Asia. Non a caso, sul piccolo territorio di Gibuti si affollano basi militari di mezzo mondo (Francia, Stati Uniti, Cina, e presenze minori di Italia, Giappone, ecc.), tutte con l’occhio vigile sul traffico marittimo e sulle instabilità regionali. Negli ultimi anni, il Corno è stato teatro di sviluppi significativi: la devastante guerra civile in Etiopia, il perdurare della lotta al terrorismo in Somalia, l’esplodere di un conflitto fratricida in Sudan, mentre attori esterni come Emirati, Turchia, Qatar e Cina intensificano la loro presenza economica e di sicurezza.

L’Etiopia,

tradizionalmente considerata il pilastro del Corno, ha vissuto tra il 2020 e il 2022 una sanguinosa guerra civile nella regione del Tigray. Il conflitto, scoppiato fra il governo centrale del Primo Ministro Abiy Ahmed e le forze del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF), ha coinvolto anche l’Eritrea (scesa in guerra a fianco di Addis Abeba) e ha portato l’Etiopia vicinissima alla disgregazione.

Milioni di persone sono state sfollate e si stimano decine di migliaia di vittime, in un contesto di gravi crimini contro i civili. Nel novembre 2022, un accordo di cessate il fuoco mediato dall’Unione Africana a Pretoria ha posto fine ai combattimenti maggiori, con l’impegno a disarmare le milizie tigrine e a ritirare le truppe eritree. Da allora il paese cerca di ricostruire un tessuto nazionale lacerato: Abiy Ahmed ha avviato un dialogo nazionale e promesso maggiore inclusività, ma permangono tensioni etniche (ad esempio nella regione Oromo, anch’essa attraversata da movimenti di insorgenza). La pace è fragile: come riportato da analisti regionali nel 2023, la smobilitazione effettiva delle forze tigrine è lenta e rimane diffidenza tra Tigray e governo centrale.

La fine della guerra del Tigray ha permesso all’Etiopia di riaprire relazioni economiche e diplomatiche, ma non ha risolto le tensioni interne né le difficoltà macroeconomiche. Nel frattempo, il Paese ha raggiunto un obiettivo simbolico e materiale di prima grandezza: il 9 settembre 2025 ha inaugurato ufficialmente la Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), un progetto da circa 5 miliardi di dollari e 5.150 MW di capacità, oggi la più grande centrale idroelettrica africana. Finanziata in larghissima parte internamente, la diga rappresenta per Addis Abeba una infrastruttura di sovranità, industrializzazione ed esportazione regionale di elettricità. Ma il suo valore economico è inseparabile dal valore geopolitico: Egitto e Sudan continuano a chiedere regole vincolanti sulla gestione delle acque e dei periodi di siccità, mentre l’Etiopia rivendica il diritto allo sviluppo e all’uso delle risorse del Nilo Azzurro (Reuters, 2025d).

La Somalia

La Somalia continua a essere uno dei principali teatri della violenza jihadista africana. Al-Shabaab mantiene capacità territoriali, fiscali e militari, mentre le operazioni del governo federale e dei partner internazionali hanno prodotto risultati alterni. Nel 2025-2026 la pressione militare è aumentata, ma anche la letalità: l’Africa Center for Strategic Studies ha registrato un forte incremento delle vittime legate ad al-Shabaab e allo Stato Islamico in Somalia. Il conflitto rimane quindi una gara di resistenza istituzionale: Mogadiscio può vincere battaglie e riconquistare località, ma la stabilizzazione richiede amministrazione, giustizia, tassazione e servizi capaci di sostituire la governance parallela costruita dai jihadisti.

La missione internazionale è entrata in una nuova fase con l’African Union Support and Stabilisation Mission in Somalia (AUSSOM), che ha sostituito ATMIS dal 2025. Nel 2026 la missione continua a sostenere il governo federale, la protezione dei civili e il trasferimento graduale delle responsabilità alle forze somale, ma il problema finanziario è divenuto strategico. L’Unione Europea ha confermato nell’aprile 2026 un contributo di 75 milioni di euro, mentre l’Unione Africana ha richiamato con crescente urgenza la necessità di un finanziamento sostenibile. La dipendenza dal supporto logistico ONU e dalle contribuzioni esterne rende evidente un paradosso: la sicurezza viene definita come responsabilità africana, ma la capacità operativa continua a dipendere in misura rilevante da finanziatori non africani (African Union, 2026; European External Action Service, 2026).

A questa vulnerabilità finanziaria si aggiunge la frammentazione politica interna. Nel 2026 l’Unione Africana ha dovuto richiamare le parti somale alla moderazione dopo scontri armati a Mogadiscio e ha insistito sulla necessità di dialogo costituzionale fra governo federale e attori politici. Le divergenze sul federalismo, sulle elezioni e sulla distribuzione del potere riducono la capacità dello Stato di concentrare risorse contro al-Shabaab. La sicurezza somala resta quindi legata a tre fronti inseparabili: pressione militare sui gruppi jihadisti, costruzione di istituzioni federali accettate e sostenibilità finanziaria dell’architettura di sicurezza.

La Turchia ha giocato un ruolo di rilievo in questo percorso: Ankara ha investito in infrastrutture, gestisce attraverso proprie imprese asset strategici come porto e aeroporto di Mogadiscio, ha formato migliaia di militari somali nella grande base TURKSOM e ha costruito una relazione di sicurezza di lungo periodo con il governo federale. Ciò ha rafforzato Mogadiscio, ma non elimina il problema strutturale: al-Shabaab non deve essere pensato come un avversario destinato necessariamente a una rapida “sconfitta finale”. È un’organizzazione capace di adattarsi, tassare, intimidire, amministrare e sopravvivere alle offensive.

La stabilizzazione della Somalia dipende quindi meno da una data futura di vittoria militare che dalla capacità di ridurre progressivamente il vantaggio comparato dell’insurrezione. Ciò richiede un esercito nazionale più coeso, rapporti sostenibili fra centro e Stati federati, istituzioni fiscali funzionanti e un accordo politico sufficientemente inclusivo. Somaliland, Puntland e le tensioni sul federalismo mostrano che la costruzione dello Stato rimane incompleta. La guerra contro al-Shabaab e la costruzione dello Stato somalo sono, in realtà, lo stesso problema visto da due prospettive diverse.

Sudan e Sud Sudan

La guerra civile sudanese, iniziata nell’aprile 2023 tra le Sudanese Armed Forces (SAF) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (RSF) di Mohamed Hamdan Dagalo ‘Hemedti’, è entrata nel 2026 nel suo quarto anno senza una soluzione politica. Il conflitto non è più soltanto una guerra urbana per Khartoum: ha prodotto una frammentazione territoriale profonda, con le RSF radicate nel Darfur e con strutture politiche parallele, mentre l’esercito conserva il nucleo statale nell’est e cerca di ricostruire legittimità e capacità amministrativa. Kordofan e i corridoi che collegano Darfur, centro ed est sono divenuti assi strategici della guerra. Il Sudan mostra così come una lotta tra apparati armati possa trasformarsi in competizione per la forma stessa dello Stato.

La lotta di potere si è trasformata in una vera guerra urbana e regionale: Khartoum è diventata un campo di battaglia, con quartieri residenziali colpiti da artiglieria e milioni di civili intrappolati. Il conflitto si è esteso nelle regioni del Darfur e del Kordofan, riesumando antiche rivalità etniche (nel Darfur i massacri compiuti da milizie arabe legate alle RSF contro comunità masalit hanno richiamato alla mente le atrocità degli anni 2000).

Le conseguenze umanitarie sono ormai di scala continentale. Nel maggio 2026 FAO, WFP e UNICEF stimavano quasi 19,5 milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare acuta, pari a circa due quinti della popolazione; quasi nove milioni risultavano sfollati all’interno del Paese e 825.000 bambini sotto i cinque anni erano attesi in condizioni di malnutrizione acuta severa durante il 2026. Circa il 40% delle strutture sanitarie risultava non funzionante e 17 milioni di persone non disponevano di accesso sicuro all’acqua potabile. Questi numeri trasformano la guerra sudanese da crisi nazionale a moltiplicatore regionale di instabilità, prezzi, migrazioni e pressione umanitaria (FAO, WFP and UNICEF, 2026).

La dimensione esterna della guerra si è anch’essa consolidata. Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Russia e altri attori regionali mantengono interessi differenti legati al Mar Rosso, alle miniere d’oro, alle rotte commerciali, alla sicurezza del Nilo e all’equilibrio fra Islam politico, forze armate e reti paramilitari. Il prolungamento della guerra aumenta inoltre il valore delle economie informali e dei traffici di oro, carburante e armi. In un simile contesto, l’accesso a risorse liquide diventa una forma di capacità militare: chi controlla miniere, corridoi e canali commerciali può sostenere la guerra anche in assenza di un bilancio statale funzionante.

Il rischio non è più soltanto che il Sudan ‘segua la Somalia degli anni Novanta’, ma che si stabilizzi in una configurazione di sovranità frammentata: territori amministrati da apparati rivali, economie regionali separate e relazioni esterne differenziate. Una simile evoluzione avrebbe conseguenze immediate per Ciad, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Egitto, Eritrea ed Etiopia. Il Sud Sudan è già colpito dal conflitto vicino: il WFP stima 7,8 milioni di persone in condizioni di grave insicurezza alimentare nel 2026, mentre la dipendenza dalle infrastrutture petrolifere che attraversano il Sudan rende Juba particolarmente vulnerabile alle interruzioni della guerra (WFP, 2026).

La vicinanza del Corno d’Africa alla Penisola Arabica ne fa un’estensione del sistema geopolitico del Medio Oriente.

Negli ultimi anni, le monarchie del Golfo Persico hanno proiettato crescente influenza nel Corno. Gli Emirati Arabi Uniti hanno investito enormi risorse: hanno costruito porti (ad esempio a Berbera in Somaliland, gestito dalla compagnia DP World) e basi militari (a Assab in Eritrea, utilizzata durante la guerra in Yemen; a Berbera stessa; e per un periodo anche a Mogadiscio, prima di disaccordi con il governo somalo precedente). L’Arabia Saudita ha promosso nel 2020 la creazione di un Consiglio degli Stati del Mar Rosso e Golfo di Aden, includendo paesi del Corno come Sudan, Djibouti, Somalia, per coordinare la sicurezza marittima – un forum che segnala l’interesse saudita a non lasciare lo spazio libero a rivali (leggasi Qatar, Turchia e Iran).

La Turchia, da parte sua, come accennato è attivissima in Somalia e ha interessi in Sudan (nel 2017 ottenne in concessione l’isola di Suakin in Sudan per restaurarla e potenzialmente usarla come base navale, progetto poi congelato).

La disputa sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam è entrata in una nuova fase dopo l’inaugurazione ufficiale del settembre 2025. Il problema non è più se la diga verrà completata, ma come sarà gestita nel lungo periodo, soprattutto durante siccità pluriennali. Per l’Etiopia la GERD è una infrastruttura di sviluppo sovrano e un potenziale motore di esportazioni elettriche; per l’Egitto, che dipende dal Nilo per la quasi totalità delle proprie risorse idriche, la questione tocca la sicurezza nazionale. Il Sudan occupa una posizione intermedia, potendo beneficiare di regolazione delle piene ed energia, ma avendo interesse a regole prevedibili. Finora non si sono verificati i danni catastrofici temuti durante il riempimento, ma l’assenza di un accordo giuridicamente vincolante mantiene la diga al centro della diplomazia del Corno (Reuters, 2025d).

Il completamento della GERD mostra anche un fatto più ampio: le infrastrutture possono diventare strumenti di potere regionale. Una capacità installata di 5.150 MW consente all’Etiopia non soltanto di elettrificare attività economiche interne, ma di aumentare la propria centralità nelle reti energetiche dell’Africa orientale. La piena trasformazione di questa capacità in sviluppo richiederà però reti di trasmissione, distribuzione e investimenti industriali: una grande diga può aumentare il potenziale dello Stato, ma non sostituisce la costruzione dell’intero sistema economico che deve assorbirne l’energia.

Il Mar Rosso stesso è diventato un teatro di competizione assai più intenso. Gli attacchi degli Houthi contro il traffico commerciale a partire dalla fine del 2023 hanno dimostrato quanto rapidamente la sicurezza di Bab el-Mandeb possa trasformarsi in un problema economico globale: deviazioni delle navi attorno al Capo di Buona Speranza hanno allungato rotte, tempi di consegna e costi assicurativi, collegando direttamente una crisi politico-militare regionale alle catene del valore europee e asiatiche. La contestuale, seppur limitata, ripresa della pirateria somala ricorda inoltre che minacce “vecchie” possono riemergere quando l’attenzione navale viene assorbita da un conflitto diverso (ICC International Maritime Bureau, 2026).

È per questa ragione che Gibuti conserva un valore strategico eccezionale: gli Stati Uniti vi mantengono Camp Lemonnier, la Cina vi ha aperto nel 2017 la propria prima base militare d’oltremare, mentre Francia, Italia, Giappone e altri attori dispongono di presenze militari o logistiche. La densità di basi in un territorio tanto piccolo non è un’anomalia, ma la misura del valore di una strozzatura marittima in cui convergono sicurezza energetica, commercio Asia-Europa, operazioni antiterrorismo e proiezione verso il Corno.

Il Corno d’Africa resta dunque un nodo in cui conflitti interni, grandi infrastrutture e competizione internazionale si sovrappongono. Nel 2026 la guerra sudanese è ancora aperta, la Somalia dipende da un’architettura di sicurezza africana finanziariamente fragile, l’Etiopia ha trasformato la GERD da progetto in realtà operativa ma non ha risolto le tensioni sul Nilo, e il Mar Rosso rimane una delle principali arterie strategiche globali. Il dato comune è la capacità statuale: dove lo Stato riesce a trasformare infrastrutture, finanza e sicurezza in istituzioni, la geografia crea opportunità; dove non riesce, la stessa geografia attira interventi esterni e produce vulnerabilità.

Golfo di Guinea: risorsa petrolifera, pirateria e pressioni dal Sahel

La regione del Golfo di Guinea abbraccia la costa atlantica dell’Africa che va grosso modo dal Senegal fino all’Angola, comprendendo dunque l’Africa Occidentale costiera e parte dell’Africa Centrale. In termini geopolitici, spesso ci si riferisce al Golfo di Guinea pensando ai paesi produttori di petrolio (Nigeria, Angola, Guinea Equatoriale, Gabon, Repubblica del Congo) e agli snodi marittimi cruciali per l’export di idrocarburi e altre materie prime. Negli anni recenti, questa macro-regione si è trovata di fronte a sfide di natura diversa ma convergente: insicurezza marittima e pirateria, instabilità politica in alcuni Stati (colpi di stato anche qui, come in Guinea Conakry nel 2021), pressioni crescenti dalla crisi del Sahel a nord, e il riaffacciarsi della competizione delle grandi potenze in un contesto di risorse abbondanti.

La Nigeria, gigante demografico ed economico dell’Africa, domina la scena regionale ma continua ad affrontare minacce multiple: Boko Haram e ISWAP nel nord-est, banditismo e rapimenti nel nord-ovest, conflitti comunitari nella Middle Belt e reti criminali nel Delta del Niger. Sul piano economico, le riforme avviate dal presidente Bola Tinubu nel 2023 — eliminazione del sussidio generalizzato ai carburanti, riforma del regime valutario e stretta monetaria — hanno migliorato alcuni indicatori macroeconomici ma imposto costi sociali elevati. Il FMI stima una crescita reale del 4,0% nel 2025 e del 4,1% nel 2026; le riserve lorde hanno raggiunto circa 46 miliardi di dollari a fine 2025, mentre l’inflazione, pur in discesa, rimaneva al 15,4% nel marzo 2026. La stabilizzazione macroeconomica non equivale quindi ancora a benessere diffuso: il problema politico resta trasformare le riforme in occupazione, sicurezza e potere d’acquisto (IMF, 2026a).

Sul piano della sicurezza, la Nigeria continua a combattere su più fronti. Boko Haram e soprattutto ISWAP restano attivi nel bacino del Lago Ciad; il nord-ovest è segnato da banditismo, sequestri e reti criminali; nella Middle Belt persistono conflitti comunitari e fondiari; nel Delta del Niger sabotaggi e furti di greggio continuano a ridurre entrate e capacità dello Stato. A questa geografia già complessa si aggiunge il rischio di connessione fra reti jihadiste saheliane e spazi periferici della Nigeria nord-occidentale. Non si tratta ancora di un’unica insurrezione nazionale, ma di sistemi di violenza che possono comunicare attraverso traffici, armi e reclutamento.

Le riforme economiche di Tinubu hanno quindi un significato geopolitico oltre che macroeconomico. Eliminazione del sussidio generalizzato ai carburanti, liberalizzazione valutaria e stretta monetaria hanno migliorato alcuni squilibri, ma hanno trasferito costi immediati su famiglie e imprese. Il FMI stima per la Nigeria una crescita reale del 4,0% nel 2025 e del 4,1% nel 2026; le riserve lorde erano circa 46 miliardi di dollari a fine 2025 e l’inflazione era scesa al 15,4% nel marzo 2026. Questi numeri indicano stabilizzazione, non ancora trasformazione: la sostenibilità politica delle riforme dipenderà dalla loro capacità di produrre occupazione, infrastrutture e maggiore potere d’acquisto (IMF, 2026a).

Anche il ruolo regionale di Abuja è cambiato. La mancata materializzazione dell’intervento ECOWAS in Niger nel 2023 aveva già mostrato i limiti della coercizione regionale; l’uscita formale di Mali, Burkina Faso e Niger dall’ECOWAS ha poi ridisegnato il quadro. La Nigeria resta il maggiore polo demografico, economico e militare dell’Africa occidentale, ma non dispone più di un’organizzazione regionale politicamente unitaria dietro di sé. Il suo potere dipenderà sempre più dalla capacità di rendere conveniente la cooperazione con gli Stati costieri e di gestire pragmaticamente il rapporto con l’AES, oltre che dalla forza economica interna.

Per anni il Golfo di Guinea ha detenuto il triste primato mondiale degli atti di pirateria e rapina a mano armata in mare, superando persino il Golfo di Aden.

Nel 2020, ad esempio, oltre 80 episodi (dai dirottamenti di navi mercantili agli assalti a equipaggi per prendere ostaggi) sono stati registrati in quest’area. La maggior parte ha avuto luogo al largo della Nigeria, in particolare nel delta del Niger e nelle acque tra Nigeria, Benin e Gabon, zone vicine alle rotte di navi petrolifere.

Queste bande di pirati, spesso evoluzione dei gruppi armati del Delta, hanno perfezionato tattiche di assalto a navi commerciali, principalmente per sequestrare membri dell’equipaggio da riscattare. La situazione ha allarmato la comunità internazionale, portando a missioni navali e iniziative di cooperazione.

Nel 2021 l’UE ha lanciato la cosiddetta “Coordinated Maritime Presences” nel Golfo di Guinea, con navi europee a rotazione per pattugliare e addestrare le marine locali.

Ma il fattore chiave è stata la crescente risposta regionale: paesi come Nigeria e Ghana hanno investito in nuove unità navali e, soprattutto, hanno messo in opera il Codice di condotta di Yaoundé (un accordo del 2013 per la sicurezza marittima tra i paesi dell’Africa occidentale e centrale).

Centri di coordinamento sono stati creati a Dakar, Abidjan e altre città per monitorare il traffico e condividere informazioni.

Questi sforzi hanno portato risultati tangibili: fonti ONU riferiscono che gli attacchi di pirateria segnalati sono drasticamente calati nel 2022 e 2023, con ad esempio solo 5 incidenti registrati nel primo trimestre 2023, rispetto alle decine di qualche anno prima. Diplomati occidentali hanno definito questo calo una “storia di successo africana”, attribuendolo alla cooperazione tra paesi costieri e all’assistenza tecnica internazionale, ma ammoniscono a non abbassare la guardia. Infatti, sacche di pirateria permangono e il fenomeno potrebbe risorgere se le condizioni economiche costiere peggiorano (ad esempio con la disoccupazione giovanile post-Covid in aumento) o se i gruppi criminali spostano le loro basi.

La pirateria nel Golfo di Guinea è oggi molto inferiore ai picchi del 2019-2021, grazie alla maggiore cooperazione regionale, alla sorveglianza navale e agli investimenti nazionali. I dati dell’International Maritime Bureau del 2026 mostrano un numero di incidenti drasticamente ridotto rispetto al 2020. Ciò non elimina la minaccia: i gruppi criminali mantengono capacità di adattamento, mentre il traffico illecito di petrolio, droga e armi continua a sfruttare le debolezze costiere. La lezione strategica è però importante: diversamente dal Sahel, qui la combinazione di cooperazione regionale, capacità statali e assistenza internazionale ha prodotto risultati misurabili.

In ogni caso, mantenere sicure le rotte del Golfo di Guinea è cruciale per l’economia regionale e globale: oltre al petrolio, importanti flussi di cacao (dal Ghana e Costa d’Avorio), minerali e prodotti manifatturieri transitano per i porti di Lagos, Tema, Abidjan, Douala, ecc. La sicurezza marittima è dunque un tema di forte interesse anche per attori esterni come gli USA, che nel 2022 hanno lanciato una strategia specifica per il Golfo di Guinea, e per la Cina, che ha interesse a proteggere i suoi investimenti (Pechino sta finanziando l’espansione di porti come quello di Lobito in Angola e ha venduto pattugliatori alle marine locali).

Una tendenza inquietante è il progressivo spillover dell’instabilità saheliana verso gli Stati costieri del Golfo di Guinea.

Paesi come Ghana, Costa d’Avorio, Togo e Benin – finora relativamente stabili – temono l’infiltrazione di cellule jihadiste dalle frontiere settentrionali con Burkina Faso e Niger. Già negli ultimi due anni si sono registrati attacchi isolati rivendicati da gruppi saheliani in aree di confine di Benin e Togo.

Per esempio, nel maggio 2023 uomini armati presumibilmente legati a Katiba Macina (Mali) hanno attaccato un avamposto militare nel nord del Togo causando vittime; il Benin settentrionale ha subito varie imboscate letali contro le proprie forze.

Questa espansione verso il Golfo di Guinea fa parte di una strategia deliberata dei gruppi jihadisti di cercare sbocchi al mare e nuovi santuari logistici (foreste di frontiera) dove sfuggire alla pressione militare in Sahel.

In risposta, gli Stati costieri hanno creato l’“Iniziativa di Accra” per coordinare intelligence e pattugliamenti alle frontiere, con il supporto di partner occidentali.

A partire dal 2022, il Regno Unito e l’UE hanno finanziato programmi per rafforzare polizie e dogane in Ghana, Benin e Costa d’Avorio, e gli Stati Uniti hanno ampliato le esercitazioni militari congiunte (come l’esercitazione Flintlock) coinvolgendo attivamente questi paesi.

Finora, fortunatamente, nessuno di essi è precipitato nel conflitto aperto, ma la vigilanza è massima: persino la pacifica Ghana ha ridislocato truppe al confine col Burkina e inaugurato nuove basi per rispondere più rapidamente a eventuali incursioni. Il timore è che i traffici illeciti (droga, armi, oro) che alimentano le reti jihadiste possano creare complicità locali anche nelle nazioni costiere, replicando la dinamica vista in Sahel (dove pastori o minatori locali finiscono per collaborare con i jihadisti per convenienza).

La stabilità dei paesi del Golfo di Guinea è di fondamentale importanza per l’Europa: oltre alle risorse energetiche (ad esempio la Nigeria fornisce GNL e petrolio all’Europa, la Costa d’Avorio sta scoprendo giacimenti offshore di gas sfruttabili anche in chiave export), c’è il capitolo migrazioni.

Sinora, l’Africa occidentale costiera non ha generato flussi migratori massicci verso l’Europa come il Corno o la rotta libica, ma se regioni come il nord del Ghana o del Togo si destabilizzassero, nuove rotte migratorie potrebbero aprirsi.

L’Unione Europea conserva un interesse diretto alla stabilità della fascia costiera, sia per le risorse energetiche sia per la prevenzione dello spillover jihadista e dei traffici transnazionali. Global Gateway ha progressivamente spostato l’accento europeo verso infrastrutture, connettività, energia e corridoi economici, mentre l’Italia ha inserito diversi dossier africani nel quadro del Piano Mattei. Il punto strategico non è soltanto “offrire un’alternativa alla Cina”, formula spesso troppo schematica, ma ridurre il premio per il rischio che rende costosi gli investimenti in aree percepite come prossime alla crisi saheliana. In questo senso sicurezza e sviluppo diventano due componenti dello stesso costo del capitale.

Il Golfo di Guinea è un serbatoio di idrocarburi: la Nigeria è storicamente il primo produttore africano di petrolio, con riserve enormi anche di gas; l’Angola è poco dietro; e altri paesi come Guinea Equatoriale, Congo-B e Gabon basano le loro economie sul petrolio.

La novità dell’ultimo decennio è anche l’emergere di nuovi poli energetici. Il Ghana produce petrolio offshore dal giacimento Jubilee e da sviluppi successivi; la Costa d’Avorio ha accelerato lo sfruttamento del grande giacimento Baleine; Senegal e Mauritania hanno trasformato il progetto Greater Tortue Ahmeyim da promessa a infrastruttura operativa. Il primo gas è stato prodotto all’inizio del 2025 e il primo carico di GNL è stato esportato nell’aprile dello stesso anno. La fase iniziale è progettata per circa 2,3 milioni di tonnellate annue di GNL, dando ai due Paesi una nuova posizione nella geografia energetica atlantica (Kosmos Energy, 2025; Reuters, 2025a).

Parallelamente, il Senegal ha avviato nel 2024 la produzione petrolifera dal campo di Sangomar, mentre la Costa d’Avorio punta ad aumentare rapidamente la produzione di idrocarburi. Questi sviluppi non trasformano automaticamente economie relativamente piccole in potenze energetiche: la questione decisiva è quanta rendita venga convertita in infrastrutture, capitale umano e capacità produttiva locale. La storia del Golfo di Guinea mostra che il volume di risorse estratte conta meno della qualità delle istituzioni che ne governano i proventi.

Il presidente ivoriano Alassane Ouattara ha dichiarato nel 2023 che il paese potrebbe quadruplicare la produzione di idrocarburi entro pochi anni, attirando investimenti occidentali significativi.

Naturalmente, le ricchezze energetiche portano anche rischi: corruzione, tensioni centro-periferia (le comunità costiere lamentano spesso scarsi benefici locali), inquinamento ambientale. Il Golfo di Guinea ha già visto casi eclatanti di corruzione legata al petrolio – basti citare il “galactic scandal” di Equatorial Guinea con la famiglia al potere che ha speso proventi in lussi sfrenati, o i problemi di governance in Nigeria dove per decenni la “maledizione del petrolio” ha alimentato dittature e conflitti nel Delta. La comunità internazionale, attraverso iniziative come l’Extractive Industries Transparency Initiative (EITI), ha cercato di promuovere maggiore trasparenza; diversi paesi (Ghana, Nigeria) aderiscono e pubblicano rapporti su entrate petrolifere.

Ma i risultati sono misti. In Nigeria i ricavi petroliferi spesso evaporano in sussidi e sprechi, e paradossalmente il paese importa gran parte del carburante che consuma per via di raffinerie inefficienti: nel 2023, con l’eliminazione dei sussidi, il governo sta puntando su investimenti privati (come la mega-raffineria Dangote) per ridurre questa anomalia.

 La transizione energetica globale aggiunge un ulteriore elemento: nel lungo termine la domanda di petrolio potrebbe ridursi, mettendo a rischio economie troppo dipendenti da esso; per contro, la domanda di alcuni minerali (litio, cobalto, nichel) aumenterà – e infatti paesi dell’Africa occidentale come il Ghana e la Guinea possiedono riserve di minerali critici (ad esempio bauxite e manganese) che potrebbero diventare strategici. Su questo torneremo nella sezione sulle risorse.

Il Golfo di Guinea presenta dunque un quadro composito: economie in crescita trainate dalle risorse, società relativamente aperte (alcune democrazie come Ghana e Benin, sia pur con inciampi, restano modelli positivi nel contesto africano), ma esposte a nuove minacce e sfide regionali.

La stabilità a lungo termine dipenderà dalla capacità di questi paesi di diversificare le economie (evitando l’eccessiva dipendenza dal petrolio e investendo in agricoltura, industria leggera, servizi) e di consolidare istituzioni inclusive. Per il momento, la comunità regionale (ECOWAS) ha mostrato assertività nel fronteggiare derive antidemocratiche – vedi la pressione su Mali, Guinea e Niger – ma dovrà recuperare coesione dopo le fratture recenti. Se paesi chiave come Nigeria e Ghana riusciranno a mantenersi come ancore di stabilità, il Golfo di Guinea potrà fungere da cintura di sicurezza a protezione dell’Africa occidentale di fronte alla tempesta saheliana.

Viceversa, se l’onda lunga dell’estremismo e dell’instabilità politica travolgesse anche la fascia costiera, le conseguenze sarebbero globali: dal rilancio della pirateria alla crisi energetica, fino a un aumento esponenziale di migranti verso l’Europa. Ecco perché, in conclusione, il Golfo di Guinea sta emergendo come un nuovo fronte cruciale nella geopolitica africana, dove prevenire il conflitto è altrettanto importante che reagire ad esso.

Regione dei Grandi Laghi: risorse e conflitti endemici

La regione dei Grandi Laghi africani – che include tipicamente Repubblica Democratica del Congo (specie la parte orientale), Ruanda, Burundi, Uganda, e in senso lato la Tanzania nord-occidentale e il Kenya occidentale – è un’area ricchissima di risorse naturali e al contempo afflitta da alcuni dei conflitti più duraturi del pianeta. Qui grandi distese forestali, laghi e vulcani fanno da cornice a densissime popolazioni rurali spesso di identità etniche intrecciate (i confini coloniali divisero gruppi omogenei e ne unirono altri storicamente in conflitto).

La RD Congo orientale

rappresenta il cuore problematico: province come il Nord e Sud Kivu, e l’Ituri, sono da decenni fuori dal pieno controllo statale, preda di milizie armate e ingerenze straniere. Attorno, piccoli paesi come Ruanda e Uganda, pur avendo registrato stabilità interna e crescita economica negli ultimi anni, mantengono un coinvolgimento attivo (militare o indiretto) nei conflitti congolese, in parte per motivi di sicurezza (la presenza di gruppi ribelli ostili nelle foreste del Congo) e in parte per sfruttamento economico illegale (contrabbando di minerali preziosi dal Congo).

Negli anni ’90 e 2000 questa regione fu teatro di guerre spaventose – la prima e seconda guerra del Congo – che coinvolsero fino a 9 paesi africani, portando la stampa a parlare di “Grande guerra africana”. Sebbene quei conflitti su larga scala si siano formalmente conclusi con accordi di pace (Sun City 2002) e l’installazione della missione ONU MONUSCO, la pace vera non è mai arrivata nell’est del Congo, trascinando violenze fino ai nostri giorni.

La ripresa dell’M23 dal 2021 si è trasformata, nel 2025, in un cambiamento territoriale di scala molto maggiore. L’AFC/M23 ha conquistato ampie aree del Nord e Sud Kivu, comprese Goma e Bukavu, mettendo in discussione il controllo effettivo dello Stato congolese sulle principali città dell’est. La crisi ha assunto una dimensione interstatuale ancora più evidente per il sostegno attribuito al Ruanda, contestato da Kigali ma documentato in numerosi rapporti ONU. Il risultato è un teatro nel quale un movimento armato non è più soltanto una milizia periferica, ma un attore capace di amministrare territori, tassare attività economiche e negoziare indirettamente con governi e potenze esterne.

L’M23, composto prevalentemente da tutsi congolesi, era già insorto nel 2012 conquistando Goma e poi sconfitto nel 2013; i suoi miliziani si erano rifugiati in Ruanda e Uganda. Improvvisamente, a fine 2021, l’M23 è riapparso sferrando offensive lampo e occupando vasti territori nella provincia del Nord Kivu, arrivando di nuovo a minacciare la città di Goma nel 2022.

Kinshasa ha accusato apertamente il Ruanda di aver riarmato e appoggiato l’M23 – accusa supportata anche da un rapporto di esperti ONU nell’estate 2022, che ha rilevato evidenze di sostegno ruandese al gruppo. Kigali nega, ma è noto che il Ruanda considera il Kivu strategico per ragioni di sicurezza (contrasta la presenza delle FDLR, un gruppo ribelle hutu ruandese rifugiato in Congo sin dal genocidio del 1994) e per interessi economici.

Nel 2025-2026 la diplomazia ha prodotto una nuova architettura negoziale. La Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda hanno firmato il 27 giugno 2025 un accordo di pace a Washington, seguito il 4 dicembre dagli Accordi di Washington e da ulteriori intese nel quadro del processo di Doha, sostenuto dal Qatar. Nel 2026 sono stati avviati meccanismi congiunti di verifica e supervisione del cessate il fuoco. Il problema, tuttavia, è il divario fra documento e terreno: le Nazioni Unite hanno rilevato che offensive, operazioni militari, droni e restrizioni alla libertà di movimento di MONUSCO sono continuati anche dopo gli accordi. La pace esiste quindi come architettura negoziale, ma non ancora come monopolio condiviso delle regole sul terreno (United Nations, 2026a).

Il presidente congolese Félix Tshisekedi ha sfruttato il sentimento anti-ruandese per cementare l’unità interna, sospendendo accordi di cooperazione precedentemente avviati con Kagame. Dall’altra parte, il Ruanda si è lamentato di subire attacchi delle FDLR dal Congo, minacciando azioni unilaterali.

La sequenza degli strumenti regionali di sicurezza mostra quanto rapidamente il quadro sia cambiato. La forza dell’East African Community dispiegata nel 2022-2023 ha lasciato il terreno dopo il deterioramento dei rapporti con Kinshasa. Nel dicembre 2023 la SADC ha quindi avviato SAMIDRC con contingenti sudafricani, tanzaniani e malawiani; ma l’offensiva dell’AFC/M23 del 2025, le perdite subite e il nuovo contesto negoziale hanno portato la SADC a chiudere il mandato e ad avviare il ritiro nell’aprile 2025, completandolo per fasi nei mesi successivi (SADC, 2025a; SADC, 2025b).

Questa successione — EACRF, SAMIDRC, MONUSCO e meccanismi ad hoc — rivela un problema più profondo: l’abbondanza di missioni non equivale a un’architettura di sicurezza coerente. Ogni forza risponde a interessi regionali differenti e opera con mandati, risorse e relazioni politiche diverse. Il rischio è che la sicurezza del Congo orientale venga “regionalizzata” senza essere realmente istituzionalizzata.

La situazione a metà 2026 è dunque diversa dallo stallo del 2024: l’M23/AFC dispone di un peso territoriale e politico molto maggiore, mentre Washington e Doha hanno trasformato il conflitto in un dossier diplomatico di primaria importanza internazionale. MONUSCO non ha completato il ritiro che sembrava imminente e continua a essere chiamata a sostenere il monitoraggio del cessate il fuoco. Questo non significa che la missione abbia risolto la crisi; significa, piuttosto, che la deteriorata situazione di sicurezza ha cambiato il calcolo politico sul suo disimpegno.

La RD Congo è spesso definita “scandalo geologico” per l’abbondanza delle sue risorse: dai diamanti del Kasai al rame e cobalto del Katanga, dall’oro e coltan del Kivu all’uranio di Shinkolobwe (che servì per le prime bombe atomiche americane).

Questa ricchezza ha attirato ingerenze straniere sin dai tempi coloniali e continua oggi sotto forma di investimenti spesso opachi di multinazionali e stati stranieri.

Il cobalto, in particolare, è diventato un minerale di importanza strategica globale, essenziale per le batterie al litio di veicoli elettrici e device elettronici.

Circa il 70% della produzione mondiale di cobalto proviene dal Congo, in gran parte da miniere nel Katanga (parte sud-orientale del paese).

Aziende cinesi controllano molte di queste miniere dopo acquisizioni multimiliardarie nell’ultimo decennio: ad esempio, la China Molybdenum Co. gestisce il grande giacimento di Tenke Fungurume.

Nel 2021-2022 il governo di Tshisekedi, consapevole del valore strategico del cobalto e del fatto che i contratti firmati ai tempi del predecessore Kabila favorivano eccessivamente i cinesi, ha annunciato una revisione dei contratti minerari con la Cina.

Come riportato dai media nel 2023, Kinshasa ha chiesto una maggiore quota di ricavi e investimenti sociali da parte del consorzio sino-congolese Sicomines, arrivando a minacciare la revoca di licenze se non si fosse trovato un accordo equo.

La revisione ha prodotto un risultato più concreto nel 2024: Kinshasa ha rinegoziato l’accordo Sicomines ottenendo un aumento degli impegni infrastrutturali fino a circa 7 miliardi di dollari, pur lasciando aperte questioni relative a trasparenza, fiscalità e distribuzione dei benefici. Il caso mostra che l’aumento del valore strategico del rame e del cobalto può migliorare il potere negoziale del Paese produttore, ma soltanto se lo Stato dispone della capacità politica e tecnica di riaprire contratti già consolidati (Reuters, 2024a).

Sul fronte occidentale, l’interesse è anch’esso aumentato: gli Stati Uniti hanno promosso un Memorandum d’Intesa con RDC e Zambia (ricchi di rame e cobalto) per sviluppare una filiera africana di batterie elettriche, puntando a ridurre la dipendenza da forniture cinesi. La concorrenza per i minerali del Congo quindi è aperta, e il governo congolese cerca di destreggiarsi per massimizzare i benefici locali.

Tuttavia, l’economia estrattiva rimane un’arma a doppio taglio: vaste aree minerarie del Kivu sfuggono al controllo statale e arricchiscono signori della guerra e trafficanti; a colpi di corruzione, la ricchezza sotterranea non si traduce in sviluppo per la popolazione, ma finisce spesso offshore.

Emblematico il caso di Goma e Bukavu: città situate in regioni colme di oro, stagno e coltan, eppure la loro popolazione vive in condizioni dure, con strade dissestate e servizi scarsi, mentre l’estrazione illegale ingrassa mercanti d’armi e conti in banca a Dubai.

Secondo l’inchiesta The Golden Laundromat di The Sentry (2018), il contrabbando di oro dall’est Congo verso Emirati e Uganda è aumentato negli ultimi anni: tonnellate sfuggono ogni anno al fisco congolese, finanziando reti criminali e milizie. Questo circuito vizioso risorse-conflitti è il vero nodo da spezzare per pacificare i Grandi Laghi.

La stabilizzazione della RDC orientale vede impegnati vari attori regionali.

L’East African Community (EAC), che come detto ha esteso l’adesione al Congo, sta cercando di giocare un ruolo di mediatore e pacificatore. Oltre alla forza militare regionale inviata nel 2022-23 (guidata dal Kenya con truppe anche di Burundi, Uganda e Sud Sudan), c’è un processo diplomatico parallelo a Nairobi per il disarmo di gruppi ribelli locali congolesi (come le varie milizie Mai-Mai, le FDLR ruandesi, e l’ADF ugandese).

L’ADF (Allied Democratic Forces) merita menzione: è un gruppo ribelle ugandese di matrice islamista che si è annidato nel Congo orientale (provincia dell’Ituri e Nord Kivu) e negli ultimi anni ha compiuto massacri orribili di civili, dichiarando fedeltà allo Stato Islamico (viene infatti indicato dall’ISIS come “Provincia dell’Africa Centrale”).

Per neutralizzare l’ADF, l’Uganda ha ottenuto nel 2021 l’autorizzazione del Congo a condurre operazioni militari transfrontaliere: truppe ugandesi sono stanziate nel Nord Kivu e Ituri e, in coordinamento con l’esercito congolese, hanno colpito basi e accampamenti ADF nella giungla.

Anche qui, la cooperazione è delicata: Kampala ha interessi economici (ha firmato congolese nel 2022 per costruire strade tra i due paesi e accedere ai mercati del Kivu) e vuole evitare che l’ADF possa un giorno minacciare il proprio territorio.

Il Burundi a sua volta ha inviato soldati in Sud Kivu ufficialmente per combattere gruppi ribelli burundesi rifugiati (le FNL e Red-Tabara), replicando lo schema.

Si vede dunque che i paesi vicini tendono a intervenire militarmente nel Congo con l’avallo di Kinshasa, sostituendo in parte la MONUSCO. Questo crea però dipendenza e talvolta frizioni: i civili congolesi accusano le truppe ugandesi di sfruttare miniere d’oro durante le loro operazioni; gli attivisti temono che la sovranità nazionale venga compromessa in cambio di sicurezza.

Sul versante ruandese, l’EAC sta cercando di spingere per un dialogo diretto Tshisekedi-Kagame, ma la fiducia è minima.

A livello internazionale, sanzioni mirate sono state imposte dall’ONU e USA contro comandanti di vari gruppi armati (inclusi leader dell’M23 e membri delle FDLR) e contro reti di traffico d’oro.

La missione MONUSCO, presente dal 1999 nelle sue diverse configurazioni, continua a essere contestata da parte della popolazione congolese per l’incapacità percepita di impedire decenni di violenza. Il piano di disimpegno avviato nel 2023 ha portato al ritiro dal Sud Kivu nel 2024, ma l’aggravarsi della crisi nel 2025 ha cambiato il calcolo. Il governo congolese e le Nazioni Unite hanno sospeso il percorso di uscita, e la risoluzione 2808 del Consiglio di Sicurezza del dicembre 2025 ha preso formalmente atto della pausa nel disimpegno, mantenendo la missione nelle aree operative residue e assegnandole compiti legati al monitoraggio e alla verifica dei cessate il fuoco (United Nations Security Council, 2025a).

Nel 2026 MONUSCO non è dunque una missione “in uscita” nel senso lineare immaginato due anni prima. È diventata, paradossalmente, nuovamente necessaria proprio perché l’ordine territoriale è peggiorato. La missione sostiene i meccanismi di verifica nati dai processi di Washington e Doha, pur incontrando restrizioni alla libertà di movimento, interferenze elettroniche e difficoltà di accesso nelle aree controllate dall’AFC/M23. La sua presenza non risolve la guerra, ma l’assenza di un’alternativa credibile rende politicamente più difficile completarne il ritiro (United Nations, 2026a).

Ruanda e Burundi

Il Ruanda, sotto Paul Kagame, continua a esercitare un’influenza regionale sproporzionata rispetto alle proprie dimensioni. La rielezione di Kagame nel 2024 ha confermato la continuità del sistema politico, caratterizzato da elevata capacità amministrativa, forte controllo interno e spazi assai ridotti per l’opposizione. Kigali ha costruito un esercito efficiente e una reputazione internazionale di “security provider” attraverso missioni in Mozambico, Repubblica Centrafricana e operazioni di peacekeeping. Proprio questa capacità rende il dossier congolese ancora più delicato: le accuse di sostegno ruandese all’AFC/M23 non riguardano un attore periferico, ma uno Stato con notevole capacità militare, diplomatica ed economica.

La pressione internazionale sul Ruanda è cresciuta dopo la conquista di Goma e Bukavu da parte dell’AFC/M23 nel 2025. Kigali sostiene che la propria sicurezza sia minacciata dalla presenza delle FDLR e accusa Kinshasa di cooperare con forze ostili; il governo congolese e numerosi rapporti delle Nazioni Unite attribuiscono invece al Ruanda un sostegno determinante all’M23. Il nodo non è soltanto militare. Le catene commerciali di oro, stagno, tungsteno, tantalio e altri minerali rendono il confine un sistema economico nel quale sicurezza e rendita si sovrappongono. Per questo gli accordi del 2025-2026 collegano esplicitamente il disarmo e la normalizzazione regionale a una futura cooperazione economica.

Il Burundi occupa una posizione meno visibile ma altrettanto esposta. Bujumbura ha mantenuto truppe e interessi di sicurezza nel Sud Kivu per contrastare gruppi ribelli burundesi e sostenere Kinshasa. La guerra congolese aumenta però i rischi di spillover, flussi di rifugiati e tensioni con il Ruanda. Per uno Stato con risorse fiscali limitate, il coinvolgimento militare esterno può diventare un costo crescente, mentre l’instabilità regionale ostacola commercio e integrazione con la East African Community.

Prospettive

A metà 2026, nei Grandi Laghi non ha più senso formulare lo scenario come se la principale domanda fosse se l’M23 verrà “smantellato” o se la MONUSCO lascerà il Paese. L’AFC/M23 controlla un territorio molto più ampio di quanto facesse nel 2023 e ha sviluppato forme di amministrazione, tassazione e regolazione locale; contemporaneamente, Washington, Doha, Unione Africana e meccanismi regionali hanno creato un’architettura negoziale più densa. La vera domanda è se questa diplomazia riuscirà a trasformare il controllo territoriale in un ordine politico negoziato senza legittimare permanentemente la conquista armata.

Gli Accordi di Washington del 2025 hanno creato un quadro fra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, mentre il processo di Doha ha affrontato direttamente il rapporto fra Kinshasa e AFC/M23. Nel febbraio 2026 sono stati concordati termini per un meccanismo di monitoraggio del cessate il fuoco; tuttavia rapporti ONU successivi documentano il proseguimento di offensive, impiego di droni, restrizioni alle missioni di verifica e difficoltà nell’accesso umanitario. Il divario fra accordo e implementazione resta quindi il principale indicatore da osservare (United Nations, 2026a).

La dimensione mineraria rende il conflitto ancora più resistente alla soluzione. Finché il controllo di una miniera, di una strada o di un valico di frontiera produce rendite immediate, gli incentivi economici alla pace restano deboli. La strategia più promettente non consiste soltanto nel certificare i minerali o sanzionare singoli trafficanti, ma nel rendere più remunerativo il commercio legale rispetto all’economia di guerra: infrastrutture doganali, fiscalità credibile, pagamenti tracciabili, trasformazione locale e accesso ai mercati. È qui che AfCFTA, corridoi logistici e investimenti nelle catene del valore possono diventare strumenti di sicurezza.

La regione dei Grandi Laghi costituisce pertanto uno dei test più severi per l’idea di “soluzioni africane a problemi africani”. Gli attori regionali sono indispensabili, ma sono anche parte del problema; le potenze esterne possono mediare, ma portano propri interessi minerari e strategici; le missioni internazionali possono limitare alcuni costi della guerra, ma non sostituire uno Stato funzionante. La pace sarà credibile soltanto quando la sovranità territoriale, la sicurezza delle frontiere e la distribuzione delle rendite minerarie saranno trattate come componenti dello stesso negoziato.

Maghreb: equilibri mediterranei e nuovi scenari post-Primavere arabe

Il Maghreb — Marocco, Algeria, Tunisia, Libia e il conteso Sahara Occidentale, con la Mauritania come cerniera saheliana — resta uno dei principali punti di contatto fra Africa, Mediterraneo, Europa e Medio Oriente. A quindici anni dalle Primavere arabe, la regione non ha convergito verso un unico modello politico. La Libia conserva una sovranità frammentata; la Tunisia ha concentrato il potere nelle mani della presidenza; l’Algeria ha assorbito la mobilitazione dell’Hirak senza una trasformazione sistemica; il Marocco ha mantenuto stabilità monarchica e ampliato la propria proiezione africana. In parallelo, energia, migrazioni, sicurezza e infrastrutture legano il Maghreb all’Europa in una relazione di interdipendenza che nessuna retorica di “autonomia strategica” può cancellare.

La regione va inoltre letta come cerniera fra due sistemi di crisi. A nord, il Mediterraneo collega il Maghreb all’energia europea, alle rotte commerciali e ai flussi migratori. A sud, il deterioramento del Sahel aumenta il valore di Algeria e Mauritania come profondità strategica e trasforma la Libia meridionale in uno spazio di transito per armi, persone, oro e reti criminali. Il Maghreb non è quindi una fascia separata dall’Africa subsahariana: è uno dei luoghi nei quali i due sistemi geopolitici si sovrappongono.

Libia: sovranità frammentata e rendita petrolifera

La Libia rappresenta il caso più evidente di transizione fallita dopo il 2011. Il cessate il fuoco dell’ottobre 2020 ha interrotto la fase di guerra convenzionale più intensa, ma non ha prodotto una riunificazione dello Stato. A ovest opera il Government of National Unity di Tripoli, sostenuto da un mosaico di apparati e milizie; a est la Camera dei Rappresentanti e l’architettura militare costruita da Khalifa Haftar conservano una propria struttura di potere. Le elezioni nazionali, inizialmente previste per il 2021, sono rimaste rinviate senza una data credibile, trasformando la “transizione” in una condizione permanente (Council on Foreign Relations, 2026).

Il petrolio rende possibile questa anomalia. La Libia dispone di una rendita sufficiente a finanziare istituzioni parallele, reti clientelari e corpi armati senza che nessuna parte debba accettare immediatamente un compromesso definitivo. Nel 2026 la National Oil Corporation ha cercato di rilanciare investimenti fino a decine di miliardi di dollari e di portare la produzione verso 2 milioni di barili al giorno entro il 2030. Ma la stessa infrastruttura energetica resta vulnerabile alla coercizione. Gli attacchi con droni contro il complesso petrolifero di Zawiya nell’agosto 2026 e le periodiche minacce di chiusura dei terminali mostrano che pozzi, raffinerie, pipeline e banche sono ancora strumenti della lotta politica (Reuters, 2026a; Reuters, 2026b).

La presenza esterna rimane strutturale. La Turchia conserva una relazione militare e politica privilegiata con Tripoli e accordi nel settore marittimo ed energetico; la Russia ha trasformato gradualmente l’eredità di Wagner in una presenza più direttamente collegata alle proprie strutture statali e utilizza la Libia orientale anche come piattaforma verso il Sahel; Egitto ed Emirati mantengono interessi di sicurezza e influenza nell’est. La Libia è quindi meno una “guerra per procura” classica che un sistema di sovranità negoziata nel quale attori libici ed esterni si utilizzano reciprocamente.

Il problema migratorio completa il quadro. Le coste libiche restano uno dei principali punti di partenza verso l’Italia, mentre il Fezzan collega Mediterraneo, Sahel e Sahara attraverso reti di trasporto legali e illegali. La cooperazione europea con autorità e apparati libici può ridurre alcuni flussi nel breve periodo, ma non risolve la causa istituzionale: l’esistenza di un territorio in cui il monopolio della forza e della fiscalità è frammentato. Per questo la stabilizzazione libica non coincide con l’assenza di una grande battaglia a Tripoli; richiede l’unificazione delle istituzioni finanziarie e di sicurezza, o almeno regole condivise sufficientemente robuste da impedire che ogni disputa si trasformi in blocco petrolifero o scontro armato.

Tunisia: stabilità autoritaria e fragilità economica

La Tunisia ha percorso una traiettoria quasi opposta. Se la Libia soffre di eccessiva frammentazione, Tunisi ha conosciuto una forte concentrazione del potere. Il presidente Kais Saied, eletto nel 2019, ha sospeso il Parlamento nel 2021, promosso una nuova Costituzione presidenzialista nel 2022 e progressivamente ridotto gli spazi dell’opposizione, della magistratura indipendente e di parte dei media. Nel 2026 il sistema politico tunisino appare assai più vicino a un regime presidenziale autoritario che alla democrazia pluralista che per un decennio era stata considerata l’unico successo duraturo delle Primavere arabe.

La concentrazione del potere non ha però risolto la fragilità economica. La Tunisia continua a confrontarsi con crescita modesta, disoccupazione, pressione sulle finanze pubbliche, difficoltà delle imprese statali e vulnerabilità nell’approvvigionamento di beni essenziali. Le proteste dell’agosto 2026 a Tunisi, alimentate dalla richiesta di dimissioni di Saied e dal deterioramento delle condizioni economiche e dei servizi, mostrano che l’autoritarismo può comprimere il conflitto istituzionale senza eliminare quello sociale (Reuters, 2026c).

Il nodo finanziario è particolarmente rilevante. L’assenza di un ampio programma operativo con il FMI ha spinto il governo a utilizzare un equilibrio di finanziamento domestico, sostegno esterno, turismo, rimesse e rapporti con partner europei e arabi. Questa strategia evita la discontinuità immediata ma può produrre crowding out interno e ridurre lo spazio per investimenti produttivi. La Tunisia diventa così un caso paradigmatico della relazione fra sovranità politica e sovranità finanziaria: rifiutare condizioni esterne può aumentare il controllo politico nel breve periodo, ma se il costo è un accesso più difficile al capitale e minori investimenti, l’autonomia economica effettiva può ridursi.

L’Unione Europea continua a considerare la Tunisia un partner essenziale per la gestione delle migrazioni nel Mediterraneo centrale. Il memorandum UE-Tunisia del 2023 ha formalizzato cooperazione economica e migratoria, ma il rapporto resta controverso: Bruxelles cerca stabilità e controllo dei flussi, mentre Tunisi utilizza la propria posizione geografica come leva negoziale. Il rischio strategico per l’Europa è costruire un rapporto quasi esclusivamente securitario con un Paese le cui fragilità sono invece economiche, occupazionali e istituzionali.

Marocco e Algeria: rivalità strutturale e Sahara Occidentale

La competizione fra Marocco e Algeria resta la principale faglia interstatuale del Maghreb. Le relazioni diplomatiche interrotte da Algeri nell’agosto 2021 non sono state ripristinate. La frontiera terrestre rimane chiusa, la cooperazione regionale è minima e l’Unione del Maghreb Arabo è sostanzialmente paralizzata. La rivalità investe il Sahara Occidentale, l’energia, le spese militari, i rapporti con Europa e Stati Uniti, la proiezione nel Sahel e l’influenza nell’Unione Africana.

Sul Sahara Occidentale il vantaggio diplomatico del Marocco si è rafforzato. Dopo il riconoscimento statunitense del 2020 e il sostegno francese del 2024 alla soluzione autonomista nel quadro della sovranità marocchina, nell’ottobre 2025 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che ha indicato una “genuine autonomy” sotto sovranità marocchina come possibile soluzione più praticabile e ha invitato a negoziati sulla base del piano di Rabat. È un mutamento diplomatico significativo, ma non equivale a un riconoscimento delle Nazioni Unite della sovranità marocchina sul territorio: il Fronte Polisario continua a rivendicare l’autodeterminazione e l’Algeria sostiene tale posizione; MINURSO è stata rinnovata e il processo ONU resta formalmente aperto (Reuters, 2025b).

La distinzione è importante. Il Marocco ha ottenuto una crescente legittimazione internazionale del proprio piano, ma non la chiusura giuridica del conflitto. Rabat utilizza questo capitale diplomatico per costruire relazioni economiche e infrastrutturali verso l’Africa occidentale: porti, banche, telecomunicazioni, fertilizzanti, energie rinnovabili e il progetto di corridoi atlantici sono strumenti di proiezione tanto quanto la diplomazia tradizionale. Il Sahara viene così integrato nella narrativa marocchina di hub fra Europa e Africa.

L’Algeria risponde con strumenti differenti. Dispone di idrocarburi, profondità territoriale, capacità militare e una tradizione diplomatica fondata sulla sovranità statale e sul non allineamento. La guerra in Ucraina ha temporaneamente aumentato il valore del gas algerino per l’Europa, rafforzando la posizione negoziale di Algeri. Parallelamente, l’instabilità del Sahel ha reso più importante la sicurezza del suo lunghissimo confine meridionale. Tuttavia, la formazione dell’AES e il deterioramento dei rapporti fra Algeria e alcuni governi saheliani hanno reso più difficile la vecchia funzione algerina di mediatore naturale, come dimostra la crisi dell’Accordo di Algeri sul Mali.

Dal punto di vista militare, la rivalità marocchino-algerina continua a produrre costi di opportunità elevati. Entrambi i Paesi investono in modernizzazione delle forze armate e sistemi d’arma avanzati mentre il commercio intraregionale resta estremamente basso. È uno dei paradossi più netti dell’Africa settentrionale: due economie complementari, geograficamente vicine e integrate con l’Europa spendono risorse per neutralizzarsi strategicamente invece di creare un grande mercato maghrebino.

Mauritania: la cerniera che cresce di valore

La Mauritania merita maggiore attenzione rispetto alla tradizionale collocazione marginale. È contemporaneamente Stato maghrebino, saheliano e atlantico. La relativa stabilità istituzionale, il ruolo nella sicurezza del Sahel occidentale, i rapporti con l’UE e la nuova produzione di gas del Greater Tortue Ahmeyim con il Senegal ne aumentano il valore strategico. Nouakchott si trova inoltre lungo la direttrice atlantica che il Marocco vuole rafforzare verso l’Africa occidentale e costituisce un passaggio essenziale fra Sahara Occidentale, Senegal e Mali.

La sua sfida è evitare che il nuovo valore energetico e logistico venga assorbito da una struttura economica ancora relativamente ristretta. Se gas, miniere e corridoi commerciali produrranno infrastrutture e occupazione, la Mauritania potrebbe diventare un raro Stato-cerniera capace di beneficiare della competizione geopolitica; se i proventi restassero concentrati, aumenterebbero le vulnerabilità sociali che il Sahel mostra quanto facilmente possano essere politicizzate.

Prospettive

Nel 2026 il Maghreb non appare prossimo a una nuova ondata rivoluzionaria paragonabile al 2011, ma sarebbe errato dedurne una stabilità strutturale. La Libia rimane istituzionalmente divisa; la Tunisia combina concentrazione autoritaria e fragilità economica; Marocco e Algeria mantengono una rivalità che blocca l’integrazione regionale; il Sahara Occidentale ha conosciuto un mutamento diplomatico significativo senza una soluzione definitiva. La stabilità deriva in gran parte dalla capacità coercitiva degli Stati, dalla memoria delle guerre civili e dalla disponibilità di rendite, non necessariamente da un nuovo contratto sociale.

Per l’Europa il Maghreb è ormai una componente della propria sicurezza interna: gas algerino, rinnovabili marocchine, migrazioni tunisine e libiche, infrastrutture portuali, terrorismo e commercio non sono dossier separabili. Anche Cina, Russia, Turchia e monarchie del Golfo vedono nella regione un punto di accesso al Mediterraneo e all’Africa. Tuttavia, gli attori locali conservano un margine di manovra elevato proprio perché possono mettere in concorrenza partner esterni.

Il fattore da osservare nel prossimo decennio sarà quindi meno la sopravvivenza dei singoli regimi che la loro capacità di trasformare posizione geografica e rendite in produttività. Il Marocco cerca di farlo attraverso logistica e integrazione africana; l’Algeria attraverso energia e industrializzazione; la Libia attraverso una possibile ricostruzione fondata sul petrolio; la Tunisia deve ancora trovare un modello finanziariamente sostenibile; la Mauritania tenta di sfruttare il nuovo ruolo energetico. Il Maghreb diventerà veramente un centro di gravità soltanto se riuscirà a convertire la propria posizione fra Europa e Africa da rendita geopolitica a capacità economica.

Africa australe: transizioni politiche, minerali e sicurezza regionale

L’Africa australe — intesa qui come lo spazio della Southern African Development Community (SADC) dominato economicamente dal Sudafrica e comprendente, fra gli altri, Angola, Zambia, Zimbabwe, Botswana, Namibia, Mozambico, Malawi, Lesotho ed Eswatini — continua a distinguersi da altre macroregioni africane per una relativa stabilità interstatuale e per l’assenza, negli ultimi anni, di una sequenza di colpi di Stato paragonabile a quella saheliana. Ciò non significa immobilità. Al contrario, fra il 2024 e il 2026 la regione ha conosciuto cambiamenti politici di grande portata: la fine della maggioranza assoluta dell’ANC in Sudafrica, la storica alternanza in Botswana, la prima presidenza femminile in Namibia, la rielezione di Hakainde Hichilema in Zambia e una nuova fase della crisi di sicurezza in Mozambico.

La regione possiede inoltre una concentrazione straordinaria di risorse strategiche: rame e cobalto nella fascia Zambia-RDC, platino e manganese in Sudafrica, diamanti in Botswana e Namibia, uranio in Namibia, litio e oro in Zimbabwe, petrolio in Angola, gas in Mozambico e nuove prospettive petrolifere offshore namibiane. La transizione energetica globale rende questa geologia ancora più importante. La questione, come in altre parti dell’Africa, è se la ricchezza mineraria verrà esportata in forma grezza oppure utilizzata per costruire filiere industriali regionali.

Sudafrica: dalla dominazione dell’ANC alla politica di coalizione

Il cambiamento politico più importante è avvenuto in Sudafrica. Le elezioni del maggio 2024 hanno privato l’African National Congress della maggioranza parlamentare per la prima volta dalla fine dell’apartheid. Il Government of National Unity formato successivamente, con la partecipazione fra gli altri della Democratic Alliance, ha aperto una fase nuova: non è crollato il sistema democratico, ma è terminato il monopolio politico del partito della liberazione. Nel 2026 la coalizione rimane un esperimento fragile, costretto a conciliare culture economiche e basi elettorali differenti.

Questa trasformazione politica avviene mentre l’economia resta debole. Il FMI stima una crescita reale dell’1,3% nel 2025 e dell’1,4% nel 2026, livelli insufficienti per ridurre rapidamente disoccupazione e disuguaglianza. Il debito pubblico si colloca vicino al 78% del PIL e il Fondo ha invitato Pretoria a rafforzare la regola fiscale e a costruire una traiettoria più credibile di riduzione del debito. Inflazione e disponibilità elettrica sono migliorate rispetto ai momenti più critici, ma logistica ferroviaria e portuale, criminalità, capacità municipale e performance delle imprese pubbliche continuano a limitare la produttività (IMF, 2026b; Reuters, 2026d).

Il problema di Eskom resta emblematico ma non è più identico a quello del 2022-2023. La riduzione del load shedding e l’aumento di capacità privata e rinnovabile hanno attenuato la crisi elettrica, mostrando che riforme e investimenti possono produrre risultati. La nuova frontiera è trasformare il miglioramento energetico in competitività industriale e affrontare il deterioramento di infrastrutture locali, acqua, ferrovie e porti. Il Sudafrica soffre meno di mancanza assoluta di capitale umano o istituzioni che di una capacità statuale disomogenea: eccellenze finanziarie, universitarie e imprenditoriali convivono con amministrazioni locali incapaci di fornire servizi di base.

Sul piano geopolitico Pretoria continua a praticare una politica di autonomia strategica. Mantiene rapporti profondi con Cina e Russia attraverso i BRICS e la memoria delle relazioni con i movimenti di liberazione, ma resta integrata nei mercati, nella finanza e negli investimenti occidentali. La presidenza sudafricana del G20 nel 2025 ha mostrato l’ambizione di presentarsi come voce del “Global South” senza rompere con l’ordine economico internazionale. Questo equilibrio è utile ma costoso: ogni crisi fra grandi potenze costringe il Sudafrica a dimostrare che il non allineamento non è semplice equidistanza retorica.

Il peso regionale del Sudafrica rimane comunque ineguagliato. Banche, retailer, telecomunicazioni, miniere e catene logistiche sudafricane attraversano la SADC; milioni di lavoratori e famiglie dei Paesi vicini dipendono direttamente o indirettamente dall’economia sudafricana. Di conseguenza, una crescita dell’1-1,5% non è soltanto un problema nazionale: riduce domanda, rimesse e investimenti nell’intero subcontinente. Al contrario, una vera accelerazione sudafricana avrebbe un effetto moltiplicatore regionale.

Mozambico: sicurezza, gas e il costo della periferia

Cabo Delgado rimane il principale teatro di insurrezione jihadista dell’Africa australe. Dal 2017 gruppi locali successivamente associati allo Stato Islamico hanno sfruttato esclusione economica, debole presenza amministrativa e reti transfrontaliere. L’assalto a Palma del marzo 2021 costrinse TotalEnergies a dichiarare force majeure sul grande progetto Mozambique LNG e trasformò una crisi periferica in un problema di sicurezza energetica internazionale.

La risposta militare ha prodotto risultati importanti, ma l’architettura è cambiata. La missione SADC in Mozambico, SAMIM, dispiegata nel 2021, ha iniziato il ritiro nel 2024 e ha concluso ufficialmente il proprio mandato nel luglio dello stesso anno. Non è quindi corretto descrivere la SADC come destinata a mantenere truppe a Cabo Delgado “per qualche anno”: dal 2024 il principale sostegno esterno sul terreno è rappresentato soprattutto dalle forze ruandesi, presenti su base bilaterale (SADC, 2024a; SADC, 2024b).

Nel 2026 questa presenza è diventata anche un dossier finanziario. Il Ruanda aveva segnalato che senza un meccanismo di finanziamento adeguato la missione avrebbe potuto essere ridimensionata; nel maggio 2026 Kigali ha dichiarato che Maputo aveva assicurato le risorse necessarie per continuarla, dopo la riluttanza europea a proseguire con lo stesso schema di sostegno. Il dato è strategicamente importante: la sicurezza di un’area che ospita investimenti energetici per decine di miliardi di dollari dipende in parte dalla capacità dello Stato mozambicano di finanziare un partner militare esterno (Reuters, 2026e).

La ripresa del progetto Mozambique LNG di TotalEnergies nel gennaio 2026 chiude simbolicamente il ciclo aperto con Palma. Il progetto, del valore di circa 20 miliardi di dollari, punta a consegne dal 2029 e a una capacità di circa 13 milioni di tonnellate annue. La ripresa non significa che l’insurrezione sia stata eliminata: attacchi e cellule restano presenti, ma il rischio è stato ridotto al punto da rendere nuovamente bancabile l’investimento. In questo senso Cabo Delgado mostra con eccezionale chiarezza la relazione fra sicurezza e costo del capitale: una minaccia armata può congelare un progetto globale; un miglioramento della sicurezza può riattivare decine di miliardi di investimento (Reuters, 2026f).

La sfida ora è evitare che il gas ricrei la stessa frattura che contribuì al malcontento originario. Se royalties, occupazione e infrastrutture restassero concentrate nelle élite nazionali e nelle enclave industriali, il successo energetico potrebbe convivere con la marginalizzazione locale. Se invece la rendita finanziasse servizi, collegamenti, formazione e imprese locali, il gas potrebbe diventare parte della soluzione. La sicurezza di lungo periodo dipende quindi dalla distribuzione dei benefici almeno quanto dal numero di soldati.

Zambia: dal default alla seconda fase delle riforme

Lo Zambia offre una traiettoria diversa. Dopo essere diventato nel 2020 il primo sovrano africano a dichiarare default nell’era Covid, il Paese ha trascorso gran parte del primo mandato di Hakainde Hichilema negoziando la ristrutturazione del debito con creditori ufficiali, Cina compresa, e investitori privati. Il processo è stato lento e politicamente costoso, ma ha consentito di normalizzare progressivamente i rapporti finanziari e di completare gran parte della ristrutturazione.

Nell’agosto 2026 Hichilema è stato rieletto con circa il 60% dei voti. Il risultato offre continuità agli investitori, ma la campagna e il contenzioso successivo hanno mostrato che migliorare gli indicatori macroeconomici non equivale automaticamente a migliorare la percezione del costo della vita. Il secondo mandato si apre quindi con una domanda differente: non più soltanto come uscire dalla crisi del debito, ma come trasformare la stabilizzazione in crescita inclusiva (Reuters, 2026g).

Il rame è al centro di questa strategia. Lo Zambia mira a portare la produzione verso 3 milioni di tonnellate annue, quasi triplicandola rispetto ai livelli recenti, sfruttando la domanda legata a elettrificazione, reti e transizione energetica. Questo obiettivo richiede però energia affidabile, investimenti minerari, infrastrutture di trasporto e un regime fiscale sufficientemente stabile. Le siccità hanno mostrato la vulnerabilità di un sistema elettrico fortemente dipendente dall’idroelettrico; per un’economia mineraria, la sicurezza energetica diventa quindi parte della politica industriale.

Lo Zambia è inoltre uno dei Paesi nei quali la competizione fra Stati Uniti, Europa e Cina per i minerali critici può produrre maggiori vantaggi negoziali. Il corridoio di Lobito, le filiere di batterie e gli investimenti cinesi nel rame offrono a Lusaka la possibilità di evitare una dipendenza monopolistica da un solo partner. Ma la concorrenza fra finanziatori crea sovranità soltanto se il governo dispone della capacità tecnica di negoziare contratti, tassare profitti e obbligare gli investimenti a produrre infrastrutture e competenze locali.

Botswana: la fine dell’eccezionalismo facile

Il Botswana è stato a lungo presentato come uno degli esempi africani più riusciti di trasformazione della rendita mineraria in stabilità istituzionale. Questa reputazione resta in larga parte meritata, ma il biennio 2024-2026 ha mostrato la vulnerabilità di un modello dipendente dai diamanti. La storica vittoria dell’opposizione nel 2024 ha portato Duma Boko alla presidenza, ponendo fine a quasi sei decenni di governo continuativo del Botswana Democratic Party. L’alternanza pacifica ha rafforzato la reputazione democratica del Paese.

Sul piano economico, però, la crisi del mercato dei diamanti è severa. Nel marzo 2026 S&P ha abbassato il rating sovrano a BBB- con outlook negativo, sottolineando che i diamanti rappresentano storicamente circa il 70% delle esportazioni e un terzo delle entrate pubbliche. La produzione Debswana è scesa fortemente rispetto al 2023, mentre diamanti sintetici, debole domanda cinese e mutamenti nei consumi internazionali hanno ridotto la rendita sulla quale si era costruito il modello botswano. S&P prevede una crescita di circa il 2,5% nel 2026 dopo contrazioni nel 2024 e 2025 (Reuters, 2026h).

Il Botswana entra quindi in una fase in cui la qualità delle istituzioni deve dimostrare di saper gestire non soltanto l’abbondanza, ma anche la scarsità. Diversificazione verso turismo ad alto valore, servizi, energia, trasformazione dei minerali e attività finanziarie non è più un obiettivo astratto; è una necessità fiscale. Il Paese può diventare un caso-test per capire se una buona governance costruita su una commodity riesce a sopravvivere al declino relativo di quella commodity.

Namibia: nuova politica e nuova geologia

La Namibia ha vissuto nel 2025 una transizione storica con l’insediamento di Netumbo Nandi-Ndaitwah, prima donna alla presidenza del Paese. La continuità della SWAPO si combina però con una geografia economica in trasformazione. La Namibia è già un importante produttore di uranio e un partner significativo della Cina nel settore minerario; contemporaneamente, le scoperte petrolifere nell’Orange Basin hanno attirato Shell, TotalEnergies, Chevron, QatarEnergy, Galp, Equinor e altri operatori.

Nell’agosto 2026 Equinor ha acquisito una quota in una licenza esplorativa operata da Chevron, segnale che l’interesse internazionale non è venuto meno nonostante l’incertezza tipica delle nuove province petrolifere. Le stime più ottimistiche prospettano per la Namibia un ruolo importante nella produzione africana entro il prossimo decennio, ma il punto strategico è ancora una volta istituzionale: evitare che il nuovo petrolio destabilizzi un’economia relativamente ben governata o generi una dipendenza prematura da entrate future (Reuters, 2026i).

La Namibia sta contemporaneamente cercando di posizionarsi nell’idrogeno verde e nelle catene dell’energia rinnovabile. Petrolio e decarbonizzazione possono sembrare contraddittori, ma per Windhoek rappresentano due forme di monetizzazione della geografia: risorse offshore e abbondante potenziale solare ed eolico. La sfida sarà evitare di finanziare grandi progetti di esportazione senza creare contemporaneamente capacità industriale e accesso energetico interno.

Zimbabwe: stabilizzazione monetaria incompleta

Lo Zimbabwe resta il caso economicamente più fragile fra le grandi economie della regione. Dopo anni di iperinflazione, dollarizzazione e ripetute ridenominazioni monetarie, nel 2024 il governo ha introdotto lo Zimbabwe Gold (ZiG), sostenuto da riserve e oro. Nel febbraio 2026 l’inflazione annua misurata in valuta locale era scesa al 3,8% e la banca centrale manteneva il tasso di riferimento al 35%, sostenendo che la stabilizzazione stava guadagnando credibilità (Reuters, 2026j).

Questi numeri richiedono tuttavia cautela. L’economia resta fortemente duale, il dollaro statunitense continua a svolgere un ruolo centrale nelle transazioni e la fiducia nella valuta nazionale è il risultato di una storia di ripetute rotture. Il problema non è soltanto mantenere bassa l’inflazione per alcuni trimestri, ma creare un regime monetario credibile abbastanza a lungo da permettere contratti, credito e investimenti in valuta locale.

Sul piano politico, la continuità di Emmerson Mnangagwa e della ZANU-PF mantiene il Paese relativamente prevedibile ma non risolve le questioni di governance, diritti e rapporti con l’Occidente. La Cina rimane un partner importante nelle miniere e nelle infrastrutture, mentre litio, oro e platino accrescono l’interesse esterno. Anche qui, la transizione energetica globale può dare ossigeno a un’economia fragile senza necessariamente modificarne le istituzioni.

Angola e corridoi: dalla rendita petrolifera alla logistica

L’Angola rimane uno dei maggiori produttori petroliferi africani, ma la strategia del presidente João Lourenço ha cercato di ridurre la dipendenza esclusiva dagli idrocarburi e di riequilibrare relazioni esterne un tempo dominate dal credito cinese. Il Corridoio di Lobito è il simbolo di questa fase. Collegando il porto atlantico angolano alle regioni minerarie dello Zambia e della Repubblica Democratica del Congo, il progetto interessa Stati Uniti, Unione Europea, istituzioni finanziarie e imprese private perché offre una rotta alternativa per rame e cobalto.

Lobito mostra come la geopolitica dei minerali si stia spostando dalla proprietà delle miniere alla proprietà delle reti. Chi controlla o finanzia ferrovie, porti, elettricità e sistemi doganali influenza il costo con cui una risorsa raggiunge il mercato. Per l’Angola ciò significa la possibilità di trasformarsi da semplice esportatore di petrolio a hub logistico regionale. Ma il successo dipenderà dalla capacità di rendere il corridoio economicamente conveniente anche per attività non minerarie, altrimenti rischia di diventare un’infrastruttura estrattiva sofisticata senza vera integrazione produttiva.

La SADC dopo le missioni: più integrazione, meno expeditionary security?

Anche la SADC ha attraversato una fase di ripensamento. La missione in Mozambico si è chiusa nel luglio 2024. La missione SAMIDRC, dispiegata nel Congo orientale dal dicembre 2023, è stata a sua volta terminata nel 2025, con ritiro avviato nell’aprile dello stesso anno dopo l’aggravarsi della guerra e le perdite subite. In pochi mesi, l’organizzazione ha quindi ridotto due impegni militari esterni, mentre il peso della diplomazia e degli strumenti politici è tornato a crescere (SADC, 2024b; SADC, 2025a).

Questo non significa che la SADC abbia abbandonato la sicurezza collettiva. Significa piuttosto che le missioni expeditionary hanno mostrato limiti finanziari, logistici e politici. Il contrasto con il Ruanda è interessante: Kigali può proiettare una forza relativamente concentrata e integrata, mentre un’organizzazione multilaterale deve coordinare contingenti nazionali, regole di ingaggio e bilanci differenti. Per crisi ad alta intensità, il costo di transazione della sicurezza multilaterale africana può diventare molto elevato.

Sul fronte economico, invece, l’integrazione ha compiuto passi meno spettacolari ma potenzialmente più duraturi. Nel luglio 2024 è entrata in vigore la Tripartite Free Trade Area fra COMESA, EAC e SADC, creando formalmente un mercato di 26 Paesi, circa 700 milioni di persone e un PIL complessivo nell’ordine di un trilione di dollari. Insieme all’AfCFTA, questo strumento può ridurre la frammentazione dei mercati che impedisce alle imprese africane di raggiungere scala (SADC, 2024c).

Minerali critici e nuova competizione industriale

L’Africa australe è probabilmente la regione africana in cui la competizione sui minerali critici può produrre gli effetti industriali più importanti. Rame, cobalto, litio, manganese, grafite, platino e terre rare sono distribuiti lungo assi che attraversano Zambia, RDC, Zimbabwe, Sudafrica, Mozambico, Angola e Namibia. Cina, Stati Uniti, Unione Europea, India, Giappone e monarchie del Golfo hanno motivi differenti per assicurarsi accesso a queste risorse.

La competizione esterna può aumentare il potere negoziale africano, ma soltanto se gli Stati evitano di competere fra loro offrendo condizioni sempre più favorevoli agli investitori. Una politica regionale coordinata su royalties, local content, energia e infrastrutture sarebbe molto più efficace di una sequenza di accordi bilaterali. La vera posta in gioco non è impedire l’esportazione di minerali — spesso necessaria per finanziare lo sviluppo — ma spostare progressivamente la quota di valore aggiunto catturata localmente.

La filiera delle batterie è il caso più evidente. Estrarre rame, cobalto e litio senza raffinarli o trasformarli produce entrate ma lascia la maggior parte del valore industriale altrove. Costruire raffinazione, precursori, componenti e assemblaggio richiede invece energia stabile, capitale umano, norme comuni e mercati abbastanza grandi. È qui che integrazione SADC, Tripartite FTA e AfCFTA possono incontrare la politica mineraria.

Prospettive

L’Africa australe entra nella seconda metà degli anni Venti con un vantaggio relativo: istituzioni regionali funzionanti, assenza di guerre interstatali diffuse, infrastrutture mediamente migliori rispetto a molte altre regioni africane e un patrimonio minerario che il mondo considera sempre più strategico. Ma questi vantaggi non garantiscono crescita. Sudafrica e Botswana mostrano che anche Stati relativamente ben amministrati possono essere bloccati da bassa produttività o dipendenza da una commodity; Zimbabwe dimostra quanto a lungo possa durare la distruzione della fiducia monetaria; Mozambico ricorda che una periferia esclusa può trasformare un giacimento mondiale di gas in un rischio di sicurezza.

La direzione del Sudafrica resta decisiva. Se il Government of National Unity riuscirà a trasformare competizione politica in riforma delle infrastrutture e aumento degli investimenti, Pretoria potrà tornare a essere una locomotiva regionale. Se invece il sistema di coalizione produrrà veto e paralisi, altri poli — Zambia, Angola, Botswana, Namibia — acquisteranno peso relativo senza poter sostituire completamente l’economia sudafricana.

Il secondo indicatore sarà la capacità di convertire il boom dei minerali critici in industrializzazione. La regione ha una finestra storica favorevole: il mondo vuole diversificare le catene di approvvigionamento dalla Cina e le tecnologie energetiche richiedono materiali di cui l’Africa australe è ricca. Se gli Stati utilizzeranno questa domanda per finanziare energia, logistica e capitale umano, potranno cambiare posizione nelle catene globali del valore. Se si limiteranno a esportare minerale grezzo, la nuova corsa alle risorse riprodurrà strutture economiche molto antiche con tecnologie nuove.

Il terzo indicatore sarà la sicurezza. La chiusura di SAMIM e SAMIDRC non elimina le minacce; segnala che la regione deve trovare modelli meno costosi e più sostenibili di gestione delle crisi. Intelligence, polizia di frontiera, finanza contro i traffici, amministrazione delle periferie e accordi politici possono essere meno visibili di una missione militare, ma nel lungo periodo determinano se un conflitto resta locale o diventa regionale.

L’Africa australe, in definitiva, dispone forse della migliore combinazione continentale di risorse, istituzioni e accesso ai mercati per trasformare la transizione energetica globale in un salto di sviluppo. Il problema non è la mancanza di opportunità. È la capacità di trasformare opportunità geologiche in potere economico, e potere economico in sovranità politica. In questo senso la regione costituisce il complemento analitico del Sahel: nel Sahel la fragilità statuale riduce il valore economico delle risorse; nell’Africa australe la questione è se Stati più solidi sapranno catturarne una quota maggiore.

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