a puntate
Prefazione
La posta in gioco e la necessità di uno sguardo strategico sull’Africa
Nel tempo lungo della storia, l’Africa è stata al tempo stesso un’origine e un margine. Culla dell’umanità, ma periferia degli imperi. Crocevia antico di commerci e civiltà, ma ridotta a teatro passivo dalla modernità coloniale. Ogni tentativo di ridurla a una “regione” geopolitica è destinato a fallire: l’Africa non è un continente come gli altri. È una somma di mondi, un mosaico di lingue, fedi, tensioni, visioni. Eppure, il XXI secolo la chiama a un nuovo ruolo, che non è più solo oggetto della storia altrui, ma potenziale soggetto della propria traiettoria.
Questo trattato nasce dalla convinzione che l’Africa sia oggi il campo decisivo della competizione strategica globale, e che lo sarà in misura crescente. Chi ne ignora la centralità lo fa a proprio rischio. Non è un caso se le grandi potenze – gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, la Turchia, l’India, l’Unione Europea – vi investono risorse, costruiscono basi, finanziano università, colonizzano i media, cooptano le élite e militarizzano le periferie. La presenza si è fatta invasiva, silenziosa o brutale, ma sempre strategica. Dove non si arriva con i carri armati, si entra con la fede, con le infrastrutture, con i prestiti, con la narrativa.
Nel corso delle nostre lezioni di geopolitica, abbiamo analizzato la Cina, l’Indo-Pacifico, la guerra economica, le strategie della deterrenza, il peso della demografia, la crisi del modello occidentale. Ma è qui – in Africa – che tutte queste linee di forza convergono. E lo fanno con una posta in gioco più alta di quanto si voglia ammettere: la riformulazione stessa del potere nel mondo multipolare.
Africa come laboratorio? Sì, ma non solo: Africa come bilanciere del futuro.
Perché è qui che si decidono le rotte dell’energia e delle terre rare, i flussi delle migrazioni e delle ideologie, le connessioni tra la civiltà islamica e quella cristiana, le tensioni tra Stato e clan, tra potenza e debolezza. È qui che l’Islam si reinventa come ideologia rivoluzionaria, come un “nuovo comunismo” per i diseredati e i senza patria. Ed è qui che il cristianesimo si radica come forza comunitaria e identitaria, ma spesso strumentalizzato dalle potenze esterne per mantenere equilibri di comodo.
La geopolitica dell’Africa non è solo geografia. È anche cultura, religione, economia, antropologia, diritto. E soprattutto, è lotta per l’influenza: su ciò che gli africani sono, su ciò che credono di poter diventare, e su ciò che il mondo desidera che diventino. Lungo queste faglie si dispiega il conflitto contemporaneo – un conflitto che non sempre si combatte con le armi, ma quasi sempre con la disinformazione, l’intervento umanitario, la cooperazione, l’accesso alle materie prime, la pressione sul debito, l’ingerenza elettorale.
Scrivere oggi un trattato di geopolitica africana non è quindi un esercizio accademico, ma una necessità strategica. Lo è per i leader, per i diplomatici, per gli economisti, per i militari. Lo è per chi voglia comprendere le traiettorie del mondo che viene, in cui la linearità storica è saltata, e l’Occidente non è più il centro ordinatore. La sfida africana è la sfida della complessità stessa: frammentata, irriducibile a categorie ideologiche facili, segnata da doppi giochi, da silenzi e da esplosioni improvvise.
Questa lezione – che si sviluppa in vari capitoli, ciascuno con un proprio approfondimento tematico – mira a dare voce a questa complessità, evitando i due estremi che ne hanno segnato la narrazione per decenni: la retorica pietista dello “sviluppo mancato” e l’arroganza neocoloniale della “civilizzazione esterna”. Né vittimismo né cinismo: piuttosto, lettura strategica. Con uno sguardo attento al fattore religioso, alle logiche di potere, alle manipolazioni geopolitiche e agli spazi di resistenza. Perché in Africa, oggi, non tutto è sottomesso. Non tutto è perduto. Non tutto è scritto.
Chiunque voglia esercitare influenza nel mondo di domani – in qualunque forma: politica, economica, spirituale – dovrà conoscere l’Africa. E dovrà imparare a farlo non da turista, non da predatore, ma da stratega. Questo testo vuole essere una guida per quell’apprendimento.
Introduzione
L’Africa contemporanea è una realtà multiforme e in rapida evoluzione, lontana dagli stereotipi di periferia passiva del sistema internazionale. Nel 2024 la popolazione del continente ha superato 1,5 miliardi di persone; secondo le più recenti proiezioni delle Nazioni Unite, potrebbe avvicinarsi a 2,5 miliardi entro il 2050, quando circa il 28% della popolazione mondiale vivrà in Africa. La dinamica è ancora più rilevante se osservata dal lato del lavoro: la World Bank stima che oltre 620 milioni di persone entreranno nella forza lavoro africana entro il 2050. Questa combinazione di crescita demografica, urbanizzazione e struttura per età estremamente giovane configura l’Africa come il principale serbatoio di nuovo lavoro, nuovi consumatori e nuove domande infrastrutturali del XXI secolo. Ma il dividendo demografico non è automatico: senza crescita della produttività, istruzione, energia, trasporti e capacità di assorbimento del mercato del lavoro, la stessa pressione demografica può tradursi in disoccupazione, informalità, migrazione e instabilità politica (United Nations DESA, 2024; World Bank, 2026).
Dal punto di vista economico, l’Africa ha mostrato una resilienza superiore a quanto suggerirebbe la sequenza di shock esterni. L’African Development Bank stima una crescita reale media del continente del 4,4% nel 2025 e del 4,2% nel 2026, con 22 economie sopra il 5% nel 2025; per l’Africa subsahariana il FMI stima il 4,5% nel 2025 e il 4,3% nel 2026. La crescita, tuttavia, resta molto eterogenea e insufficiente, in molti Paesi, a trasformare rapidamente il reddito pro capite e l’occupazione. L’African Continental Free Trade Area (AfCFTA) rimane la più importante scommessa di emancipazione economica: l’UNECA stima che la piena attuazione dell’accordo, inclusa la riduzione delle barriere non tariffarie, potrebbe aumentare il commercio intra-africano di circa il 45% entro il 2045, pari a quasi 276 miliardi di dollari aggiuntivi. Nel 2026 oltre cinquanta Paesi hanno predisposto strategie nazionali di implementazione, ma il passaggio dalla ratifica al commercio effettivamente preferenziale resta disomogeneo. Il senso strategico del progetto è chiaro: spostare il continente da un modello di esportazione di materie prime e importazione di manufatti a uno fondato su catene regionali del valore, trasformazione locale, mercato comune e investimenti produttivi (African Development Bank, 2026; IMF, 2026; UNECA, 2026).
Al tempo stesso, però, permangono gravi sfide socio-economiche: la povertà estrema e la disoccupazione giovanile restano diffuse in molte aree, le infrastrutture sono insufficienti e i sistemi educativi e sanitari faticano a stare al passo con la crescita demografica. A queste fragilità se ne è aggiunta una particolarmente importante: il prezzo del capitale. La World Bank rileva che nell’Africa subsahariana il rapporto fra servizio del debito pubblico estero ed entrate pubbliche è raddoppiato, dal 9% del 2017 al 18% del 2025, mentre gli investimenti pubblici in capitale restano circa il 20% sotto il livello del 2014. ONE Data, elaborando gli International Debt Statistics della World Bank, stima inoltre che il tasso medio sui nuovi impegni di debito estero pubblico africano sia passato da circa il 2,7% nel 2020 al 5,1% nel 2024. Non è soltanto più debito: è debito più costoso. Ciò riduce lo spazio fiscale proprio quando sarebbero necessari investimenti massicci in energia, trasporti, acqua, istruzione, sanità e adattamento climatico. Il cambiamento climatico, intanto, colpisce duramente il continente attraverso desertificazione nel Sahel, siccità nel Corno d’Africa e alluvioni sempre più distruttive, aggravando sicurezza alimentare, migrazioni interne e conflitti per le risorse (World Bank, 2026; ONE Data, 2026).
Questa evoluzione impone una correzione analitica importante. Il debito non va letto soltanto come quantità, ma come prezzo dell’accesso alla sovranità economica. Se il costo marginale del capitale sale più rapidamente della produttività degli investimenti, anche un rapporto debito/PIL apparentemente stabile può nascondere una perdita di autonomia: più entrate vengono assorbite dal servizio del debito e meno risorse restano per la costruzione dello Stato. Nei capitoli successivi questo nesso tornerà in forme diverse — Sahel, infrastrutture, minerali critici, Cina, istituzioni multilaterali — perché la finanza è diventata uno dei principali canali attraverso cui la competizione geopolitica entra nei bilanci africani.
Dal punto di vista politico e di sicurezza, il panorama africano rimane eterogeneo e turbolento. La sequenza di colpi di Stato iniziata nel 2020 non si è trasformata in una normalizzazione democratica: Mali, Burkina Faso e Niger hanno consolidato regimi militari e, dopo la loro uscita formale dall’ECOWAS, hanno rafforzato l’Alliance des États du Sahel (AES) come piattaforma politica e di sicurezza autonoma. Nel marzo 2026 l’ECOWAS ha nominato l’ex primo ministro guineano Lansana Kouyaté capo negoziatore per gestire i rapporti con i tre Paesi ormai usciti dall’organizzazione, segno che la frattura non è più un episodio temporaneo ma un nuovo dato istituzionale dell’Africa occidentale. Altrove, le transizioni elettorali restano disomogenee: alcuni sistemi hanno mostrato capacità di alternanza, altri hanno consolidato leadership presidenziali o autoritarie. Il problema centrale non è quindi una semplice dicotomia tra democrazie e giunte, ma la capacità effettiva delle istituzioni di produrre sicurezza, crescita e legittimità in società giovani e politicamente più esigenti (ECOWAS, 2026).
Il malcontento popolare, in particolare tra i giovani, rappresenta un fattore d’instabilità ma anche un potenziale motore di cambiamento. Proteste giovanili e movimenti sociali sono esplosi in varie parti del continente, dalla Nigeria al Sudan, dal Senegal al Sudafrica, spesso in risposta a corruzione, disoccupazione e repressione. L’“effervescenza” della società civile africana indica che le nuove generazioni non sono disposte ad accettare lo status quo senza esprimere le proprie rivendicazioni. Il rischio è che, laddove i canali democratici siano bloccati, la frustrazione popolare possa sfociare in conflitto aperto o favorire colpi di mano militari “salvifici”, alimentando un circolo vizioso. La stabilità in Africa dunque dipenderà in buona parte dalla capacità delle élite di governare in modo inclusivo, rispondendo alle esigenze della popolazione e coinvolgendo i giovani nella sfera economica e politica. In caso contrario, la miscela di aspettative tradite e governance debole potrebbe continuare a sfociare in crisi ricorrenti.
Un’altra dimensione cruciale è quella della sicurezza e dei conflitti armati. L’espansione dei gruppi jihadisti non si è arrestata: secondo l’Africa Center for Strategic Studies, nei dodici mesi terminati a metà 2026 le vittime collegate alla violenza di gruppi islamisti militanti hanno raggiunto 23.872, mantenendosi sopra quota 20.000 per il quarto anno consecutivo. Il Sahel rappresenta da solo il 42% del totale, seguito dalla Somalia e dal bacino del Lago Ciad con circa il 28% ciascuno; il 94% delle vittime si concentra in cinque Paesi: Somalia, Nigeria, Burkina Faso, Mali e Niger. Il dato è particolarmente rilevante perché mostra che la militarizzazione della risposta, l’avvicendamento dei partner esterni e i cambi di regime non hanno prodotto, finora, una riduzione strutturale della minaccia. Anzi, l’uso crescente di droni e attacchi a distanza da parte di eserciti e gruppi armati ha modificato la geografia e la tecnologia del conflitto (Africa Center for Strategic Studies, 2026).
Parallelamente al jihadismo, permangono conflitti interni di natura politica, etno-regionale e interstatuale. La guerra del Tigray in Etiopia si è formalmente conclusa con l’accordo di Pretoria del novembre 2022, ma le tensioni in Amhara e Oromia e la competizione interna restano fattori di vulnerabilità. Nella Repubblica Democratica del Congo orientale, l’offensiva dell’AFC/M23 ha invece mutato profondamente il quadro: nel 2025 il movimento ha conquistato ampie porzioni del Nord e Sud Kivu, comprese Goma e Bukavu, e nel 2026 l’implementazione degli accordi di Washington e del processo di Doha rimane incompleta. MONUSCO, che in precedenza sembrava destinata a un rapido ritiro, è ancora coinvolta nell’architettura di monitoraggio del cessate il fuoco. In Sudan, la guerra iniziata nell’aprile 2023 tra SAF e RSF è entrata nel quarto anno e ha prodotto una frammentazione territoriale di fatto, una crisi umanitaria di dimensioni eccezionali e nuovi equilibri di potere fra Darfur, Kordofan, Khartoum e l’est del Paese. La costruzione dello Stato e dell’identità nazionale non può dunque essere data per scontata: in più teatri africani, sovranità giuridica e controllo territoriale divergono sempre più nettamente.
L’Africa è oggi più che mai un continente al centro di giochi geopolitici complessi e interconnessi, dove sfide locali e dinamiche globali si intrecciano in modi inediti. La sua posizione – crocevia tra l’Atlantico, l’Oceano Indiano e il Mediterraneo – la rende strategicamente rilevante per rotte marittime e terrestri vitali, mentre la ricchezza di risorse naturali ne fa terreno conteso fra potenze esterne in cerca di energia e materie prime. Nel contempo, le società africane mostrano crescenti segnali di protagonismo e autonomia, rivendicando un ruolo attivo nel plasmare il proprio destino geopolitico. In questa lezione esploreremo con tono narrativo-colto e approccio strategico-analitico le principali direttrici geopolitiche del continente africano, offrendo una panoramica approfondita dei suoi snodi regionali critici, del ruolo degli attori esterni e delle reazioni africane alle influenze straniere.
Muoveremo attraverso le regioni del Sahel, del Corno d’Africa, del Golfo di Guinea, dei Grandi Laghi, del Maghreb e dell’Africa Australe, per cogliere le specificità di ciascun contesto e le tensioni che lo attraversano. Vedremo come potenze globali ed emergenti – Cina, Russia, Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Emirati Arabi Uniti e India – agiscono sul suolo africano tramite investimenti, basi militari, mercenari, diplomazia delle infrastrutture e narrative ideologiche. Analizzeremo le risposte africane, da un lato il crescente distacco da forme di dipendenza unilaterale (emblematico il caso della cautela della Tanzania verso Pechino negli ultimi anni) e dall’altro nuove forme di cooperazione panafricana. Un filo conduttore sarà la riflessione sulle “nuove colonizzazioni” economiche e militari – dal land grabbing ai mercenari del gruppo Wagner, dallo sfruttamento estrattivo alla diplomazia del debito – e su come queste rinnovino vecchi schemi di dominio.
Un’attenzione particolare verrà dedicata al fattore religioso come elemento strategico: la contrapposizione e talora coesistenza tra cristianesimo e islam, e il ruolo di un islam politico radicale percepito in certe aree (specie nel Sahel) come “nuovo comunismo rivoluzionario”, capace di mobilitare istanze di protesta e riscatto contro lo status quo. Infine, affronteremo le narrative identitarie panafricane e della diaspora, con un cenno al ruolo delle organizzazioni continentali e regionali (Unione Africana, ECOWAS, SADC, EAC) nel forgiare risposte collettive. Risorse strategiche – terre rare, minerali critici, cobalto, uranio, acqua – e rotte commerciali saranno analizzate sia come opportunità di sviluppo sia come fattori di rischio che attraggono appetiti esterni e innescano conflitti.
Il nostro obiettivo è offrire una trattazione estesa e approfondita, all’altezza di un pubblico di diplomatici, funzionari, economisti e ufficiali, collegando fatti aggiornati fino all’agosto 2026 a una visione strategica di lungo periodo. Adotteremo uno stile discorsivo e narrativo, alternando il racconto degli eventi a momenti di analisi critica, in linea con il tono colto delle lezioni precedenti. L’aggiornamento dei dati non è qui un esercizio cosmetico: quando cambiano il costo del capitale, le alleanze militari, il controllo territoriale, le rotte energetiche o l’architettura delle organizzazioni regionali, cambia anche la distribuzione concreta del potere.
