Geopolitica dell’Africa – Il sangue dell’Africa

Quattro modi di entrare in Africa: potere, predazione e geometria del tempo

Premessa. Cinque scene africane

Libreville, febbraio 1964. Un gruppo relativamente ristretto di ufficiali gabonesi depone il presidente Léon M’ba, ma il nuovo potere dura appena il tempo necessario alla Francia per decidere che quell’esito non è accettabile: truppe francesi vengono fatte affluire da Brazzaville e Dakar e M’ba viene rimesso al suo posto. L’intervento non avviene in un vuoto giuridico, poiché l’accordo di difesa firmato il 17 agosto 1960 consentiva formalmente al Gabon di chiedere assistenza francese anche per la sicurezza interna; ciò che interessa, tuttavia, non è tanto discutere la legittimità formale dell’operazione quanto osservare la sostanza del rapporto di forza che essa rende evidente. Meno di quattro anni dopo l’indipendenza, la Repubblica è giuridicamente gabonese, ma la possibilità concreta che il suo presidente resti o meno al potere continua a dipendere, in circostanze estreme, dalla disponibilità di una forza militare appartenente all’ex potenza coloniale. Quando Le Monde scrive, il 20 febbraio 1964, che le truppe francesi sono intervenute per “rétablir le gouvernement” di M’ba, non offre una interpretazione postcoloniale elaborata sessant’anni dopo: descrive semplicemente ciò che sta accadendo (Le Monde, 1964a; 1964b).

Qualche anno più tardi, quasi cinquemila chilometri più a est, Julius Nyerere e Kenneth Kaunda si trovano davanti a un problema che può sembrare prevalentemente logistico, ma che in realtà tocca il cuore stesso della sovranità africana. Lo Zambia, privo di accesso al mare e fortemente dipendente dal rame, deve riuscire a esportare la propria principale fonte di valuta senza essere costretto a passare attraverso la Rhodesia di Ian Smith e, più in generale, attraverso un sistema di trasporti ancora dominato dall’Africa australe bianca. Tanzania e Zambia propongono allora una ferrovia di 1.860 chilometri verso Dar es Salaam. Due studi sostenuti dalla Banca Mondiale e dalle Nazioni Unite ne mettono in dubbio la convenienza economica; Regno Unito, Stati Uniti, Giappone, Canada, Francia, Germania occidentale e persino Unione Sovietica non vogliono finanziarla. La Cina, che alla fine degli anni Sessanta dispone di risorse incomparabilmente inferiori a quelle dell’Occidente industriale, decide invece che il progetto merita di essere realizzato e nel luglio 1970 mette a disposizione un prestito senza interessi di 988 milioni di yuan, rimborsabile in trent’anni. Le dimensioni dell’impresa sono gigantesche rispetto alla capacità economica cinese dell’epoca: quasi 89 milioni di metri cubi di terra e roccia movimentati, 320 ponti, 22 tunnel e 2.225 opere di attraversamento, con circa 38.000 lavoratori tanzaniani e zambiani e 13.500 tecnici e operai cinesi impiegati al culmine dei lavori; oltre 160 persone moriranno durante la costruzione, fra cui 64 cinesi. La linea sarà completata nel 1975 e formalmente consegnata nel luglio 1976, con circa due anni di anticipo sul programma previsto (TAZARA, 2026; World Bank, 2022).

I due episodi appartengono alla stessa Africa postcoloniale ma descrivono già due tecnologie del potere quasi opposte. Parigi utilizza un capitale accumulato nel passato, costituito da accordi militari, basi, conoscenza degli apparati, relazioni personali con le presidenze e continuità istituzionale; Pechino, al contrario, comincia ad accumulare capitale per il futuro, accettando di costruire un’infrastruttura il cui rendimento finanziario immediato era abbastanza incerto da scoraggiare quasi tutti gli altri finanziatori, ma il cui rendimento politico, logistico e simbolico avrebbe potuto continuare a maturare per decenni. La Francia del 1964 difende dunque una rendita storica; la Cina degli anni Sessanta decide di iniziare a costruirne una. Questa differenza non riguarda soltanto gli strumenti utilizzati, ma l’orizzonte temporale entro il quale ciascuna potenza attribuisce valore all’investimento.

Il Congo offre un terzo modello. Il 30 giugno 1960 il Paese ottiene l’indipendenza dal Belgio e, nel giro di poche settimane, precipita in una crisi nella quale secessioni territoriali, interessi minerari, debolezza istituzionale e competizione fra le superpotenze diventano praticamente inseparabili. Patrice Lumumba viene rapidamente percepito a Washington non semplicemente come un dirigente africano difficile, ma come un rischio strategico nella struttura della Guerra fredda. La documentazione statunitense successivamente declassificata rende inutile qualsiasi rappresentazione consolatoria: nell’agosto 1960 gli Stati Uniti avviano un programma politico clandestino che si protrarrà, in forme differenti, per quasi sette anni e che nella sua fase iniziale mira espressamente a rimuovere Lumumba e a sostituirlo con una leadership considerata più favorevole all’Occidente; parallelamente vengono studiate anche possibilità per eliminarlo fisicamente. Gli Stati Uniti non saranno gli esecutori materiali dell’assassinio del 17 gennaio 1961, ma una successiva valutazione interna della CIA attribuirà al programma clandestino un “major credit” nella caduta del governo Lumumba e nell’affermazione di Mobutu (U.S. Department of State, 1960–1968). Il caso congolese introduce così una terza modalità d’intervento: non costruire necessariamente una rendita infrastrutturale né limitarsi a difendere una rete coloniale preesistente, ma utilizzare intelligence, risorse finanziarie, alleanze locali e capacità clandestine per modificare l’equilibrio politico prima che esso diventi irreversibile.

Zanzibar, infine, consente di osservare una tecnologia meno spettacolare ma forse più durevole. Dopo la rivoluzione del 12 gennaio 1964, ed il massacro di arabi, indiani, occidentali che non erano riusciti a scappare (meravigliosamente ritratto nel documentario “Africa Addio”) il nuovo potere possiede immediatamente ministeri, polizia, proprietà da amministrare, imprese pubbliche e una macchina statale da riorganizzare, ma non può possedere con la stessa immediatezza gli uomini necessari a farla funzionare. È il problema strutturale di ogni rivoluzione: un palazzo ministeriale può essere occupato in una notte, mentre occorrono anni per formare un ingegnere, un medico, un economista, un funzionario della pianificazione o un ufficiale. URSS, Germania orientale e Cina entrano precisamente in questo intervallo fra conquista del potere e produzione delle competenze. Nel 1966, secondo la ricostruzione di Eric Burton, 123 studenti zanzibarini si trovavano nella sola Germania orientale, mentre altri studi documentano la presenza contemporanea di studenti e quadri in formazione nell’Unione Sovietica e in Cina. Dar es Salaam diventa intanto una delle capitali mondiali della decolonizzazione militante: ANC, FRELIMO, ZAPU, SWAPO e altri movimenti vi mantengono strutture e contatti, mentre uomini e quadri transitano dalla Tanzania verso Mosca, Pechino, Praga e altri centri di formazione per poi rientrare nella rete africana delle lotte di liberazione (Burton, 2019; 2020).

Nel caso di Zanzibar questa storia non appartiene soltanto agli archivi. Avendo vissuto sull’isola e avendo conosciuto personalmente protagonisti della generazione rivoluzionaria, loro figli e nipoti, nonché dirigenti dell’amministrazione, ho potuto osservare una successione biografica che non pretende naturalmente di sostituire una prosopografia statistica, ma che appare abbastanza ricorrente da meritare attenzione: nella generazione che costruì lo Stato post-rivoluzionario erano frequenti le esperienze formative nell’URSS o negli altri Paesi della Cortina di ferro, mentre fra figli e nipoti il Regno Unito tornava con notevole frequenza come destinazione universitaria. Nel giro di due generazioni, la stessa famiglia poteva così contenere Mosca e Londra, la scuola socialista della costruzione dello Stato e quella britannica dell’integrazione nell’economia globalizzata. Più che una curiosità biografica, è una stratigrafia geopolitica: le influenze non si sostituiscono necessariamente l’una all’altra, ma si depositano nelle biografie e continuano a coesistere molto dopo che è cambiato il sistema internazionale.

Un’ultima scena permette di chiudere il quadro iniziale. Nell’agosto 2024 gli Stati Uniti completano l’evacuazione della Air Base 201 di Agadez, in Niger, una struttura per droni e intelligence costata circa 100 milioni di dollari e costruita per sostenere per molti anni il dispositivo americano di contrasto alle organizzazioni jihadiste nel Sahel. È bastato però il golpe del luglio 2023, seguito dal mutamento dell’orientamento strategico della nuova leadership nigerina, perché quell’investimento divenisse politicamente non più utilizzabile. Il 5 agosto 2024 Washington completa il ritiro dalla base; quattro mesi prima erano già arrivati in Niger istruttori militari russi (Reuters, 2024). Una infrastruttura da cento milioni di dollari, anni di cooperazione militare e un sofisticato sistema di intelligence possono dunque perdere quasi interamente il proprio valore politico nel tempo che intercorre fra un colpo di Stato e una decisione del governo che ne emerge.

Accostati, questi episodi suggeriscono che il potere internazionale non debba essere misurato soltanto in termini quantitativi. È anche una durata, e soprattutto la capacità di organizzare una parte del futuro dell’altro all’interno delle proprie infrastrutture, dei propri crediti, delle proprie garanzie, dei propri apparati militari, delle proprie università e dei propri mercati. Cina, Russia, Stati Uniti ed Europa differiscono per le risorse di cui dispongono, ma ancora di più per il modo in cui attribuiscono valore al tempo: la Cina può incorporare il rendimento strategico di un investimento lungo decenni; la Russia contemporanea, quando lega il proprio intervento alla sopravvivenza di una fazione o di una giunta, dispone spesso di una finestra molto più breve; gli Stati Uniti possono costruire istituzioni di durata generazionale e, nello stesso tempo, modificare con estrema rapidità la priorità politica attribuita a un Paese; l’Europa dispone invece di una profondità temporale peculiare, perché in numerosi casi le strutture che ancora facilitano la sua presenza precedono gli stessi Stati africani indipendenti. Il tempo, in altri termini, non costituisce semplicemente il contenitore entro cui il potere viene esercitato: ne modifica il rendimento, ne determina il significato e, quando una relazione dura abbastanza a lungo, può trasformarsi esso stesso in una forma di potere.

  1. Tempo, violenza, beni e costo dell’uscita

L’economia distingue naturalmente un euro disponibile oggi da un euro disponibile fra dieci anni, perché il valore del futuro dipende dal tasso con cui viene scontato; una logica analoga può essere utilizzata per interpretare il comportamento politico delle potenze e, soprattutto, quello dei loro interlocutori africani. Un governo sufficientemente stabile da immaginare di essere ancora al potere fra quindici o vent’anni può attribuire grande valore a una ferrovia, a una diga o a una rete energetica i cui benefici maggiori matureranno lentamente. Un regime che ritiene invece plausibile un golpe, una rivolta o una sconfitta militare entro pochi mesi applica implicitamente un tasso di sconto molto più alto: cento uomini armati disponibili oggi possono valere più di una ferrovia pronta nel 2035, non perché la ferrovia abbia minore utilità economica, ma perché il futuro nel quale dovrebbe produrla potrebbe non appartenere più a chi prende la decisione.

La violenza modifica pertanto il prezzo del tempo. È precisamente questa caratteristica a spiegare perché il modello russo contemporaneo possa risultare competitivo in sistemi nei quali Mosca non dispone né del capitale cinese né dell’attrattività commerciale europea o statunitense: vende un bene, la sopravvivenza politica e securitaria del cliente, il cui valore marginale cresce vertiginosamente quando l’orizzonte di quel cliente si accorcia. La Cina opera più spesso attraverso il meccanismo opposto. Una ferrovia, un porto, una diga, una rete di telecomunicazioni, una linea di credito o una catena di fornitura possono diventare più politicamente importanti con il trascorrere degli anni, man mano che imprese e amministrazioni si adattano agli standard tecnici, il debito viene rifinanziato, i flussi commerciali si organizzano intorno all’infrastruttura, nuovi investimenti si localizzano lungo il corridoio e sostituire il sistema esistente diventa progressivamente più oneroso.

È precisamente ciò che nel mio lavoro sulla Cina ho definito come passaggio dalla dipendenza funzionale alla dipendenza politica: una relazione nata come soluzione economica o tecnica oltrepassa una soglia quando la continuità di una funzione importante dipende in misura crescente dalla disponibilità dello stesso partner e quando lo Stato contraente deve iniziare a governare le proprie scelte tenendo conto della necessità di non compromettere quella relazione (Palombi, 2026). Il punto decisivo, di conseguenza, non è la proprietà formale dell’asset ma il costo dell’uscita. È anche per questo che la discussione occidentale sulla cosiddetta debt-trap diplomacy cinese ha spesso mancato il meccanismo più interessante: non è necessario che un creditore confischi un porto per acquisire leva politica; può essere molto più efficace che una quota crescente della logistica, del servizio del debito e delle entrate future sia stata organizzata in modo tale da rendere la rottura della relazione economicamente costosa.

La medesima dinamica appare ancora più nettamente nelle infrastrutture digitali. Una rete di telecomunicazioni non produce necessariamente una dipendenza significativa il giorno in cui viene installata; questa aumenta invece nel tempo, quando intorno alla rete si accumulano apparati, manutenzione, conoscenze tecniche, software, procedure di sicurezza, archivi di dati e investimenti complementari. Il problema non è pertanto la nazionalità del primo router, ma la progressiva crescita degli exit costs. È, ancora una volta, una delle tesi centrali del mio studio sulla Cina: il potere contemporaneo può essere misurato anche dalla quantità di autonomia altrui che viene trasformata, quasi senza coercizione visibile, in compatibilità con il proprio sistema (Palombi, 2026).

L’Europa possiede una versione molto più antica di questo vantaggio, poiché non deve convincere molte amministrazioni africane a utilizzare lingue europee, sistemi giuridici di derivazione europea, mercati finanziari occidentali o percorsi universitari verso Londra, Parigi e altre capitali: in numerosi casi si tratta di strutture lasciate dall’impero e successivamente trasformate dagli Stati indipendenti. La rendita europea è dunque, almeno in parte, una rendita di compatibilità ereditata. Gli Stati Uniti presentano invece una configurazione peculiare: le infrastrutture profonde del loro potere — dollaro, mercati dei capitali, università, tecnologia, intelligence, reti militari — possono sopravvivere per decenni, mentre un programma di assistenza, una preferenza commerciale, una missione o una priorità regionale possono cambiare in seguito a una nuova amministrazione, a una decisione del Congresso o a una modifica dell’agenda strategica. Il potere americano è così straordinariamente persistente nella struttura e, nello stesso tempo, relativamente intermittente nell’attenzione politica.

A questa dimensione temporale se ne aggiunge una seconda, quella della disponibilità materiale. Una superpotenza può essere onnipresente nei summit e quasi assente nella vita quotidiana, mentre un’altra può occupare uno spazio diplomaticamente meno appariscente e trovarsi fisicamente nelle mani di milioni di consumatori. Telefono economico, motocicletta, tessuto, pannello solare, generatore, pompa, autobus, frigorifero, attrezzo agricolo o piccolo macchinario cinese acquistano significato geopolitico non perché Pechino abbia necessariamente progettato ogni vendita come una operazione di influenza, ma perché la disponibilità produce esperienza. Per un consumatore a basso reddito, un bene che costa cinquanta invece di cento rappresenta un aumento reale del potere d’acquisto; una motocicletta economica amplia il raggio di lavoro, un pannello fotovoltaico porta elettricità dove la rete non arriva, uno smartphone modifica comunicazioni, pagamenti e accesso all’informazione. È precisamente riconoscendo il vantaggio concreto che si può comprendere il meccanismo della dipendenza: le relazioni più durevoli non sono necessariamente quelle che danneggiano subito il contraente più debole, ma spesso quelle che gli offrono un beneficio abbastanza grande da rendere costoso rinunciarvi.

Il secondo tempo della relazione può tuttavia produrre un risultato diverso dal primo. Se il bene importato erode un produttore locale incapace di competere con economie di scala, accesso al credito e capacità industriale cinesi, il guadagno immediato del consumatore può convivere con una perdita differita di capacità produttiva. Non occorre postulare alcun piano cinese per distruggere l’industria africana; è sufficiente che milioni di scelte microeconomiche perfettamente razionali producano, aggregate, un risultato macroeconomico di dipendenza. Il consumatore guadagna oggi e l’eventuale industria perduta appare domani. Ancora una volta, è il tempo a cambiare il significato della stessa transazione.

Lo stesso vale per la formazione delle élite, che rappresenta probabilmente una delle tecnologie di influenza più lente e più durevoli. Un’arma può durare dieci anni, una borsa di studio può produrre effetti politici per una vita. Il giovane che a ventidue anni viene formato in un’accademia militare, in una facoltà di ingegneria o in una scuola di amministrazione può diventare, trent’anni più tardi, ministro, generale, governatore di banca centrale, direttore generale o consigliere presidenziale. Ciò non significa che diventi un agente della potenza che lo ha formato; sarebbe una interpretazione grossolana e spesso falsa. Significa però che acquisisce un linguaggio tecnico, reti personali, riferimenti, familiarità istituzionali e spesso una maggiore facilità nell’operare dentro categorie compatibili con quel sistema. È ciò che nel mio lavoro sulla Cina ho definito “architettura della prossimità”: una presenza che, sedimentandosi attraverso persone, relazioni, routine e istituzioni, smette progressivamente di apparire esterna.

  • L’Africa non è una tavola da gioco

Un simile modello sarebbe però incompleto se trattasse gli africani come superfici passive sulle quali le grandi potenze disegnano le proprie strategie. Nyerere ricevette aiuto cinese senza trasformare la Tanzania in un satellite di Pechino; Sékou Touré utilizzò URSS, Cina e altri partner senza consegnare definitivamente la Guinea a nessuno; l’MPLA ricevette enormi quantità di armi sovietiche ma mantenne una propria agenda; Sankara cercò cooperazione con Cuba, Libia, Ghana e Paesi socialisti senza divenire un semplice proxy; mezzo secolo dopo TAZARA, John Magufuli poté dire no proprio alla Cina quando ritenne che le condizioni proposte per il porto di Bagamoyo fossero incompatibili con l’interesse tanzaniano.

Bagamoyo è particolarmente istruttivo perché impedisce di trasformare la penetrazione cinese in una teoria deterministica. Il progetto, valutato fino a circa 10 miliardi di dollari, avrebbe potuto trasformare radicalmente la costa tanzaniana; il governo Magufuli giudicò però inaccettabili diverse condizioni negoziate, fra cui una concessione richiesta di 99 anni contro i 33 anni che Dar es Salaam era disposta a concedere, esenzioni fiscali, garanzie sulle perdite e limitazioni allo sviluppo di porti concorrenti. Nel 2019 la Tanzania bloccò il progetto nei termini esistenti e riformulò la propria posizione. Il caso non dimostra che la Cina intendesse “colonizzare” la Tanzania; dimostra qualcosa di più importante, e cioè che l’esito di una strategia esterna dipende dalla qualità del contraente africano (The EastAfrican, 2019; Schindler et al., 2022).

È per questo che, in ultima analisi, una delle variabili decisive non appartiene a Pechino, Mosca, Washington o Bruxelles, ma allo Stato africano. Un’amministrazione dotata di competenze tecniche, dati affidabili, alternative finanziarie, capacità fiscale e continuità strategica può mettere in concorrenza i diversi fornitori di capitale, tecnologia e sicurezza; uno Stato sull’orlo del collasso deve invece accettare il prezzo del partner disponibile. La vulnerabilità non coincide pertanto con la scarsità assoluta di risorse, bensì con la scarsità di alternative. Uno Stato povero con molti interlocutori può disporre di più autonomia di uno Stato relativamente ricco intrappolato in una sola relazione indispensabile.

Questo principio consente anche di leggere la multipolarità contemporanea in modo meno ingenuo. Cina, Unione Europea, Stati Uniti, Russia, Turchia, Emirati, Qatar, India, Arabia Saudita, Brasile, Giappone e Corea offrono oggi agli Stati africani un ventaglio di interlocutori molto più ampio rispetto agli anni Novanta. Tale pluralità può aumentare l’autonomia, permettendo di costruire una ferrovia con un partner, acquistare armamenti da un altro, vendere minerali a un terzo e formare quadri in un quarto; può però anche limitarsi ad ampliare il numero dei compratori disponibili per una élite locale interessata principalmente alla propria rendita. La multipolarità, da sola, non produce sovranità. Può produrre semplicemente più concorrenti per la stessa concessione.

  • Europa: la potenza che c’era prima

L’Europa presenta una caratteristica che la distingue radicalmente dagli altri tre attori: non entra in uno spazio neutro, perché ha contribuito a costruirne la geografia economica e istituzionale. La Conferenza di Berlino del 1884-1885 non inventò la presenza europea in Africa, molto più antica, ma contribuì a formalizzare la corsa territoriale; nei decenni successivi, le economie coloniali organizzarono vastissime aree del continente secondo una logica che tendeva a collegare ciò che aveva valore per la metropoli con il punto dal quale quel valore poteva uscire. Miniere, piantagioni e distretti agricoli venivano collegati a ferrovie, strade e porti, mentre la costruzione di reti orizzontali fra economie africane aveva spesso importanza secondaria. Non tutte le infrastrutture coloniali divennero inutili dopo l’indipendenza, naturalmente: una ferrovia continua a trasportare merci anche quando cambia la bandiera, una scuola può creare capacità impreviste dal colonizzatore e un porto coloniale può diventare una fondamentale risorsa nazionale. Ciò non elimina però il problema dell’origine e della funzione iniziale, perché l’infrastruttura modifica la geografia entro la quale il capitale successivo troverà conveniente investire (Rodney, 1972; Cooper, 2014).

Il Kenya costituisce forse il laboratorio più chiaro. La Uganda Railway, costruita fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento da Mombasa verso l’interno, non fu semplicemente un’opera di trasporto: selezionò territori, creò nodi e contribuì a determinare quali aree sarebbero diventate economicamente centrali. La Commission on Revenue Allocation kenyota, nel rapporto State of Inequality in Kenya, definisce senza eufemismi la ferrovia una infrastruttura economica estrattiva imperiale e collega la sua presenza alle differenze fra regioni integrate nella rete e hinterland esclusi. Mombasa, Voi, Nairobi, Naivasha, Nakuru, Kericho, Eldoret, Kitale e Kisumu conservano ancora oggi una parte della centralità conferita loro da quella geografia (Commission on Revenue Allocation, 2022).

Ancora più istruttivo è osservare i luoghi nei quali il colonialismo decise di non investire. L’Outlying District Ordinance del 1902 separò i Northern Frontier Districts di Mandera, Wajir, Marsabit, Garissa e Isiolo, mentre ulteriori ordinanze del 1926 e del 1934 ampliarono o rafforzarono regimi amministrativi speciali che coinvolsero anche Tana River, Samburu, Kajiado, Lamu, Narok e Turkana. La stessa Commissione kenyota parla esplicitamente di negligenza economica e politica intenzionale: strade, sanità, scuole, acqua e integrazione nei mercati rimasero relativamente scarsi perché quelle regioni rivestivano minore interesse per la struttura agricola e strategica del colonialismo britannico (Commission on Revenue Allocation, 2022).

Ciò consente di correggere l’immagine troppo semplice secondo cui “l’Occidente investì sulla costa e lasciò povero l’interno”. Il capitale coloniale privilegiò in realtà un corridoio che partiva dal porto di Mombasa, attraversava Nairobi e raggiungeva le White Highlands e altre aree produttive, mentre sul litorale stesso si sviluppavano enclaves di grande valore — porto, turismo, proprietà fondiaria — senza che la popolazione costiera divenisse automaticamente ricca. Un porto economicamente centrale può trovarsi dentro una società povera, così come un albergo internazionale può affacciarsi su una comunità marginalizzata e una spiaggia può produrre valuta estera senza restituire al territorio una quota equivalente del valore generato. Questa dissociazione fra valore localizzato e valore appropriato è una delle chiavi delle tensioni costiere e delle rivendicazioni che hanno alimentato anche movimenti come il Mombasa Republican Council: “Pwani si Kenya” non esprimeva semplicemente il contrasto fra costa ricca e interno povero, ma la sensazione che una regione economicamente essenziale fosse socialmente e politicamente marginalizzata.

Il dato storicamente più interessante emerge quando la Cina, nel XXI secolo, costruisce la nuova Standard Gauge Railway fra Mombasa e Nairobi. Pechino non inventa un asse; reinveste nell’asse coloniale. Nel 2017 Uhuru Kenyatta inaugura il Madaraka Express richiamando simbolicamente la vecchia Lunatic Express britannica e presentando la nuova ferrovia come emancipazione dalla rete coloniale, ma la logica spaziale di fondo resta simile: connettere il porto alla capitale e all’hinterland. La potenza cambia; il corridoio sopravvive. È uno dei casi nei quali appare con maggiore nettezza che l’infrastruttura possiede una memoria più lunga dell’ideologia.

Il Kenya consente inoltre di osservare la differenza fra una narrazione semplicistica della “trappola del debito” e la realtà, più sottile, della leva finanziaria. Per anni è circolata la tesi secondo cui il porto di Mombasa sarebbe stato offerto come collateral e avrebbe potuto essere sequestrato dalla Cina in caso di insolvenza sui finanziamenti della SGR. L’analisi dei contratti non sostiene questa ricostruzione: Brautigam et al. hanno mostrato che il porto non era stato dato in garanzia nel modo raccontato dalla versione più popolare della debt-trap diplomacy (Brautigam et al., 2022). Ciò non rende tuttavia politicamente neutra la struttura finanziaria dell’opera. Per la prima fase della SGR China Eximbank concesse, fra gli altri strumenti, un buyer’s credit di circa 1,903 miliardi di dollari; i contratti prevedevano conti escrow alimentati dai ricavi del progetto e saldi minimi dedicati al servizio del debito, che durante il periodo di rimborso arrivavano fino a 250 milioni di dollari, insieme a politiche destinate a garantire traffico e redditività ferroviaria (AidData, 2026). La leva non consiste quindi necessariamente nel possedere fisicamente il porto, ma nel condizionare l’ordine attraverso il quale una parte dei flussi futuri deve essere distribuita. Il creditore, in questo senso, acquista priorità sul tempo.

  • Françafrique, moneta e violenza: la trasformazione della rendita europea

Se il Kenya rende visibile la persistenza geografica dell’Europa, la Françafrique mostra quella politico-istituzionale. Non si trattò mai di una singola organizzazione, bensì di una rete che collegava Élysée, Jacques Foccart, accordi di difesa, basi, servizi, imprese, presidenze africane, intermediari, partiti, valute e relazioni personali. L’intervento in Gabon del 1964 è quasi didattico: gli ufficiali che deposero M’ba avevano occupato il palazzo presidenziale, ma la Francia dimostrò che possedere fisicamente il palazzo non significava necessariamente controllare la struttura esterna che ne garantiva la continuità. Pochissimi Stati appena indipendenti disponevano della capacità materiale di riportare al potere in poche decine di ore un presidente deposto; Parigi sì. In questo senso, la relazione franco-africana offriva ai governi più vicini un bene non troppo diverso, nella funzione, da quello che la Russia contemporanea venderà successivamente ad alcune giunte: regime insurance. La differenza fondamentale è temporale, perché la Francia aveva costruito quella capacità in decenni di presenza coloniale e aveva potuto trasformarla in accordi postcoloniali, mentre Wagner entra generalmente dove quella rete precedente si è indebolita o spezzata. Parigi monetizzava una rendita ereditata; Mosca compra l’accesso dentro un vuoto.

La stessa continuità appare nella moneta. Il franco CFA nasce nel 1945 come franc des Colonies françaises d’Afrique e, dopo le indipendenze, viene profondamente trasformato sia nella denominazione sia nella struttura istituzionale, rendendo intellettualmente scorretto descrivere il sistema contemporaneo come se nulla fosse cambiato dalla fase coloniale. Sarebbe però altrettanto scorretto negare la continuità. Prima della riforma del 2019-2021, l’UEMOA manteneva un cambio fisso di 655,957 CFA per euro, una garanzia illimitata di convertibilità fornita dal Tesoro francese, rappresentanti francesi negli organi della BCEAO e l’obbligo di depositare il 50% delle riserve internazionali in un conto presso il Tesoro; a fine 2019 il 62% delle riserve BCEAO risultava depositato in Francia. La riforma ha eliminato quest’ultimo obbligo e la rappresentanza francese negli organi decisionali, mantenendo però il peg e la garanzia di convertibilità (IMF, 2022).

Questi dati permettono di evitare due caricature speculari. Non è corretto affermare che la Francia “rubi metà delle riserve africane”, perché non è questa la natura del meccanismo; ma è altrettanto insostenibile sostenere che la stabilità del CFA cancelli qualunque questione di sovranità monetaria. Il peg riduce la volatilità, favorisce convertibilità e, in diverse fasi, ha contribuito a mantenere l’inflazione inferiore rispetto a quella di numerosi Paesi vicini; al tempo stesso, limita la possibilità di utilizzare il cambio come strumento autonomo di aggiustamento. La relazione, quindi, può produrre stabilità e dipendenza nello stesso momento. Ed è proprio questo a renderla durevole: una dipendenza che non offrisse alcun vantaggio sarebbe infinitamente più facile da spezzare. La domanda politicamente interessante non è se il CFA sia “buono” o “cattivo”, ma perché, oltre sessant’anni dopo le indipendenze, una parte della credibilità monetaria di Stati formalmente sovrani continui a essere costruita intorno a una garanzia dell’ex potenza coloniale. Anche qui, il vantaggio francese consiste soprattutto nel non dover conquistare oggi una posizione, ma nell’evitare di perderne una costruita nel passato.

L’Europa contemporanea opera naturalmente in forme molto differenti dalla Françafrique degli anni Sessanta e Settanta. Il potere si è spostato verso mercato, standard, accesso commerciale, tracciabilità, norme ambientali, finanza, aiuti, regolazione climatica, certificazioni e politica migratoria. Il carattere predatorio, quando esiste, non richiede più un amministratore coloniale ma può essere incorporato nella posizione occupata lungo la catena del valore. Per questo i dati commerciali devono essere interpretati con rigore: nel 2024 l’Unione Europea ha importato dall’Africa circa 188,5 miliardi di euro di beni ed esportato circa 166,1 miliardi, registrando dunque un deficit di oltre 22 miliardi; circa 86,9 miliardi di importazioni erano costituiti da combustibili minerali e prodotti collegati, il 46,1% del totale (European Commission, 2025). Non si può quindi dimostrare la persistenza di una relazione predatoria attraverso un inesistente surplus commerciale europeo. Il problema va cercato nella composizione degli scambi, nel valore aggiunto, nella proprietà, nella trasformazione, nella tecnologia, nel marchio, nella logistica, nella finanza e nel controllo del mercato finale.

Un’economia che vende cacao e acquista cioccolato non è strutturalmente debole perché abbia necessariamente un deficit commerciale, bensì perché produce una commodity relativamente sostituibile e compra un prodotto differenziato nel quale una parte molto maggiore della rendita è incorporata in trasformazione, marchio, proprietà intellettuale e distribuzione. Lo stesso vale per il rame e il cavo, il litio e la batteria, il greggio e la chimica raffinata, il cotone e il tessuto tecnico. Una delle eredità più profonde dell’economia coloniale africana è precisamente la specializzazione di molte economie nell’esportazione di risorse relativamente poco trasformate; l’indipendenza politica non modifica automaticamente quella posizione. E il problema non riguarda oggi soltanto l’Europa: se la Cina compra minerale africano e vende batteria cinese, la struttura della catena del valore non diventa emancipatoria per il semplice fatto che il compratore non sia occidentale. La geografia economica della rendita conta più della geografia morale.

  • Libia 2011: quando il linguaggio umanitario incontra l’interesse di potenza

L’Europa contemporanea esercita prevalentemente il proprio potere attraverso regole, mercati e istituzioni, ma la Libia del 2011 dimostra che la coercizione militare diretta non è scomparsa. Il 17 marzo il Consiglio di Sicurezza approva la Risoluzione 1973, autorizzando una no-fly zone e le misure necessarie a proteggere i civili minacciati dalle forze di Muammar Gheddafi; la Francia è fra i principali promotori dell’intervento e le operazioni iniziano il 19 marzo. La questione storicamente interessante non consiste nel negare che il regime fosse autoritario o che la repressione esistesse, ma nell’osservare la trasformazione dell’operazione. Nel 2016 la Foreign Affairs Committee della Camera dei Comuni britannica concluse, dopo un’inchiesta dettagliata, che la decisione era stata presa sulla base di intelligence insufficiente, che la minaccia immediata ai civili era stata sovrastimata e che una missione inizialmente orientata alla loro protezione era progressivamente scivolata verso una politica opportunistica di regime change senza una strategia adeguata per il dopo-Gheddafi. Secondo la commissione, le conseguenze inclusero collasso politico ed economico, guerra fra milizie e tribù, crisi umanitaria e migratoria, diffusione regionale delle armi e crescita dell’ISIL in Nord Africa; il governo britannico contestò parte di questa interpretazione, sostenendo che l’obiettivo ufficiale fosse rimasto la protezione dei civili (House of Commons, 2016).

La questione francese è ancora più interessante. L’inchiesta parlamentare britannica riportò una comunicazione inviata da Sidney Blumenthal a Hillary Clinton il 2 aprile 2011, basata su conversazioni attribuite a fonti dell’intelligence francese, nella quale fra le motivazioni attribuite a Nicolas Sarkozy comparivano l’aumento della quota francese nella produzione petrolifera libica, il rafforzamento dell’influenza di Parigi in Nord Africa, considerazioni politiche interne, la volontà di riaffermare il ruolo globale delle forze armate francesi e la preoccupazione per i tentativi di Gheddafi di ridurre il primato francese nell’Africa francofona (House of Commons, 2016). Il documento non costituisce una sentenza e non dimostra che la Francia abbia bombardato la Libia “per rubare il petrolio”; dimostra però che interesse nazionale, energia, influenza regionale e politica interna appartenevano al contesto strategico dell’intervento e che trattare ogni discussione sugli interessi materiali come teoria del complotto è semplicemente insostenibile.

Le conseguenze libiche introducono inoltre una dimensione temporale che tornerà nel Sahel. Il collasso del regime contribuì alla diffusione di armamenti e combattenti verso Sud, interagendo con crisi locali che avevano radici precedenti. Nel 2013 la Francia dovette quindi intervenire in Mali contro l’avanzata jihadista; inizialmente Serval fu accolta da larga parte della popolazione come una operazione necessaria, ma negli anni successivi la presenza francese divenne sempre più associata all’incapacità di risolvere l’insicurezza. Il significato politico della violenza del 2011 non si esaurisce dunque nel giorno in cui cade la bomba: continua a modificarsi in base alle conseguenze che produce e alle narrazioni che quelle conseguenze rendono credibili. Quando, un decennio dopo, regimi saheliani espellono Parigi e invitano Mosca, una parte del terreno simbolico su cui opera la Russia è stata costruita anche dalle contraddizioni dell’intervento occidentale.

  • L’URSS: il capitale anticoloniale che la Russia contemporanea ha ereditato

La presenza russa in Africa non può essere compresa partendo da Wagner, perché Mosca dispone di un capitale simbolico accumulato molto prima della nascita della Federazione Russa. Per buona parte dell’Africa australe e dei territori soggetti all’impero portoghese, l’Unione Sovietica non comparve storicamente come colonizzatore europeo, ma come fornitore di armi, addestramento, borse di studio, assistenza diplomatica e sostegno politico a movimenti che combattevano il colonialismo o i regimi bianchi. Ciò non rende l’URSS altruista: Mosca perseguiva interessi geopolitici, cercava accessi, competeva con Stati Uniti e Cina e sperava che i nuovi governi indipendenti si collocassero nel campo socialista. Ma la motivazione strategica non cancella l’effetto storico. Quando una potenza fornisce materialmente a un movimento gli strumenti con cui combattere il colonizzatore, quella relazione lascia una memoria difficile da produrre successivamente con una campagna di comunicazione.

L’Angola costituisce uno dei casi più evidenti. Il MPLA aveva ricevuto sostegno sovietico già negli anni Sessanta; dopo la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974 e la decisione portoghese di abbandonare l’impero africano, il conflitto interno angolano divenne anche una guerra per procura nella quale MPLA, FNLA e UNITA si intrecciarono con URSS, Cuba, Stati Uniti, Sudafrica, Cina e Zaire. La configurazione non corrispondeva affatto alla semplice divisione fra due blocchi: Pechino, nel pieno del conflitto sino-sovietico, sostenne e addestrò anche forze avverse all’MPLA, mentre Washington appoggiò FNLA e successivamente UNITA, il Sudafrica intervenne direttamente e Cuba dispiegò forze a sostegno dell’MPLA. Una comunicazione di Gerald Ford a Valéry Giscard d’Estaing del 25 novembre 1975 stimava che, dall’inizio di marzo, l’URSS avesse già consegnato oltre 10.000 tonnellate di armi ed equipaggiamenti al MPLA e osservava che Mosca attribuiva alla vittoria del movimento un valore che superava l’Angola stessa, perché essa avrebbe rafforzato la credibilità sovietica presso gli altri movimenti di liberazione e contrastato l’influenza cinese (U.S. Department of State, 1975).

Il rendimento dell’aiuto non consistette pertanto soltanto nel contribuire a vincere una guerra. Quando il MPLA diventa il partito dominante dell’Angola indipendente, il rapporto con Mosca porta con sé la memoria di chi forniva armi nel momento esistenziale della lotta. È una rendita politica che difficilmente può essere acquistata, decenni dopo, con un accordo commerciale. La Guinea-Bissau rende il meccanismo ancora più evidente. Nel 1973 l’intelligence statunitense osservava che la disponibilità di missili terra-aria sovietici aveva modificato il rapporto di forza fra PAIGC e Portogallo, riducendo uno dei principali vantaggi militari di Lisbona; nello stesso anno il PAIGC proclamò unilateralmente l’indipendenza nelle aree sotto il proprio controllo. Un National Intelligence Estimate americano del 1976 riconobbe successivamente che Mosca aveva fornito armi e addestramento attraverso la Guinea di Sékou Touré e mantenuto una presenza navale al largo di Conakry anche per scoraggiare operazioni portoghesi contro i santuari della guerriglia, definendo quell’assistenza strumentale all’ascesa del movimento al potere (U.S. Department of State, 1973; 1976).

La rete sovietica si estendeva inoltre a FRELIMO, ANC, SWAPO e ZAPU, pur all’interno di rapporti che variavano nel tempo e che vedevano Pechino competere spesso ferocemente con Mosca per presentarsi come partner più autentico del Terzo Mondo. La stessa intelligence americana del 1976 riconosceva che equipaggiamento, addestramento e fondi sovietici avevano contribuito alla vittoria di FRELIMO, sottolineando però che in alcune fasi il sostegno cinese era stato persino più esteso. Vladimir Shubin, che partecipò direttamente al sistema sovietico di sostegno ai movimenti di liberazione e successivamente ne divenne storico, ha ricostruito programmi di addestramento, forniture e relazioni politiche che nell’Africa australe produssero una rete di lunga durata; studi successivi indicano, ad esempio, che oltre 8.000 quadri ZIPRA furono addestrati da istruttori sovietici e cubani in Angola nelle fasi avanzate della guerra di liberazione dello Zimbabwe (Shubin, 2007; Hughes et al., 2020).

Le dimensioni assolute dell’impegno erano inferiori a quelle che ci si potrebbe attendere da una superpotenza. Nel 1976 l’intelligence americana stimava in circa 700 milioni di dollari il valore cumulato delle consegne militari sovietiche all’Africa subsahariana nei vent’anni precedenti; ma osservava contemporaneamente che, data la piccola dimensione e l’elevata centralità politica di molti eserciti africani, quantità relativamente limitate di armamenti potevano produrre effetti enormi sul potere interno (U.S. Department of State, 1976). È una logica che anticipa sorprendentemente quella della Russia contemporanea: non occorre essere il maggiore investitore se si riesce a collocare una quantità relativamente piccola di risorse nel punto in cui la leva politica è massima.

  • Dar es Salaam, Zanzibar e l’università come infrastruttura geopolitica

L’altra grande infrastruttura sovietica non aveva cannoni, ma aule. La Patrice Lumumba Peoples’ Friendship University viene fondata a Mosca nel 1960 e intitolata a Lumumba l’anno successivo: la scelta del nome trasforma esplicitamente la formazione accademica in una dichiarazione politica. Nel 1962 circa un migliaio di studenti dell’Africa subsahariana studiavano in URSS; nel 1967 gli africani presenti nei Paesi del blocco orientale erano circa 9.000, di cui approssimativamente 5.000 nell’Unione Sovietica, secondo le ricostruzioni di Constantin Katsakioris. L’investimento non deve essere interpretato ingenuamente come una fabbrica di comunisti obbedienti. Molti studenti criticarono il paternalismo sovietico, sperimentarono discriminazioni, entrarono in conflitto con le autorità e svilupparono identità proprie. Nel dicembre 1963, la morte dello studente ghanese Edmund Assare-Addo provocò una delle più significative manifestazioni pubbliche di stranieri nella Mosca sovietica: centinaia di studenti africani marciarono denunciando quello che ritenevano razzismo e insufficiente tutela, mentre le autorità contestavano la loro ricostruzione della morte (Hessler, 2006). Il mondo socialista, dunque, non corrispondeva all’utopia antirazzista della propria propaganda.

Questo limite non annulla però la logica dell’investimento. L’URSS non acquistava automaticamente la fedeltà degli studenti; costruiva relazioni, alcune delle quali avrebbero prodotto gratitudine, altre frustrazione, altre ancora semplicemente competenze. Un sistema di migliaia di relazioni personali possiede tuttavia un rendimento geopolitico radicalmente diverso da una campagna pubblicitaria: forma biografie, e le biografie entrano nelle istituzioni.

È qui che Dar es Salaam e Zanzibar diventano centrali. Negli anni Sessanta e Settanta la capitale tanzaniana è uno dei principali nodi della decolonizzazione mondiale. ANC, FRELIMO, ZAPU, SWAPO e altri movimenti vi mantengono uffici, campi, contatti e relazioni con il Comitato di Liberazione dell’OUA; uomini vengono addestrati in Tanzania, inviati in URSS, Cina, Cecoslovacchia e altri Paesi, quindi reimmessi nelle rispettive reti di lotta. La Tanzania non è un satellite di Mosca o Pechino: Nyerere, formatosi a Makerere e poi a Edimburgo, utilizza deliberatamente una pluralità di partner. Pechino costruisce TAZARA e addestra parte del personale militare; il blocco socialista forma quadri; Occidente e Paesi scandinavi finanziano altri settori; Dar es Salaam ospita movimenti di liberazione e mantiene contemporaneamente una propria dottrina politica. Anche i rapporti militari mostrano questa capacità di arbitraggio: documenti statunitensi segnalano fasi di forte influenza cinese nelle forze armate tanzaniane e successivamente un ritorno della presenza sovietica attraverso nuovi accordi per armamenti e consiglieri (U.S. Department of State, 1975–1976). La Tanzania non elimina la dipendenza, ma la diversifica, e proprio questa capacità di mettere in concorrenza i fornitori costituisce una forma realistica di sovranità per uno Stato medio o piccolo.

Zanzibar permette di osservare il meccanismo quasi al microscopio. La rivoluzione del 12 gennaio 1964 rovescia il sultanato; il 26 aprile Tanganyika e Zanzibar si uniscono nella Repubblica Unita di Tanzania. Nel breve intervallo e negli anni immediatamente successivi si apre una intensa competizione nella quale la Germania orientale cerca riconoscimento diplomatico, l’URSS offre consiglieri e formazione, la Cina costruisce propri rapporti con l’isola e la Germania occidentale utilizza il proprio peso economico per limitare il riconoscimento della DDR. Abdulrahman Mohamed Babu diventa uno degli interlocutori più importanti del campo socialista e, già il 28 gennaio 1964, Zanzibar riconosce la Repubblica Democratica Tedesca, offrendo a Berlino Est un successo diplomatico di grande valore; tecnici e consiglieri socialisti entrano così in settori amministrativi, sanitari, finanziari e di pianificazione. Nel 1966, secondo Burton, 123 studenti zanzibarini si trovavano nella Germania orientale, mentre altri erano in formazione nell’URSS e in Cina (Burton, 2019; 2022).

I numeri devono essere rapportati alla scala dell’isola e alla scarsità iniziale di quadri altamente qualificati. Una rivoluzione può impadronirsi di un ministero in un giorno, ma non può produrre con la stessa rapidità il personale capace di amministrarlo; la distanza temporale fra conquista del potere e produzione delle competenze diventa così una finestra geopolitica. Chi forma il funzionario durante quella finestra può lasciare una impronta molto più lunga della durata dell’accordo di cooperazione.

La stratigrafia intergenerazionale osservata personalmente a Zanzibar rende visibile la trasformazione successiva. Nella generazione rivoluzionaria e fra numerosi dirigenti cresciuti nel suo ambiente ricorreva il passaggio attraverso URSS e Paesi della Cortina di ferro; nelle generazioni successive, invece, il Regno Unito riappariva frequentemente come destinazione di studio. Non è difficile coglierne la logica. La prima generazione ha bisogno di medici, ingegneri, agronomi, ufficiali, tecnici, economisti della pianificazione e quadri amministrativi per costruire uno Stato postcoloniale; il blocco socialista offre precisamente questo tipo di capitale umano, accompagnandolo con una interpretazione dello sviluppo centrata sullo Stato e sull’emancipazione anticoloniale. La seconda e la terza generazione entrano invece in un’economia globalizzata nella quale law, finance, management, public policy, international relations e business administration acquistano una rendita reputazionale maggiore; Londra torna quindi ad essere un polo naturale senza dover riconquistare politicamente Zanzibar.

È una trasformazione del potere molto più sofisticata della semplice continuità coloniale. Prima l’inglese era imposto dall’amministrazione imperiale; poi diventa una scelta razionale perché consente di operare nel mercato globale. Prima Londra governa attraverso funzionari britannici; successivamente può continuare a esercitare influenza perché il funzionario africano sceglie volontariamente di formarsi nel sistema britannico. Nella stessa famiglia possono quindi convivere la memoria sovietica del nonno, la trasformazione dello Stato attraversata dal padre e la formazione britannica del nipote. La Guerra fredda, in questo senso, non scompare con la caduta del Muro di Berlino: continua nelle biografie.

  • Sankara: il debito come appropriazione del futuro

Thomas Sankara è indispensabile in questa analisi non perché debba essere trasformato ancora una volta in una icona romantica dell’anticolonialismo, ma perché formulò con straordinaria chiarezza il rapporto fra dipendenza, produzione interna e tempo. Sale al potere il 4 agosto 1983; esattamente un anno dopo l’Alto Volta diventa Burkina Faso; il 15 ottobre 1987 viene assassinato. Quattro anni di governo producono una memoria politica che, quasi quarant’anni dopo, continua ad essere utilizzata nel Sahel: una dimostrazione particolarmente evidente del fatto che durata cronologica del potere e durata del significato che esso produce non coincidono.

Sankara non fu una pedina sovietica. La sua geografia internazionale comprendeva Cuba, il Ghana di Jerry Rawlings, la Libia, il Nicaragua, i movimenti di liberazione, le cause palestinese e sahrawi e rapporti con diversi Paesi socialisti, ma il nucleo della sua politica consisteva precisamente nel rifiuto di sostituire una dipendenza con un’altra. La scena del 17 novembre 1986 con François Mitterrand è, da questo punto di vista, emblematica. Il presidente francese visita Ouagadougou e Sankara utilizza la presenza del capo dell’ex potenza coloniale per contestare pubblicamente la politica di Parigi, compresi i rapporti con il Sudafrica dell’apartheid e con Jonas Savimbi; Mitterrand risponde davanti alle telecamere. Il confronto non è soltanto uno spettacolare scambio retorico, ma l’incontro fra due concezioni diverse della relazione franco-africana: da un lato la continuità della cooperazione, dall’altro la necessità di rompere le gerarchie ereditate (Élysée, 1986).

Il testo più importante per la nostra tesi resta tuttavia il discorso pronunciato il 29 luglio 1987 ad Addis Abeba davanti al vertice dell’Organizzazione dell’Unità Africana. Sankara interpreta il debito non come una semplice passività contabile, ma come un meccanismo che trasferisce nel futuro l’obbligazione generata nel presente e che, proprio per questo, sottrae risorse e opzioni alle generazioni successive. Chiede un fronte africano comune perché comprende la debolezza negoziale del singolo debitore rispetto al sistema dei creditori e collega esplicitamente il problema finanziario alla necessità di produrre e trasformare in Africa, invece di continuare a esportare materia prima e importare beni ad alto valore aggiunto (Sankara, 1987).

Questa lettura anticipa in maniera sorprendente il cuore della discussione contemporanea. Il debito è tempo trasformato in obbligazione: il creditore consegna capitale presente e riceve una pretesa sul reddito futuro. Il problema, dunque, non cambia natura a seconda che il creditore parli francese, inglese o mandarino. Se la critica sankarista è valida, deve essere applicata anche ai prestiti cinesi, ai meccanismi multilaterali, alle strutture di project finance occidentali e a qualunque contratto che impegni per decenni una parte significativa delle entrate future. L’anticolonialismo serio non cambia criterio quando cambia il creditore.

  • La Cina prima della BRI: TAZARA, memoria e strategia di lungo periodo

La storia cinese in Africa non comincia con Xi Jinping, e neppure con Deng Xiaoping. Fra dicembre 1963 e febbraio 1964 Zhou Enlai compie una lunga tournée africana che tocca dieci Paesi e costituisce una delle operazioni diplomatiche decisive della giovane Repubblica Popolare. Pechino cerca di presentarsi non come una nuova grande potenza venuta a sostituire gli europei, ma come un Paese che condivide con l’Africa la memoria dell’umiliazione coloniale e la condizione di sottosviluppo. Da questa fase emergono i principi che diventeranno ricorrenti nella retorica dell’assistenza cinese: rispetto della sovranità, uguaglianza, beneficio reciproco, condizioni finanziarie favorevoli e attenzione alla capacità autonoma del partner. La pratica non coinciderà naturalmente sempre con la retorica, ma la retorica stessa conta perché costruisce il linguaggio attraverso il quale la relazione viene offerta. L’Occidente tende a parlare di sviluppo; l’URSS di liberazione; la Cina costruisce la propria legittimità insistendo sulla cooperazione fra Paesi che hanno entrambi conosciuto imperialismo e arretratezza.

TAZARA rappresenta la prima grande materializzazione di questo racconto e mostra la differenza fra convenienza del progetto e convenienza del sistema. Quando Tanzania e Zambia cercano finanziatori negli anni Sessanta, Londra, Washington, Bonn, Parigi, Tokyo e persino Mosca giudicano il progetto troppo costoso o troppo incerto; Pechino decide invece che il rendimento non debba essere misurato soltanto in termini ferroviari. Secondo una ricostruzione della Banca Mondiale, il costo concordato nel 1967 era intorno a 415 milioni di dollari dell’epoca, equivalente a diversi miliardi in termini contemporanei, e costituiva il maggiore progetto di assistenza estera mai intrapreso fino a quel momento dalla Repubblica Popolare (World Bank, 2022).

Per lo Zambia, liberare il rame dalla dipendenza dalle rotte meridionali significava aumentare la sovranità logistica; per Nyerere, il progetto assumeva anche il significato di solidarietà panafricana; per la Cina, costruire ciò che le potenze ricche avevano rifiutato significava acquistare una forma di capitale politico destinata a durare molto oltre il rimborso del prestito. La ferrovia trasportava rame, ma trasportava anche memoria. È probabilmente la seconda ad avere prodotto il rendimento geopolitico più lungo, soprattutto perché gli effetti territoriali dell’opera andarono oltre il semplice trasporto: studi successivi mostrano che il corridoio favorì insediamenti, mobilità, attività agricole e nuovi rapporti fra economie rurali e mercati urbani lungo parte del percorso (World Bank, 2022). Una infrastruttura, dunque, non si limita a collegare due punti; può modificare ciò che esiste fra quei punti.

La Cina contemporanea conserva questa combinazione apparentemente paradossale: è spesso velocissima nell’esecuzione e lentissima nel rendimento strategico. Un’impresa cinese può realizzare rapidamente una infrastruttura, ma gli effetti politici della presenza si accumulano attraverso finanziamento, progettazione, EPC, subfornitori, manutenzione, ricambi, formazione, servizio del debito, rinegoziazione, flussi commerciali, imprese localizzate lungo il corridoio, standard tecnici, tecnologia digitale e apparati di sicurezza. Il singolo progetto ha formalmente un inizio e una fine; l’ecosistema che lascia dietro di sé può non averne una altrettanto chiara. È precisamente l’architettura della penetrazione esterna descritta nel mio lavoro sulla Cina: BRI come logistica della potenza, credito come possibile disciplina implicita, esportazione della sovraccapacità, infrastrutture dual use, dipendenza digitale, relais locali e passaggio dalla dipendenza funzionale a quella politica (Palombi, 2026).

Questo non significa che ogni attore cinese pensi a cinquant’anni. Nel sistema possono convivere un orizzonte strategico centrale molto lungo e incentivi intermedi brevissimi: l’impresa vuole chiudere il contratto, la banca deve gestire il proprio rischio, il funzionario vuole mostrare risultati e il governo africano desidera inaugurare l’opera prima delle elezioni. È proprio questa sovrapposizione a spiegare una parte delle contraddizioni della prima stagione della BRI, nella quale incentivi di breve periodo possono produrre infrastrutture sovradimensionate o rischi creditizi inseriti dentro una architettura strategica di lungo periodo. La pazienza strategica cinese non elimina gli errori; può però consentire a Pechino di assorbirne alcuni e modificare successivamente il modello.

  1. Dal FOCAC all’architettura della prossimità

Il Forum on China-Africa Cooperation, istituito a Pechino nell’ottobre 2000, rende seriale la relazione sino-africana e riduce la dipendenza dal rapporto personale con il singolo presidente. Summit periodici, piani triennali, finanziamenti, programmi di formazione, commercio, infrastrutture e progressivamente sicurezza costruiscono una istituzione cumulativa. Al summit di Pechino del settembre 2024 partecipano la Cina, 53 Paesi africani che mantengono relazioni diplomatiche con Pechino e la Commissione dell’Unione Africana; il commercio sino-africano raggiunge nello stesso anno, secondo il governo cinese, 295,6 miliardi di dollari, mentre il credito accumulato nei due decenni precedenti testimonia la scala della trasformazione.

Il Chinese Loans to Africa Database della Boston University censisce, per il periodo 2000-2024, 1.319 impegni finanziari sottoscritti da 42 prestatori cinesi verso 49 Stati africani e sette istituzioni regionali, per un valore complessivo di 180,87 miliardi di dollari. Fra il 2012 e il 2018 gli impegni annuali superarono regolarmente i 10 miliardi; nel 2016 raggiunsero circa 28,8 miliardi, mentre nel 2024 scesero a circa 2,1 miliardi distribuiti su appena sei progetti (Yue et al., 2026). La contrazione non va interpretata semplicemente come ritiro della Cina dall’Africa, ma come passaggio da un primo ciclo, caratterizzato da grande capacità di prestito e costruzione, a un secondo ciclo più selettivo, nel quale Pechino rifinanzia, ristruttura, converte, cerca maggiore rendimento e presta maggiore attenzione a supply chain, risorse e rischio. Nel 2024, ad esempio, i nuovi finanziamenti infrastrutturali cinesi censiti in Kenya risultavano denominati in renminbi, segnalando anche una maggiore sperimentazione monetaria al di fuori del dollaro.

Il pacchetto annunciato da Xi Jinping nel 2024 mostra contemporaneamente che il ridimensionamento del prestito sovrano non equivale al ridimensionamento della presenza. Per il triennio successivo Pechino dichiara 360 miliardi di yuan di sostegno finanziario, dei quali 210 miliardi in linee di credito, 80 miliardi in varie forme di assistenza e almeno 70 miliardi di investimenti da parte di imprese cinesi. A questi si aggiungono 30 progetti di connettività, 20 progetti dimostrativi digitali, 30 iniziative per l’energia pulita, 60.000 opportunità di formazione e la promessa di contribuire alla creazione di almeno un milione di posti di lavoro. Nella sicurezza la Cina annuncia un miliardo di yuan di assistenza militare, formazione per 6.000 militari africani, 1.000 operatori di polizia e law enforcement e visite per 500 giovani ufficiali, oltre ad addestramenti ed esercitazioni congiunte (MFA PRC, 2024). La Cina che negli anni Sessanta costruiva TAZARA come simbolo di solidarietà anticoloniale è quindi diventata un attore che finanzia imprese, forma tecnici, addestra polizia, costruisce digitale e partecipa direttamente alla sicurezza: il cemento è diventato ecosistema.

È precisamente in questa fase che assume importanza il concetto di architettura della prossimità. Un prestito miliardario attira l’attenzione dei giornali, un tecnico che lavora per dieci anni nello stesso ministero molto meno; un porto è fotografabile, una procedura amministrativa no; una ferrovia ha un’inaugurazione, uno standard digitale entra semplicemente nell’uso. La penetrazione più profonda può quindi avvenire attraverso la sedimentazione di presenze apparentemente minori — tecnici, manutentori, università, workshop, programmi di formazione, associazioni, think tank, relazioni di partito, piattaforme, applicazioni, reti di telecomunicazioni e intermediari locali — che trasformano progressivamente la presenza materiale in familiarità e la familiarità in normalità. In Africa questo processo beneficia inoltre dell’assenza, per la Cina, della memoria coloniale europea: Pechino può costruire una gerarchia contemporanea continuando a presentarla come relazione postcoloniale fra partner del Sud Globale. La gerarchia può esistere ugualmente, ma viene percepita attraverso un archivio storico diverso.

  1. Debito, Gibuti, Zambia e il problema del costo d’uscita

Gibuti rappresenta probabilmente il caso africano più avanzato di sovrapposizione fra logistica cinese, finanza e presenza strategica. Nel maggio 2013 China Eximbank firma un buyer’s credit da 491,793 milioni di dollari per il tratto Ali Sabieh-Nagad della ferrovia Addis Abeba-Gibuti, con scadenza originaria a quindici anni, cinque anni di grazia e tasso pari al LIBOR a sei mesi più tre punti percentuali. Nel 2016 concede inoltre circa 344,47 milioni di dollari per la prima fase del Doraleh Multipurpose Port e del Damerjog Livestock Export Terminal, con durata ventennale, sette anni di grazia e tasso fisso del 2% (AidData, 2026). A questo si aggiunge successivamente la base militare cinese, trasformando un piccolo Stato del Mar Rosso in un nodo nel quale porto, ferrovia, debito, partecipazioni economiche, rotte marittime e presenza militare convergono.

Non occorre sostenere che ogni prestito fosse stato segretamente concepito per ottenere la base; una tesi simile sarebbe tanto difficile da dimostrare quanto inutile. Ciò che conta è la concentrazione delle funzioni. Gibuti diventa importante per la Cina simultaneamente sul piano logistico, finanziario, commerciale e securitario, e proprio la moltiplicazione delle funzioni rende l’uscita difficile per entrambe le parti. Gibuti dipende dalla continuità di investimenti, credito e commercio; la Cina dipende a sua volta dalla stabilità di un nodo diventato significativo per la propria proiezione esterna. La relazione rimane profondamente asimmetrica, ma non per questo completamente unidirezionale.

Il dibattito sulla debt-trap diplomacy ha spesso impedito di vedere questo tipo di meccanismo, perché ha polarizzato l’analisi fra chi immagina una sequenza automatica prestito-default-confisca dell’asset e chi, constatando correttamente che i casi di confisca sono scarsamente documentati, conclude erroneamente che non esista alcuna leva creditizia. Il debito può creare potere senza trasferire alcuna proprietà: conti escrow, priorità su determinati ricavi, garanzie, ristrutturazioni, effetti di bilancio, dipendenza dal rifinanziamento e denominazione valutaria possono collegare il debitore al creditore per decenni. In Zambia, dopo la crisi debitoria e il default, Pechino è diventata un interlocutore indispensabile all’interno del processo di ristrutturazione del Common Framework; non “possiede” lo Zambia, ma dispone di qualcosa di politicamente più realistico, e cioè una voce che non può essere ignorata nella soluzione finanziaria del Paese. In Angola i prestiti storicamente oil-backed hanno collegato credito e flussi petroliferi, nella Repubblica Democratica del Congo il modello Sicomines ha intrecciato infrastrutture e risorse minerarie, mentre in Kenya escrow e servizio del debito hanno creato un rapporto di lungo periodo. Nel mio lavoro sulla Cina questi casi sono perciò trattati non come un’unica “trappola”, ma come forme differenti di leva: credito sistemico, controllo di filiera, lock-in tecnico-finanziario e relazione energetico-finanziaria (Palombi, 2026).

La misura corretta del potere non è pertanto il valore nominale del prestito, ma quanto costi al partner sostituire il creditore o interrompere la funzione finanziata. Se il Paese può rifinanziarsi facilmente altrove, la leva è limitata; se l’uscita implica insolvenza, interruzione logistica o impossibilità di finanziare il bilancio, la relazione è ormai entrata nella politica.

  1. Sudan: la Cina non crea la frattura, ma ne industrializza la rendita

Il Sudan deve essere trattato con particolare precisione perché una formulazione causale troppo semplice rischierebbe di distruggere una intuizione sostanzialmente corretta. La Cina non ha inventato la frattura fra Nord e Sud. Chevron entra nel settore petrolifero sudanese già nel 1974; i grandi giacimenti di Bentiu, poi Unity, Heglig e altre aree vengono individuati prima dell’arrivo di CNPC; la seconda guerra civile comincia nel 1983, mentre Chevron sospende le operazioni durante il conflitto e abbandona definitivamente il Paese nel 1992. Il conflitto territoriale, politico, religioso ed economico precede quindi di molti anni la grande penetrazione petrolifera cinese (IMF, 2020). Fermarsi a questa osservazione, tuttavia, sarebbe altrettanto fuorviante, perché l’arrivo del capitale asiatico modifica radicalmente la scala economica di ciò per cui si combatte.

Dopo l’uscita di Chevron, la canadese Arakis acquisisce parte delle concessioni ma fatica a reperire il capitale necessario per un grande sviluppo. Il 6 dicembre 1996 viene costituita la Greater Nile Petroleum Operating Company, nella quale CNPC entra con il 40%, Petronas con il 30%, Arakis con il 25% e Sudapet con il 5%; nel marzo 1997 il consorzio accetta di costruire una pipeline di circa 1.540 chilometri dai campi petroliferi al Mar Rosso e il 31 agosto 1999 parte la prima esportazione di greggio sudanese (Human Rights Watch, 2003; IMF, 2020). È una svolta essenziale perché trasforma il petrolio da potenziale geologico in rendita esportabile. Una risorsa nel sottosuolo può generare aspettative e conflitti; una risorsa collegata a pipeline, terminali, raffinerie e mercato mondiale finanzia eserciti, ministeri, opere pubbliche e reti clientelari.

L’economia petrolifera produce rapidamente nuove entrate per Khartoum, ma lo spazio economico che ne risulta è profondamente asimmetrico. La pipeline, le raffinerie, le società operative e l’export sono organizzati prevalentemente attraverso il centro politico settentrionale, mentre una quota rilevante delle risorse proviene dalle aree meridionali e di confine. Negli anni del boom la concentrazione territoriale della spesa diventa impressionante: Harry Verhoeven ha stimato che nei primi anni Duemila quasi il 90% della spesa infrastrutturale fosse concentrata nello Stato di Khartoum e che, dopo l’accordo di pace del 2005, circa il 60% della spesa di sviluppo confluisse in cinque grandi progetti localizzati nel triangolo centrale settentrionale, fra cui la diga di Merowe (Verhoeven, 2022).

È qui che la presenza cinese acquista un significato causale preciso. La periferia dispone della risorsa, il centro controlla gran parte della rendita e la differenza fra luogo dell’estrazione e luogo dell’accumulazione diventa politicamente sempre più visibile. Pechino non decide che il Sud debba separarsi, né inventa l’identità meridionale o la guerra, ma il capitale cinese e asiatico trasforma il petrolio in una massa di reddito abbastanza grande da rendere il controllo della rendita una delle questioni centrali del negoziato sulla sovranità. È in questo senso, e soltanto in questo, che l’affermazione secondo cui la separazione arriva “dopo la Cina” acquista significato analitico: la guerra, il cleavage identitario e la rivendicazione autonomista sono precedenti, ma lo Stato petrolifero che rende fiscalmente gigantesca la questione distributiva nasce con lo sviluppo degli anni Novanta.

Il Comprehensive Peace Agreement del 2005 traduce questa economia politica in matematica costituzionale. Dopo l’allocazione del 2% delle entrate agli Stati produttori e altri meccanismi di stabilizzazione, il 50% delle entrate petrolifere nette provenienti dai pozzi del Sud viene assegnato al Government of Southern Sudan, mentre il restante 50% va al governo nazionale e agli Stati settentrionali (Comprehensive Peace Agreement, 2005). A quel punto l’autonomia non è più soltanto identità, memoria e sicurezza, ma anche una questione di flussi fiscali: chi controlla il territorio controlla una quota della rendita e l’indipendenza offre la possibilità di modificarne radicalmente la distribuzione. Dopo il referendum del gennaio 2011 e la nascita del Sud Sudan il 9 luglio, il dato che misura meglio la concentrazione territoriale della risorsa è la perdita, per il Sudan, di circa il 75% della produzione di greggio (IMF, 2020).

La formula corretta non è dunque che “la Cina ha spezzato il Sudan”. È che, senza il capitale capace di trasformare il sottosuolo meridionale in rendita petrolifera esportabile, la secessione sarebbe avvenuta dentro una economia politica profondamente diversa. La Cina non inventò il cleavage; lo monetizzò, e monetizzandolo ne aumentò enormemente la posta.

La stessa secessione mostra però i limiti della strategia di Pechino. La Cina aveva costruito una relazione privilegiata con Khartoum, ma l’indipendenza trasferì la maggior parte dei pozzi al nuovo Stato meridionale mentre pipeline e infrastrutture di esportazione rimasero prevalentemente nel Sudan settentrionale. Pechino dovette quindi imparare rapidamente a gestire due governi con interessi conflittuali. La penetrazione lunga non equivale alla capacità di controllare gli eventi: la Cina può costruire dipendenze ed essere, nello stesso momento, vulnerabile alla politica dei Paesi nei quali investe. Il capitale non elimina la storia; quando la storia esplode, deve adattarsi ad essa.

  1. Mozambico: il mare come nuova frontiera della sovranità

Il Mozambico aggiunge una dimensione che per secoli è rimasta meno centrale nella narrazione della predazione africana: il mare. Nel XXI secolo la zona economica esclusiva, i grandi giacimenti offshore, le licenze di pesca, le aree marine protette e gli impianti LNG assumono un valore comparabile a quello storicamente attribuito a miniere, piantagioni e ferrovie. Il bacino del Rovuma, davanti a Cabo Delgado, modifica radicalmente la percezione economica del Paese. Eni ottiene l’Area 4 nel 2006, realizza nel settembre 2011 la grande scoperta Mamba South e, attraverso campagne successive, arriva a indicare oltre 85 trilioni di piedi cubi di gas nell’area; nel marzo 2013 CNPC acquista da Eni una partecipazione indiretta del 20% per 4,21 miliardi di dollari (Eni, 2013; 2016). La sequenza cronologica è importante: concessione e scoperta sono inizialmente occidentali, mentre il capitale cinese entra successivamente acquistando una posizione in un asset già dimostrato. Il modello è dunque differente da quello sudanese o da TAZARA: la Cina non costruisce qui il sistema dal nulla, ma compra una quota all’interno di una filiera globale già strutturata.

La stessa precisione cronologica è indispensabile per interpretare il Parco nazionale delle Quirimbas. Il parco nasce nel 2002, l’Area 4 viene concessa a Eni nel 2006, le grandi scoperte di gas cominciano nel 2011 e CNPC entra nel 2013; non è quindi sostenibile affermare come fatto che l’area protetta sia stata istituita per impedire alla Cina di impossessarsi del gas. La cronologia lo esclude. La conclusione interessante è però un’altra: la creazione e il consolidamento delle aree marine protette, sostenuti anche da capitale occidentale, producono territorializzazione normativa. Nel caso delle Quirimbas, programmi francesi attraverso AFD e FFEM, insieme al WWF, hanno contribuito con finanziamenti nell’ordine di 5,2 milioni di euro alla costruzione della capacità di conservazione e gestione del parco (Sénat français, 2006).

Proteggere un mare significa necessariamente mapparlo, delimitarlo, classificare gli usi, stabilire attività consentite e vietate, finanziare sorveglianza, produrre conoscenza scientifica, creare autorità, concedere licenze e decidere chi possa pescare, costruire, estrarre o transitare. La conservazione non coincide con appropriazione e non è necessario postulare un obiettivo occulto di controllo delle risorse; resta però una forma di governo dello spazio. Quando quello stesso spazio diventa economicamente strategico, chi contribuisce a costruire le istituzioni che lo regolano partecipa inevitabilmente alla sua geopolitica. L’Europa esercita qui una delle forme di potere nelle quali è storicamente più efficace: trasformare preferenze normative in regole operative; la Cina tende invece più frequentemente a cercare accesso attraverso equity, licenze, contratti e infrastrutture. Due tecnologie differenti, applicate allo stesso spazio.

La dimensione finanziaria del gas rende il caso ancora più importante. Il Fondo Monetario Internazionale nel 2026 calcola che la società pubblica ENH detenga partecipazioni fra il 10 e il 15% nei grandi progetti LNG, finanziate in larga misura attraverso prestiti collegati agli stessi progetti. A fine 2024 il debito ENH associato a questi investimenti ammontava a circa 4,6 miliardi di dollari, pari al 19,6% del PIL, e le proiezioni del Fondo lo portano verso 20 miliardi entro il 2045. Nel progetto Golfinho circa l’80% dei ricavi netti ENH deve inizialmente servire il debito, mentre in Coral e Rovuma la quota arriva al 90%; dopo quindici anni, o al raggiungimento di determinate soglie, può essere destinato al rimborso il 100% dei ricavi residui necessari all’estinzione delle obbligazioni. Per Golfinho esiste inoltre una garanzia sovrana di 2,25 miliardi di dollari (IMF, 2026).

Questo caso costringe ad abbandonare l’ossessione per il “debito cinese” come categoria autonoma: una parte significativa del futuro gas mozambicano è già iscritta in una architettura finanziaria internazionale nella quale operano imprese occidentali e asiatiche. Il gas non è ancora tutto uscito dal sottosuolo, ma una parte del suo reddito possiede già una destinazione. Sankara avrebbe probabilmente riconosciuto immediatamente la struttura: il futuro viene capitalizzato prima ancora di essere prodotto.

A questo si aggiunge la pesca. Un’inchiesta dell’Environmental Justice Foundation, citando anche il Centro de Integridade Pública mozambicano, riferisce una presenza stimata di circa sessanta imbarcazioni cinesi giunte fra 2017 e 2018 senza licenze pubblicamente dichiarate nelle liste ufficiali; nel 2023 quattro società cinesi risultavano operare almeno venti navi nelle acque mozambicane e dieci erano riconducibili in ultima istanza alla statale China National Fisheries Corporation. L’inchiesta ricostruisce inoltre trasferimenti di licenze attraverso società collegate a esponenti dell’élite locale; si tratta di risultanze investigative, non di sentenze giudiziarie, e devono essere presentate come tali (Environmental Justice Foundation, 2024). Il punto generale, però, resta: l’attore esterno raramente penetra da solo. Ha bisogno di licenze, società locali, intermediari, funzionari, imprese e spesso reti politiche. La predazione esterna, quando esiste, è resa possibile anche da una rendita interna disponibile a collaborare. Eliminare le élite africane dall’analisi sarebbe comodo per loro, ma teoricamente insostenibile.

  1. Stati Uniti: profondità strutturale e reversibilità politica

Il l modello americano è probabilmente il più difficile da ridurre a una formula semplice, perché contiene due caratteristiche apparentemente contraddittorie. Gli Stati Uniti sono capaci di costruire in Africa strutture che sopravvivono per decenni alle amministrazioni che le hanno create e, nello stesso tempo, possiedono un sistema politico che può modificare rapidamente programmi, alleanze, missioni militari e condizioni di accesso al mercato. Dire che Washington “va e viene” coglie dunque una parte della realtà, ma rischia di confondere la volatilità della priorità politica con la profondità della presenza strutturale. Gli Stati Uniti possono ritirare una base militare, interrompere un programma o sospendere una preferenza tariffaria senza per questo cessare di essere presenti attraverso il dollaro, le università, la tecnologia, i mercati finanziari, le imprese, l’intelligence, la formazione delle élite, i programmi sanitari e l’infrastruttura normativa del commercio internazionale. Il tempo americano è lungo nella struttura e molto più corto nella decisione politica; proprio questa combinazione produce contemporaneamente capacità di attrazione, potere di condizionamento e un rischio di discontinuità che il partner africano deve incorporare nelle proprie scelte.

La profondità della presenza emerge anzitutto dalla scala dell’assistenza. Negli anni precedenti alla riorganizzazione del 2025, gli stanziamenti bilaterali americani destinati all’Africa subsahariana si collocavano stabilmente nell’ordine di diversi miliardi di dollari l’anno, con una quota dominante destinata alla salute pubblica e, in particolare, alla lotta contro HIV/AIDS. Il modello era profondamente diverso da quello cinese: Pechino appariva soprattutto attraverso credito, infrastrutture, imprese, commercio e costruzione materiale, mentre Washington concentrava una parte molto maggiore delle risorse pubbliche in servizi, capitale umano, sistemi sanitari, programmi di governance, sicurezza e institutional capacity building. Non significa che gli Stati Uniti non abbiano finanziato infrastrutture, né che la Cina non abbia investito in sanità e formazione; indica una diversa distribuzione relativa degli strumenti.

PEPFAR costituisce il caso più importante perché mostra quanto lungo possa diventare il tempo americano quando una politica riesce a trasformarsi in istituzione. Il President’s Emergency Plan for AIDS Relief viene annunciato da George W. Bush nel 2003, quando l’Africa subsahariana si trova ancora nel pieno di una catastrofe epidemiologica che in alcuni Paesi aveva ridotto drasticamente l’aspettativa di vita, sovraccaricato sistemi sanitari già deboli e prodotto milioni di orfani. A più di vent’anni di distanza, il programma è diventato il maggiore impegno finanziario mai sostenuto da un singolo Stato contro una singola malattia. I dati ufficiali disponibili nel 2026 attribuiscono a PEPFAR circa 25-26 milioni di vite salvate, oltre 7 milioni di bambini nati senza HIV grazie alla prevenzione della trasmissione madre-figlio e circa 20,6 milioni di persone sostenute con terapia antiretrovirale in più di cinquanta Paesi. La rilevanza geopolitica di questi numeri non consiste soltanto nella quantità di denaro trasferita, ma nella profondità della capacità costruita: laboratori, sistemi di sorveglianza epidemiologica, catene logistiche, personale sanitario, infrastrutture informatiche, reti di distribuzione farmaceutica e rapporti con i ministeri della Sanità. In numerosi Paesi africani, una parte della capacità utilizzata successivamente contro Ebola, COVID-19, tubercolosi e altre emergenze è cresciuta anche dentro infrastrutture create o rafforzate dal sistema PEPFAR (U.S. Department of State, 2026).

Questo tipo di presenza è profondamente diverso dalla base militare o dal contratto con una giunta. Il suo rendimento è diffuso socialmente e diventa difficile da attribuire esclusivamente al rapporto fra due governi. Un cambio di regime può espellere rapidamente un contingente straniero, ma smantellare un laboratorio, cancellare la formazione di migliaia di medici o sostituire da un giorno all’altro una catena logistica sanitaria è molto più difficile. È precisamente questa sedimentazione che rende PEPFAR un esempio di potere strutturale: non perché il programma produca obbedienza politica, ma perché contribuisce a organizzare una funzione essenziale dello Stato e della società.

La stessa storia dimostra, tuttavia, che durata non significa irreversibilità. Nel 2025 la nuova amministrazione Trump impose una revisione radicale dell’assistenza estera, sospendendo o ridimensionando numerosi programmi e colpendo anche strutture legate a USAID. PEPFAR sopravvisse in parte grazie a deroghe per i programmi salvavita e soprattutto grazie al capitale politico bipartisan accumulato in oltre vent’anni di risultati. La vicenda è importante perché mostra quasi sperimentalmente la logica americana: una decisione presidenziale può produrre una interruzione improvvisa anche dentro un programma generazionale, ma vent’anni di istituzionalizzazione possono a loro volta costruire interessi, reputazione e coalizioni parlamentari sufficientemente forti da rendere politicamente difficile uno smantellamento completo. Il tempo americano, quindi, non è semplicemente breve o lungo; è il risultato di una competizione permanente fra la profondità istituzionale accumulata e la possibilità politica di rivedere ciò che è stato costruito.

Power Africa mostra invece quanto diversa possa essere la resilienza di un’altra iniziativa. Barack Obama lanciò il programma nel 2013 per affrontare uno dei principali vincoli strutturali allo sviluppo subsahariano, cioè l’insufficiente accesso all’elettricità. Nella sua configurazione più ampia, Power Africa coinvolse numerose agenzie federali, partner multilaterali, governi, investitori e imprese private, con obiettivi che comprendevano decine di migliaia di megawatt di nuova capacità, milioni di nuove connessioni e migliaia di chilometri di linee di trasmissione. Il modello era fortemente americano: piuttosto che sostituire il settore privato con un grande finanziatore pubblico integrato verticalmente, cercava di ridurre il rischio, migliorare i quadri regolatori, preparare i progetti e mobilitare capitale privato. L’Electrify Africa Act aveva inoltre fornito al programma una base legislativa bipartisan. Eppure il radicale riassetto del 2025 mostrò che una struttura attiva per oltre un decennio poteva essere ridimensionata molto più rapidamente di PEPFAR. La differenza non dipende soltanto dal numero degli anni trascorsi dalla nascita, ma dal capitale politico che ciascun programma aveva accumulato negli Stati Uniti e dalla visibilità dei propri beneficiari.

La politica commerciale americana presenta la stessa combinazione di durata e reversibilità. L’African Growth and Opportunity Act nasce nel 2000 e concede ai Paesi africani eleggibili un accesso preferenziale al mercato americano per migliaia di categorie merceologiche. La misura ha contribuito a costruire filiere industriali soprattutto nel tessile, nell’abbigliamento, nell’automotive e in alcuni comparti agricoli, ma l’accesso non è incondizionato: i criteri includono rule of law, pluralismo politico, tutela dei diritti, lotta alla corruzione e rispetto dei diritti dei lavoratori. L’eleggibilità può essere revocata e lo è stata in numerosi casi. Il mercato americano diventa pertanto contemporaneamente incentivo economico e strumento politico.

Il problema temporale è diventato particolarmente evidente nel 2025-2026. AGOA, dopo venticinque anni di funzionamento, è scaduta il 30 settembre 2025; soltanto il 3 febbraio 2026 è stata nuovamente autorizzata, con effetto retroattivo, ma appena fino al 31 dicembre 2026. Per un’impresa africana che deve decidere se costruire uno stabilimento con un periodo di ammortamento di dieci o quindici anni, una preferenza commerciale garantita per meno di dodici mesi produce una evidente asimmetria temporale. Washington offre accesso a uno dei mercati più ricchi del pianeta ma conserva un’elevata reversibilità della promessa. L’investitore deve quindi incorporare non soltanto il rischio economico africano, ma il rischio politico americano.

È precisamente qui che la differenza con la Cina diventa netta. Pechino può offrire piani pluriennali FOCAC, finanziamenti collegati a infrastrutture e una retorica di continuità strategica; Washington può offrire un mercato di valore molto superiore per determinate produzioni e, nello stesso tempo, subordinare la durata dell’accesso alla legislazione, all’amministrazione in carica e alla valutazione periodica dei criteri politici. La scelta africana non è quindi soltanto fra quantità diverse di capitale, ma fra architetture temporali differenti: accesso relativamente stabile ma potenzialmente più condizionato da un lato, credito e infrastrutture con un orizzonte più lungo dall’altro.

L’altra grande componente della profondità americana è militare. AFRICOM diventa pienamente operativo nel 2008, ma la presenza securitaria statunitense in Africa è ovviamente molto precedente. La struttura contemporanea è costruita meno attraverso grandi basi permanenti sul modello europeo o asiatico e più attraverso intelligence, training, esercitazioni, access agreements, droni, special operations, cooperazione bilaterale e capacità di interoperabilità. Camp Lemonnier a Gibuti resta l’installazione più importante e ospita migliaia di militari, civili e contractors, fungendo da piattaforma per operazioni nel Corno d’Africa, nel Mar Rosso e nelle regioni adiacenti. Intorno ad essa esiste una rete molto più larga di esercitazioni e programmi: African Lion, Flintlock e Justified Accord coinvolgono regolarmente decine di Paesi e migliaia di partecipanti.

La filosofia dichiarata è quella di costruire capacità africana in modo che gli stessi partner possano assumere una quota maggiore dell’onere operativo. Tale modello contiene però un problema teorico che gli Stati Uniti incontrano ripetutamente: la capacità trasferita non rimane proprietà del formatore. Un ufficiale addestrato dagli americani acquisisce competenze che può successivamente utilizzare in modi incompatibili con gli obiettivi di Washington. Assimi Goïta, protagonista dei colpi di Stato maliani del 2020 e del 2021, aveva partecipato a programmi ed esercitazioni legati alla cooperazione militare statunitense; Amadou Haya Sanogo, che guidò il golpe del 2012, aveva anch’egli ricevuto formazione americana. Questi casi non dimostrano che l’addestramento statunitense produca colpi di Stato: dimostrano esattamente il contrario di ciò che una teoria troppo meccanica dell’influenza presuppone. La formazione produce capacità, non fedeltà.

Il problema è particolarmente importante perché gli Stati Uniti hanno investito per decenni nella professionalizzazione degli eserciti africani, nel counterterrorism e nella capacità dei partner di controllare il territorio. Se quella capacità aumenta il potere politico dell’apparato militare più rapidamente di quanto aumenti la solidità delle istituzioni civili, il risultato può essere differente da quello desiderato. Il paradosso è evidente: Washington rafforza l’esercito per stabilizzare lo Stato; una parte dell’esercito conclude che il governo civile ha fallito; il nuovo regime militare ridiscute la relazione con Washington e può invitare la Russia. Il capitale americano ha contribuito a costruire una capacità che non controlla.

La storia della politica americana in Africa mostra peraltro che Washington non ha sempre utilizzato il linguaggio contemporaneo del capacity building. Il Congo degli anni Sessanta resta uno dei casi meglio documentati di manipolazione diretta dell’equilibrio politico di uno Stato africano indipendente. Patrice Lumumba diventa primo ministro al momento dell’indipendenza del 30 giugno 1960, ma nel giro di poche settimane la crisi del Congo assume a Washington una rilevanza strategica eccezionale. La secessione del Katanga, l’intervento belga, la debolezza dello Stato e soprattutto la possibilità che Lumumba chieda assistenza sovietica trasformano la questione congolese in un dossier della Guerra fredda.

La documentazione ufficiale declassificata è inequivocabile. Nell’agosto 1960 gli Stati Uniti avviano un programma politico clandestino il cui obiettivo iniziale è rimuovere Lumumba e sostituirlo con una leadership considerata più favorevole agli interessi occidentali. Il 27 agosto Allen Dulles comunica alla stazione CIA di Léopoldville che la rimozione di Lumumba deve essere considerata un obiettivo urgente e prioritario. Nel corso dei mesi successivi vengono esplorati anche piani per eliminarlo fisicamente e un tecnico della CIA viene inviato con materiali destinati a un possibile assassinio. Quel piano specifico non viene attuato e Lumumba viene ucciso il 17 gennaio 1961 da attori congolesi in Katanga con un ruolo belga diretto; gli Stati Uniti non furono quindi gli esecutori materiali dell’omicidio. Ma il fatto che una parte dell’apparato americano avesse pianificato la sua eliminazione è documentato dalle fonti ufficiali statunitensi stesse (U.S. Department of State, 1960-1968).

Il programma clandestino non terminò con Lumumba. Dopo il colpo di Mobutu del 14 settembre 1960, gli Stati Uniti sostennero economicamente e politicamente diversi attori congolesi attraverso fondi clandestini, propaganda, sostegno a governi considerati moderati, assistenza alla formazione di maggioranze parlamentari e operazioni militari indirette. La stessa ricostruzione ufficiale americana descrive un programma protrattosi, sotto forme differenti, per quasi sette anni. Il budget aggregato per le principali operazioni clandestine in Congo fra 1960 e 1968 raggiunse circa 11,7 milioni di dollari nominali dell’epoca, cifra che assume un valore molto superiore se rapportata alla dimensione dell’economia congolese e agli strumenti politici disponibili. Più di 5,8 milioni furono destinati alla political action, oltre 3,2 milioni a operazioni aeree e circa 2,6 milioni a capacità navali e collegate. Washington sostenne inoltre la Congolese Air Force attraverso velivoli, elicotteri, parti di ricambio, munizioni e personale di supporto. Non si trattava dunque semplicemente di “soft power”, ma di una vera architettura di intervento politico e militare indiretto (U.S. Department of State, 1960-1968).

Il Congo mostra perché la storia americana non possa essere letta retrospettivamente attraverso la sola promozione della democrazia. Nel 1960 il criterio dominante non era la liberalità del governo africano, ma la collocazione geopolitica del Congo. Mobutu, che avrebbe poi costruito uno dei regimi autoritari più longevi e corrotti del continente, rimase per decenni un interlocutore importante dell’Occidente proprio perché il suo allineamento era considerato strategicamente utile. Il suo incontro con Ronald Reagan alla Casa Bianca nel 1983 costituisce una immagine quasi perfetta della distanza fra retorica democratica e priorità strategica della Guerra fredda. L’America poteva sostenere istituzioni rappresentative in un Paese e un uomo forte in un altro senza percepire necessariamente una contraddizione, perché il criterio superiore restava l’interesse nazionale.

L’Angola mostra un’altra peculiarità del tempo americano: la frammentazione della volontà statale. Nel 1975 l’amministrazione Ford aumenta il sostegno clandestino a FNLA e UNITA mentre l’URSS sostiene l’MPLA e Cuba interviene militarmente. Documenti declassificati mostrano impegni CIA nell’ordine di decine di milioni di dollari, fra forniture, armi, supporto e operazioni indirette. L’esecutivo considera l’intervento necessario per impedire una vittoria sovietico-cubana; il Congresso, tuttavia, sviluppa rapidamente una valutazione differente. Il Tunney Amendment nel 1975 e il successivo Clark Amendment nel 1976 limitano e poi vietano il finanziamento americano di operazioni militari o paramilitari in Angola.

Il significato geopolitico di questo passaggio è enorme. Una amministrazione considera una operazione essenziale per l’equilibrio della Guerra fredda, ma un altro ramo dello Stato può interromperla. Il partner africano non negozia dunque con una entità monolitica chiamata “America”; negozia indirettamente con Casa Bianca, Congresso, CIA, Dipartimento di Stato, opinione pubblica, media, gruppi di interesse e cicli elettorali. È una differenza profonda rispetto al modello cinese contemporaneo, nel quale la separazione fra centro politico, banche e grandi imprese esiste ma viene contenuta dentro una struttura istituzionale molto più centralizzata.

L’episodio angolano diventa ancora più significativo perché la politica statunitense cambia nuovamente negli anni Ottanta. Nel 1985 il Congresso rimuove il divieto del Clark Amendment e l’amministrazione Reagan torna a sostenere UNITA nel quadro della più ampia strategia di pressione contro l’Unione Sovietica e i governi marxisti del Terzo Mondo. Nell’arco di dieci anni, dunque, Washington passa dall’intervento clandestino crescente alla proibizione congressuale dell’intervento e successivamente alla riapertura dello spazio politico per sostenerlo nuovamente. La continuità geopolitica americana deve sempre essere letta insieme alla possibilità di inversione interna.

Dopo la Guerra fredda cambia progressivamente il metodo, ma non scompare l’interesse per l’architettura politica interna dei Paesi africani. National Endowment for Democracy, National Democratic Institute, International Republican Institute, USAID e altre strutture finanziano media, osservazione elettorale, assistenza legale, partecipazione politica, formazione di organizzazioni civili, diritti umani e programmi di governance. Si tratta di una struttura radicalmente diversa dalle operazioni clandestine del Congo, perché gran parte dei finanziamenti e dei programmi è pubblica, sottoposta a procedure formali e dichiaratamente orientata a rafforzare istituzioni democratiche e società civile.

Il fatto che sia trasparente non significa tuttavia che sia geopoliticamente neutrale. Costruire capacità organizzativa modifica la distribuzione del potere dentro una società. Un giornalista meglio formato, una organizzazione capace di monitorare le elezioni, un gruppo di avvocati in grado di documentare abusi o una rete giovanile capace di organizzare una mobilitazione possiedono più capacità di influenzare il sistema politico di quanto ne avessero prima. Non significa che Washington controlli ciò che faranno; significa che ha contribuito ad aumentare la loro capacità.

Il Sudan offre un caso particolarmente utile. Negli anni precedenti alla caduta di Omar al-Bashir, NED aveva sostenuto organizzazioni impegnate nei diritti umani, nella partecipazione femminile e giovanile, nel legal aid, nei media e nel conflict resolution. Dopo le proteste del 2018-2019 e la caduta di Bashir, il sostegno a organizzazioni civili venne ampliato. Sarebbe metodologicamente sbagliato sostenere che gli Stati Uniti abbiano “creato” la rivoluzione sudanese, le cui cause erano profondamente interne: inflazione, deterioramento economico, prezzo del pane, repressione, crisi fiscale, conflitti regionali e perdita di legittimità del regime. Ma sarebbe altrettanto ingenuo affermare che anni di investimento nella capacità organizzativa della società civile non abbiano alcuna rilevanza politica. La capacità non coincide con la regia, ma modifica comunque il campo delle possibilità (NED, 2018; 2019).

La formula “rivoluzione colorata”, applicata automaticamente a ogni mobilitazione sostenuta o osservata favorevolmente dagli Stati Uniti, è quindi analiticamente debole. È utile per descrivere specifici repertori politici sviluppatisi soprattutto nello spazio post-sovietico, ma diventa propaganda quando presuppone che qualunque finanziamento alla società civile equivalga a comando esterno. Gli Stati Uniti finanziano infrastrutture politiche, non telecomandi. Possono aumentare la capacità di un soggetto senza controllarne il comportamento futuro, nello stesso modo in cui possono formare un ufficiale che successivamente rovescerà un governo alleato di Washington.

La differenza con il modello russo contemporaneo appare a questo punto molto più chiaramente. Mosca tende a concentrare risorse sul vertice e sull’apparato coercitivo; Washington distribuisce una parte importante della propria influenza fra governo, forze armate, amministrazione, società civile, università, imprese e sanità. La prima strategia può produrre una leva immediata molto più forte sulla persona del governante; la seconda produce un ecosistema più ampio, meno controllabile e in molti casi più resistente al cambio di regime.

È proprio questa dispersione a spiegare perché l’espulsione di un contingente americano non equivalga alla scomparsa degli Stati Uniti. In Niger, dopo il golpe del luglio 2023, la nuova leadership revoca l’accordo militare e Washington ritira quasi mille uomini nel corso del 2024; Air Base 201 di Agadez, costata circa 100 milioni di dollari e operativa dal 2019, viene abbandonata nell’agosto 2024. Nello stesso anno arrivano istruttori russi. Sul piano securitario sembra una sostituzione quasi perfetta. Ma il Niger non esce contemporaneamente dal sistema del dollaro, dalla tecnologia occidentale, dalle relazioni universitarie, dai mercati internazionali e dalle istituzioni finanziarie multilaterali. La Russia sostituisce una funzione; non sostituisce l’intero sistema.

È precisamente per questo che gli Stati Uniti possiedono un tipo di profondità che Mosca, nonostante i successi nel Sahel, non può facilmente replicare. La Russia può diventare indispensabile per la protezione del vertice politico; gli Stati Uniti possono essere presenti contemporaneamente nel sistema sanitario, nella finanza, nell’istruzione, nell’intelligence, nel commercio, nell’aviazione, nella tecnologia e nella società civile. La profondità è maggiore, ma proprio perché dispersa è meno traducibile in obbedienza immediata.

Il 2025 ha mostrato anche il rovescio di questa struttura. La drastica revisione dell’assistenza estera americana e il ridimensionamento di USAID hanno reso evidente quanto persino funzioni profondamente incorporate nelle economie africane possano essere esposte alla politica interna di Washington. In alcuni Paesi, una quota molto elevata dei programmi HIV, della prevenzione, della distribuzione di farmaci e dell’assistenza sanitaria dipendeva da finanziamenti statunitensi. Quando questi vengono sospesi o ridotti, il problema non è soltanto diplomatico: ospedali, organizzazioni, personale e pazienti sperimentano direttamente la volatilità di una scelta presa negli Stati Uniti.

Questa vulnerabilità costituisce la principale contraddizione del modello americano. Gli Stati Uniti costruiscono capacità tanto profonde da diventare in alcuni settori difficilmente sostituibili e, contemporaneamente, mantengono il diritto politico di ritirare una parte del sostegno. Il partner ottiene un beneficio enorme ma assume anche un rischio di continuità. La dipendenza americana può quindi funzionare in maniera opposta rispetto a quella cinese: con Pechino il problema è spesso che uscire dalla relazione diventa costoso; con Washington il problema può essere che la relazione venga ridotta o terminata da Washington prima che il partner disponga di un sostituto.

È questa la vera geometria del tempo statunitense. PEPFAR può durare più di vent’anni; un’amministrazione può modificare parte della sua architettura in settimane. AGOA può influenzare una industria per venticinque anni e poi essere prorogata per un solo anno. Gli Stati Uniti possono spendere circa 100 milioni di dollari per una base e abbandonarla cinque anni dopo l’entrata in piena operatività; possono sostenere clandestinamente una fazione in Angola, vedere il Congresso interrompere il programma e tornare, dieci anni dopo, a sostenerla. Possono finanziare società civile e, contemporaneamente, collaborare con regimi autoritari quando l’interesse strategico lo richiede.

Il punto comune non è l’incoerenza, ma l’opzionalità. La struttura americana è abbastanza potente da consentire a Washington di cambiare la funzione della propria presenza senza necessariamente perderne tutte le altre. Può diminuire la sicurezza e mantenere la sanità; ridurre l’aiuto e conservare il mercato; sospendere una preferenza tariffaria e continuare a dominare la finanza; abbandonare una base e mantenere intelligence regionale e relazioni istituzionali altrove. La flessibilità è parte del potere.

Per il partner africano, tuttavia, la stessa flessibilità è un rischio. Un contratto di infrastruttura cinese può creare un vincolo per trent’anni; una relazione americana può creare un programma altrettanto profondo e lasciare maggiore incertezza sulla sua continuità politica. Uno Stato che voglia preservare sovranità deve quindi proteggersi non soltanto dall’eccessiva permanenza del partner, ma anche dalla sua improvvisa assenza.

La domanda centrale non è dunque se gli Stati Uniti “restino” o “se ne vadano”. Washington resta quasi sempre attraverso una parte del proprio sistema e modifica la porzione di quel sistema che considera strategicamente conveniente mobilitare. È per questo che il modello americano è meno simile a una presenza territoriale che a una rete: alcuni nodi possono spegnersi, altri rimanere attivi, altri ancora essere riattivati quando cambia la priorità.

Il suo potere deriva precisamente da questa combinazione fra profondità e reversibilità. Ed è la ragione per cui, dal punto di vista africano, gli Stati Uniti sono contemporaneamente uno dei partner più capaci di costruire istituzioni durature e uno dei più difficili sui quali fondare una strategia che presupponga continuità politica automatica..

  1. Niger: la differenza fra una ferrovia e una base

Air Base 201 di Agadez è uno dei casi più utili per comprendere la differenza fra investimento materiale e sedimentazione politica, perché rende evidente come due infrastrutture di costo elevato possano possedere durate geopolitiche completamente differenti. Gli Stati Uniti impiegarono anni per costruire nel Niger settentrionale una base avanzata destinata alle operazioni di intelligence, surveillance and reconnaissance e all’impiego di droni sul Sahel, investendo circa 100 milioni di dollari in piste, hangar, comunicazioni, protezione, logistica e strutture di supporto. Il valore dell’investimento non dipendeva tuttavia soltanto dall’infrastruttura fisica: presupponeva un accordo politico con il governo di Niamey, l’accesso allo spazio aereo, la cooperazione con le forze armate nigerine, la presenza di personale statunitense e, soprattutto, la continuità di un determinato orientamento strategico dello Stato ospitante. Quando il 26 luglio 2023 Mohamed Bazoum viene deposto, questa architettura non viene materialmente distrutta; cambia semplicemente il governo che deve attribuirle valore politico. Nel giro di pochi mesi la nuova leadership militare modifica la propria posizione internazionale, denuncia la presenza americana e avvia rapporti più stretti con Mosca. Nell’aprile 2024 arrivano istruttori militari russi; il 5 agosto Washington completa il ritiro da Agadez e, entro settembre, la presenza militare americana nel Niger viene sostanzialmente smantellata (Reuters, 2024). La base rimane fisicamente dove si trovava, ma perde la funzione che le attribuiva valore.

La prima lezione è che il costo di costruzione di un’infrastruttura non misura il suo grado di radicamento. Una base militare può rappresentare un investimento estremamente sofisticato e, nello stesso tempo, possedere una vita politica brevissima. Dal punto di vista economico si tratta di un asset fortemente specifico: è stato costruito per una determinata funzione, all’interno di una determinata relazione politica e per essere utilizzato da un determinato soggetto. Se uno di questi elementi scompare, una quota molto elevata del suo valore strategico si deprezza quasi istantaneamente. Una ferrovia civile si comporta invece in maniera profondamente diversa, perché continua a generare utilità anche quando cambia il governo, il sistema economico o la relazione diplomatica con chi l’ha finanziata. Un treno merci non deve condividere l’ideologia del nuovo presidente per continuare a trasportare rame; una base per droni stranieri, al contrario, esiste soltanto finché il nuovo presidente considera utile e politicamente accettabile la presenza della potenza che la gestisce.

Il confronto con TAZARA rende la differenza particolarmente evidente. La ferrovia costruita dalla Cina fra Tanzania e Zambia sopravvive a Mao, Nyerere e Kaunda, alla fine dell’ordine bipolare, alla trasformazione della Repubblica Popolare da economia maoista relativamente povera a grande potenza industriale, alla liberalizzazione parziale delle economie africane e a numerosi cambiamenti di governo. La sua funzione viene reinterpretata, ridimensionata, finanziariamente problematizzata e successivamente rilanciata, ma non diventa inutile perché un presidente cambia orientamento politico. Questo dipende dal fatto che TAZARA è stata incorporata nell’economia reale: collega territori, muove persone, condiziona insediamenti, rende possibile trasportare merci e modifica la geografia economica. La relazione con la Cina può migliorare o deteriorarsi, ma la ferrovia continua a occupare spazio nella struttura materiale di Tanzania e Zambia. Air Base 201, invece, era assai meno incorporata nella società nigerina: generava sicurezza, intelligence, occupazione e attività economica locale, ma la sua funzione centrale rimaneva esterna, specificamente statunitense e strettamente dipendente dal consenso politico del governo ospitante.

Questo permette di introdurre una distinzione importante fra infrastrutture ad alta trasferibilità politica e infrastrutture ad alta specificità geopolitica. Le prime possono essere utilizzate da governi diversi e persino da regimi ideologicamente opposti; le seconde sono legate alla permanenza di una relazione strategica. Porti, ferrovie, dighe, reti elettriche e, in parte, sistemi di telecomunicazione appartengono normalmente alla prima categoria, anche se possono contenere elementi di lock-in tecnico; basi militari, centri di intelligence e installazioni securitarie straniere appartengono molto più nettamente alla seconda. La differenza spiega perché un investimento cinese possa spesso conservare valore politico dopo un cambio di governo mentre una presenza militare americana può perderlo rapidamente. Non è questione di maggiore lungimiranza morale della Cina, ma di differente natura dell’asset.

L’aspetto più interessante del Niger riguarda tuttavia ciò che accade prima e dopo il ritiro. Per anni gli Stati Uniti e i partner europei avevano investito nella formazione delle forze armate nigerine, nella cooperazione antiterrorismo, nell’intelligence e nelle capacità istituzionali dello Stato. Quella presenza non era puramente predatoria: rispondeva a una minaccia reale, perché l’espansione di gruppi jihadisti nella regione costituiva un problema concreto per Niamey oltre che per Washington e Parigi. Il paradosso è che la capacità costruita attraverso la cooperazione occidentale non garantiva che le istituzioni che la ricevevano rimanessero politicamente allineate con chi l’aveva finanziata. Un esercito più professionale e più capace è, precisamente per questo, anche un attore politico più autonomo. Nel Sahel la sequenza si è verificata più volte: l’Occidente contribuisce a rafforzare apparati militari per stabilizzare lo Stato; una parte di quegli apparati decide che il governo civile ha fallito; il nuovo regime ridiscute la relazione con l’Occidente e utilizza la propria capacità per cercare un partner alternativo.

Il fenomeno non deve essere interpretato come prova che l’addestramento occidentale produca i colpi di Stato. La causalità sarebbe troppo semplice. Dimostra invece che capacity building e political alignment sono beni differenti. Formare un ufficiale significa aumentare ciò che egli sa fare, non acquisire una opzione politica sul suo comportamento futuro. È lo stesso errore che l’URSS commise quando immaginò talvolta che formare studenti africani nel blocco socialista avrebbe prodotto automaticamente lealtà ideologica, e lo stesso che la Cina potrebbe compiere pensando che borse di studio e programmi di addestramento producano fedeltà politica. La formazione produce prossimità, reti e familiarità; non elimina l’autonomia del formato.

Il caso nigerino contiene anche una lezione sul diverso significato della reversibilità per Washington e per il partner africano. Nel modello cinese il problema più studiato è generalmente il costo che il Paese africano dovrebbe sostenere per sostituire il finanziatore, la tecnologia o l’infrastruttura. Nel modello americano può accadere il contrario: è il partner a chiedersi quanto sia affidabile una relazione la cui continuità dipende da variabili politiche esterne. Washington possiede strumenti profondissimi — dollaro, intelligence, tecnologia, mercati, assistenza, capacità militari — ma li utilizza attraverso un sistema nel quale Congresso, Presidenza, opinione pubblica, vincoli giuridici e priorità strategiche possono modificare in modo relativamente rapido la decisione di restare. Il capitale americano può dunque essere estremamente durevole e contemporaneamente condizionale.

Questa condizionalità ha anche un significato normativo. Gli Stati Uniti non sono normalmente disposti a trattare un governo militare rovesciatosi contro un presidente eletto esattamente come trattavano il governo precedente. Possono sospendere programmi, ridurre cooperazione o imporre condizioni che dipendono dalla natura politica del regime. Dal punto di vista americano, questa capacità di interrompere la relazione costituisce una forma di disciplina e di coerenza con principi istituzionali; dal punto di vista della giunta che ha appena preso il potere, costituisce invece un rischio. La Russia può presentarsi precisamente in questo interstizio, offrendo una relazione nella quale la legittimità del governo è molto meno importante della sua disponibilità a cooperare. L’asimmetria dei valori diventa così una asimmetria dei tempi: Washington può scegliere di sacrificare un investimento già sostenuto per non riconoscere implicitamente il nuovo assetto; Mosca può trasformare il medesimo cambio di regime in una occasione.

Il Niger permette quindi di comprendere perché la Russia possa ottenere enormi dividendi politici con investimenti infinitamente inferiori a quelli statunitensi. Non ha bisogno di sostituire i cento milioni di dollari della base né di riprodurre tutta l’infrastruttura occidentale. Le basta offrire al nuovo regime il bene che in quel momento ha maggiore valore marginale: riconoscimento, addestramento, difesa aerea, armi, protezione politica e disponibilità a cooperare senza condizionare la relazione al ritorno immediato all’ordine costituzionale. La scala economica è minore; la pertinenza temporale è superiore.

La stessa cosa può essere espressa in termini di deprezzamento politico. Un asset materiale tradizionale si deprezza lentamente attraverso usura fisica e obsolescenza tecnologica. Un asset geopolitico può invece perdere valore quasi istantaneamente quando viene meno il regime di autorizzazione che gli permette di funzionare. Air Base 201 non è diventata tecnicamente obsoleta fra luglio 2023 e agosto 2024; è diventata politicamente obsoleta. Questo è il motivo per cui la qualità di un investimento esterno non può essere misurata soltanto attraverso il suo costo, la tecnologia incorporata o la durata prevista. Bisogna chiedere quale quota del suo valore dipenda da una decisione politica revocabile.

La differenza con TAZARA è, in questo senso, quasi ideale. Una ferrovia civile produce una rete di utilizzatori: commercianti, viaggiatori, imprese, agricoltori, autorità locali, società logistiche e città che sviluppano interessi propri nella continuità dell’infrastruttura. Il progetto crea constituency domestiche. Una base straniera produce invece una constituency molto più ristretta e spesso ambigua: apparato di sicurezza, governo centrale, personale impiegato, imprese locali fornitrici e comunità circostante possono beneficiarne, ma la sua funzione resta politicamente controversa e collegata alla presenza di una potenza esterna. L’infrastruttura economica tende quindi ad ampliare nel tempo il numero di soggetti che hanno interesse alla propria sopravvivenza; l’infrastruttura militare straniera può mantenere una base sociale molto più stretta.

È precisamente questa differenza a spiegare perché il cemento, da solo, non costruisca necessariamente potere duraturo. Il potere nasce quando l’asset diventa utile a soggetti diversi da chi l’ha costruito. In Tanzania e Zambia la ferrovia cinese è sopravvissuta perché, oltre ad essere cinese nella propria origine, è diventata africana nella propria funzione. Air Base 201 non aveva compiuto lo stesso passaggio: rimaneva americana nella propria funzione, anche se materialmente costruita sul territorio nigerino.

La lezione strategica è quindi più ampia del Niger. Le potenze che desiderano una presenza durevole devono trasformare i propri asset da strumenti della propria politica in componenti utili dell’economia politica del partner. La Cina è riuscita frequentemente a farlo con infrastrutture civili, proprio perché il treno, il porto, la diga o la rete continuano a servire interessi locali indipendentemente dal rapporto diplomatico. Gli Stati Uniti vi riescono molto meglio quando operano attraverso programmi come PEPFAR, che costruiscono cliniche, personale, procedure e risultati socialmente diffusi, rispetto a quando il proprio investimento è concentrato in asset che restano visibilmente esterni. Il dato è confermato dalla profondità della presenza sanitaria americana, alla quale i dati 2026 attribuiscono circa 26 milioni di vite salvate, 7,8 milioni di bambini nati senza HIV e oltre 20 milioni di persone sostenute da terapia antiretrovirale: qui la struttura americana è diventata in molti Paesi parte del sistema sanitario, non semplicemente una installazione straniera.

Il Niger mostra perciò due forme diverse di perdita. Washington perde una posizione militare, ma non necessariamente tutta la propria influenza sociale, economica e culturale; Mosca acquisisce accesso alla giunta, ma non per questo eredita automaticamente il capitale sanitario, educativo, finanziario, tecnologico e commerciale costruito dall’Occidente. Un cambio di fornitore securitario non equivale a un completo riallineamento sistemico. È precisamente uno degli errori della narrativa contemporanea sul Sahel: confondere l’espulsione di una base o di un contingente con una sostituzione totale dell’ecosistema di dipendenza. Lo Stato africano può espellere il soldato francese, mantenere l’euro come principale riferimento commerciale, inviare i figli a studiare a Londra, utilizzare tecnologia cinese, comprare armi russe e dipendere da finanziamenti multilaterali. Le dipendenze non si sostituiscono necessariamente; si sovrappongono.

La vera opposizione fra TAZARA e Air Base 201 non è dunque fra “Cina che resta” e “America che fugge”, ma fra due tecnologie di inserimento. La prima si radica attraverso utilità diffusa e trasformazione dello spazio economico; la seconda dipende da un consenso politico specifico e dalla continuità della relazione strategica. Il valore temporale di un asset non è determinato dalla sua durata ingegneristica, ma dalla quantità di società locale che riesce a incorporare.

Russia contemporanea: poco capitale, molta leva

La debolezza economica relativa della Russia è precisamente ciò che rende interessante la sua efficacia politica. Mosca non può competere con il volume commerciale dell’Unione Europea o della Cina, non può replicare programmi sanitari della scala di PEPFAR e non dispone della capacità finanziaria per sostenere sistematicamente centinaia di miliardi di infrastrutture. Deve quindi concentrare risorse in settori nei quali una quantità relativamente piccola di capitale produce un ritorno politico elevatissimo: armamenti, mercenari, istruttori, intelligence, propaganda, sicurezza del regime, miniere, grano, fertilizzanti e diplomazia. Il modello russo non distribuisce il capitale su un intero sistema economico; tende a collocarlo nei punti nei quali il valore marginale è maggiore.

È per questa ragione che Wagner non può essere interpretata soltanto come società militare privata. Il prodotto venduto non è semplicemente il combattente, ma il tempo politico che quel combattente acquista per il cliente. Se il governo centrafricano rischia di perdere il controllo, la presenza russa compra tempo; se la giunta del Mali è isolata dall’Occidente, armi e protezione comprano tempo; se un regime teme di essere rovesciato, il valore della sicurezza aumenta molto più rapidamente di quello di una infrastruttura che produrrà reddito fra dieci anni. Il tempo acquistato può poi essere scambiato con concessioni, accesso, contratti e influenza. La violenza aumenta il tasso di sconto e la Russia vende il proprio bene precisamente dove il tasso è più alto.

La Repubblica Centrafricana costituisce il laboratorio più evidente. Nel 2018 la Russia entra rapidamente con armi, istruttori e personale collegato a Wagner a sostegno di Faustin-Archange Touadéra in uno Stato caratterizzato da territorio contestato, risorse minerarie, debole controllo governativo e forte insicurezza del vertice. Il sostegno alla presidenza apre accesso politico; l’accesso politico facilita opportunità economiche; le opportunità economiche aiutano a sostenere la presenza securitaria, che a sua volta produce ulteriore accesso. Carnegie descrive questo playbook come una combinazione di regime security, influenza politica e opportunità minerarie destinata successivamente a essere adattata al Sahel (Reynolds et al., 2026). La Russia non ha bisogno di controllare l’intera economia centrafricana se riesce a controllare relazioni ad altissimo valore marginale.

Il Sudan rappresenta un altro passaggio fondamentale. Nel 2017 Omar al-Bashir approfondisce il rapporto con Mosca mentre il regime cerca nuovi appoggi; Wagner e società collegate entrano in reti securitarie e minerarie, soprattutto aurifere. Per Bashir la Russia offre sostegno relativamente privo delle condizionalità politiche occidentali; per la rete russa il Sudan offre risorse, accesso e una posizione strategica sul Mar Rosso. L’oro possiede inoltre caratteristiche perfette per una presenza che deve monetizzare rapidamente: alto valore, facilità di trasporto e liquidabilità. La differenza con la Cina è qui quasi didattica: Pechino costruisce una pipeline che potrà funzionare per decenni; la rete Wagner privilegia una risorsa che può trasformarsi rapidamente in cash flow. Il diverso orizzonte politico produce un diverso modello economico.

  1. Mali, Burkina Faso e Niger: monetizzare il vuoto

Il Mali subisce un primo golpe il 18 agosto 2020 e un secondo passaggio di forza nel maggio 2021, che consolida Assimi Goïta; Wagner arriva successivamente. La sequenza è importante perché non esistono prove robuste che Mosca abbia organizzato i golpe, mentre è molto più facile dimostrare che abbia sfruttato con straordinaria rapidità l’ambiente politico che essi hanno creato. Francia e partner occidentali avevano investito per anni nella stabilizzazione attraverso Serval, Barkhane, MINUSMA, EUTM e G5 Sahel, ma l’insurrezione continuava a espandersi, aumentando il costo reputazionale della presenza occidentale. La giunta poteva quindi trasformare il fallimento securitario in un discorso di sovranità e presentare la Russia come partner privo delle lezioni politiche associate a Parigi e Bruxelles.

Wagner entra nel 2021 e, nel novembre 2023, forze maliane e russe conquistano Kidal, ottenendo una vittoria simbolicamente enorme che tuttavia non risolve la guerra. Nel luglio 2024, a Tinzaouaten, una grande operazione ribelle infligge perdite gravissime ai russi e alle forze maliane; nel 2025 JNIM amplia la pressione sulle rotte economiche e da settembre impone una strategia di blocco dei carburanti verso Bamako. All’inizio del 2026 Carnegie stima circa mille combattenti russi di Africa Corps impegnati nel Paese senza che l’insurrezione sia stata eliminata (Reynolds et al., 2026).

La differenza fra obiettivi francesi e russi aiuta a comprendere perché questa situazione non debba essere automaticamente interpretata come fallimento di Mosca. La Francia aveva formalmente legato il proprio intervento alla stabilizzazione dello Stato, alla lotta al terrorismo, alla governance, allo sviluppo e al processo politico; il modello russo può adottare un obiettivo più ristretto, che Carnegie sintetizza efficacemente come proteggere la giunta e proteggere le miniere. Se questo è il criterio, un aumento dell’insicurezza civile non implica necessariamente l’insuccesso russo finché il cliente continua a governare. Regime security e state building non sono la stessa cosa.

Il Burkina Faso mostra invece come la Russia contemporanea possa agganciarsi a una memoria che non ha costruito. I due golpe del 2022 portano prima Paul-Henri Sandaogo Damiba e poi, il 30 settembre, Ibrahim Traoré al potere. Il nuovo discorso utilizza massicciamente il lessico della sovranità, dell’emancipazione dalla Francia e della rivoluzione, inserendo la memoria di Sankara in un ambiente politico nel quale compaiono anche simboli russi. Traoré non è Sankara, il Burkina del 2022 non è quello del 1983 e la Russia di Putin non è l’URSS, ma la connessione narrativa può funzionare perché unisce un elemento autenticamente burkinabè — Sankara — a una memoria storica anticoloniale e a un’offerta securitaria contemporanea. Mosca non deve inventare l’anticolonialismo; deve agganciarsi a un capitale politico già disponibile.

Il Niger presenta lo stesso meccanismo in forma ancora più chiara. Dopo il rovesciamento di Mohamed Bazoum il 26 luglio 2023 non esistono prove sufficienti per attribuire il golpe al Cremlino, ma le reti informative filorusse avevano già lavorato sul terreno simbolico. L’Africa Center for Strategic Studies ha documentato che, nei 45 canali Telegram russi e Wagner monitorati, i contenuti dedicati al Niger aumentarono del 6.645% nel mese successivo al golpe; Prigozhin salutò positivamente la caduta di Bazoum e la nuova situazione fu immediatamente inserita nella narrativa della liberazione dal colonialismo francese (Africa Center for Strategic Studies, 2024). La formula “la Russia organizza i colpi di Stato” è quindi più debole di una tesi molto meglio documentabile: Mosca non deve necessariamente produrre il terremoto, perché può essere l’attore più rapido nell’acquistare posizione dopo che il terremoto ha già distrutto le vecchie relazioni. Crisi, golpe, sanzioni, rottura con Francia o Stati Uniti, bisogno di nuove armi e di riconoscimento: è in questo spazio che la Russia è diventata particolarmente competitiva.

  1. La memoria sovietica come capitale russo contemporaneo

Il paradosso russo non può essere compreso limitandosi alla contrapposizione fra il tempo breve della transazione securitaria contemporanea e il tempo lungo della memoria. Occorre chiedersi da dove provenga concretamente quella memoria, attraverso quali istituzioni sia sopravvissuta alla dissoluzione dell’URSS e, soprattutto, in quale misura la Federazione Russa contemporanea possa davvero presentarsene come erede. La risposta è meno lineare della narrazione proposta oggi da Mosca, ma proprio per questo è più interessante. Il capitale politico sovietico in Africa è reale, fu in alcuni Paesi profondissimo e attraversò contemporaneamente forniture militari, università, partiti, eserciti, servizi, organizzazioni sindacali, relazioni personali e formazione delle élite; tuttavia non fu uniforme sul continente, non appartenne esclusivamente a Mosca, venne largamente abbandonato dalla stessa Russia durante gli anni Novanta e viene oggi ricostruito retrospettivamente come se esistesse una continuità quasi naturale fra l’Unione Sovietica che sosteneva movimenti marxisti e nazionalisti di liberazione e la Federazione Russa che protegge giunte militari, negozia concessioni minerarie e utilizza il linguaggio della sovranità contro l’ordine occidentale. La forza della strategia narrativa russa consiste precisamente nel partire da una storia largamente vera, eliminandone poi le discontinuità e riscrivendone il significato.

La prima componente di questo capitale fu militare. Nell’Africa australe, soprattutto, l’assistenza sovietica non rappresentò un elemento decorativo della solidarietà internazionale, ma contribuì concretamente alla capacità operativa di movimenti che combattevano regimi coloniali o suprematisti. L’ANC sudafricano costituisce un caso esemplare. Dopo il massacro di Sharpeville del marzo 1960, la messa al bando dell’ANC e la nascita, nel 1961, di Umkhonto we Sizwe, il problema non era soltanto politico: un movimento fino ad allora prevalentemente impegnato nella mobilitazione civile doveva improvvisamente produrre quadri clandestini capaci di organizzare sabotaggi, comunicazioni, strutture militari e, successivamente, guerriglia. I primi militanti ricevettero formazione da una pluralità di interlocutori, fra cui Algeria, Egitto e Cina, ma dall’inizio degli anni Sessanta l’URSS divenne uno dei principali centri di preparazione di personale dell’ANC e del South African Communist Party. I programmi sovietici comprendevano tattica, esplosivi, comunicazioni, clandestinità, organizzazione delle unità, armamenti pesanti e formazione politico-militare; nel corso dei decenni successivi una parte importante della futura dirigenza militare dell’ANC avrebbe attraversato strutture sovietiche o del blocco socialista (Shubin, 2008; South African Democracy Education Trust, 2008).

Il dato qualitativo è importante quanto quello quantitativo. Per uomini che combattevano un regime appoggiato economicamente, diplomaticamente o indirettamente da numerosi Paesi occidentali, ricevere armi e formazione dall’URSS attribuiva alla relazione con Mosca un significato che non poteva essere replicato successivamente da un contratto commerciale. Non si trattava semplicemente di simpatia ideologica. L’Unione Sovietica appariva nel momento in cui il movimento era illegale, clandestino e materialmente vulnerabile. È questo che conferisce alla memoria un rendimento particolarmente elevato: l’aiuto ricevuto durante una fase esistenziale viene valutato diversamente dall’investimento ricevuto quando il nuovo Stato è ormai consolidato.

La rivolta di Soweto del giugno 1976 ampliò ulteriormente questo circuito. Migliaia di giovani sudafricani lasciarono il Paese e raggiunsero Botswana, Swaziland, Tanzania, Angola, Mozambico e altri territori nei quali l’ANC manteneva strutture operative. Una parte di essi venne successivamente inviata in URSS, Germania orientale, Cecoslovacchia, Cuba o altri Paesi socialisti per la formazione militare e tecnica. L’effetto fu intergenerazionale: la relazione con il blocco socialista non interessò soltanto la leadership storica dell’ANC, ma contribuì alla formazione di quadri che sarebbero poi entrati nelle istituzioni del Sudafrica democratico dopo il 1994. Questa continuità personale spiega perché la memoria sovietica sia rimasta particolarmente resistente in Sudafrica. Il beneficiario dell’assistenza non scompare dopo la vittoria: diventa partito di governo, entra nelle forze armate, nell’intelligence, nell’amministrazione, nel corpo diplomatico e nelle grandi aziende pubbliche. La memoria privata viene così trasferita dentro la memoria istituzionale dello Stato (Shubin, 2008).

Ciò non significa che il Sudafrica post-apartheid sia diventato un satellite russo o che l’orientamento internazionale dell’ANC possa essere spiegato attraverso una forma di gratitudine automatica. Sarebbe precisamente l’errore che occorre evitare. Il sistema finanziario sudafricano resta profondamente integrato con l’Occidente, il diritto conserva una forte matrice britannica e romano-olandese, l’inglese domina il sistema professionale, le università statunitensi e britanniche esercitano enorme attrazione e le imprese occidentali continuano a svolgere un ruolo economico assai superiore a quello russo. L’eredità sovietica agisce su un piano differente: fornisce una memoria positiva che riduce il costo politico di una relazione contemporanea con Mosca, soprattutto quando questa viene presentata attraverso il lessico della continuità storica e della solidarietà anticoloniale.

L’Angola costituisce un secondo caso ancora più evidente, perché l’assistenza socialista coincide con la sopravvivenza del movimento che conquisterà lo Stato. Dopo la Rivoluzione dei Garofani del 25 aprile 1974 e il rapido disimpegno portoghese dall’impero, MPLA, FNLA e UNITA entrano in conflitto per il controllo dell’Angola indipendente. La guerra civile diventa immediatamente internazionale. Gli Stati Uniti sostengono FNLA e successivamente UNITA, lo Zaire interviene, il Sudafrica invia truppe, la Cina fornisce assistenza a forze rivali dell’MPLA e l’Unione Sovietica aumenta enormemente le proprie forniture al movimento di Agostinho Neto. In una comunicazione del 25 novembre 1975 indirizzata da Gerald Ford a Valéry Giscard d’Estaing, Washington stimava che dall’inizio di marzo l’URSS avesse consegnato all’MPLA più di 10.000 tonnellate di armi ed equipaggiamenti; lo stesso documento riconosceva che il sostegno sovietico al movimento aveva radici precedenti e attribuiva a Mosca l’obiettivo di accrescere, attraverso una vittoria angolana, la propria credibilità presso gli altri movimenti di liberazione africani (U.S. Department of State, 1975).

L’Angola permette tuttavia di introdurre una correzione necessaria alla successiva appropriazione russa di questa memoria. La vittoria dell’MPLA non fu semplicemente una vittoria “sovietica”. Cuba ebbe un ruolo operativo e politico autonomo e decisivo. L’Operación Carlota, iniziata nel novembre 1975, portò progressivamente decine di migliaia di militari cubani in Angola e modificò il rapporto di forze sul terreno. Piero Gleijeses ha dimostrato attraverso una vasta documentazione cubana, statunitense e sudafricana che L’Avana non agì semplicemente come esecutore degli ordini sovietici, ma sviluppò una propria politica africana e prese decisioni rilevanti in autonomia rispetto a Mosca (Gleijeses, 2002; 2006). Quando la Russia contemporanea ingloba l’intero sostegno socialista all’Angola nella categoria dell’“amicizia russo-africana”, tende dunque a russificare retrospettivamente una esperienza che fu sovietica, cubana e, soprattutto, angolana.

La stessa cautela è necessaria per Cuito Cuanavale, combattuta fra la fine del 1987 e il marzo 1988. Le interpretazioni militari della battaglia restano controverse: Pretoria, L’Avana, Luanda e la storiografia successiva hanno attribuito significati differenti agli obiettivi, alle perdite e all’esito operativo. È quindi metodologicamente prudente evitare la formula propagandistica secondo cui una parte avrebbe semplicemente “distrutto” l’altra. Ciò che appare invece storicamente più solido è che il confronto militare in Angola, accompagnato successivamente dall’avanzata cubano-angolana verso il confine namibiano, contribuì a modificare la percezione dei costi di una prosecuzione della guerra e si inserì nel processo negoziale che condusse agli accordi tripartiti del dicembre 1988, al ritiro cubano dall’Angola e all’applicazione del percorso verso l’indipendenza della Namibia (Gleijeses, 2013).

Nella memoria politica africana, tuttavia, Cuito Cuanavale assume un significato ancora più ampio. Nelson Mandela avrebbe descritto successivamente l’esito del confronto angolano come un punto di svolta nella lotta contro l’apartheid. Anche senza accettare integralmente la lettura politica dell’ANC o quella cubana della battaglia, resta evidente il capitale simbolico prodotto: una coalizione africano-socialista aveva dimostrato che l’apparato militare sudafricano non possedeva una libertà d’azione illimitata nell’Africa australe. La Russia contemporanea può utilizzare quella memoria perché armi, consiglieri e parte della struttura militare provenivano dall’URSS; ma, ancora una volta, non può storicamente appropriarsene integralmente senza cancellare Cuba e gli stessi combattenti angolani.

La Namibia rafforza il meccanismo. SWAPO, movimento di liberazione contro il controllo sudafricano del territorio, ricevette per anni equipaggiamento, addestramento e assistenza dal blocco socialista. Le valutazioni dell’intelligence americana degli anni Ottanta riconoscevano che l’URSS forniva una parte rilevante degli armamenti di SWAPO, comprese armi leggere, mortai, sistemi antiaerei portatili, mine e apparecchiature di comunicazione, mentre quadri selezionati ricevevano formazione specialistica nell’Unione Sovietica e a Cuba (U.S. Department of Defense, 1984). Quando la Namibia ottiene l’indipendenza nel 1990, SWAPO non scompare: diventa il partito dominante dello Stato indipendente. È ancora una volta il passaggio dalla memoria rivoluzionaria alla memoria istituzionale. Il soggetto che ricorda l’assistenza non è soltanto il veterano; è il partito che occupa il governo.

Lo stesso vale, con caratteristiche diverse, per il Mozambico. FRELIMO ricevette sostegno sia sovietico sia cinese durante la guerra anticoloniale contro il Portogallo e, dopo l’indipendenza del 1975, sviluppò una relazione militare molto stretta con l’URSS. Negli anni della guerra contro RENAMO, Mosca fornì armamenti, formazione e consiglieri; nel 1977 venne firmato un trattato di amicizia e cooperazione. Tuttavia la storia di FRELIMO mostra anche quanto sia inesatto trasformare la memoria africana del socialismo in esclusivo capitale russo. La Cina aveva sostenuto il movimento durante la guerra di liberazione e la competizione sino-sovietica attraversò per anni la politica dei movimenti africani. Dar es Salaam funzionò precisamente come uno dei luoghi in cui le organizzazioni di liberazione potevano mettere in concorrenza Mosca e Pechino, accettando assistenza senza rinunciare necessariamente alla propria autonomia (Roberts, 2022; Telepneva, 2022).

Lo Zimbabwe costituisce la controprova migliore contro una lettura monolitica dell’assistenza socialista. ZAPU e il suo braccio armato ZIPRA svilupparono una relazione particolarmente stretta con l’Unione Sovietica e adottarono, soprattutto nella fase finale della guerra, una dottrina maggiormente orientata alla preparazione di forze convenzionali; ZANU e ZANLA ricevettero invece una assistenza molto più importante dalla Cina e furono profondamente influenzate dalla concezione maoista della guerra popolare. Quando Robert Mugabe vince le elezioni del 1980, a conquistare il predominio politico non è il principale cliente sovietico ma il movimento maggiormente sostenuto da Pechino. La Russia contemporanea può quindi rivendicare una parte della memoria anticoloniale dell’Africa australe, ma non l’intero archivio. Il mondo socialista era esso stesso competitivo.

In Guinea-Bissau, al contrario, il contributo sovietico può essere associato più direttamente a un cambiamento delle capacità militari del PAIGC. Nella fase finale della guerra contro il Portogallo, la disponibilità di missili terra-aria di provenienza sovietica contribuì a ridurre il vantaggio aereo portoghese e ad ampliare la libertà operativa della guerriglia. Le analisi statunitensi dell’epoca riconoscevano che Mosca forniva armi, addestramento e sostegno attraverso la Guinea di Sékou Touré e attribuivano a quella assistenza un ruolo significativo nella capacità del PAIGC di consolidare il controllo territoriale e arrivare al potere (U.S. Department of State, 1973; 1976). Qui il capitale simbolico deriva da un nesso immediato fra strumento e risultato: il sostegno sovietico non viene ricordato soltanto come solidarietà diplomatica, ma come contributo materiale a modificare il rapporto di forza con una potenza coloniale europea.

A questa memoria militare se ne sovrappose una seconda, probabilmente ancora più profonda, prodotta dall’istruzione. L’Unione Sovietica investì sistematicamente nella formazione di studenti, ufficiali, tecnici, medici e funzionari africani. Nel 1969 gli Stati Uniti stimavano circa 5.000 studenti dell’Africa subsahariana presenti nell’URSS con borse di studio; negli anni successivi il numero crebbe ulteriormente. Una valutazione americana del 1984 parlava di circa 18.000 studenti africani allora impegnati in programmi accademici sovietici, rispetto agli 8.000 circa registrati nel 1975 (U.S. Department of State, 1969; U.S. Department of Defense, 1984). Anche accettando la cautela necessaria davanti a dati prodotti dall’intelligence durante la Guerra fredda, l’ordine di grandezza è sufficiente per mostrare il fenomeno.

La scelta dell’Università dell’Amicizia dei Popoli, istituita a Mosca nel 1960 e dedicata a Patrice Lumumba nel 1961, mostra quanto il sistema educativo fosse esplicitamente geopolitico. Il nome stesso collegava l’istruzione degli studenti del Terzo Mondo alla memoria di un leader africano assassinato pochi mesi dopo l’indipendenza del Congo. L’URSS non offriva quindi soltanto una laurea, ma inseriva quella laurea dentro una narrazione del mondo nella quale colonialismo, imperialismo e sottosviluppo erano fenomeni collegati e il campo socialista si presentava come alleato del processo di emancipazione.

Naturalmente questa strategia non trasformò automaticamente gli studenti africani in sostenitori del sistema sovietico. L’episodio della morte di Edmund Assare-Addo a Mosca nel dicembre 1963 e la conseguente manifestazione di centinaia di studenti africani mostrano quanto il rapporto potesse essere conflittuale. Gli studenti accusarono le autorità di non proteggerli dal razzismo; il governo sovietico contestò la ricostruzione degli eventi e reagì con crescente irritazione alla protesta. Julie Hessler ha mostrato come il caso mise in crisi l’autorappresentazione sovietica di società completamente estranea al razzismo e dimostrò l’autonomia politica degli stessi studenti che Mosca sperava di conquistare culturalmente (Hessler, 2006).

È una correzione importante perché consente di capire meglio la natura del capitale educativo. L’URSS non acquistava obbedienza; costruiva familiarità, competenze e memoria. Alcuni studenti tornarono nei propri Paesi profondamente simpatetici verso Mosca, altri critici, altri completamente indifferenti. Ma tutti avevano attraversato un sistema di formazione che aveva rappresentato una alternativa concreta alle università delle ex potenze coloniali. Per uno Stato africano appena indipendente e con una drammatica scarsità di laureati, questo fatto aveva un peso specifico enorme.

La Tanzania e Zanzibar rappresentano precisamente questa fase. All’indipendenza, Tanganyika disponeva di una base di capitale umano molto ridotta rispetto alle esigenze di uno Stato moderno; la formazione all’estero divenne quindi una componente strutturale della costruzione statale. Studenti e quadri venivano mandati nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in India, in Unione Sovietica, nella Germania orientale, in Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Cina e altrove. La politica non consisteva nel consegnarsi a un blocco, ma nel moltiplicare le fonti di competenza. Nyerere riuscì precisamente a utilizzare la competizione fra sistemi come strumento di autonomia (Burton, 2020; Roberts, 2022).

Questo rende ancora più chiara la differenza fra l’eredità sovietica e il suo utilizzo russo contemporaneo. Il capitale originario fu costruito investendo in persone la cui utilità politica poteva maturare decenni dopo; la Russia di oggi tende molto più spesso a concentrare risorse in accordi securitari capaci di produrre un ritorno quasi immediato. Il vecchio modello acquistava il futuro formando un ingegnere; il nuovo tende a comprare il presente proteggendo il presidente.

È una differenza decisiva.

La prima forma di influenza sopravvive facilmente alla caduta di un governo, perché il medico, l’ingegnere o il generale formato all’estero continuano a esistere anche quando cambia il regime. La seconda è assai più fragile, perché la relazione può essere legata direttamente al cliente che l’ha firmata. Proprio per questo la Russia contemporanea trae enorme vantaggio dal fatto di poter utilizzare un capitale storico che non ha bisogno di ricostruire integralmente.

La continuità fra URSS e Federazione Russa fu peraltro tutt’altro che lineare. La dissoluzione sovietica del 1991 produsse una vera cesura. Negli anni di Boris Eltsin l’Africa perse gran parte della propria centralità strategica; programmi di cooperazione furono ridimensionati, il sistema di assistenza ideologica e militare scomparve e il nuovo governo russo cercò soprattutto integrazione con l’Occidente e accesso all’economia globale. Molti dei vecchi partner africani sperimentarono quindi non una continuità, ma un abbandono. La Russia che oggi parla di “amicizia storica” omette frequentemente questo decennio di quasi-disimpegno.

Il caso sudafricano è particolarmente eloquente. Negli ultimi anni dell’URSS, mentre il sistema dell’apartheid entrava nella fase negoziale, funzionari sovietici iniziarono progressivamente a stabilire rapporti anche con esponenti del National Party e dello Stato sudafricano. L’obiettivo non era più semplicemente sostenere l’ANC, ma prepararsi a un nuovo equilibrio. Dopo il 1991 la Russia accelerò la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Pretoria e ridusse drasticamente il carattere ideologico della politica precedente. La cesura dimostra che l’attuale racconto della “continuità” russo-africana è in parte una ricostruzione retrospettiva: la memoria degli africani rimase più continua della politica russa.

È con Vladimir Putin, soprattutto dopo il progressivo deterioramento dei rapporti con l’Occidente, che quell’archivio viene riscoperto come asset strategico. Nei primi anni Duemila la politica africana di Mosca resta relativamente pragmatica, concentrata su armamenti, energia, materie prime, contratti e restaurazione dello status di grande potenza. Dopo il 2014 e ancora più nettamente dopo il 2022, il linguaggio cambia: la competizione con l’Occidente viene reinterpretata sempre più spesso attraverso categorie di sovranità, multipolarità e anticolonialismo.

Il Foreign Policy Concept della Federazione Russa approvato il 31 marzo 2023 formalizza questo passaggio. Il documento attribuisce alla Russia un ruolo storico nel processo di decolonizzazione, denuncia pratiche considerate neocoloniali, dedica all’Africa una sezione specifica e lega esplicitamente la cooperazione con il continente alla costruzione di un ordine mondiale multipolare, alla sovranità, alla sicurezza, alla cooperazione militare e allo sviluppo economico (Russian Federation, 2023). La memoria sovietica cessa così di essere soltanto un repertorio di aneddoti diplomatici e diventa elemento della dottrina ufficiale.

La stessa trasformazione è evidente nei vertici Russia-Africa di Sochi del 2019 e San Pietroburgo del 2023. Putin insiste ripetutamente sul sostegno sovietico ai movimenti di liberazione e sulla presunta assenza di una storia coloniale russa paragonabile a quella dell’Europa occidentale. Nel 2023, mentre la Russia è isolata da una parte consistente dell’Occidente dopo l’invasione dell’Ucraina, il richiamo all’anticolonialismo diventa ancora più funzionale: Mosca cerca di trasformare un conflitto con Stati Uniti ed Europa in una opposizione più generale fra una “maggioranza mondiale” e un Occidente accusato di voler conservare privilegi ereditati dall’epoca coloniale.

La narrativa è potente proprio perché contiene una parte considerevole di verità. Francia, Regno Unito, Belgio, Portogallo, Germania e Italia hanno realmente posseduto imperi africani; l’URSS non ebbe colonie africane e sostenne realmente movimenti che combattevano quegli imperi. Il salto logico avviene quando Mosca trasforma questa differenza storica nella conclusione secondo cui qualsiasi azione russa contemporanea sarebbe per definizione anticoloniale.

Non lo è.

Una concessione mineraria ottenuta da una giunta non diventa emancipatoria perché l’URSS sosteneva l’ANC.

La protezione personale di un presidente non diventa lotta anticoloniale perché Mosca forniva missili al PAIGC.

Africa Corps non diventa automaticamente erede politico dei movimenti di liberazione soltanto perché utilizza la stessa bandiera nazionale dello Stato successore dell’URSS.

Questa distinzione è essenziale proprio per riconoscere la realtà del capitale storico sovietico senza diventare prigionieri della sua utilizzazione propagandistica contemporanea.

La Russia compie inoltre una seconda operazione di semplificazione: trasforma in “russo” ciò che fu sovietico. L’URSS era uno Stato multinazionale. Fra istruttori, tecnici, ufficiali e professori che formarono africani vi erano russi, ucraini, bielorussi, georgiani, armeni, baltici, centroasiatici e cittadini di molte altre repubbliche. Gli africani venivano inoltre formati non soltanto in Russia ma in Ucraina e in altre parti dell’Unione. La Odessa in cui si addestravano militanti africani, la Kiev nella quale studiavano tecnici e le accademie dislocate nelle varie repubbliche erano sovietiche, non semplicemente russe. Dopo il 1991 una parte di quel patrimonio umano e istituzionale si trovò fuori dalla Federazione Russa.

Lo stesso vale per il blocco socialista. Germania orientale, Cecoslovacchia, Bulgaria, Ungheria e Cuba costruirono propri rapporti con gli africani. In Zanzibar, Tanzania, Mozambico, Angola e altri Paesi, la formazione del personale non proveniva da un singolo centro. Quando oggi Mosca parla della “Russia” che avrebbe aiutato l’Africa, comprime un sistema multinazionale e multilaterale dentro la propria identità contemporanea. È una operazione politicamente comprensibile ma storicamente imprecisa.

La memoria sovietica è inoltre geograficamente molto diseguale. Nell’Africa australe esistono partiti che derivano direttamente da movimenti sostenuti dall’URSS: ANC in Sudafrica, MPLA in Angola, SWAPO in Namibia, FRELIMO in Mozambico. Qui la memoria è organizzata dentro partiti e biografie. In altre regioni, soprattutto nell’Africa francofona occidentale, il legame sovietico fu spesso meno capillare o riguardò élite specifiche, studenti e movimenti che non conquistarono necessariamente lo Stato. È precisamente in questi contesti che la Russia contemporanea utilizza un anticolonialismo più astratto e meno biografico.

Il Sahel è il laboratorio di questo trasferimento della memoria. In Mali, Burkina Faso e Niger, la Russia può sfruttare un capitale anticoloniale sovietico che localmente non ha la stessa profondità di quello angolano o sudafricano, perché l’oggetto principale della narrativa non è tanto la vecchia amicizia bilaterale quanto l’opposizione alla Francia. Il vantaggio russo nasce quindi per differenza. Mosca può presentarsi come ciò che Parigi non è: una potenza europea che non ha governato formalmente il Paese, non ha imposto il franco CFA, non ha mantenuto lo stesso tipo di reti postcoloniali e può richiamarsi alla storia sovietica della decolonizzazione.

Sankara assume qui un valore enorme. La Russia contemporanea non ha bisogno di trasformarlo in teorico del putinismo, cosa storicamente assurda; è sufficiente collocare il proprio simbolo accanto alla sua memoria e lasciare che l’opposizione alla Francia crei il ponte semantico. La stessa logica funziona con Nkrumah, Lumumba e altri simboli panafricani. L’operazione propagandistica più sofisticata non consiste nel mettere Putin al centro dell’immagine, ma nel mettere al centro un eroe africano e presentare la Russia come il partner che ne condividerebbe il rifiuto del neocolonialismo.

Qui la distinzione fra memoria vissuta, memoria istituzionale e memoria narrata diventa particolarmente utile. La memoria vissuta appartiene a chi ha effettivamente studiato in URSS, combattuto con armi sovietiche o lavorato con consiglieri del blocco socialista. È il livello più resistente, perché l’esperienza personale non richiede propaganda. La memoria istituzionale appartiene ai partiti, agli eserciti e alle organizzazioni che incorporano quell’esperienza nella propria genealogia. L’ANC può ricordare l’URSS anche quando la generazione direttamente coinvolta scompare, perché la storia del partito conserva il rapporto. La memoria narrata appartiene invece alle nuove generazioni che non hanno conosciuto l’URSS e ricevono quella storia attraverso famiglia, scuola, partiti, social media, media russi o discorso panafricano. A ogni passaggio la distanza dall’esperienza originaria aumenta e cresce quindi lo spazio per la reinterpretazione.

Un veterano dell’ANC che si addestrò a Odessa può attribuire alla parola “Mosca” un significato biografico. Suo figlio può riceverla come memoria familiare e politica. Un giovane manifestante burkinabè nato quindici o vent’anni dopo la dissoluzione sovietica può invece percepire la bandiera russa soprattutto come simbolo di opposizione alla Francia. Sono tre Russie differenti racchiuse nello stesso segno.

È questo uno dei principali successi della strategia di Mosca: riuscire a trasferire il capitale dalla prima memoria alla terza.

Ma il trasferimento contiene un rischio enorme. Più ci si allontana dall’esperienza originaria, più il valore della memoria dipende dalla capacità della politica contemporanea di confermarla. Il veterano può mantenere gratitudine verso l’URSS anche quando non approva Putin; il ventenne che ha conosciuto soltanto Africa Corps giudicherà invece la Russia prevalentemente dai risultati attuali.

E i risultati, nel tempo, possono divergere dalla narrativa.

È ciò che rende il Mali particolarmente importante. La Russia entra promettendo una forma di cooperazione securitaria più efficace e meno paternalistica di quella francese. La conquista di Kidal nel novembre 2023 offre alla giunta una vittoria simbolica considerevole, ma la successiva espansione delle operazioni jihadiste, le perdite di Tinzaouaten del luglio 2024 e la crescente pressione di JNIM mostrano che proteggere il regime e ricostruire lo Stato sono due funzioni differenti. Se la sicurezza percepita dalla popolazione non migliora, il richiamo alla solidarietà sovietica perde progressivamente potere esplicativo.

La Francia costituisce qui un precedente che Mosca farebbe bene a studiare. Nel gennaio 2013, quando Serval impedì alle forze jihadiste di avanzare verso Bamako, soldati francesi furono accolti da una parte significativa della popolazione come liberatori. Non esisteva una inevitabile ostilità antifrancese destinata a esplodere comunque. È stata anche la sequenza successiva — insicurezza persistente, trasformazione di Serval in Barkhane, percezione di una presenza senza vittoria, errori politici e informativi — a modificare il significato dell’intervento. Una relazione può passare da liberazione a occupazione nella percezione pubblica senza che cambino necessariamente gli uomini in uniforme. Cambia l’esperienza accumulata.

Il tempo che costruisce capitale politico può quindi distruggerlo.

La Russia affronta esattamente lo stesso rischio. Il capitale sovietico è uno stock. Ogni operazione contemporanea può accrescerlo oppure consumarlo. Se Africa Corps contribuisce effettivamente a stabilizzare un Paese, Mosca può collegare il risultato alla narrativa della propria storica affidabilità; se viene associata a repressione, estrazione opaca, peggioramento della sicurezza o protezione di élite incapaci, la politica corrente inizia a erodere la memoria precedente.

Possiamo formulare il problema quasi in termini contabili. L’URSS accumulò capitale simbolico africano durante decenni attraverso costi reali: armi fornite a movimenti che non potevano pagare, borse di studio, addestramento, tecnici, sostegno diplomatico, programmi sanitari e collaborazione politica. La Federazione Russa ricevette una parte di quello stock praticamente gratis nel 1991. Negli anni Novanta lo lasciò in larga misura inattivo. Dal decennio successivo iniziò progressivamente a riattivarlo e, dopo il 2014, a monetizzarlo più aggressivamente. Wagner e Africa Corps rappresentano quindi non la costruzione originaria del capitale, ma una delle forme attraverso cui viene oggi convertito in accesso politico ed economico.

Da questo punto di vista la differenza con la Cina è quasi speculare. La Russia dispone di memoria ma investe relativamente poco nella costruzione di nuova memoria di massa; la Cina dispone di una memoria anticoloniale più limitata in numerosi Paesi, ma investe sistematicamente in infrastrutture, commercio, formazione e presenza quotidiana capaci di produrre ricordi futuri. TAZARA costituisce il primo grande esempio: una decisione presa alla fine degli anni Sessanta continua a generare capitale politico più di mezzo secolo dopo. FOCAC, le università cinesi, le borse di studio, i programmi di addestramento, le reti digitali e le infrastrutture stanno oggi costruendo una nuova generazione di relazioni.

Questo pone alla Russia una questione strategica molto seria. Se vuole che il proprio capitale africano sopravviva alla generazione che ricorda direttamente l’URSS, non può limitarsi a utilizzare il passato. Deve produrre nuovi beni pubblici percepibili come propri: formazione, infrastrutture, tecnologie, ricerca, sanità, industria, capacità amministrativa. Deve cioè compiere nuovamente investimenti il cui rendimento non potrà essere incassato immediatamente.

È precisamente qui che il modello russo contemporaneo appare più debole. La protezione di una giunta produce rendimento rapido; la formazione di diecimila ingegneri produce rendimento fra vent’anni. La prima è coerente con il tempo politico corto descritto nei capitoli precedenti; la seconda richiede la pazienza strategica che l’URSS possedeva in misura molto maggiore e che oggi caratterizza soprattutto la Cina.

Il paradosso può quindi essere formulato in modo più netto: la principale fonte di legittimità lunga della Russia in Africa deriva da investimenti che il sistema politico russo contemporaneo difficilmente replicherebbe nella stessa scala, perché furono costruiti da una potenza con una ideologia, una economia e un orizzonte strategico completamente differenti.

L’URSS investiva nelle rivoluzioni perché immaginava di contribuire alla costruzione di un ordine mondiale socialista che avrebbe potuto maturare dopo decenni. Wagner deve monetizzare una concessione prima che il regime che l’ha firmata perda il potere. Sono due funzioni temporali quasi opposte.

La Russia contemporanea tenta di nascondere questa opposizione presentandole come capitoli consecutivi della stessa storia.

Proprio per questo la memoria sovietica è contemporaneamente il maggiore vantaggio e la maggiore vulnerabilità della politica russa in Africa. È un vantaggio perché permette a Mosca di entrare con una legittimità che il proprio peso economico contemporaneo non giustificherebbe. È una vulnerabilità perché crea uno standard implicito con il quale la Russia attuale può essere confrontata. Se l’URSS viene ricordata come la potenza che formava ingegneri, finanziava movimenti di liberazione e forniva armi contro imperi coloniali, una Russia che appare principalmente interessata a oro, concessioni e sopravvivenza delle giunte rischia di consumare lentamente la propria stessa genealogia.

Il capitale storico, come quello finanziario, può essere speso.

E, una volta consumato, non basta ricordare chi lo accumulò per ricostruirlo.

  1. Beni contro norme, coercizione contro capacità

Una volta chiarita la diversa struttura temporale dei quattro modelli, il confronto può essere spostato dal tempo al bene che ciascuna potenza è in grado di rendere disponibile e, soprattutto, al tipo di scarsità che essa riesce a risolvere. È un passaggio importante, perché il potere esterno non nasce soltanto dalla capacità di imporre qualcosa, ma anche dalla capacità di offrire una funzione che il partner non riesce a procurarsi facilmente altrove. Una strada, una garanzia di sicurezza, l’accesso a un grande mercato, una tecnologia, una valuta stabile, una borsa di studio o un sistema di sorveglianza appartengono formalmente a categorie differenti, ma hanno in comune una proprietà decisiva: il loro valore politico aumenta quando sono scarsamente sostituibili. La geopolitica africana può quindi essere letta anche come una economia dei beni strategici e dei loro sostituti. Se venti fornitori possono vendere lo stesso prodotto alle stesse condizioni, nessuno possiede una grande leva; se soltanto una potenza è disposta a costruire una ferrovia, rifinanziare un debito, proteggere il governo o aprire il proprio mercato senza particolari condizionalità, la relazione economica comincia immediatamente ad acquistare significato politico.

La Cina ha compreso forse prima degli altri concorrenti contemporanei quanto la materialità possa precedere la persuasione. Per una parte consistente della popolazione africana, la prima esperienza della Cina non passa attraverso un discorso di Xi Jinping, un vertice FOCAC o un prestito sovrano, ma attraverso un oggetto: un telefono, una motocicletta, un pannello solare, un televisore, un utensile, un tessuto, un elettrodomestico, un autobus, un macchinario agricolo, un sistema di videosorveglianza o una componente per telecomunicazioni. La crescita del commercio sino-africano ha trasformato questa presenza quotidiana in un fenomeno di scala. Nel 2025 gli scambi fra Cina e Africa hanno raggiunto circa 348 miliardi di dollari; le esportazioni cinesi verso il continente hanno superato i 225 miliardi, crescendo del 25,8% in un solo anno, mentre le esportazioni africane verso la Cina sono rimaste notevolmente inferiori. Questo squilibrio non va letto soltanto come deficit commerciale africano, perché contiene al proprio interno macchinari, beni intermedi e tecnologie che possono aumentare la produttività; dimostra però quanto l’offerta cinese sia diventata strutturalmente presente nella disponibilità materiale del continente (General Administration of Customs of the People’s Republic of China, 2026; Reuters, 2026).

È qui che emerge una differenza fondamentale fra soft power tradizionale e potere dei beni. La propaganda deve convincere il destinatario ad attribuire un significato positivo a chi la produce; il bene economico può esercitare influenza anche quando il consumatore non prova alcuna simpatia per il Paese che lo ha fabbricato. Il telefono viene acquistato perché costa abbastanza poco, il pannello solare perché consente di avere elettricità, la motocicletta perché rende possibile lavorare e il macchinario perché aumenta la produzione. La Cina non deve necessariamente essere amata perché il suo sistema diventi utile. Questa caratteristica le consente di occupare una parte della società che la diplomazia convenzionale raggiunge con maggiore difficoltà: la normalità. Un’ambasciata può organizzare qualche evento all’anno; una rete di distribuzione porta ogni giorno milioni di oggetti nei mercati. Quando la presenza cinese diventa ordinaria, la relazione con Pechino acquista una base sociale che non coincide più soltanto con il governo.

È precisamente questa diffusione materiale a spiegare una parte della profondità del modello cinese. Un grande prestito infrastrutturale rimane una decisione dello Stato; il bene di consumo entra invece nelle famiglie, nelle officine, nei mercati, nei taxi, nei piccoli esercizi commerciali e nelle imprese. Si creano distributori, importatori, manutentori, rivenditori e utilizzatori che sviluppano un interesse proprio alla continuità della filiera. Il mercato stesso produce una constituency della relazione. Questo non significa naturalmente che il consumatore africano diventi politicamente filo-cinese, ma che una eventuale interruzione dei flussi avrebbe un costo diffuso e immediatamente percepibile. La dipendenza non viene quindi prodotta soltanto dal debito statale; può essere distribuita in milioni di microdipendenze private.

Il vantaggio per il consumatore è reale e proprio per questo la relazione merita un’analisi meno ideologica. Se una lampada solare cinese rende disponibile un servizio che un’impresa locale non è in grado di offrire allo stesso prezzo, la sua presenza aumenta il benessere; se uno smartphone economico consente di entrare nell’economia digitale a chi non potrebbe permettersi un dispositivo occidentale, il guadagno è tangibile. Il problema emerge quando il tempo separa beneficio immediato e costo strutturale. Se l’industria nazionale non riesce a competere con la scala, il credito, la logistica e l’efficienza produttiva cinese, una scelta perfettamente razionale del singolo consumatore può contribuire, nel lungo periodo, alla scomparsa del produttore locale. La società ottiene consumer sovereignty e può perdere productive sovereignty. Il risultato non richiede un disegno cinese consapevole; può essere prodotto dal normale funzionamento del mercato internazionale in presenza di strutture industriali molto asimmetriche.

Questa distinzione è essenziale perché la disponibilità dei beni costituisce forse il più difficile terreno di competizione per l’Occidente. L’Europa e gli Stati Uniti possiedono prodotti, tecnologie e capitali estremamente sofisticati, ma in molti settori competono in fasce di prezzo o attraverso procedure che risultano meno accessibili. La risposta occidentale alla presenza cinese ha quindi assunto frequentemente un carattere normativo: trasparenza del procurement, sostenibilità del debito, qualità ambientale, condizioni del lavoro, tutela dei dati, governance, concorrenza, standard tecnici. Sono questioni importanti e spesso indicano rischi reali, ma perdono forza politica quando non sono accompagnate da un’alternativa materiale. Per un governo che deve costruire una strada, la differenza fra un contratto cinese imperfetto ma disponibile e un progetto occidentale migliore ma non finanziato non è teorica. La strada inesistente non produce sovranità.

La difficoltà dell’Occidente è dunque quella di competere con la concretezza senza rinunciare alle regole che considera parte integrante del proprio modello. L’Europa soprattutto tende a presentare le proprie norme come se fossero tecnicamente neutrali, quando in realtà ogni standard modifica una distribuzione di costi e opportunità. Una regola ambientale può essere scientificamente ben fondata e contemporaneamente avvantaggiare il produttore che possiede già tecnologia, capitale e amministrazione necessari a rispettarla; un piccolo esportatore africano può invece dover sostenere costi di certificazione che ne riducono la competitività. La norma non diventa per questo illegittima, ma sarebbe ingenuo pretendere che sia geopoliticamente priva di conseguenze.

Il potere normativo europeo opera infatti attraverso una forma di extraterritorialità economica che non richiede alcun controllo formale del territorio. L’Unione Europea non dispone di sovranità in Ghana, Costa d’Avorio, Kenya o Marocco, ma la dimensione e il valore del proprio mercato le consentono di stabilire condizioni che il produttore estero deve rispettare se vuole continuarvi ad accedere. Standard sanitari, requisiti ambientali, regole di origine, tracciabilità, carbon pricing, due diligence e certificazioni diventano quindi norme effettive anche fuori dall’Europa. Non sono imposte attraverso un governatore coloniale; sono imposte dalla struttura degli incentivi. Il produttore africano rimane formalmente libero di non adeguarsi, ma se l’alternativa consiste nel perdere il principale mercato di destinazione, la libertà è economicamente condizionata.

È una forma di potere profondamente diversa da quella cinese. Pechino tende a costruire compatibilità attraverso la disponibilità: offre il sistema, lo finanzia, lo installa e lascia che la sua convenienza produca lock-in. Bruxelles costruisce invece compatibilità attraverso l’accesso: se vuoi entrare nel nostro mercato, devi progressivamente assumere una parte delle nostre regole. Una riduce il costo dell’adozione; l’altra aumenta il costo della non conformità. In entrambi i casi il risultato può essere l’adattamento del partner a uno standard stabilito altrove, ma la tecnologia politica che produce l’adattamento è differente.

Il caso mozambicano delle aree marine protette mostra bene questa dimensione. Il finanziamento occidentale alla conservazione delle Quirimbas non può essere descritto seriamente come un piano concepito per sottrarre alla Cina l’accesso al gas, perché la cronologia lo smentisce; produce tuttavia capacità di regolazione dello spazio marino. Definire una zona protetta significa elaborare mappe, confini, licenze, sistemi di monitoraggio, criteri scientifici, organismi di gestione e categorie di attività lecite e illecite. Chi finanzia la costruzione di quella capacità partecipa indirettamente alla formazione del linguaggio con cui lo Stato governerà il proprio territorio marino. È una influenza molto più sottile dell’appropriazione della risorsa e, proprio per questo, più coerente con la forma contemporanea del potere europeo.

La Russia opera attraverso una scarsità ancora differente. Se la Cina vende disponibilità e l’Europa produce regole, Mosca tende a entrare dove il bene più raro è la coercizione affidabile. Un governo che non controlla parti del proprio territorio, teme un golpe o rischia una offensiva ribelle può attribuire valore enorme a qualche centinaio di uomini armati, consiglieri, sistemi antiaerei o intelligence. La qualità specifica del prodotto russo consiste nel fatto che viene spesso offerto a regimi ai quali l’Occidente non vuole o non può fornire lo stesso livello di assistenza senza condizioni politiche. La scarsità non è quindi soltanto militare; è politica. Il cliente non chiede semplicemente “chi possiede soldati?”, ma “chi è disposto a usare i propri soldati per aiutarmi senza chiedermi prima di cambiare regime, indire elezioni, rispettare determinate procedure o sottoporre il contratto a un controllo pubblico particolarmente invasivo?”.

La Repubblica Centrafricana ha mostrato la forza di questa offerta. Il governo Touadéra non aveva bisogno di un generico programma di sviluppo che producesse capacità dieci anni dopo; aveva bisogno di impedire che la debolezza dello Stato si trasformasse nella caduta del governo. Wagner e successivamente la rete russa si sono collocati esattamente in quel punto, offrendo addestramento, protezione e capacità militare in cambio di accesso politico ed economico. Il valore marginale della forza aumenta con la vulnerabilità del cliente. È per questo che la Russia può ottenere una influenza superiore alla propria presenza commerciale: non vende un bene abbondante, ma un bene raro in una situazione in cui il destinatario lo considera esistenziale.

La coercizione produce inoltre una relazione più verticale rispetto al commercio. Il consumatore di un prodotto cinese può cambiare marca se ne trova una migliore; il presidente la cui sicurezza personale dipende da un determinato apparato non dispone della stessa libertà. Il costo dell’uscita è concentrato nel vertice e può essere immediatamente percepito. Si comprende così perché regime security abbia una capacità di trasformarsi rapidamente in leva politica: se il bene venduto è la sopravvivenza, la relazione con il fornitore viene inevitabilmente incorporata nelle decisioni più sensibili dello Stato.

Il limite è altrettanto evidente. Una relazione costruita intorno alla sicurezza del vertice può produrre pochissima capacità autonoma dello Stato e, in casi estremi, persino scoraggiarla. Se il modello economico dell’operazione dipende dalla continuità del bisogno di protezione, il fornitore non possiede necessariamente lo stesso incentivo del cliente a rendersi completamente superfluo. Questa tensione non è peculiare della Russia: esiste in qualsiasi rapporto di assistenza securitaria. Ma diventa particolarmente importante quando la sicurezza del regime e quella dello Stato non coincidono. Un esercito più professionale, una amministrazione territoriale efficace, una giustizia funzionante e una maggiore inclusione politica possono ridurre le condizioni che producono insurrezione; proteggere il palazzo presidenziale può invece permettere al governo di sopravvivere anche senza affrontarle. Il primo modello produce capacity; il secondo può limitarsi a produrre survival.

È precisamente qui che il confronto con gli Stati Uniti diventa interessante. Washington investe anch’essa massicciamente nella sicurezza africana, ma storicamente ha distribuito una parte molto più ampia del proprio capitale in programmi di institutional capacity building. Eserciti, forze di polizia, strutture sanitarie, amministrazioni, società civile, università e imprese private vengono inseriti in reti di formazione e cooperazione che non dipendono esclusivamente dal rapporto personale con il presidente. PEPFAR costituisce il caso più spettacolare: oltre vent’anni di finanziamenti hanno contribuito a costruire cliniche, laboratori, sistemi di sorveglianza epidemiologica, catene logistiche, personale medico e capacità amministrativa oltre ad aver sostenuto la terapia di milioni di persone. Nel 2026 i dati ufficiali attribuivano al programma circa 26 milioni di vite salvate e oltre 20 milioni di persone in trattamento antiretrovirale. Una simile presenza non coincide con la protezione del governo; penetra nell’infrastruttura sociale del Paese (PEPFAR, 2026).

Questa differenza ha conseguenze politiche profonde. Il governo può espellere una base americana, come in Niger, senza essere necessariamente in grado o disposto a smantellare in un giorno tutte le relazioni costruite attraverso sanità, commercio, istruzione, organizzazioni civili, finanza o tecnologia. La presenza statunitense è più dispersa e quindi, in alcune dimensioni, più resistente alla rottura diplomatica. Il modello russo può produrre una influenza molto più intensa sul vertice con un investimento inferiore, ma quella influenza può avere minore profondità sociale.

La distribuzione americana della capacità produce però un paradosso che il governo autoritario africano può considerare pericoloso. Washington può contemporaneamente addestrare l’esercito, finanziare programmi per la trasparenza, sostenere media indipendenti, formare funzionari, contribuire alla sanità e finanziare organizzazioni civiche. Dal punto di vista di una teoria liberale dello Stato non esiste contraddizione: capacità statale e autonomia sociale dovrebbero rafforzarsi reciprocamente. Dal punto di vista di un presidente che teme la contestazione, invece, il sistema può apparire ambiguo. Lo stesso partner che sostiene lo Stato contribuisce a rafforzare gli attori capaci di criticarlo.

Il Sudan fra 2018 e 2019 costituisce un caso utile precisamente per distinguere capacity building da controllo politico. National Endowment for Democracy e altre organizzazioni occidentali avevano sostenuto negli anni precedenti gruppi femminili, associazioni, programmi giovanili, assistenza legale e media; dopo la caduta di Bashir, la NED ampliò il sostegno a nuove organizzazioni. Sarebbe metodologicamente scorretto concludere che Washington abbia “creato” la rivoluzione sudanese: inflazione, crisi economica, prezzo del pane, repressione, conflitti interni e logoramento del regime avevano cause molto più profonde. Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che la costruzione della capacità organizzativa della società civile sia politicamente irrilevante. Una società più capace di organizzarsi possiede maggiore potere nei confronti dello Stato. La potenza che contribuisce a costruire quella capacità modifica indirettamente la distribuzione del potere interno anche quando non controlla il risultato (NED, 2018; 2019).

Il termine “rivoluzione colorata”, applicato indistintamente a questo tipo di fenomeni, nasconde più di quanto spieghi. È ragionevole utilizzarlo per determinati repertori di mobilitazione e per la storia specifica dello spazio post-sovietico, ma diventa fuorviante quando trasforma qualsiasi investimento occidentale nella società civile in prova di una regia esterna della rivolta. La capacità non equivale al comando. Formare un giornalista non significa decidere cosa scriverà, così come formare un ufficiale non significa decidere quale governo servirà.

Il caso degli ufficiali africani addestrati da Stati Uniti o partner europei che successivamente partecipano a colpi di Stato dovrebbe aver definitivamente chiarito questa distinzione. Il formatore produce competenza; l’attore formato conserva agency. È precisamente questa separazione fra capacità e fedeltà a distinguere il modello istituzionale da quello clientelare. Un esercito professionalizzato può diventare più capace di collaborare con gli Stati Uniti, ma può anche diventare più capace di agire autonomamente contro un governo sostenuto dagli Stati Uniti. La capacità è un capitale del destinatario, non una proprietà permanente del donatore.

L’URSS aveva sperimentato la stessa cosa con gli studenti africani. Migliaia di giovani vennero formati nel blocco socialista, ma non tutti divennero marxisti, né tutti conservarono orientamenti favorevoli a Mosca. Alcuni contestarono apertamente il razzismo e il paternalismo sovietici. Anche in questo caso, l’istruzione produsse familiarità, competenza e memoria, non obbedienza automatica. È precisamente per questo che l’osservazione generazionale di Zanzibar acquista tanto valore: la generazione formata in URSS o nei Paesi della Cortina di ferro non trasmette necessariamente ai figli una fedeltà politica a Mosca; i figli possono tranquillamente studiare in Gran Bretagna, operare nell’economia globale e conservare contemporaneamente una memoria familiare positiva del ruolo sovietico nella costruzione dello Stato post-rivoluzionario.

La Cina sta entrando sempre più anche in questo settore. Il FOCAC 2024 prevede 60.000 opportunità di formazione per africani, insieme alla formazione di 6.000 militari, 1.000 operatori di polizia e law enforcement e visite di 500 giovani ufficiali, oltre a programmi tecnologici, agricoli, industriali e digitali (MFA PRC, 2024). È una trasformazione importante perché indica che Pechino non si limita più a costruire l’infrastruttura fisica, ma investe sempre più nella infrastruttura umana capace di utilizzarla e amministrarla.

Questo passaggio dovrebbe essere letto insieme alla storia sovietica. L’URSS aveva compreso che finanziare la formazione di un giovane dirigente poteva produrre un rendimento politico dopo venti o trent’anni. La Cina contemporanea sembra aver incorporato una lezione simile dentro un modello molto più ampio, nel quale infrastruttura, credito, commercio, formazione e standard possono rafforzarsi reciprocamente. L’ingegnere formato su tecnologia cinese non è necessariamente filo-cinese, ma possiede una maggiore familiarità con quella tecnologia; il funzionario che ha partecipato per anni a programmi FOCAC conosce meglio le istituzioni e gli interlocutori di Pechino; il poliziotto formato su determinati sistemi di sorveglianza possiede competenze trasferibili ma anche una path dependence tecnica. La capacità costruita può diventare prossimità e, se l’alternativa è costosa, la prossimità può diventare lock-in.

Il confine fra capacity building e dependency building è quindi molto più sottile di quanto suggeriscano le categorie normative utilizzate dai donatori. Trasferire una competenza può aumentare la sovranità del partner, ma costruire una competenza troppo specifica per un singolo ecosistema può contemporaneamente aumentare il costo dell’uscita. Un ingegnere formato a gestire una rete proprietaria acquisisce capacità, ma se la rete può essere aggiornata soltanto dal medesimo fornitore la nuova capacità resta parzialmente incorporata in una dipendenza tecnica. Una amministrazione capace di rispettare gli standard europei acquisisce sofisticazione regolatoria, ma può orientare una quota crescente della propria produzione verso le esigenze del mercato europeo. Un esercito addestrato dagli Stati Uniti diventa più professionale, ma può dipendere da ricambi, intelligence e logistica americani. Nessuna forma di capacity building è geopoliticamente neutra.

Questa osservazione consente di superare la contrapposizione superficiale fra “Cina che costruisce”, “Russia che combatte” e “Occidente che forma”. Tutti e quattro gli attori costruiscono capacità e dipendenze, ma le localizzano in punti differenti. La Cina tende a costruire capacità produttiva, infrastrutturale e tecnica, spesso collegandola al proprio ecosistema industriale; la Russia tende a rafforzare capacità coercitive immediatamente utilizzabili dal vertice politico; gli Stati Uniti distribuiscono capacità fra istituzioni statali, mercato e società civile; l’Europa tende a costruire capacità regolatoria e amministrativa necessaria per operare dentro l’ordine economico e normativo europeo. In ciascun caso l’assistenza aumenta qualcosa che lo Stato africano può fare e, nello stesso momento, può rendere più conveniente continuare a operare dentro il sistema del fornitore.

La geopolitica contemporanea si gioca quindi meno sulla capacità di imporre una dipendenza pura che sulla capacità di costruire una dipendenza utile. È precisamente questa utilità a renderla durevole. Uno Stato non accetta una ferrovia cinese perché desidera essere dipendente dalla Cina, ma perché ha bisogno della ferrovia; non entra nel CFA perché desidera una subordinazione simbolica a Parigi, ma perché la stabilità monetaria possiede valore; non accetta una presenza russa perché desidera cedere sovranità, ma perché teme per la propria sicurezza; non adotta uno standard europeo perché desidera sottoporsi a Bruxelles, ma perché vuole entrare nel mercato europeo; non aderisce a un programma americano perché desidera diventare un cliente, ma perché riceve tecnologia, sanità, capitale o formazione.

Il potere comincia quando il beneficio ottenuto rende progressivamente più costoso cercare altrove lo stesso bene.

Da questo punto di vista, il vero terreno di competizione non è fra coercizione e consenso, perché le due categorie si sovrappongono continuamente. La Cina produce consenso materiale attraverso beni che, nel tempo, possono creare vincoli; l’Europa esercita coercizione economica attraverso norme formalmente volontarie; gli Stati Uniti costruiscono capacità che possono produrre sia allineamento sia autonomia; la Russia offre protezione che può essere percepita come emancipazione dall’Occidente e contemporaneamente restringere le opzioni del governo cliente. Il potere del XXI secolo non sceglie fra coercizione e consenso: tende a rendere una relazione abbastanza utile da far sì che la rinuncia ad essa appaia irrazionale.

È qui che la disponibilità diventa la variabile decisiva. La domanda che un governo africano dovrebbe porre non è semplicemente chi offra il bene migliore, ma quanti altri attori potrebbero offrirlo in condizioni comparabili e quanto tempo sarebbe necessario per sostituirlo. Se la Cina è l’unico soggetto disposto a finanziare il porto, il suo potere non deriva soltanto dal denaro, ma dall’assenza di sostituti; se la Russia è l’unico interlocutore disposto a proteggere la giunta senza condizioni, il suo potere deriva dalla scarsità politica della protezione; se il mercato europeo assorbe una quota dominante delle esportazioni, il potere di Bruxelles deriva dalla scarsità di mercati equivalenti; se l’intelligence americana non può essere replicata localmente, Washington possiede una leva che va ben oltre il valore monetario dell’assistenza.

In termini economici, la sovranità aumenta con l’elasticità della sostituzione. Quanto più facilmente uno Stato può sostituire il fornitore, tanto minore è la leva di quest’ultimo; quanto più specifica è la relazione, tanto maggiore è il potere. Questa formulazione permette finalmente di tenere insieme beni, norme, coercizione e capacità all’interno dello stesso modello. Non sono strumenti incomparabili: sono modi diversi di fornire funzioni il cui potere politico dipende dal numero dei sostituti disponibili e dal costo necessario per passare dall’uno all’altro.

Il caso africano più interessante non è quindi quello dello Stato completamente subordinato, ma quello dello Stato capace di moltiplicare le sostituibilità. Nyerere torna ancora una volta utile proprio perché non cercava un mondo senza dipendenze; cercava di impedire che una sola dipendenza monopolizzasse tutte le funzioni. Una ferrovia cinese poteva convivere con aiuti scandinavi, formazione britannica, rapporti sovietici e cooperazione occidentale. La Tanzania non eliminava le asimmetrie, ma impediva che la disponibilità di un singolo bene diventasse la disponibilità dell’intero Stato.

È questa, probabilmente, la forma più realistica di sovranità africana nel sistema contemporaneo: non produrre tutto in casa, obiettivo economicamente irrazionale per la maggior parte degli Stati, ma conservare abbastanza capacità interna e abbastanza pluralità esterna da poter cambiare fornitore senza dover cambiare contemporaneamente politica estera, sistema monetario, sicurezza, tecnologia e struttura produttiva. Una dipendenza funzionale rimane gestibile finché è isolata; diventa politica quando diverse funzioni cominciano a convergere sulla stessa controparte.

La vera soglia della penetrazione non viene quindi raggiunta quando una potenza vende molto, presta molto o forma molti funzionari, ma quando la scarsità di alternative trasforma la continuità della relazione in un presupposto del funzionamento ordinario dello Stato. È in quel momento che il bene diventa potere, la norma diventa gerarchia, la protezione diventa leva e la capacità trasferita può cominciare a produrre dipendenza.

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  • Predazione, enclave e catena del valore

Il termine predazione è utile soltanto se viene liberato dal significato moralistico con cui viene frequentemente impiegato nel dibattito sull’Africa. Se definiamo predatoria qualunque relazione nella quale l’attore esterno realizzi un profitto, l’intero commercio internazionale diventa automaticamente predazione e la categoria perde qualsiasi capacità analitica. Se, al contrario, riserviamo il termine soltanto ai casi di espropriazione manifesta, violenza coloniale o appropriazione illegale di risorse, rischiamo di non cogliere forme molto più sofisticate di estrazione della rendita che operano attraverso contratti perfettamente legali, prezzi di mercato, indebitamento, standard, proprietà intellettuale e organizzazione internazionale delle catene del valore.

La predazione contemporanea deve quindi essere definita attraverso la struttura della relazione, non semplicemente attraverso l’intenzione dell’attore. Una relazione diventa tendenzialmente predatoria quando l’asimmetria economica e politica consente a una parte di appropriarsi in modo sistematico di una quota sproporzionata della rendita, mentre l’altra vede crescere il costo necessario per modificare o abbandonare quella relazione. Questo secondo elemento è decisivo, perché separa un cattivo affare reversibile da una dipendenza strutturale. Un governo può firmare un contratto minerario poco conveniente e correggerlo alla scadenza; la vulnerabilità diventa molto maggiore quando il contratto è collegato al debito, all’infrastruttura di esportazione, al credito operativo, alla tecnologia proprietaria e al mercato finale, rendendo la sostituzione del partner un’operazione enormemente costosa.

In questa prospettiva l’enclave costituisce una delle forme fondamentali della predazione africana, perché consente a un progetto di produrre una grande quantità di valore nazionale contabile senza costruire un sistema economico nazionale altrettanto grande. L’enclave mineraria classica comprende il giacimento, la strada o ferrovia che lo collega al porto, l’energia necessaria all’estrazione, il campo dei lavoratori, la sicurezza e il terminale di esportazione; tutto ciò può generare miliardi di dollari di export e, nello stesso tempo, possedere legami relativamente deboli con l’economia circostante. Il PIL cresce, le esportazioni aumentano, il governo riceve entrate fiscali e il Paese appare più ricco, ma il moltiplicatore domestico dell’investimento può rimanere sorprendentemente ridotto.

Questa struttura non è una peculiarità cinese, né russa o occidentale. È più antica di tutte le nuove competizioni geopolitiche ed è stata una caratteristica fondamentale dell’economia coloniale. Le ferrovie costruite per portare rame, oro, cotone o prodotti agricoli al porto non venivano necessariamente concepite per integrare il mercato nazionale, ma per ridurre il costo dell’estrazione e dell’esportazione. Dopo l’indipendenza, molti Stati hanno ereditato infrastrutture efficienti nel collegare la risorsa al mondo e inefficienti nel collegare reciprocamente le proprie regioni. Il caso kenyota, con la centralità del corridoio Mombasa-Nairobi e la storica marginalizzazione di ampie aree settentrionali, mostra perfettamente come una infrastruttura possa produrre sviluppo selettivo e, simultaneamente, geografia dell’esclusione.

Il problema dell’enclave non consiste quindi soltanto nel fatto che “gli stranieri prendono la risorsa”. Può esistere anche quando lo Stato africano possiede formalmente la miniera, il giacimento o la società concessionaria. La questione decisiva è quali funzioni rimangano localizzate nel Paese. Se il capitale viene raccolto all’estero, l’ingegneria viene realizzata all’estero, i macchinari sono importati, il know-how resta nel fornitore, l’assicurazione viene comprata fuori dal Paese, la materia prima viene esportata senza trasformazione, il trading internazionale viene effettuato da società estere e il prodotto finale viene venduto su mercati stranieri con marchi stranieri, la quota di valore realmente incorporata nell’economia nazionale può essere molto inferiore al valore lordo della risorsa estratta.

È per questo che la catena del valore offre una misura della sovranità economica molto più utile del semplice dato commerciale. Il cacao e il cioccolato appartengono formalmente alla stessa filiera, ma occupano posizioni economiche completamente diverse. Il produttore di cacao vende una materia prima relativamente standardizzata, soggetta alla volatilità dei prezzi mondiali e con scarso potere di differenziazione; chi controlla trasformazione, ricette, marchio, distribuzione e vendita finale acquisisce margini più elevati e una relazione molto più diretta con il consumatore. Il medesimo principio vale per rame e cavo, litio e batteria, bauxite e alluminio, petrolio greggio e prodotti petrolchimici, cotone e tessuto tecnico. L’indipendenza formale non modifica automaticamente la posizione occupata nella filiera.

La stessa Cina, che in Africa si presenta frequentemente come alternativa all’ordine economico occidentale, può riprodurre questa architettura. Se un’impresa cinese compra rame africano, lo raffina o lo trasforma in Cina, incorpora il metallo in batterie, veicoli o componentistica e rivende i prodotti ad alto valore aggiunto nei mercati internazionali, la nazionalità del compratore cambia ma la struttura di specializzazione può rimanere simile. La relazione può perfino essere economicamente vantaggiosa per il produttore africano, grazie alla domanda cinese e alla costruzione di infrastrutture, senza per questo modificare la posizione del Paese nella divisione internazionale del lavoro. È per tale ragione che la retorica Sud-Sud non deve essere confusa con la trasformazione strutturale: la solidarietà politica può coesistere perfettamente con una catena del valore gerarchica.

Il Mozambico è particolarmente importante proprio perché permette di osservare una enclave moderna molto diversa dalla miniera ottocentesca. I grandi giacimenti di gas offshore del Rovuma possiedono una scala capace di trasformare le statistiche nazionali, ma la natura offshore dell’investimento riduce automaticamente alcune possibilità di integrazione territoriale. Una piattaforma o una nave FLNG non richiedono la costruzione della stessa infrastruttura terrestre diffusa che potrebbe richiedere un settore industriale manifatturiero; la tecnologia è inoltre estremamente sofisticata e dominata da grandi operatori globali. Lo Stato mozambicano può quindi diventare parte di uno dei più grandi progetti energetici africani senza che la maggioranza della popolazione acquisisca automaticamente un corrispondente incremento di produttività, qualificazione o reddito.

La struttura finanziaria descritta dal Fondo Monetario Internazionale accentua questa tensione. La partecipazione di ENH ai progetti LNG consente formalmente al Mozambico di condividere una parte della rendita, ma tali quote sono finanziate attraverso debito collegato agli stessi progetti; a fine 2024 il debito della società pubblica associato agli investimenti LNG era già nell’ordine di 4,6 miliardi di dollari, quasi un quinto del PIL, con proiezioni che lo portano molto più in alto negli anni successivi. In alcuni progetti l’80-90% dei ricavi netti della quota ENH viene destinato inizialmente al servizio del debito (IMF, 2026). Lo Stato possiede dunque una quota dell’asset, ma una parte consistente della rendita futura associata a quella proprietà è già impegnata verso il capitale che ne ha reso possibile l’acquisto. La proprietà formale non coincide necessariamente con disponibilità immediata del reddito.

È precisamente questo il tipo di situazione che rende la distinzione fra proprietà e controllo economico indispensabile. Un governo può celebrare una partecipazione statale e continuare ad avere pochissimo margine fiscale per anni, perché i flussi servono prima a rimborsare il capitale. Un giacimento può “appartenere” alla nazione e, contemporaneamente, produrre una rendita largamente vincolata. Sankara avrebbe riconosciuto perfettamente questa struttura: il futuro economico viene negoziato prima ancora che la risorsa sia stata pienamente monetizzata.

Il Sudan petrolifero rappresenta la versione terrestre dello stesso problema. La crescita dell’industria petrolifera negli anni Novanta e Duemila aumentò enormemente le entrate dello Stato, ma la concentrazione geografica della spesa e delle infrastrutture fece sì che una grande parte del valore si accumulasse nell’area di Khartoum e nel triangolo centrale, mentre molte delle aree produttrici restavano politicamente e socialmente marginalizzate. Il petrolio produceva PIL e capacità fiscale senza necessariamente produrre integrazione. La risorsa collegava il Sud e le aree di confine alla pipeline, ma non necessariamente allo Stato in maniera percepita come equa. È la dinamica classica dell’enclave: il territorio produttore sperimenta l’estrazione, mentre il centro politico sperimenta la rendita.

Anche il Kenya offre una variante diversa. Mombasa è un porto centrale non soltanto per il Kenya ma per buona parte dell’Africa orientale; la costa ospita turismo internazionale, proprietà di alto valore e infrastrutture strategiche, eppure le comunità locali hanno storicamente sviluppato sentimenti di marginalizzazione politica ed economica. Questo apparente paradosso scompare se distinguiamo fra luogo nel quale il valore transita e luogo nel quale il valore viene appropriato. Un container che attraversa Mombasa può produrre una rendita logistica che si distribuisce lungo una catena nazionale e regionale; una struttura turistica sulla costa può generare ricavi che vengono contabilizzati altrove, utilizzare catene di approvvigionamento esterne e rimpatriare una parte del profitto. La ricchezza del nodo non coincide necessariamente con la ricchezza della comunità che lo ospita.

Il concetto di enclave deve quindi essere esteso oltre l’estrazione. Esiste una enclave finanziaria quando i ricavi di una risorsa sono destinati in larga misura al servizio di debiti contratti altrove; una enclave tecnologica quando il funzionamento di una infrastruttura dipende da software, ricambi e competenze proprietarie esterne; una enclave normativa quando la produzione locale viene organizzata principalmente per soddisfare standard di un mercato estero senza che lo Stato possieda capacità equivalente di definire quelle regole; una enclave logistica quando un corridoio è progettato principalmente per collegare una risorsa al porto anziché i mercati interni fra loro. In ciascun caso il problema non è l’esistenza della relazione internazionale, ma la debolezza dei legami laterali che essa crea con l’economia nazionale.

Questo consente di valutare in maniera più precisa la qualità di un investimento. Un progetto contribuisce maggiormente alla sovranità quando lascia dietro di sé capacità trasferibili: lavoratori qualificati che possono essere impiegati altrove, imprese locali diventate fornitori, infrastrutture utilizzabili da attività differenti, gettito fiscale amministrato efficacemente, tecnologia assimilata, capitale umano, capacità ingegneristiche, istituzioni di regolazione e una rete di collegamenti che non serve soltanto l’asset originario. Il vero trasferimento non consiste dunque nella cerimonia durante la quale la proprietà dell’opera passa allo Stato, ma nella quantità di funzioni che lo Stato è in grado di continuare a esercitare senza dipendere indefinitamente dal partner originario.

Da questo punto di vista una ferrovia può essere più emancipatoria di una miniera anche quando entrambe vengono costruite dalla stessa impresa straniera. La ferrovia può servire agricoltura, commercio interno, passeggeri e attività future non previste dal contratto; la miniera può cessare di generare valore non appena il minerale termina. L’infrastruttura multiuso costruisce opzioni; l’enclave estrattiva tende a consumarle. Anche qui, tuttavia, non esistono categorie assolute: una ferrovia costruita unicamente per trasportare minerale dal giacimento al porto può essere essa stessa enclave, mentre una miniera inserita in un programma serio di processing locale, formazione, energia e infrastruttura regionale può creare una base industriale più ampia.

Il criterio fondamentale diventa allora il rapporto fra forward linkages, backward linkages e fiscal linkages. I backward linkages indicano quanta parte degli input necessari al progetto viene prodotta localmente; i forward linkages misurano quanta trasformazione della risorsa avviene nel Paese prima dell’esportazione; i fiscal linkages indicano quanto valore lo Stato riesce a catturare attraverso imposte, royalties, dividendi e partecipazioni e a riconvertire in capacità pubblica. Una economia estrattiva può possedere un enorme valore lordo e rimanere povera se tutti e tre i legami sono deboli.

La predazione assume perciò una forma particolarmente sofisticata quando non sottrae soltanto la risorsa, ma impedisce la costruzione dei legami che permetterebbero alla risorsa di trasformare l’economia. Il risultato può essere completamente legale: royalties formalmente concordate, profitti tassati secondo la legge, contratti firmati dal governo. Eppure, se la struttura è tale da impedire accumulazione locale di tecnologia, capitale umano e capacità produttiva, l’effetto storico può assomigliare a quello dell’economia estrattiva coloniale.

La responsabilità non può però essere scaricata integralmente sull’attore esterno. È precisamente qui che molte analisi terzomondiste diventano troppo indulgenti verso le élite africane. Un governo che concede esenzioni fiscali sproporzionate, permette transfer pricing, accetta contratti opachi, non sviluppa fornitori locali, utilizza le royalties per clientelismo e deposita parte delle rendite all’estero non è semplicemente vittima di predazione; ne è parte. La società straniera ha interesse a massimizzare il profitto, ma è lo Stato sovrano a dover trasformare l’investimento in capacità nazionale. Quando questa mediazione fallisce, l’asimmetria esterna e la rendita interna possono diventare alleate.

Il caso della pesca cinese in Mozambico mostra questa dinamica in forma quasi elementare. Le inchieste dell’Environmental Justice Foundation hanno ricostruito presenze di flotte e strutture societarie collegate a interessi cinesi e a reti locali, con accuse relative a licenze, pesca illegale e violazioni, che devono naturalmente essere considerate risultanze investigative e non sentenze definitive (Environmental Justice Foundation, 2024). Il meccanismo più generale non richiede però alcuna illecita collusione: un attore straniero che desidera accedere a una risorsa ha bisogno di un’autorità locale che conceda la licenza, di imprese o intermediari che lo inseriscano nell’economia e di un sistema politico disposto ad accettare le condizioni. La penetrazione esterna avviene quasi sempre attraverso un relais interno.

È quindi sbagliato contrapporre “Africa” e “potenza straniera” come due soggetti unitari. Dentro lo stesso Stato africano esistono gruppi che possono beneficiare enormemente della relazione e gruppi che ne sopportano il costo. Il ministro può ricevere rendita politica dall’investimento, la capitale gettito fiscale, il consumatore beni economici, il lavoratore un impiego, il produttore locale concorrenza distruttiva, la comunità mineraria inquinamento e il governo una nuova fonte di valuta estera. Il conflitto non è semplicemente internazionale; attraversa la società africana.

Questa complessità è indispensabile anche per comprendere il concetto di predazione monetaria e normativa. Il CFA può produrre stabilità e contemporaneamente limitare alcune opzioni di politica monetaria; una norma europea può migliorare la qualità ambientale e contemporaneamente escludere produttori incapaci di finanziarne il costo di conformità; un prestito cinese può costruire una infrastruttura necessaria e contemporaneamente attribuire priorità a flussi futuri; una presenza russa può impedire il collasso di un governo e contemporaneamente collegarne la sopravvivenza a concessioni minerarie. Il beneficio non elimina la dipendenza. In alcuni casi è precisamente il beneficio a renderla più robusta.

La variabile più importante diventa quindi il costo dell’uscita. Se una miniera straniera chiude e il Paese può sostituire rapidamente l’operatore, la leva è modesta; se insieme alla miniera perde credito, tecnologia, mercato, infrastruttura e sicurezza, la dipendenza è molto più profonda. Se un governo può modificare uno standard senza perdere il principale mercato di esportazione, il potere normativo esterno è limitato; se deve adeguarsi perché non esiste un mercato alternativo comparabile, la leva aumenta. Se il Paese può rifinanziare il debito altrove, il creditore è sostituibile; se soltanto il creditore originario possiede la possibilità di evitare il default, entra inevitabilmente nel processo politico.

Predazione e sovranità non devono dunque essere misurate attraverso una fotografia, ma attraverso una sequenza. Un progetto può apparire vantaggioso nei primi anni e diventare vincolante successivamente; può essere predatorio all’origine e trasformarsi in capacità nazionale quando lo Stato impara a gestirlo; può diminuire una dipendenza e crearne un’altra. TAZARA libera lo Zambia da una parte della vulnerabilità logistica verso Sud e contemporaneamente costruisce una relazione di lunga durata con la Cina. Il gas mozambicano può aumentare enormemente le entrate future del Paese e contemporaneamente vincolarne una parte significativa al servizio del capitale impiegato per estrarlo. La SGR kenyota può ridurre tempi e costi logistici e aumentare l’esposizione finanziaria verso il creditore cinese.

È per questo che la domanda “questo investimento è predatorio?” è quasi sempre troppo semplice. Le domande corrette sono altre: quale dipendenza riduce, quale dipendenza crea, chi riceve la rendita, quale quota resta nel Paese, quanta tecnologia viene trasferita, quale capacità fiscale viene costruita, quali gruppi sociali sostengono i costi e, soprattutto, quanto costa modificare la relazione quando cambia l’interesse nazionale. La predazione non si misura dalla bandiera del partner, ma dalla distribuzione della rendita e dalla reversibilità del rapporto. Il testo originario arrivava precisamente a questa definizione della dipendenza come riduzione della reversibilità.

  • Quattro economie del tempo

La comparazione fra Cina, Russia, Stati Uniti ed Europa acquista significato soltanto quando si smette di considerarli quattro attori che competono utilizzando strumenti differenti nello stesso tempo e si riconosce invece che ciascuno costruisce potere attraverso una propria economia temporale. La distinzione è più profonda della semplice contrapposizione fra strategie di lungo e breve periodo. Ogni potenza attribuisce valore differente al presente e al futuro, possiede strumenti che maturano a velocità diversa, incorpora un diverso rischio di interruzione e, soprattutto, tenta di imporre al partner una particolare struttura temporale della relazione. Nel testo originario questa differenza era condensata nei quattro verbi accumulare, accelerare, oscillare e sedimentare.

La Cina accumula. Il suo modello più efficace non dipende necessariamente dall’esistenza di un piano centrale capace di prevedere ogni conseguenza per cinquant’anni, ma dalla possibilità che relazioni inizialmente separate diventino complementari nel tempo. Un credito finanzia una infrastruttura; l’infrastruttura produce traffico; il traffico attrae imprese; le imprese utilizzano standard e tecnologia; la manutenzione crea nuova domanda di ricambi; il debito richiede negoziazione; il mercato locale assorbe merci cinesi; la formazione crea tecnici abituati a determinati sistemi; gli investimenti successivi trovano conveniente localizzarsi dove la rete esiste già. Il rendimento politico non si trova interamente in nessuna delle singole operazioni, ma nella loro cumulazione.

È questa la differenza fra presenza e sistema. Una impresa cinese può perdere denaro su un progetto e la Cina può ugualmente ottenere un rendimento strategico se l’infrastruttura contribuisce a costruire un corridoio nel quale altre imprese, altri crediti e altre relazioni diventeranno successivamente più convenienti. TAZARA è il paradigma storico: la ferrovia non aveva bisogno di produrre un rendimento commerciale straordinario per produrre una memoria politica e una presenza logistica di enorme durata. La Standard Gauge Railway del Kenya appartiene a un contesto radicalmente diverso e molto più commerciale, ma opera all’interno della stessa logica cumulativa: il suo significato non è limitato ai binari, perché coinvolge credito, politiche di traffico, manutenzione, collegamento portuale e più ampi rapporti sino-kenyoti.

Il tempo cinese possiede quindi una proprietà simile all’interesse composto. Il primo investimento modifica le condizioni dentro le quali viene valutato il secondo. Se una infrastruttura cinese esiste già, la successiva impresa cinese sostiene costi di entrata inferiori; se i tecnici locali conoscono già una tecnologia, adottare lo stesso standard diventa più semplice; se il governo ha già una relazione con Eximbank, la nuova negoziazione avviene dentro un capitale di conoscenza reciproca; se il consumatore acquista già prodotti cinesi, nuovi marchi incontrano minori costi di familiarizzazione. La presenza precedente riduce il costo marginale della presenza successiva.

Questa è la vera ragione per cui il tempo lungo produce potere. Non perché Pechino attenda passivamente, ma perché il rendimento di ogni relazione può aumentare la probabilità e diminuire il costo della relazione seguente. L’accumulazione genera path dependence.

Il modello cinese contiene però un paradosso importante. L’orizzonte lungo appartiene soprattutto al sistema, non necessariamente a ogni soggetto che vi opera. Il Partito può formulare Vision 2035, FOCAC può organizzare piani pluriennali e il governo centrale può interpretare l’Africa in termini di supply chain, risorse e profondità strategica; l’impresa appaltatrice può invece voler essere pagata rapidamente, la banca può tentare di limitare il rischio, il funzionario cinese può desiderare un risultato misurabile nel proprio periodo di incarico e il presidente africano può voler inaugurare l’infrastruttura prima delle elezioni. Il lungo periodo strategico contiene quindi una molteplicità di incentivi di breve periodo, che possono produrre sovradimensionamento, debito, corruzione o errori di allocazione. La pazienza strategica non rende la Cina immune dalle cattive decisioni; le offre però una maggiore possibilità di sopravvivere politicamente ad alcune di esse e ristrutturare la propria presenza.

La Russia contemporanea opera secondo un tempo quasi opposto. Il suo capitale più competitivo non è l’accumulazione infrastrutturale ma l’urgenza. Una giunta appena insediata, un presidente minacciato da ribelli o un governo che teme l’isolamento internazionale attribuiscono un valore enorme a risorse immediatamente disponibili: uomini armati, intelligence, difesa aerea, addestramento, propaganda, consiglieri, appoggio diplomatico. La Russia prospera precisamente quando il tasso di sconto politico del cliente è elevato e il futuro vale poco perché potrebbe non appartenergli.

Da questo punto di vista, Wagner e Africa Corps vendono tempo prima ancora che sicurezza. Se cento o mille uomini aumentano la probabilità che il governo sopravviva ai prossimi dodici mesi, il loro valore per il cliente può superare quello di una infrastruttura miliardaria che entrerà in funzione fra cinque anni. Il meccanismo spiega perché una potenza con una economia molto più piccola di quella cinese possa ottenere influenza politica enorme utilizzando risorse relativamente modeste: non compete sul volume, ma sul momento.

La brevità del tempo russo produce anche una struttura economica specifica. Una concessione mineraria legata alla sopravvivenza di un regime fragile deve essere monetizzata rapidamente, perché il contratto potrebbe non sopravvivere a un cambio di governo. L’oro è particolarmente adatto: alto valore, facilità di trasporto, monetizzazione rapida. Una ferrovia richiede anni per produrre un rendimento pieno; una miniera aurifera protetta militarmente può generare cash flow molto più velocemente. La struttura temporale del potere produce quindi la struttura dell’investimento.

Ma la Russia contiene a sua volta un paradosso: transazione breve, memoria lunga. Wagner può aver bisogno di incassare rapidamente, mentre la legittimazione politica di Mosca si appoggia a una storia che risale agli anni Sessanta e Settanta. L’URSS fornì realmente armi e addestramento a PAIGC, MPLA, ANC, SWAPO, ZAPU e altri movimenti; quella memoria permette alla Russia contemporanea di presentarsi come erede di una relazione anticoloniale che il regime di Putin non ha costruito e la cui ideologia è, sotto molti aspetti, radicalmente diversa dalla propria.

Questa combinazione è estremamente efficace perché separa il tempo economico da quello narrativo. La concessione aurifera può avere un orizzonte di pochi anni; la storia raccontata al pubblico africano può avere sessant’anni. La Russia monetizza quindi simultaneamente una scarsità presente e un capitale reputazionale passato. Il rischio, tuttavia, è che la divergenza fra memoria e esperienza diventi troppo grande. Se la presenza russa viene associata a insicurezza crescente, abusi o incapacità di migliorare la vita quotidiana, il capitale sovietico può consumarsi nello stesso modo in cui la Francia ha consumato parte della propria legittimità securitaria nel Sahel. Il tempo non accumula soltanto fiducia; accumula anche fallimenti.

Gli Stati Uniti possiedono una economia temporale ancora diversa, fondata sull’opzionalità. Washington è in grado di costruire strutture di durata eccezionale: PEPFAR supera i vent’anni, le università americane formano élite da generazioni, il dollaro costituisce l’infrastruttura monetaria centrale del sistema mondiale, le reti tecnologiche e finanziarie statunitensi hanno una profondità che nessun altro attore può facilmente replicare. Eppure la decisione di utilizzare attivamente questi strumenti in un determinato Paese può essere fortemente reversibile.

Il tempo americano è quindi lungo nella struttura e breve nella priorità. Una istituzione africana può dipendere per decenni da finanziamenti sanitari statunitensi e scoprire, contemporaneamente, che un programma commerciale o una missione militare possono essere modificati da una nuova amministrazione o da una decisione del Congresso. L’Angola degli anni Settanta aveva già mostrato questa caratteristica: il sostegno statunitense alle forze anti-MPLA viene limitato dal Congresso e successivamente rilanciato in un contesto politico differente. Il Niger del 2024 riproduce lo stesso principio in un altro settore: una infrastruttura militare costruita per durare molti anni diventa politicamente inutilizzabile dopo un cambio di regime.

Questa capacità di uscire costituisce una forma di potere americano e, nello stesso tempo, un limite alla sua affidabilità percepita. Washington può minacciare implicitamente il ritiro dell’accesso a finanziamenti, mercato, aiuti o sicurezza; ma il partner africano può concludere che una relazione meno condizionale con Pechino o Mosca sia più prevedibile, anche se economicamente meno ricca. La scelta non viene quindi effettuata soltanto fra quantità di risorse, ma fra diversi gradi di volatilità politica.

Il sistema statunitense trasforma inoltre la politica interna in una variabile geopolitica internazionale. Elezioni, Congresso, bilancio, media e polarizzazione influenzano decisioni che riguardano infrastrutture, aiuti e presenza militare a migliaia di chilometri di distanza. La potenza più globale del sistema mondiale possiede dunque una politica estera spesso fortemente dipendente da incentivi domestici. Per il partner africano questa caratteristica deve essere prezzata come rischio di durata.

L’Europa, infine, sedimenta. La sua capacità di influenza deriva in misura straordinaria da relazioni che non devono essere create ex novo perché appartengono già alla struttura dell’economia, dell’amministrazione e della cultura. Lingua, diritto, mercati, banche, moneta, università, reti migratorie, imprese, porti e corridoi commerciali possono avere origini coloniali, postcoloniali o semplicemente storiche, ma il punto è che esistono già prima che venga negoziato il nuovo contratto.

La forza europea è quindi simile a una rendita immobiliare: il proprietario di una posizione centrale non deve ogni giorno ricostruire la città intorno al proprio immobile; beneficia del fatto che strade, servizi, flussi e abitudini si siano già organizzati nel tempo. Il CFA ne è un esempio evidente. La Francia non deve convincere ogni anno i Paesi dell’UEMOA ad adottare una nuova architettura monetaria; deve evitare che l’architettura esistente venga abbandonata. Lo stesso vale per il diritto commerciale, per il ruolo delle università britanniche e francesi, per le reti linguistiche e per una parte dei flussi economici.

Questo tipo di potere presenta però un costo che Cina e Russia hanno in misura minore: la memoria del dominio. La stessa lingua che riduce i costi di transazione ricorda la colonizzazione; la stessa base militare che offre sicurezza può essere interpretata come prosecuzione dell’occupazione; la stessa relazione monetaria che produce stabilità può diventare simbolo di subordinazione. L’Europa eredita quindi contemporaneamente il vantaggio e il risentimento. La sua profondità temporale produce compatibilità, ma anche una narrativa disponibile per i concorrenti.

Il punto centrale è che i quattro tempi non operano separatamente; si incontrano nello stesso Stato africano. Un governo può avere una moneta o un sistema giuridico di forte derivazione europea, finanziare un porto con capitale cinese, acquistare armi russe e inviare funzionari a studiare negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Non esiste una singola “sfera d’influenza” che sostituisce tutte le altre. Esistono strati temporali differenti.

Questa sovrapposizione spiega perché l’Africa del XXI secolo sia meno un nuovo teatro della Guerra fredda che un mercato delle dipendenze. I partner africani possono arbitraggiare tempi diversi: utilizzare il credito lungo della Cina, la sicurezza immediata russa, il mercato e la tecnologia americana, la compatibilità istituzionale europea. La pluralità dei tempi aumenta potenzialmente la sovranità perché crea alternative; può però anche produrre una struttura ancora più complessa di esposizioni, nella quale ogni funzione essenziale dipende da un partner diverso.

Il vero potere dello Stato africano consiste quindi nella capacità di evitare che queste dipendenze si saldino fra loro in modo irreversibile. Una infrastruttura cinese non costituisce necessariamente un problema se il debito è sostenibile, la manutenzione è localizzata e il Paese possiede alternative; una relazione securitaria russa può essere utile se non diventa monopolio della protezione del regime; un programma americano può costruire capacità reale se questa sopravvive a un eventuale ritiro; una norma europea può essere accettabile se lo Stato possiede capacità sufficiente per adattarsi e negoziarne il costo.

In altri termini, la sovranità africana non dipende dall’assenza di tempo altrui, ma dalla capacità di impedire che uno dei quattro tempi diventi dominante.

Il tempo cinese tenta di rendere sempre più conveniente la continuazione della relazione. Il tempo russo aumenta il costo immediato della rottura perché il cliente potrebbe perdere sicurezza. Il tempo americano introduce il rischio che sia il fornitore stesso a interrompere la relazione. Il tempo europeo rende l’uscita costosa perché la relazione è stata sedimentata per generazioni. Sono quattro meccanismi differenti, ma producono tutti la stessa domanda politica: chi controlla il momento in cui la relazione può essere modificata?

È qui che la teoria del costo d’uscita acquista il suo significato più profondo. La dipendenza non è soltanto una quantità di debito, di armi, di commercio o di capitale straniero. È una distribuzione del potere sul tempo. Chi può permettersi di aspettare negozia da una posizione diversa da chi deve ottenere liquidità domani; chi può ritirarsi senza grandi perdite ha più libertà di chi rischia il collasso; chi possiede alternative può rinegoziare; chi non le possiede deve accettare.

La sovranità può essere quindi definita come controllo del proprio tasso di sconto politico. Uno Stato realmente autonomo non è costretto a sacrificare sistematicamente il futuro per sopravvivere al presente, né a mantenere indefinitamente una relazione soltanto perché il costo di modificarla è diventato eccessivo. Può scegliere quando attendere e quando interrompere, quando indebitarsi e quando rifiutare, quando accettare sicurezza e quando diversificarla.

È per questo che Nyerere e Sankara rimangono centrali nella nostra analisi pur appartenendo a un’altra epoca. Il primo comprese che l’autonomia di uno Stato relativamente debole poteva aumentare mettendo in competizione i sistemi; il secondo comprese che il debito era una forma di appropriazione del futuro. La loro lezione comune non è anti-occidentale, antirussa o anticinese. È una teoria della sovranità temporale.

Il potere più profondo non è quello che ti obbliga oggi.

È quello che rende più difficile scegliere domani.

  • Sovranità come reversibilità

Il Sahel contemporaneo ha prodotto una retorica nella quale espellere Francia o Stati Uniti equivale automaticamente a recuperare sovranità. È una definizione insufficiente. Se un Paese caccia una potenza e diventa immediatamente dipendente dalla protezione militare di un’altra, ha certamente modificato la relazione ma non necessariamente il grado di dipendenza; se nazionalizza una miniera senza possedere capitale, tecnologia o mercato per utilizzarla, può essere costretto a cedere la nuova rendita a un partner differente; se abbandona una architettura monetaria senza costruire una alternativa capace di produrre stabilità, può cambiare il simbolo senza risolvere il vincolo.

La sovranità non consiste dunque nello scegliere il padrone preferito, ma nell’aumentare il numero delle opzioni reali. Da questo punto di vista, Nyerere appare molto più moderno di numerosi sovranisti contemporanei, non perché la sua politica economica abbia sempre funzionato — non lo fece — ma perché comprese il valore della diversificazione: Cina per TAZARA, Paesi socialisti per formazione e solidarietà, Occidente e Scandinavia per altri capitali e assistenza, movimenti di liberazione ospitati a Dar es Salaam, non allineamento come capacità di negoziare. La lezione non è copiare Ujamaa; è impedire che un solo fornitore controlli contemporaneamente credito, sicurezza, mercato e infrastruttura.

La stessa operazione va compiuta con Sankara. Usarlo come poster anti-francese significa impoverirne il pensiero; applicare il suo criterio a tutti i creditori significa prenderlo sul serio. Se il debito compromette per cinquant’anni la libertà fiscale, il problema resta anche quando il creditore parla mandarino; se la materia prima lascia il Paese senza essere trasformata, il problema persiste anche quando l’acquirente è cinese; se una forza straniera protegge il regime più della popolazione, il problema esiste anche quando quella forza è russa; se organizzazioni straniere modificano la capacità politica della società civile, il fenomeno deve essere studiato anche quando il finanziatore è americano; se una norma ambientale limita l’utilizzo di una risorsa senza trasferire capacità alternative di sviluppo, deve essere analizzata anche quando è europea. L’anticolonialismo serio non consiste nello scegliere la potenza non occidentale, ma nel rifiutare il monopolio di qualunque potenza.

La misura operativa della sovranità diventa pertanto la reversibilità. Se un Paese può rimpiazzare facilmente il credito con un altro finanziatore, la leva del creditore è limitata; se può sostituire una rete di telecomunicazioni in tempi e costi ragionevoli, il lock-in è basso; se può cambiare valuta senza provocare una crisi sistemica, la dipendenza monetaria è ridotta; se può espellere una base militare senza conseguenze per la propria sicurezza, la leva della potenza ospitata è debole. Quando invece l’uscita implica recessione, blackout, interruzione logistica, insolvenza, perdita della sicurezza o collasso del regime, il potere esterno è diventato strutturale.

Questa definizione permette anche di comprendere la particolare forza dell’esperienza zanzibarina: Mapinduzi Daima (rivoluzione sempre).  La generazione rivoluzionaria guarda a Mosca e Berlino Est perché lì trova borse, competenze e solidarietà politica; i figli guardano a Londra perché vi trovano prestigio, professionalizzazione e reti globali; Pechino, nel frattempo, investe oggi in formazione, borse, workshop, programmi tecnici e scambi perché ha compreso ciò che Mosca fece bene e ciò che l’Occidente non ha mai smesso di fare. La potenza che attrae gli studenti non vende semplicemente istruzione: costruisce familiarità con il proprio sistema. Per questo la Guerra fredda africana continua nelle biografie e il potere può cambiare università prima ancora di cambiare bandiera.

  • Il sangue dell’Africa

Cina, La storia delle rivoluzioni africane contiene un equivoco che conviene eliminare prima di concludere questo studio. Non tutte le indipendenze africane furono conquistate attraverso il sangue: Ghana, Tanganyika, Senegal, Botswana e altri Paesi conobbero transizioni nelle quali la componente negoziale prevalse largamente sulla guerra. Ma quando la rottura dell’ordine coloniale o postcoloniale assunse la forma della rivoluzione armata, della guerra di liberazione, del colpo di Stato rivoluzionario o della guerra civile per la rifondazione dello Stato, il costo umano fu quasi sempre terrificante. Le fotografie dei leader, i congressi, le bandiere, gli inni e le celebrazioni successive hanno spesso trasformato questi processi in genealogie eroiche. Dietro quelle genealogie rimangono però migliaia o milioni di morti, popolazioni espulse, proprietà confiscate, torture, mutilazioni, bambini trasformati in soldati, carestie provocate dalla guerra e famiglie nelle quali il trauma non appartiene ancora alla storia perché è stato trasmesso direttamente dai nonni ai nipoti.

È questo il punto dal quale occorre guardare anche alla nuova competizione per l’Africa. Non perché il continente sia condannato a ripetere il proprio passato, né perché la violenza costituisca una caratteristica specificamente africana, ma perché esiste una tecnologia politica che il continente ha già sperimentato più volte: un attore interno vuole conquistare o conservare lo Stato; un attore straniero gli fornisce denaro, armi, addestramento, intelligence, copertura diplomatica o accesso ai mercati; l’attore locale mette a disposizione territorio, risorse, fedeltà internazionale o rendite future. La transazione può essere reciprocamente vantaggiosa per i due contraenti. Il problema è che chi muore raramente siede al tavolo sul quale viene conclusa.

La rivoluzione, in questo senso, è una macchina che comprime il tempo. Trasformazioni che attraverso la politica ordinaria richiederebbero decenni possono essere realizzate in settimane: il governo scompare, la proprietà cambia proprietario, un partito viene proibito, un gruppo sociale viene espulso, una comunità classificata come nemica, un esercito rifondato, un creditore sostituito, un alleato straniero invitato. La stessa velocità che affascina chi osserva la rivoluzione dall’esterno è quella che rende la rivoluzione tanto pericolosa per chi vi vive dentro. In condizioni normali la proprietà dispone di tribunali, l’opposizione di procedure, il cittadino di documenti, il sospettato di qualche garanzia. Nel tempo rivoluzionario tutte queste mediazioni possono essere dichiarate residui del vecchio ordine. A quel punto la politica cessa di stabilire chi governa e comincia a stabilire chi appartiene.

La sequenza africana è sufficientemente lunga da non consentire illusioni.

Nel maggio 1945, a Sétif, Guelma e Kherrata, la manifestazione nazionalista algerina degenerò in una violenza che anticipò ciò che sarebbe avvenuto dieci anni dopo su scala assai maggiore. Jean-Pierre Peyroulou, ricostruendo minuziosamente gli eventi attraverso archivi francesi, britannici e testimonianze locali, documenta 102 europei uccisi durante la sollevazione e descrive mutilazioni dei cadaveri, sgozzamenti, evirazioni ed eviscerazioni. La repressione successiva produsse un numero incomparabilmente superiore di vittime musulmane: Peyroulou considera plausibile un ordine di grandezza di 5.000-6.000 morti nell’area di Sétif-Kherrata-Bougie e altri 1.500-2.000 nella regione di Guelma, mentre le stime contemporanee e successive oscillano molto più ampiamente. A Guelma non si trattò soltanto di combattimenti. Come ha ricostruito Peyroulou, uomini vennero selezionati attraverso liste politiche, fucilati, sepolti in fosse comuni e successivamente riesumati; almeno 636 scomparsi furono in parte bruciati nel forno da calce di Héliopolis allo scopo di eliminare le tracce delle esecuzioni prima dell’arrivo del ministro dell’Interno francese. L’8 maggio 1945 in Europa terminava simbolicamente la guerra contro il nazismo; nello stesso giorno, in Algeria, cominciava una diversa contabilità del sangue (Peyroulou, 2008).

La guerra d’Algeria che esplose nel 1954 fu ancora più feroce precisamente perché non oppose semplicemente “francesi” e “algerini”. Fu anche una guerra fra algerini per stabilire chi avrebbe rappresentato l’Algeria indipendente. La lotta fra FLN e Mouvement National Algérien di Messali Hadj produsse migliaia di vittime in Algeria e in Francia. Il caso di Melouza, il 28 maggio 1957, rimane uno dei più brutali: un villaggio considerato vicino al MNA venne circondato dalle forze dell’ALN e più di trecento uomini furono massacrati; le ricostruzioni oscillano generalmente fra 300 e 374 vittime. Le fonti dell’epoca descrivono uomini abbattuti con armi da fuoco, sgozzati o colpiti a bastonate. La storiografia successiva ha eliminato gran parte dei dubbi sulla responsabilità dell’ALN, benché il FLN avesse inizialmente attribuito il massacro ai francesi. La guerra per liberare l’Algeria dalla Francia era contemporaneamente una guerra per impedire che un altro movimento algerino potesse rivendicare la stessa liberazione (Meynier; Evans, 2012).

La violenza non finì con l’indipendenza. Gli harkis, algerini che avevano combattuto al fianco dell’esercito francese, furono sottoposti nel 1962 a rappresaglie nelle quali il numero delle vittime rimane ancora oggi oggetto di discussione. Martin Evans ricorda che le stime pubblicate oscillano da circa 10.000 fino a 150.000 morti, mentre ricerche più prudenti ritengono documentabile almeno un ordine di grandezza nell’ordine delle decine di migliaia. Il problema non è stabilire qui quale cifra debba diventare canonica, ma riconoscere il meccanismo: la fine della guerra trasformò rapidamente il collaboratore politico nel nemico sul quale regolare un conto che la nuova sovranità considerava precedente al diritto (Evans, 2017).

Lo stesso meccanismo appare in Kenya. La Mau Mau Emergency del 1952-1960 fu una guerra contro il sistema coloniale britannico, ma anche una violentissima guerra civile dentro la società kikuyu e fra gli altri gruppi coinvolti. Come ricostruiscono David Anderson e Caroline Elkins, decine di migliaia di persone passarono attraverso il sistema di detenzione, circa un milione furono coinvolte nella villagizzazione forzata e torture, pestaggi e abusi sessuali accompagnarono le operazioni di controinsurrezione. John Blacker, lavorando non sulla contabilità militare ma sulla demografia, ha stimato circa 50.000 excess deaths fra i kikuyu nel decennio, moltissimi dei quali bambini morti per fame, malattie e deterioramento delle condizioni di vita prodotto dalla guerra (Anderson, 2005; Elkins, 2005; Blacker, 2007).

Ma il sangue non apparteneva a una sola parte. Uno studio recente pubblicato sul Journal of African History ha ricostruito 1.877 civili uccisi dai Mau Mau, in grande maggioranza africani classificati come informatori, dipendenti governativi o loyalists. Il massacro di Lari del marzo 1953 rimane simbolicamente centrale: circa 74 persone secondo la stima tradizionale più conservatrice, molte delle quali donne e bambini appartenenti a famiglie loyaliste, furono uccise in una sola notte; le ricostruzioni descrivono persone rinchiuse in capanne incendiate e colpite mentre tentavano di fuggire. La stessa Truth, Justice and Reconciliation Commission del Kenya ha successivamente adottato stime molto più elevate per l’intero episodio di Lari e per le rappresaglie che lo seguirono. Una lotta nata intorno alla terra e alla libertà aveva trasformato il vicino in collaboratore e il collaboratore in bersaglio. L’indipendenza avrebbe poi trasformato alcuni dei vincitori in nuova classe dirigente; le famiglie dei morti avrebbero continuato ad abitare gli stessi territori.

Il Madagascar del 1947 offre la stessa immagine su scala differente. Le stime delle vittime della rivolta e della repressione variano enormemente, da circa 10.000 fino alle vecchie cifre di 80.000-100.000 entrate nella memoria politica. Proprio per questo la storiografia più recente invita a non utilizzare il numero come slogan. Ciò che non è controverso è la ferocia. A Moramanga prigionieri malgasci furono mitragliati dentro vagoni ferroviari; a Mananjary furono compiute esecuzioni di massa; villaggi furono incendiati e migliaia di persone morirono dopo essersi rifugiate nelle foreste. Gli insorti uccisero a loro volta coloni e, soprattutto, altri malgasci considerati fedeli all’amministrazione. Nel 2025 la decisione di creare una nuova commissione storica franco-malgascia nasceva precisamente dall’impossibilità, quasi ottant’anni dopo, di considerare quella ferita chiusa. La parte più scomoda della vicenda è che la repressione funzionò anche attraverso africani che combattevano altri africani. La potenza imperiale forniva il quadro; una parte della coercizione veniva esercitata da chi già viveva dentro quel quadro.

Il Camerun aggiunge un elemento ancora più importante: la violenza può sopravvivere all’indipendenza formale. La guerra contro l’Union des Populations du Cameroun cominciò sotto l’amministrazione francese e proseguì dopo il 1960 sotto lo Stato indipendente di Ahmadou Ahidjo. La commissione franco-camerunese resa pubblica nel 2025 ha ricostruito operazioni militari, detenzioni, torture, distruzione di villaggi ed eliminazioni di dirigenti come Ruben Um Nyobè, riconoscendo che la guerra non terminò quando cambiò la bandiera. La sovranità giuridica poteva essere africana mentre la macchina securitaria continuava a funzionare attraverso una combinazione di apparati locali e sostegno esterno. È uno dei precedenti più utili per comprendere il presente: la fine dell’amministratore straniero non implica automaticamente la fine della dipendenza dalla sua forza.

Poi viene Zanzibar.

Qui la parola rivoluzione deve essere osservata senza romanticismo, perché pochissimi casi mostrano altrettanto bene quanto rapidamente una promessa di emancipazione possa trasformarsi in classificazione razziale della vittima. Il 12 gennaio 1964, poco più di un mese dopo l’indipendenza dal Regno Unito, il Sultanato e il governo costituzionale vengono rovesciati. Le disuguaglianze preesistenti erano profonde: proprietà fondiaria, memoria della schiavitù, gerarchie economiche e una politica nella quale categorie come “africano” e “arabo” erano state progressivamente trasformate in identità concorrenti. Jonathon Glassman ha mostrato con grande precisione come la politica zanzibarina degli anni precedenti avesse razzializzato conflitti che non erano soltanto razziali, fino a rendere l’appartenenza una spiegazione totale della posizione sociale (Glassman, 2011).

Quando lo Stato crollò, quella classificazione divenne letale. G. Thomas Burgess descrive le settimane successive come uno dei più violenti episodi di aggressione anti-araba della storia postcoloniale africana: africani rivoluzionari colpirono persone identificate soprattutto come arabe, ma anche sudasiatiche, attraverso uccisioni, saccheggi, violenze e vendette. La ricerca di Sandra Joireman e Julia Verne pubblicata nel 2025 su African Affairs ricorda che, pur nella persistente incertezza delle cifre, più di 10.000 Omani-Zanzibaris sono ritenuti essere stati uccisi; nei mesi e negli anni successivi il governo rivoluzionario incarcerò, esiliò o eliminò oppositori e una parte consistente della popolazione di origine omanita lasciò le isole. Entro la fine del 1964 circa 3.700 profughi con ascendenza omanita documentabile erano stati accolti in Oman; molti altri erano fuggiti altrove (Burgess, 2018; Joireman and Verne, 2025).

La violenza non terminò quando smisero di sparare. È qui che Zanzibar diventa uno dei casi più importanti per la nostra geometria del tempo. Il Confiscation of Immovable Properties Decree del 1964 autorizzò il nuovo governo a sequestrare beni senza compensazione nell’“interesse nazionale”. Joireman e Verne hanno ricostruito gli ordini di confisca pubblicati nelle Gazette rivoluzionarie e dimostrano che non si trattò di una misura di emergenza limitata al 1964: nel solo 1965 gli ordini esaminati riguardavano 544 proprietà, e le confische effettuate in base al decreto continuarono fino al settembre 1987. Case, terreni, edifici urbani e proprietà rurali furono sottratti ai proprietari; alcune famiglie conservano ancora oggi gli ordini originali insieme alle fotografie delle abitazioni perdute. Le autrici osservano correttamente che a Stone Town gli stessi edifici costituiscono oggi una forma di archivio materiale della rivoluzione: muri degradati, proprietà contestate, famiglie emigrate e tentativi contemporanei di restituzione mantengono il 1964 dentro il presente (Joireman and Verne, 2025).

La cicatrice è anche politica. Dal 1964 Zanzibar non ha mai conosciuto una vera interruzione della genealogia del potere rivoluzionario. Non sarebbe storicamente corretto dire che il CCM governa dal 1964, perché il Chama Cha Mapinduzi nasce formalmente il 5 febbraio 1977. Ma il dato reale è persino più significativo. L’Afro-Shirazi Party, che assume il potere dopo la rivoluzione, confluisce nel 1977 con il TANU di Julius Nyerere nel CCM. Lo stesso CCM ricostruisce ufficialmente la propria storia in questi termini: TANU era il partito al potere sul continente, ASP quello al potere a Zanzibar, e la loro fusione produsse il partito che governa ancora oggi. Il multipartitismo viene reintrodotto nel 1992, ma non si verifica alcuna alternanza al vertice della Repubblica Unita e nessuna forza politica estranea a questa genealogia rivoluzionaria conquista stabilmente il governo di Zanzibar.

Non è soltanto continuità elettorale. Nicodemus Minde, Sterling Roop e Kjetil Tronvoll hanno osservato correttamente che per il CCM la rivoluzione del 1964 costituisce la propria raison d’être e che il partito si rappresenta come custode di quella rivoluzione. Il nome stesso significa “Partito della Rivoluzione”. A Zanzibar uno dei suoi slogan fondamentali è “Mapinduzi Daima”: rivoluzione per sempre. Il rapporto di osservazione elettorale TEMCO del 2015 registrava ancora esplicitamente lo slogan e riportava esponenti locali del CCM sostenere che il partito non avrebbe restituito attraverso le urne il potere a coloro che identificava politicamente con le forze sconfitte cinquant’anni prima. Non siamo davanti a un ricordo cerimoniale: la rivoluzione continua a essere utilizzata come fonte di legittimità politica (Minde, Roop and Tronvoll, 2018).

Anche gli episodi successivi mostrano che il monopolio del potere non è stato puramente simbolico. Dopo le contestate elezioni del 2000, la repressione delle proteste del gennaio 2001 provocò decine di morti; Greg Cameron e altre ricostruzioni dell’epoca descrivono l’episodio come un vero spartiacque politico. Nel 2015, quando l’opposizione sostenne di avere vinto le elezioni zanzibarine, la Zanzibar Electoral Commission annullò il voto prima del completamento della proclamazione dei risultati; il successivo scrutinio del 2016, boicottato dalla principale opposizione, restituì al CCM una vittoria schiacciante. A sessant’anni dal 1964, dunque, il linguaggio della rivoluzione non appartiene soltanto ai monumenti.

È in questo contesto che assume significato un paradosso visibile nella Zanzibar contemporanea. L’isola è economicamente aperta. Arabi, omaniti, indiani, europei, cinesi, africani provenienti da altri Paesi e investitori di qualunque origine possono arrivare e partire, costruire alberghi, avviare imprese, commerciare, investire e partecipare a un’economia profondamente inserita nei flussi globali. Persone appartenenti alle comunità che nel 1964 furono colpite possono nuovamente possedere attività economiche e ritornare sull’isola. Il capitale ha riacquistato una mobilità cosmopolita.

Le armi molto meno.

Non esiste una legge razziale che riservi formalmente il possesso delle armi ai neri, e non sarebbe corretto inventarne una. Ma sul piano sociologico il monopolio organizzato della coercizione appartiene agli apparati dello Stato post-rivoluzionario — polizia, forze armate, sicurezza — e nella realtà quotidiana questi apparati sono quasi interamente rappresentati da africani neri. Arabi, indiani, omaniti ed europei possono possedere capitale, hotel, attività commerciali e relazioni internazionali; non costituiscono un potere armato alternativo. La ricchezza è tornata cosmopolita, il monopolio della forza no. È difficile immaginare una rappresentazione più concreta di ciò che una rivoluzione può lasciare sessant’anni dopo: il mercato si apre molto più facilmente della struttura del potere.

Zanzibar è quindi una cicatrice, non un aneddoto. La casa confiscata ricorda il 1964, il partito che governa ne porta il nome, lo slogan ne proclama l’eternità e la distribuzione del potere coercitivo conserva la memoria di chi vinse. La rivoluzione dura più della generazione rivoluzionaria.

L’Angola mostra lo stesso principio su una scala enormemente maggiore. La guerra contro il dominio portoghese cominciata nel 1961 conteneva già atrocità gravissime, compresi massacri di coloni portoghesi e africani identificati con l’amministrazione durante l’insurrezione dell’UPA nel Nord. Ma il vero disastro comincia quando l’indipendenza del 1975 non produce uno Stato condiviso bensì una competizione armata fra MPLA, FNLA e UNITA. Da quel momento quasi nessuna grande potenza interessata all’Africa australe rimane completamente esterna. L’URSS fornisce quantità gigantesche di armamenti all’MPLA; Gerald Ford scrive nel novembre 1975 a Giscard d’Estaing che dall’inizio di marzo i sovietici avevano già consegnato più di 10.000 tonnellate di armi e materiale. Cuba interviene direttamente con decine di migliaia di uomini. Gli Stati Uniti sostengono segretamente FNLA e UNITA; il Sudafrica invade da Sud; lo Zaire sostiene le fazioni avverse all’MPLA; la Cina aveva a sua volta partecipato alla competizione fra i movimenti.

La guerra non dura qualche mese. Attraversa cessate il fuoco, accordi falliti, elezioni e nuove offensive fino al 2002. Human Rights Watch ha riassunto il bilancio in termini che rendono quasi superflua qualsiasi retorica: circa un milione di morti, 4,1 milioni di sfollati interni e circa 400.000 rifugiati nei Paesi vicini. Su una popolazione che alla fine della guerra era nell’ordine di poche decine di milioni, significa che una quota enorme della società era stata uccisa, espulsa o costretta a lasciare la propria casa. Entrambe le parti utilizzarono mine e commisero abusi contro i civili; intere zone rurali furono isolate, spopolate o rese inaccessibili. Le mine continuarono a uccidere e mutilare dopo che i consiglieri sovietici erano tornati a casa, dopo che Cuba aveva ritirato le proprie truppe, dopo la fine dell’apartheid e dopo la dissoluzione dell’URSS (Human Rights Watch, 2003).

Ed è proprio questo che interessa alla nostra analisi. Le potenze straniere potevano cambiare posizione, strategia e persino sistema politico. L’URSS scompare nel 1991. Washington modifica la propria politica sull’Angola più volte. Pretoria abbandona l’apartheid. Cuba conclude la propria missione. L’angolano che ha perso entrambe le gambe su una mina non dispone della stessa reversibilità. La geopolitica può ammortizzare una scelta sbagliata; il corpo no.

Il Mozambico non fu meno terribile. Dopo l’indipendenza del 1975, RENAMO viene inizialmente organizzata con il sostegno della Rhodesia e successivamente riceve un appoggio decisivo dal Sudafrica dell’apartheid, mentre FRELIMO è sostenuto dal blocco socialista. La guerra civile dal 1977 al 1992 costò, secondo le stime utilizzate dalla storiografia economica e politica, oltre un milione di vite e costrinse quasi cinque milioni di persone a lasciare la propria casa su una popolazione che alla fine del conflitto era di circa tredici milioni. Circa il 60% delle scuole primarie e il 40% delle strutture sanitarie risultavano distrutte alla fine della guerra.

Ma il numero dei morti non racconta la qualità della violenza. Il rapporto Conspicuous Destruction di Africa Watch documentò la sistematica distruzione di scuole, cliniche e trasporti e descrisse una pratica per la quale RENAMO divenne tristemente celebre: tagliare a civili, compresi bambini, orecchie, nasi, labbra e organi sessuali come strumento di terrore. Lo stesso rapporto ricostruisce l’arruolamento forzato di bambini e casi nei quali minori in addestramento venivano obbligati a uccidere per essere abituati alla morte: un ragazzo venne costretto a uccidere con una baionetta tre compagni accusati di commettere errori, un altro a pugnalare una donna anziana che tentava di fuggire e poi a decapitarla. Anche le forze governative commisero abusi, ma la documentazione sulla violenza di RENAMO è abbastanza ampia da impedire qualsiasi romanticizzazione della guerra come semplice resistenza al marxismo di FRELIMO (Africa Watch, 1992).

Che cosa guadagnavano gli attori esterni? La Rhodesia cercava di rendere insicuro un Paese che ospitava movimenti ostili. Pretoria voleva impedire che gli Stati vicini offrissero profondità strategica all’ANC e ad altri avversari dell’apartheid. Il blocco socialista voleva conservare e consolidare un governo alleato. Le popolazioni mozambicane non ricevevano una quota di quella rendita geopolitica. Ricevevano il villaggio incendiato.

La Nigeria-Biafra porta il rapporto fra politica internazionale e sofferenza civile a una scala ancora maggiore. Dopo i colpi di Stato e i pogrom anti-Igbo del 1966, la Regione orientale proclama il Biafra il 30 maggio 1967. La guerra dura trenta mesi. La letteratura accademica converge su un ordine di grandezza superiore al milione di morti, in larga parte provocati non dal combattimento diretto ma da fame e malattie. Già nel 1968 la Croce Rossa internazionale parlava di migliaia di persone che morivano ogni giorno nei campi, con bambini devastati dal kwashiorkor. La politica di blocco federale trasformò il cibo in strumento di guerra; le immagini dei bambini biafrani scheletrici entrarono nella televisione mondiale e contribuirono alla nascita dell’umanitarismo mediatico contemporaneo.

Intorno a quella carestia, tuttavia, le potenze calcolavano altro. Regno Unito e URSS sostenevano il governo federale; Francia e altri attori offrirono diversi livelli di appoggio o assistenza al Biafra; petrolio, unità territoriale, accesso regionale e prestigio internazionale entravano nel calcolo. La documentazione americana dell’epoca osservava esplicitamente gli interessi petroliferi collegati alla regione secessionista. Il bambino affamato diventava una fotografia; gli Stati continuavano a calcolare quale Nigeria sarebbe esistita dopo la sua morte.

Il Burundi del 1972 dimostra che la violenza può essere progettata per eliminare non soltanto il nemico presente ma il possibile concorrente futuro. Dopo una rivolta hutu nel Sud, nella quale furono uccisi tutsi e hutu considerati fedeli allo Stato, il regime dominato dall’élite tutsi avviò una repressione sistematica. Le Nazioni Unite hanno successivamente richiamato stime comprese fra almeno 100.000 e 300.000 hutu uccisi. Particolarmente colpiti furono studenti, insegnanti, funzionari, sacerdoti, commercianti e persone istruite. René Lemarchand ha mostrato come l’eliminazione fosse indirizzata verso la parte della popolazione capace di costituire una futura élite alternativa. Non si uccideva soltanto chi poteva prendere il potere oggi; si eliminava chi avrebbe potuto organizzarlo domani. Circa 200.000 persone fuggirono all’estero. La violenza diventava politica demografica del futuro (Lemarchand, 2009).

L’Etiopia rivoluzionaria del Derg costituisce uno degli esempi più puri di ciò che accade quando la parola rivoluzione diventa autorizzazione all’eliminazione fisica dell’avversario. Dopo la caduta di Hailé Selassié nel 1974, la lotta fra il regime militare e l’opposizione marxista dell’EPRP precipita nel Red Terror. Human Rights Watch, nel grande rapporto Evil Days, definisce quella campagna uno degli utilizzi più sistematici dell’omicidio di massa da parte dello Stato mai osservati in Africa e considera certamente superiore a 10.000 il numero complessivo dei morti, pur ricordando che non esiste una cifra definitiva. Nella sola fase dell’aprile-maggio 1977, le stime riportate per Addis Abeba vanno da 732 morti ammessi dal governo a 2.000 e oltre; Save the Children denunciò all’epoca l’uccisione di circa mille bambini e giovani, alcuni di dodici anni, i cui corpi venivano lasciati nelle strade. Detenzione arbitraria, tortura ed esecuzioni sommarie divennero strumenti normali della politica (Human Rights Watch, 1991).

Nel frattempo l’Etiopia rivoluzionaria diventava uno dei più importanti clienti militari sovietici del continente. Mosca non compilava le liste delle persone da eliminare nei quartieri di Addis Abeba. Non ne aveva bisogno. Il valore del rapporto stava nel fatto che il governo capace di farlo rimaneva strategicamente inserito nel sistema sovietico e riceveva armi, addestramento e protezione sufficienti a sopravvivere alle guerre esterne e interne. È precisamente questa distanza fra chi fornisce capacità e chi la utilizza che deve interessarci.

Lo Zimbabwe offre una variante ancora più amara perché mostra come la violenza possa continuare dopo una lotta di liberazione vittoriosa. Durante la guerra contro la Rhodesia, la Cina sostiene soprattutto ZANU e ZANLA, l’URSS soprattutto ZAPU e ZIPRA. L’indipendenza del 1980 non produce una riconciliazione definitiva fra i due principali blocchi della guerriglia. Fra il 1982 e il 1987 il governo di Robert Mugabe impiega la Fifth Brigade, addestrata da istruttori nordcoreani, nel Matabeleland e nelle Midlands durante quella che diventerà nota come Gukurahundi. La letteratura specialistica colloca generalmente il bilancio fra almeno 10.000 e circa 20.000 civili uccisi. Omicidi, torture, stupri, incendi di proprietà e sparizioni colpirono soprattutto popolazioni ndebele e persone identificate con la base politica di ZAPU. La rivoluzione aveva sconfitto lo Stato bianco; pochi anni dopo uno dei movimenti vincitori utilizzava l’esercito per distruggere il potere politico dell’altro (Catholic Commission for Justice and Peace in Zimbabwe, 1997; Human Rights Watch, 2019).

Rwanda e Burundi mostrano infine che la memoria della rivoluzione può preparare la violenza successiva. In Rwanda la “Social Revolution” del 1959-1962 rovescia la monarchia e il predominio politico tutsi e provoca uccisioni, persecuzioni ed esodo di centinaia di migliaia di tutsi negli anni successivi. Quella diaspora produrrà una questione politica che resterà irrisolta per tre decenni. Nel 1994 la macchina raggiunge una scala diversa: in circa cento giorni vengono assassinati circa 800.000 tutsi e hutu moderati, con una partecipazione capillare di amministratori, milizie, militari e civili mobilitati attraverso radio, posti di blocco, elenchi e reti locali. Lo United States Holocaust Memorial Museum e Human Rights Watch hanno documentato non soltanto le uccisioni ma l’utilizzo sistematico della violenza sessuale. Non servono bombardieri strategici per produrre un genocidio quando il monopolio della violenza è stato distribuito fino al quartiere e al villaggio (Human Rights Watch, 1999).

La Liberia e la Sierra Leone cancellano qualunque residua illusione secondo cui la parola “rivoluzionario” garantisca automaticamente un contenuto emancipatorio. Le guerre liberiane dal 1989 al 2003 provocarono nell’ordine di centinaia di migliaia di morti e trasformarono migliaia di bambini in combattenti. In Sierra Leone la Revolutionary United Front costruì parte del proprio potere attraverso un repertorio di terrore deliberatamente teatrale: civili mutilati mediante amputazione di mani e braccia, nasi e labbra tagliati, donne e bambine rapite, stuprate o ridotte in schiavitù sessuale, bambini costretti a combattere. Il processo contro Charles Taylor dimostrò successivamente come quella violenza fosse collegata a una rete regionale nella quale armi, protezione politica e diamanti si alimentavano reciprocamente. La risorsa africana entrava nel mercato internazionale; la mutilazione necessaria a controllarne il territorio rimaneva al villaggio (Human Rights Watch, 2002; 2012).

Le guerre del Congo portano la stessa struttura a una dimensione continentale. Il Mapping Report delle Nazioni Unite del 2010 ha catalogato 617 fra i più gravi episodi di violenza commessi nella Repubblica Democratica del Congo fra il marzo 1993 e il giugno 2003: massacri, stupri di massa, esecuzioni, attacchi contro rifugiati, distruzione deliberata di comunità e atti potenzialmente qualificabili come crimini di guerra, crimini contro l’umanità o, in alcuni casi, meritevoli di indagini ulteriori sulla possibile qualificazione genocidaria. Rwanda, Uganda, Angola, Zimbabwe, Namibia e numerosi movimenti armati operarono direttamente o indirettamente sul territorio congolese. Le stime epidemiologiche delle excess deaths prodotte dalla guerra e dal collasso sanitario arrivano a diversi milioni, anche se la metodologia e il numero esatto restano discussi.

Qui il rapporto fra guerra e rendita diventa quasi impossibile da separare. Oro, diamanti, coltan, cassiterite e altre risorse finanziano le forze armate e contemporaneamente costituiscono il premio del controllo territoriale. Il confine fra alleato e intermediario economico scompare. La potenza o lo Stato regionale non deve necessariamente annettere formalmente il territorio: può utilizzare un movimento armato, controllare una rotta commerciale o incorporare la produzione mineraria dentro la propria filiera.

Questa lunga contabilità non dimostra che “gli africani siano violenti”. Dimostra qualcosa di molto meno comodo: che nessuna emancipazione storica rende innocente chi conquista il potere in suo nome, e che l’africanità dell’esecutore non rende meno reale la vittima africana. Il colonizzatore poteva uccidere l’africano. Anche il rivoluzionario africano ha ucciso l’africano. Il movimento di liberazione poteva essere simultaneamente vittima di una struttura esterna e carnefice di un rivale interno. Lo Stato indipendente poteva liberarsi dall’impero e costruire la propria prigione.

È precisamente a questo punto che l’analogia con la tratta degli schiavi diventa utile, purché la si utilizzi per comprendere il meccanismo e non come metafora ornamentale.

La tratta atlantica deportò dall’Africa circa 12,5 milioni di persone; la grande ricostruzione quantitativa di Slave Voyages stima che circa 10,7 milioni sopravvissero alla traversata e sbarcarono nelle Americhe. La parte spesso rimossa dalla rappresentazione popolare della tratta riguarda il modo in cui quelle persone arrivavano sulle coste. Herbert Klein, nella sua analisi dell’organizzazione africana del commercio schiavistico, ricorda che, dopo una breve prima fase di razzie europee sulle coste nel XV secolo, i mercanti europei non penetrarono normalmente nell’interno per catturare personalmente i milioni di individui caricati sulle navi. Dipendevano da mercati, sovrani, commercianti, intermediari e reti africane capaci di portare i prigionieri verso le coste. Klein arriva a formulare il punto in termini estremamente netti: il compratore europeo dipendeva dal venditore africano per l’approvvigionamento degli schiavi e, per lunghi periodi, operava entro regole commerciali determinate dalle società costiere africane (Klein, 2010).

Le ricerche più recenti di David Eltis confermano e raffinano questo quadro: per circa tre secoli e mezzo mercanti europei e africani negoziarono sulle coste e il commercio coinvolse un numero enorme di intermediari locali, non semplicemente qualche grande sovrano. Uno studio pubblicato nel 2025 sulla nave francese Bonne Société ricostruisce addirittura 425 acquisti separati di esseri umani effettuati a Loango fra il 1783 e il 1784 da una pluralità di venditori e brokers africani. La nave non aveva bisogno di entrare nell’interno con una squadra di rapitori. Poteva aspettare che il mercato portasse il prigioniero fino a lei (Eltis, 2025).

Questa è la parte della storia che interessa alla geopolitica contemporanea. Il potere esterno non ha sempre bisogno di esercitare direttamente la coercizione. Spesso è molto più efficiente comprare, finanziare o rendere conveniente quella di chi si trova già sul posto.

Lo schema è semplice.

Un attore esterno possiede capitale, armi, mercato, tecnologia o protezione diplomatica. Un attore interno possiede territorio, uomini, accesso alle risorse e la capacità di esercitare la forza sulla propria popolazione. I due hanno bisogno l’uno dell’altro.

Nella tratta, la nave aveva bisogno del venditore e il venditore aveva bisogno del compratore. Nelle guerre del Novecento, la potenza aveva bisogno del movimento locale e il movimento aveva bisogno delle armi della potenza. Nella geopolitica contemporanea, il contractor militare ha bisogno del governo che lo invita e il governo ha bisogno del contractor che lo mantiene al potere. Il gruppo armato ha bisogno del compratore del minerale e il compratore ha bisogno del gruppo armato che controlla la miniera. Il creditore ha bisogno del ministro che firma e il ministro ha bisogno del credito che gli consente di inaugurare l’opera.

La vittima è quasi sempre il soggetto con minore potere contrattuale.

Questa struttura spiega anche perché le potenze straniere abbiano potuto accumulare enormi rendite ideologiche e, in numerosi casi, materiali attraverso guerre combattute principalmente da africani.

L’Unione Sovietica costruì una parte decisiva della propria reputazione africana sostenendo ANC, MPLA, SWAPO, PAIGC e altri movimenti di liberazione. Il capitale simbolico fu enorme e continua a produrre rendimento più di trent’anni dopo la scomparsa dell’URSS. La Federazione Russa contemporanea si presenta in Africa come erede di quella storia e utilizza ancora oggi l’assistenza sovietica alle liberazioni come prova della propria affidabilità. Mosca non ha costruito quel capitale; lo ha ereditato. E una parte di quel capitale fu costruita dentro guerre nelle quali gli africani morirono in quantità spaventose.

Cuba non ricavò dall’Angola un grande profitto materiale e pagò essa stessa un costo elevato in uomini e risorse, ma ottenne qualcosa di geopoliticamente preziosissimo: una reputazione rivoluzionaria che ancora oggi attribuisce alla presenza cubana nell’Africa australe un significato completamente diverso da quello di una normale spedizione militare. La battaglia di Cuito Cuanavale è diventata un monumento politico più potente di moltissimi investimenti economici.

La Cina costruì la propria legittimità africana in un’altra maniera ancora: sostegno ai movimenti di liberazione, TAZARA, formazione, aiuti e, successivamente, infrastrutture e commercio. Anche qui il rendimento maggiore non fu necessariamente prodotto dal singolo progetto, ma dalla memoria accumulata. La Cina che oggi negozia miniere, porti, ferrovie e telecomunicazioni non arriva in un continente completamente privo di memoria della Cina maoista.

Gli Stati Uniti costruirono una rendita diversa sostenendo governi e fazioni considerate utili alla propria strategia. Nel Congo, il programma clandestino iniziato nel 1960 mirava esplicitamente a impedire che Lumumba e il Paese entrassero nell’orbita sovietica; Washington discusse perfino la sua eliminazione fisica, pur non essendo stata l’esecutrice materiale del suo assassinio. Il successivo sostegno a Mobutu contribuì a costruire uno Stato alleato nel centro del continente. In Angola Washington finanziò FNLA e UNITA per impedire un consolidamento sovietico-cubano. Il dividendo cercato era strategico.

Pretoria e Salisbury utilizzarono lo stesso principio nelle guerre dell’Africa australe. Rhodesia e Sudafrica non avevano bisogno di annettere il Mozambico per renderlo fragile. Potevano sostenere un movimento armato mozambicano disposto a combattere FRELIMO. RENAMO compiva la coercizione; il vantaggio strategico veniva raccolto anche oltre confine.

La storia cambia bandiere, ma il modello sopravvive.

È questa la ragione per cui ciò che sta accadendo oggi in Africa deve essere osservato con molto meno entusiasmo di quello prodotto dal linguaggio della “seconda indipendenza”, della “nuova multipolarità” o della “fine del neocolonialismo”. Un Paese che sostituisce una potenza straniera con un’altra non ha necessariamente aumentato di un millimetro la libertà dei propri cittadini. Può semplicemente avere trovato un nuovo compratore.

Il Mali è oggi uno dei casi più chiari. Dopo i golpe del 2020 e del 2021, la nuova leadership militare ha progressivamente espulso le forze francesi e ridotto drasticamente la presenza occidentale e delle Nazioni Unite, presentando l’avvicinamento alla Russia come riaffermazione della sovranità. Wagner viene poi sostituita nel 2025 dall’Africa Corps, controllata direttamente dal governo russo. La retorica è quella della liberazione. La realtà deve essere misurata sul terreno.

Human Rights Watch ha documentato che il 15 giugno 2026 un Su-24 identificato da fonti militari maliane come appartenente ad Africa Corps ha colpito Kyrnia, nella regione di Mopti, uccidendo otto civili, fra cui tre bambini. Nessun combattente jihadista risultava fra i morti ricostruiti dall’organizzazione. Nello stesso rapporto vengono analizzate immagini satellitari, fotografie e testimonianze. Poche settimane dopo, il 10 luglio 2026, Africa Corps è entrata nel villaggio di Bombori insieme alle operazioni contro l’insurrezione: Human Rights Watch ha documentato nove civili uccisi, quattro dei quali bambini, uomini e ragazzi detenuti e picchiati, abitazioni saccheggiate e incendiate. Una delle vittime è stata decapitata (Human Rights Watch, 2026a; 2026b).

Questo non significa che il jihadismo sia immaginario. JNIM uccide civili, governa territori attraverso coercizione e rappresenta una minaccia concreta agli Stati del Sahel. Significa qualcosa di molto più semplice: il cittadino maliano non diventa sovrano perché il soldato straniero che parte parla francese e quello che arriva parla russo.

Se l’uomo armato straniero continua a poter uccidere un bambino maliano sul territorio maliano, la parola liberazione dovrebbe essere utilizzata con maggiore prudenza.

Il Burkina Faso rende il problema ancora più netto perché dimostra che il nuovo patrono non deve nemmeno essere presente materialmente nel massacro affinché il linguaggio rivoluzionario perda significato. Il regime di Ibrahim Traoré ha costruito una parte considerevole della propria legittimità sul richiamo alla sovranità, all’anticolonialismo e alla memoria di Thomas Sankara. Eppure il 25 febbraio 2024, come ha documentato Human Rights Watch attraverso testimonianze, fotografie, video e immagini satellitari, l’esercito burkinabè ha sommariamente ucciso almeno 223 civili nei villaggi di Nondin e Soro. Fra essi vi erano almeno 56 bambini: 44 persone, di cui 20 bambini, furono uccise a Nondin; 179, compresi 36 bambini, a Soro. I sopravvissuti descrivono soldati che radunavano uomini, donne e bambini e aprivano il fuoco sui gruppi; otto fosse comuni sono state geolocalizzate a Soro. Human Rights Watch riportava inoltre, citando ACLED, almeno un migliaio di civili uccisi dalle forze armate burkinabè e dalle milizie filogovernative nei primi sette mesi del 2024 (Human Rights Watch, 2024; 2025).

Non c’è bisogno di attribuire queste uccisioni alla Russia. Sarebbe falso e indebolirebbe l’argomento. La loro importanza è precisamente opposta: mostrano che una giunta può proclamare la liberazione dall’influenza straniera, evocare Sankara, denunciare l’ordine precedente e nello stesso tempo esercitare sulla propria popolazione una violenza che la retorica rivoluzionaria non rende meno reale. La sovranità dello Stato e la libertà del cittadino non sono sinonimi.

Thomas Sankara chiedeva agli africani di rifiutare la dipendenza. Non forniva una licenza per uccidere bambini chiamandoli collaboratori del terrorismo.

Il Congo contemporaneo riproduce in maniera ancora più impressionante la vecchia connessione fra patronato esterno, movimento armato e risorsa. Il Gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha ricostruito nel 2025 l’appoggio militare, logistico e di intelligence fornito dal Rwanda ad AFC/M23 e ha collegato esplicitamente tale sostegno a obiettivi militari, politici ed economici. Già nel rapporto precedente gli esperti avevano documentato il controllo di AFC/M23 sulle rotte minerarie da Rubaya verso il Rwanda e un monopolio di fatto dell’esportazione del coltan della zona; il minerale veniva trasferito oltre confine e mescolato alla produzione rwandese prima dell’entrata nel commercio internazionale. Lo stesso rapporto 2025 riprende questa dinamica e la colloca fra gli obiettivi strategici del sostegno rwandese.

Qui il parallelo storico diventa quasi troppo preciso. L’attore esterno non ha bisogno di annettere Rubaya. Non deve mettere la propria bandiera sulla miniera. Gli basta che la strada, il posto di blocco, il centro commerciale e il confine siano controllati da soggetti capaci di orientare il minerale nella direzione desiderata.

La sovranità territoriale può restare formalmente congolese mentre la sovranità materiale sulla rendita prende un’altra strada.

Il Sudan contemporaneo mostra infine ciò che accade quando questa economia internazionale della coercizione incontra uno Stato che collassa. Dal 2023 SAF e Rapid Support Forces combattono per il potere e la guerra è stata alimentata da una circolazione internazionale di armi che Amnesty International ha documentato con notevole precisione. Nel rapporto del 2025 l’organizzazione ha identificato grandi quantità di armamenti e materiale di produzione recente provenienti da Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti entrati in Sudan e successivamente deviati o contrabbandati verso il Darfur. Questo non significa attribuire automaticamente a ciascun governo produttore ogni crimine commesso con quelle armi; significa constatare che ancora una volta il mercato internazionale fornisce gli strumenti mentre il corpo che li riceve è africano.

Nell’ottobre 2025 El Fasher mostra il risultato finale. Il rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani pubblicato nel febbraio 2026, significativamente intitolato They Were Shooting Us Like Animals, ha documentato più di 6.000 uccisioni nei primi tre giorni dell’offensiva finale delle RSF: almeno 4.400 persone dentro El Fasher e più di 1.600 lungo le vie di fuga. Le Nazioni Unite precisano che il numero reale è certamente superiore. Il rapporto descrive esecuzioni a distanza ravvicinata, persone colpite mentre fuggivano, torture, rapimenti, violenze sessuali, saccheggi e detenzioni di massa. Una successiva missione internazionale ha individuato elementi così gravi da esaminare la vicenda anche attraverso il quadro giuridico del genocidio.

Mentre migliaia di persone venivano uccise in pochi giorni, la guerra continuava contemporaneamente a essere una competizione fra reti economiche, militari e regionali molto più ampie del Sudan.

Questo è il punto che dovrebbe interrompere qualsiasi entusiasmo ingenuo per la nuova corsa all’Africa.

La dominazione contemporanea non ha bisogno del governatore coloniale.

Non ha bisogno di una bandiera straniera sul palazzo.

Non ha nemmeno bisogno che lo straniero governi.

Anzi, dal punto di vista della potenza esterna può essere molto più conveniente non governare affatto.

Governare significa pagare stipendi, amministrare ospedali, mantenere strade, reprimere rivolte, assumere pubblicamente la responsabilità dell’ordine. È molto più economico trovare un governo locale disposto a garantire l’accesso desiderato. La colonia del XXI secolo, quando si forma, può essere una relazione senza amministratore coloniale: il presidente rimane africano, il generale è africano, la bandiera è africana, il discorso è sulla sovranità africana; ma la sopravvivenza del governo, la tecnologia, il debito, l’intelligence, l’arma decisiva, il mercato di esportazione o la rendita mineraria possono dipendere da un attore esterno.

L’elemento più pericoloso è che questa forma di dominazione può presentarsi esattamente come liberazione.

È già accaduto.

A Zanzibar la rivoluzione eliminò un ordine e ne costruì un altro che, sessantadue anni dopo, non ha ancora conosciuto una vera interruzione della propria genealogia politica. “Mapinduzi Daima”, rivoluzione per sempre, non è soltanto uno slogan: riassume una continuità che dalla rivoluzione del 1964 conduce all’Afro-Shirazi Party e poi, dal 1977, al Chama Cha Mapinduzi, senza che quella linea di potere sia mai stata realmente spezzata. In Angola, la liberazione dal Portogallo fu seguita da ventisette anni di guerra civile; in Mozambico, l’indipendenza precedette una guerra nella quale bambini furono obbligati a uccidere e civili mutilati per terrorizzare interi villaggi; in Zimbabwe, il movimento che aveva combattuto il dominio bianco utilizzò pochi anni dopo una brigata addestrata dalla Corea del Nord per massacrare migliaia di africani appartenenti alla base sociale del movimento rivale. In Etiopia, una rivoluzione proclamata in nome del popolo lasciò cadaveri di giovani nelle strade di Addis Abeba; in Burundi, una élite rivoluzionaria cercò di eliminare la futura élite dell’altro gruppo; in Rwanda, la politica dell’appartenenza divenne una politica della morte; in Sierra Leone, un’organizzazione che si chiamava Revolutionary United Front trasformò l’amputazione in un linguaggio politico. La storia dovrebbe essere sufficiente per togliere qualsiasi valore salvifico alle parole: rivoluzione, anticolonialismo e sovranità non proteggono nessuno da sole. A proteggere una popolazione sono la distribuzione effettiva del potere, la possibilità di sostituire chi governa, istituzioni abbastanza forti da impedire al vincitore di trasformare il rivale in nemico biologico e, sul piano internazionale, la possibilità di cambiare partner senza dover consegnare al nuovo arrivato le chiavi della sicurezza dello Stato.

È qui che il confronto con la tratta torna utile. Lo schiavista europeo non aveva bisogno di attraversare personalmente l’interno del continente per catturare ogni uomo che sarebbe poi finito su una nave: poteva attendere sulla costa perché il sistema produceva intermediari africani disposti a consegnargli la merce umana. La grande potenza contemporanea dispone di strumenti più sofisticati, ma il principio dell’intermediazione resta sorprendentemente riconoscibile. Non deve conquistare direttamente il Paese se qualcuno può firmare per suo conto; non deve occupare militarmente una miniera se un governo, una milizia o una società locale possono garantirne l’accesso; non deve arrestare un oppositore se l’apparato interno può farlo al suo posto; non deve reprimere personalmente la popolazione se esiste già una forza locale dotata delle armi e della volontà necessarie; non deve nemmeno possedere formalmente un territorio se riesce a costruire una dipendenza tale da rendere economicamente o militarmente proibitivo sottrarglielo.

Il nuovo intermediario non vende necessariamente uomini in catene. Può vendere una concessione trentennale, un porto, una miniera, un voto internazionale, un diritto di base, un flusso futuro di petrolio, un monopolio logistico o la sicurezza del proprio regime. Il meccanismo essenziale rimane però quello di una transazione nella quale il soggetto che dispone del minor potere è spesso proprio quello sul cui futuro si negozia. È per questo che la responsabilità delle élite africane deve essere collocata al centro e non ai margini dell’analisi. È troppo facile spiegare ogni fallimento attraverso lo straniero, come se l’attore esterno potesse acquistare qualcosa che nessuno è disposto a vendergli. Nessun contractor straniero diventa guardia pretoriana se un governo non lo invita; nessuna concessione opaca esiste senza una firma locale; nessun debito insostenibile viene contratto senza una amministrazione che lo approvi; nessun proxy esiste senza uomini disposti a combattere. Le élite africane non sono vittime passive della nuova competizione internazionale. Molte sono giocatori abilissimi, capaci di mettere in concorrenza i partner e di trasformare rivalità globali in vantaggio politico interno. Il problema è che possono giocare con qualcosa che non appartiene esclusivamente a loro: il futuro della popolazione.

La multipolarità rende questo gioco ancora più complesso. Se Parigi rifiuta, c’è Mosca; se Washington condiziona, c’è Pechino; se Pechino non finanzia, esistono Emirati, Turchia, Arabia Saudita, India e altri interlocutori. Per uno Stato africano questa pluralità può rappresentare una straordinaria opportunità di arbitraggio, perché moltiplica le alternative, riduce il monopolio di un singolo patrono e consente di negoziare condizioni migliori. Per una élite predatoria, tuttavia, la stessa pluralità può trasformarsi in un mercato nel quale mettere all’asta la dipendenza al miglior offerente. È questo il vero bivio: la nuova competizione può produrre la fase più autonoma della storia africana moderna oppure un sistema nel quale gli intermediari africani dispongono semplicemente di più compratori. La differenza non verrà stabilita dal numero delle bandiere straniere presenti, ma dal costo dell’uscita.

Se il Mali può utilizzare oggi la Russia e sostituirla domani senza che il proprio apparato militare collassi, ha acquisito autonomia; se non può farlo, ha acquisito un nuovo patrono. Se il Congo può vendere il proprio coltan a più mercati mantenendo controllo fiscale, militare e territoriale sulla filiera, possiede una risorsa; se una forza armata decide quale frontiera debba attraversare quella risorsa, allora la relazione si rovescia e la risorsa finisce per possedere lo Stato più di quanto lo Stato possieda la risorsa. Se Zanzibar può attrarre capitale dall’Oman, dall’India, dall’Europa, dalla Cina e dal resto dell’Africa, ma una sola genealogia politica conserva indefinitamente il monopolio organizzato della coercizione, l’apertura economica non coincide automaticamente con apertura politica. Se infine un governo proclama “sovranità” ma ha bisogno di uomini stranieri armati per restare vivo, la parola comincia a descrivere il contrario della realtà.

Il criterio finale deve quindi essere spietatamente semplice: chi può davvero dire no? Può dirlo il cittadino quando il governo cambia alleato? Può dirlo il Parlamento quando viene firmata una concessione? Può dirlo l’opposizione senza essere classificata come traditrice? Può dirlo il villaggio che vive sopra la miniera? Può dirlo il governo al proprio fornitore di sicurezza? Può dirlo lo Stato al creditore? Può cambiare partner senza precipitare in una crisi fiscale, militare o politica? Se la risposta è no, la bandiera sopra il palazzo conta molto meno di quanto siamo abituati a pensare.

È questa la ragione per cui Zanzibar e Angola devono rimanere nelle ultime pagine di questo studio. A Zanzibar la rivoluzione è ancora negli edifici confiscati, nelle famiglie che ricordano l’esilio, nella struttura del potere, nel nome del partito e nel motto “Mapinduzi Daima”. Può sembrare lontanissima mentre si beve un cocktail in un hotel internazionale, si investe in un resort o si attraversa Stone Town fra turisti omaniti, europei e indiani; ma la distribuzione ultima della coercizione ricorda ancora chi vinse nel gennaio 1964. In Angola il ricordo è ancora più materiale: è la mina nel terreno, l’amputazione, il villaggio che non venne ricostruito, la famiglia dispersa. L’URSS è scomparsa, Cuba è tornata a casa, Washington ha cambiato politica e l’apartheid non esiste più; il corpo dell’angolano ferito, invece, è rimasto nello stesso tempo.

È questa la differenza fondamentale fra il tempo delle potenze e il tempo dei popoli: le prime possiedono una reversibilità che i secondi spesso non hanno. Una potenza può perdere una guerra e sceglierne un’altra, abbandonare un governo, cancellare un debito, chiudere una base, ritirare un contractor, riscrivere una dottrina o perfino dissolversi, come l’Unione Sovietica, lasciando al proprio successore il capitale simbolico delle guerre combattute da altri. Il morto non può rinegoziare, il mutilato non può diversificare, il profugo non può restituirsi da solo la casa e il bambino di El Fasher non può scegliere quale Paese abbia fabbricato il fucile che lo colpisce.

Per questo la domanda ultima di questo studio non può essere quale potenza stia “vincendo” l’Africa. È una domanda troppo povera. La domanda vera è se gli africani che non siedono nei palazzi, nei ministeri, nelle caserme, nelle società minerarie e nelle sale dove vengono firmati i contratti stiano acquisendo più possibilità di scegliere oppure meno. Se ne acquisiscono di più, la multipolarità può diventare emancipazione; se ne acquisiscono di meno, non importa quanto anticoloniale sia il linguaggio con cui il nuovo ordine si presenta. Avrà cambiato il venditore, avrà cambiato il compratore, avrà cambiato la bandiera, ma non avrà ancora cambiato il meccanismo. E la storia africana ha già mostrato, troppe volte e con troppi morti, quanto può costare accorgersene soltanto dopo.


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