Sicurezza, insorgenze e mercati della violenza
La sicurezza africana viene ancora troppo spesso descritta attraverso due scorciatoie opposte e ugualmente fuorvianti. La prima rappresenta il continente come spazio quasi naturalmente predisposto alla guerra, trasformando conflitti molto diversi fra loro in un’unica patologia africana. La seconda, per reazione, tende a minimizzare la gravità delle dinamiche in corso per non riprodurre stereotipi coloniali. Entrambe le letture sono analiticamente inutili. L’Africa non è un continente uniformemente in guerra, ma ospita alcuni dei sistemi di violenza più complessi del mondo contemporaneo: guerre civili internazionalizzate, insorgenze jihadiste, conflitti di confine, milizie comunitarie, economie criminali armate, apparati statali predatori, società militari straniere, traffici transnazionali e campagne di influenza che si sovrappongono nello stesso spazio. Nel 2025 l’Uppsala Conflict Data Program ha censito 29 conflitti armati state-based in Africa, il secondo valore più alto mai registrato per il continente; nello stesso anno la violenza unilaterale contro civili è cresciuta in modo eccezionale soprattutto a causa del Sudan (Davies, Pettersson and Öberg, 2026). Il dato importante non è quindi stabilire se l’Africa sia ‘più violenta’ di altre regioni, ma comprendere la struttura della violenza che vi si sta formando.
Questa struttura è meno statocentrica di quanto suggeriscano le carte politiche. Le guerre interstatali classiche restano relativamente rare, ma la distinzione fra guerra interna e guerra internazionale è sempre meno netta. Il conflitto nell’est della Repubblica Democratica del Congo è formalmente interno, ma il rapporto del Gruppo di Esperti delle Nazioni Unite del 2025 documenta il coinvolgimento diretto delle Rwanda Defence Forces a fianco dell’AFC/M23 e la conquista congiunta di aree strategiche e minerarie, comprese Goma e Bukavu. La guerra sudanese oppone formalmente Sudan Armed Forces e Rapid Support Forces, ma è alimentata da una rete di forniture, mercenari, capitali, oro, droni e interessi regionali che coinvolge attori del Golfo, Egitto, Turchia, Iran, Russia e altri fornitori. La Somalia combatte al-Shabaab all’interno dei propri confini ma attraverso una missione dell’Unione Africana, supporto logistico delle Nazioni Unite, strike statunitensi e reti finanziarie che attraversano il Corno, il Golfo e il Mar Rosso. Definire queste guerre semplicemente ‘civili’ descrive il luogo in cui si combatte, non il sistema che le rende possibili.
Il concetto di mercato della violenza è utile proprio perché consente di superare la distinzione artificiale fra politica, guerra e criminalità. Georg Elwert utilizzò l’espressione markets of violence per descrivere sistemi nei quali l’assenza o la frammentazione del monopolio statale della forza rende la violenza un’attività economicamente razionale: protezione, saccheggio, tassazione, contrabbando, rapimento, controllo delle miniere e accesso agli aiuti diventano fonti di reddito organizzate attorno alla coercizione (Elwert, 1999). David Keen ha mostrato analogamente che una guerra non deve necessariamente essere interpretata soltanto come tentativo di vincere; per alcuni attori la continuazione del conflitto può produrre benefici economici e politici superiori a quelli della pace (Keen, 1998). William Reno ha descritto come, in Stati fragili, élite politiche e signori della guerra possano governare attraverso reti informali di patronato, commercio e violenza invece di costruire istituzioni impersonali (Reno, 1998). Queste categorie restano straordinariamente attuali per interpretare Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana, Sahel e alcune aree della Nigeria.
La conseguenza metodologica è importante: non tutti coloro che combattono hanno interesse a ottenere la vittoria. Alcuni hanno interesse a controllare una strada, un valico, una miniera, un mercato del bestiame, un quartiere, una frontiera o un segmento della catena dell’oro. Altri utilizzano il conflitto per ottenere rappresentanza politica, immunità giudiziaria o accesso allo Stato. Altri ancora guadagnano offrendo sicurezza contro una minaccia alla cui riproduzione contribuiscono. La pace, in questi sistemi, non è soltanto un bene collettivo; è anche una redistribuzione di rendite. Per questo molti processi di pace falliscono non perché le parti non abbiano compreso i costi umani della guerra, ma perché la guerra ha costruito organizzazioni, carriere e flussi economici che la pace minaccia di distruggere.
La nuova anatomia dei conflitti: meno fronti, più sistemi
La tipologia dei conflitti africani è cambiata. La classica immagine della guerra civile fra un governo e un movimento ribelle relativamente unitario descrive sempre peggio il presente. In molti teatri esistono coalizioni mobili, milizie con catene di comando intermittenti, gruppi che cambiano alleanza, forze di autodifesa, contractors stranieri e unità regolari che operano insieme senza fondersi. Stathis Kalyvas ha mostrato come la violenza civile sia prodotta dall’interazione fra attori centrali e conflitti locali, non semplicemente dall’applicazione meccanica di grandi ideologie (Kalyvas, 2006). Paul Staniland ha evidenziato che la coesione dei gruppi armati dipende dalle reti sociali e organizzative che precedono la guerra (Staniland, 2014). Zachariah Mampilly e la letteratura sulla rebel governance hanno inoltre dimostrato che molti movimenti armati non si limitano a distruggere lo Stato: amministrano territori, impongono regole, risolvono controversie e costruiscono forme concorrenti di autorità (Mampilly, 2011; Arjona, Kasfir and Mampilly, 2015). In Africa queste tre dimensioni – localizzazione della violenza, struttura reticolare dei gruppi e governance ribelle – sono ormai centrali.
Il Sudan offre nel 2026 l’esempio più estremo della frammentazione. Il conflitto iniziato nell’aprile 2023 viene ancora presentato come una guerra fra il generale Abdel Fattah al-Burhan e Mohamed Hamdan Dagalo, ma l’Africa Center for Strategic Studies stimava nel luglio 2026 circa 150 milizie e formazioni armate coinvolte: forze militari e paramilitari, brigate islamiste, gruppi tribali, milizie comunitarie, bande criminali e combattenti stranieri. SAF e RSF sono quindi meno due eserciti compatti che due ecosistemi armati aggregati attorno a centri di potere rivali (Africa Center for Strategic Studies, 2026a). Questa configurazione rende il cessate il fuoco molto più difficile: anche se i due vertici raggiungessero un’intesa, resterebbe il problema di smobilitare attori che hanno acquisito armi, territorio e rendite autonome.
La Repubblica Democratica del Congo presenta una forma differente della stessa logica. L’AFC/M23 ha dimostrato nel 2024-2025 una capacità militare e amministrativa molto superiore a quella di una normale milizia, mentre Kinshasa ha fatto crescente affidamento su FARDC, Wazalendo, contractors e alleati regionali. Il rapporto finale del Gruppo di Esperti ONU del 2025 descrive l’AFC/M23 e le Rwanda Defence Forces come forze impegnate congiuntamente nella conquista e nel controllo di territori minerari, accompagnati dalla costruzione di amministrazioni parallele e sistemi di generazione delle entrate. La cattura di Rubaya, area che da sola produce una quota rilevante del coltan mondiale, mostra quanto sicurezza e geoeconomia siano inseparabili (United Nations Group of Experts on the DRC, 2025). Gli accordi di Washington e Doha del 2025 e i meccanismi di implementazione proseguiti nel 2026 sono importanti, ma il fatto che nell’agosto 2026 siano ancora necessarie procedure di verifica, piani per la neutralizzazione delle FDLR e meccanismi di disengagement dimostra che l’accordo diplomatico non ha ancora dissolto l’economia politica della guerra.
La conclusione è scomoda ma necessaria: parlare genericamente di ‘conflitti etnici’ spiega poco. L’etnicità è spesso il linguaggio attraverso cui vengono mobilitate comunità, distribuite paure e definite alleanze, ma dietro la mobilitazione operano problemi di cittadinanza, accesso alla terra, controllo delle istituzioni locali, sicurezza, risorse e memoria della violenza precedente. Nel Kivu, in Darfur o in parti dell’Etiopia la categoria etnica conta enormemente, ma non è una causa autosufficiente. Diventa politicamente esplosiva quando viene collegata ad armi, amministrazione, territorio e rendita.
Insorgenze jihadiste: dalla cellula terroristica alla competizione per il governo
Il jihadismo rappresenta oggi il sistema insurrezionale transnazionale più letale del continente. Nei dodici mesi terminati a metà 2026 l’Africa Center for Strategic Studies ha registrato 23.872 morti collegate alla violenza di gruppi islamisti militanti, quarto anno consecutivo sopra quota ventimila. Il Sahel rappresentava il 42 per cento del totale, Somalia e Bacino del Lago Ciad circa il 28 per cento ciascuno; il 94 per cento delle vittime si concentrava in Somalia, Nigeria, Burkina Faso, Mali e Niger (Africa Center for Strategic Studies, 2026b). Queste cifre non descrivono una diffusione uniforme del jihadismo in Africa, ma una fortissima concentrazione geografica associata a specifici vuoti di governo e sistemi di guerra.
L’errore più persistente consiste nel trattare queste organizzazioni come reti terroristiche che esistono principalmente per compiere attentati. JNIM, ISGS, ISWAP e al-Shabaab utilizzano il terrorismo, ma la loro competizione strategica è più ampia. Cercano accesso alla popolazione, controllo dei corridoi, capacità fiscale, intelligence locale e possibilità di presentare lo Stato come predatore o incapace. La vecchia intuizione RAND secondo cui l’insorgenza è innanzitutto una competizione per la fedeltà della popolazione rimane valida: la forza militare esterna non sostituisce un governo locale considerato competente e legittimo (Gompert and Gordon, 2008). Michael Shurkin ha applicato un ragionamento analogo al Sahel, sottolineando che JNIM e ISGS non devono essere compresi come semplici proiezioni di al-Qaeda e Stato Islamico, ma come organizzazioni che incanalano grievances locali, discriminazioni, conflitti comunitari e fallimenti dello Stato (Shurkin, 2022).
Il Sahel offre ormai una verifica empirica particolarmente dura. I regimi militari di Mali, Burkina Faso e Niger hanno giustificato la presa del potere sostenendo che i governi civili e i partner occidentali non fossero riusciti a fermare l’insurrezione. Cinque anni dopo il primo golpe maliano, il teatro saheliano rimane il più letale dell’Africa. Nel 2026 JNIM ha dimostrato la capacità di colpire centri urbani, basi e infrastrutture, mentre nel 2025 aveva imposto una pressione sistematica sulle importazioni di carburante maliane, producendo blackout e scarsità a Bamako. Questo è un salto qualitativo: colpire la logistica nazionale significa passare dalla guerriglia periferica alla coercizione economica del centro politico (Africa Center for Strategic Studies, 2026b).
La risposta securitaria ha inoltre prodotto un paradosso. L’Africa Center rileva che in Mali e Burkina Faso le forze statali e i loro alleati russi sono state collegate, in periodi recenti, a un numero di morti civili superiore a quello attribuito ai principali gruppi jihadisti. Ciò non rende equivalenti Stato e insorti, ma ha conseguenze strategiche: un esercito che punisce collettivamente comunità sospettate di simpatizzare con il nemico può ottenere successi tattici e contemporaneamente produrre reclutamento per l’avversario. Journey to Extremism in Africa dell’UNDP mostra che, fra i volontari che ricordano un evento specifico come tipping point verso l’estremismo, gli abusi delle forze di sicurezza e delle autorità pubbliche hanno un peso decisivo (UNDP, 2023). La controinsurrezione fallisce quando confonde il controllo della popolazione con la conquista della sua cooperazione.
RAND offre qui una lezione utile anche per valutare vent’anni di security assistance occidentale. Lo studio quantitativo Building Security in Africa conclude che l’assistenza statunitense al settore della sicurezza ha avuto un record misto: nel periodo post-Guerra fredda non emerge un effetto netto e robusto di riduzione delle guerre civili o del terrorismo sull’intero continente, mentre i risultati migliorano quando l’assistenza opera insieme a missioni di peacekeeping e dentro strategie politico-militari sostenibili (Watts et al., 2018). Il problema non è quindi stabilire se addestrare eserciti africani sia ‘buono’ o ‘cattivo’. Un battaglione meglio addestrato inserito in uno Stato predatorio può diventare più efficiente nel reprimere; inserito in una strategia legittima può diventare più efficace nel proteggere. La variabile decisiva non è l’equipaggiamento, ma la struttura politica che lo utilizza.
Somalia mostra un’altra configurazione. Al-Shabaab è probabilmente l’organizzazione jihadista africana con la più sofisticata capacità fiscale e amministrativa. L’Africa Center stima ricavi annui nell’ordine di 200 milioni di dollari e una rete di tassazione che attraversa territori non necessariamente controllati militarmente in modo permanente. Nel 2025-2026 il gruppo ha riguadagnato terreno in alcune aree e continua a colpire vie di comunicazione e centri politici, mentre la guerra a distanza – raid aerei e droni – pesa sempre di più sul bilancio della violenza. Il problema somalo non è dunque soltanto la presenza di un’organizzazione terrorista: è la coesistenza di due sistemi fiscali e coercitivi, uno statale e uno insurrezionale, che competono sullo stesso territorio.
Anche il Bacino del Lago Ciad si è riacceso. Nel periodo terminato a metà 2026 le morti collegate a Boko Haram e ISWAP sono aumentate di circa il 60 per cento rispetto ai dodici mesi precedenti, soprattutto per l’intensificazione delle battaglie. Contemporaneamente, il confine fra jihadismo e banditry nel nord-ovest nigeriano diventa più poroso. Gruppi come Lakurawa, cellule di Boko Haram, Ansaru, reti di banditi e trafficanti possono cooperare, competere o condividere mercati illeciti. La minaccia non è necessariamente la nascita di un comando jihadista unico, ma la costruzione di un ecosistema nel quale armi, informazioni, protezione e ricavi possono circolare fra attori con ideologie diverse.
Nigeria: quando il crimine diventa un ordine politico
La banditry nigeriana è uno dei casi più chiari in cui la categoria di criminalità organizzata diventa insufficiente. Nel nord-ovest e in parte del North Central, gruppi armati inizialmente legati a furto di bestiame e protezione locale hanno costruito capacità di combattimento, intelligence, tassazione ed estorsione. Il rapimento per riscatto è diventato una vera industria. Secondo una stima di SBM Intelligence, fra luglio 2024 e giugno 2025 furono rapite almeno 4.722 persone in 997 episodi, con 762 morti collegate agli eventi; i rapitori avrebbero richiesto circa 48 miliardi di naira e ottenuto almeno 2,57 miliardi. Sono stime necessariamente incomplete, perché molte famiglie non denunciano i pagamenti, ma indicano la scala di un mercato ormai strutturato (SBM Intelligence, 2025).
Il punto più importante non è il volume assoluto dei riscatti. I mercati criminali mutano quando una rendita si esaurisce. La Global Initiative Against Transnational Organized Crime ha documentato come, con l’impoverimento delle comunità già colpite e la riduzione della redditività dei singoli sequestri, numerosi gruppi abbiano diversificato verso estorsione, tassazione agricola, bestiame e oro artigianale. La mappatura del 2025 mostra inoltre una diffusione geografica dei kidnapping hubs verso aree urbane e North Central e identifica cinque mercati ‘acceleranti’ del conflitto in Africa occidentale: rapimenti, furto di bestiame, armi illecite, oro illecito ed estorsione/protezione (GI-TOC, 2025a; GI-TOC, 2025b).
Questa diversificazione modifica il rapporto fra gruppo armato e territorio. Un rapitore puro ha bisogno di ostaggi. Un attore che riscuote imposte sui raccolti o sul bestiame ha invece interesse a mantenere una popolazione economicamente produttiva. Il passaggio dall’incursione alla tassazione è una forma embrionale di governance coercitiva. Non significa che il gruppo diventi uno Stato, ma che il mercato della violenza comincia a produrre istituzioni proprie. Lo Stato può continuare a esistere formalmente mentre una parte delle sue funzioni fiscali e giudiziarie viene esercitata da soggetti armati.
Il nesso con il jihadismo rende la situazione ancora più delicata. L’Institute for Security Studies ha documentato la presenza di una cellula JAS nell’area di Shiroro, nello Stato di Niger, capace di convivere e negoziare con reti di banditi invece di imporre immediatamente una rigida omogeneità ideologica (Adebayo, 2025). Questa flessibilità è strategicamente pericolosa: riduce la distinzione fra ‘terrorista’ e ‘criminale’ sulla quale sono costruite molte burocrazie di sicurezza. Un’operazione di polizia, una campagna antiterrorismo e una politica di sviluppo rurale possono trovarsi a combattere aspetti diversi dello stesso sistema.
Sudan: il mercato della guerra allo stato puro
Il Sudan è oggi il caso più vicino a un mercato della violenza pienamente regionalizzato. La guerra non è soltanto finanziata da attività economiche: ha ristrutturato l’economia attorno alla coercizione. Oro, valichi, aeroporti, rotte terrestri, proprietà urbane, aiuti, carburante e accesso ai mercati sono diventati oggetti militari. SAF e RSF hanno radici economiche autonome precedenti al 2023 e il conflitto ha ampliato questa autonomia anziché ridurla. Le RSF hanno costruito per anni reti nell’oro e nei commerci transfrontalieri; le SAF controllano segmenti importanti dell’apparato economico statale e delle imprese militari. La guerra è quindi anche una competizione fra sistemi di accumulazione armata.
La dimensione esterna è decisiva. SIPRI rileva per il periodo 2021-2025 trasferimenti di droni armati, veicoli e altri sistemi verso le SAF da più fornitori e trasferimenti di artiglieria e sistemi antiaerei alle RSF da fonti non sempre identificabili (SIPRI, 2026a). Amnesty International ha documentato armi di recente produzione provenienti da Cina, Russia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e altri paesi, combinando analisi di immagini, tracciamento di equipaggiamenti, dati di volo e altre metodologie open-source (Amnesty International, 2024; 2025). L’OSINT è particolarmente importante in conflitti come quello sudanese perché le catene di fornitura sono costruite proprio per produrre negabilità. Un sistema d’arma fotografato sul campo, un volo cargo ripetuto, una pista ampliata o una colonna identificata via satellite possono rivelare relazioni che nessuna delle parti ha interesse a dichiarare.
Il drone sta inoltre trasformando il mercato della violenza. La disponibilità di UAV relativamente economici consente a forze che non possiedono superiorità aerea tradizionale di colpire infrastrutture, depositi e centri urbani a distanza. Il risultato non è soltanto militare. Cambia il prezzo di ingresso nella guerra. Capacità che un tempo richiedevano aeronautiche nazionali possono essere acquistate, adattate o ricevute da sponsor esterni. Lo stesso fenomeno è visibile in Somalia, Sahel e DRC. Nel 2026 l’Africa Center registrava un forte aumento delle morti prodotte da remote violence nei teatri jihadisti africani, con una quota crescente legata ai droni (Africa Center for Strategic Studies, 2026b).
La catastrofe umanitaria sudanese è quindi inseparabile dall’economia politica della guerra. Oltre dodici milioni di sudanesi risultavano sfollati o rifugiati a metà 2026 e il conflitto aveva prodotto la più grande crisi di displacement al mondo, mentre porzioni enormi della popolazione affrontavano insicurezza alimentare acuta (Africa Center for Strategic Studies, 2026c). Ma descrivere la fame solo come conseguenza collaterale sarebbe incompleto. Il controllo dell’accesso umanitario, la distruzione dei mercati, l’assedio e la sottrazione delle risorse possono diventare strumenti di guerra. Il mercato della violenza trasforma persino la sopravvivenza in leva politica.
Repubblica Democratica del Congo: minerali, sovranità frammentata e guerra regionale
L’est congolese resta uno dei laboratori più persistenti di sovranità frammentata. Il problema non può essere ridotto alla formula ‘minerali causano guerra’, perché ciò confonde risorsa e istituzione. Coltan, oro, stagno e tungsteno non combattono; diventano strategici quando gruppi armati, Stati confinanti, commercianti e apparati pubblici possono appropriarsi delle rendite in assenza di un sistema credibile di controllo. Il minerale finanzia la guerra perché esiste una rete capace di estrarlo, tassarlo, trasportarlo, riciclarne l’origine e venderlo. La vera unità di analisi è quindi la catena del valore, non la miniera isolata.
Il rapporto ONU del 2025 descrive un salto di scala dell’AFC/M23 e del sostegno ruandese. Le forze congiunte hanno conquistato capitali provinciali, zone minerarie e nodi logistici, mentre l’AFC/M23 ha installato amministrazioni parallele, sostituito autorità locali e organizzato meccanismi fiscali. La ribellione non è dunque semplicemente un attore militare che cerca concessioni da Kinshasa: nei territori controllati agisce come potere de facto (United Nations Group of Experts on the DRC, 2025). Questo è esattamente il tipo di trasformazione analizzato dalla letteratura sulla rebel governance.
Il coinvolgimento regionale mostra inoltre il limite della distinzione fra intervento e proxy. Se un esercito straniero partecipa direttamente a operazioni, protegge la leadership ribelle e contribuisce al controllo territoriale, il conflitto non può più essere descritto soltanto come guerra civile. Al tempo stesso Kinshasa ha fatto affidamento su milizie Wazalendo e altri attori la cui disciplina e responsabilità sono variabili. La regionalizzazione non avviene quindi da una sola parte: più attori entrano, più la catena del comando diventa opaca.
Il processo diplomatico del 2025-2026 è per questo interessante anche dal punto di vista economico. Gli accordi fra DRC e Rwanda hanno collegato sicurezza e integrazione economica regionale, riconoscendo implicitamente che una soluzione sostenibile deve alterare gli incentivi che rendono profittevole l’accesso clandestino alle risorse. Tuttavia la persistenza di combattimenti, la necessità di neutralizzare le FDLR, il problema del disimpegno ruandese e il ruolo politico dell’AFC/M23 rendono chiaro che nessun accordo sulle materie prime può sostituire un accordo sulla sovranità. La pace mineraria senza monopolio della forza sarebbe soltanto una migliore amministrazione del mercato della violenza.
Mercenari, Africa Corps e privatizzazione geopolitica della sicurezza
La crescita degli attori militari stranieri ha aggiunto un ulteriore mercato: quello della sicurezza fornita in cambio di accesso politico, economico o strategico. Il modello Wagner è stato il caso più visibile, ma non l’unico. Il suo interesse teorico consiste nell’avere unito tre funzioni che normalmente vengono analizzate separatamente: combattimento, accesso alle risorse e influenza informativa. La forza armata protegge il regime; società collegate cercano concessioni o opportunità commerciali; reti mediatiche costruiscono la legittimità della presenza straniera. La sicurezza diventa quindi una piattaforma di penetrazione dello Stato.
RAND ha analizzato in dettaglio la trasformazione successiva alla ribellione di Prigozhin. Nel rapporto del 2025 Bauer e colleghi rilevano una presenza chiara di mercenari o formazioni paramilitari russe in sei paesi africani e sottolineano il passaggio verso un controllo più diretto del Ministero della Difesa attraverso Africa Corps. La conclusione RAND è dura: questi attori tendono a sfruttare l’insicurezza e a sostenere regimi autoritari più che a costruire capacità di difesa autonome; nei paesi esaminati, il quadro di sicurezza non è migliorato in modo convincente e in vari casi è peggiorato (Bauer et al., 2025). La correlazione non va trasformata automaticamente in causalità – Wagner entra spesso proprio dove la situazione è già deteriorata – ma il dato politico resta: il fornitore di sicurezza ha pochi incentivi a rendersi completamente superfluo.
Mali è il test più importante. Wagner ha formalmente lasciato il paese nel giugno 2025, mentre Africa Corps ha assunto un ruolo più direttamente statale. Il passaggio riduce la negabilità russa ma aumenta la coerenza strategica di Mosca. In cambio, Bamako ottiene un partner meno condizionante sui temi di governance e diritti rispetto ai donatori occidentali. Il prezzo è una dipendenza diversa: personale, equipaggiamento, intelligence e supporto politico diventano legati a una potenza che possiede propri obiettivi. La retorica della sovranità può quindi convivere con una nuova esternalizzazione di funzioni sovrane.
La Global Initiative ha evidenziato come Wagner e Africa Corps abbiano operato nella zona grigia fra economie lecite e illecite, soprattutto in Repubblica Centrafricana e in altri contesti ricchi di oro, diamanti e legname (Stanyard, 2025). Questo non significa che ogni presenza russa sia finanziata direttamente da miniere, né che il modello sia identico in tutti i paesi. Significa che sicurezza, influenza e accesso economico possono essere trattati come componenti dello stesso pacchetto negoziale.
Sarebbe però intellettualmente debole trasformare la Russia nell’unico attore esterno problematico. Il Sudan mostra forniture da numerosi paesi. La Turchia è diventata un esportatore rilevante di droni e sistemi militari; gli Emirati sono un attore di sicurezza e logistica nel Mar Rosso e nel Corno; l’Iran ha fornito tecnologia e sistemi a partner africani; Cina, Stati Uniti, Francia e altri paesi mantengono programmi di addestramento o vendita di armi. SIPRI registra una forte pluralizzazione dei fornitori. La vera trasformazione è la creazione di un mercato africano della sicurezza nel quale i governi possono diversificare i partner e i partner competono offrendo pacchetti diversi di armi, addestramento, intelligence, credito e copertura diplomatica.
Anche l’assistenza occidentale deve essere valutata senza indulgenza. RAND mostra che la security sector assistance americana non ha prodotto, nel periodo post-Guerra fredda, una riduzione netta e generalizzabile della violenza in Africa e può creare effetti perversi quando rafforza apparati debolmente responsabili verso la popolazione (Watts et al., 2018). Il problema non è soltanto occidentale o russo: è strutturale. Qualunque potenza che misura il successo attraverso battaglioni addestrati, equipaggiamenti consegnati e bersagli eliminati rischia di confondere capacità coercitiva e stabilità politica.
OSINT, guerra cognitiva e controllo della narrazione di sicurezza
Il mercato della violenza contemporaneo produce anche un mercato della percezione. Governi, movimenti armati, potenze straniere e società private competono per stabilire chi sia terrorista, liberatore, occupante, partner o mercenario. Questa dimensione non è cosmetica: influenza reclutamento, cooperazione della popolazione, decisioni diplomatiche e continuità degli aiuti esterni. La legittimità di una campagna militare dipende sempre più dalla capacità di imporre una lettura degli eventi prima che una verifica indipendente possa consolidarsi.
Il Sahel è uno dei teatri nei quali questa competizione è più evidente. I governi militari hanno ristretto in modo crescente lo spazio informativo e l’accesso dei giornalisti, mentre JNIM produce comunicazione sofisticata per presentare le proprie operazioni come dimostrazione dell’impotenza statale. Contemporaneamente reti pro-russe hanno costruito narrative che associano l’espulsione di Francia e ONU alla decolonizzazione e la presenza russa al recupero della sovranità. Il problema è che tali narrative possono contenere contemporaneamente elementi veri, selezione interessata e falsità. La presenza di errori occidentali nel Sahel non rende automaticamente efficace Africa Corps; l’aumento della violenza non rende automaticamente falsa ogni critica alla precedente strategia francese.
Gli strumenti open-source consentono almeno in parte di rompere questi monopoli narrativi. Immagini satellitari, geolocalizzazione di video, analisi delle ombre e del terreno, tracciamento dei voli, identificazione di equipaggiamenti e archivi dei social network permettono di verificare movimenti militari, forniture e distruzioni anche quando l’accesso fisico è impossibile. Amnesty ha utilizzato metodologie di questo tipo per identificare sistemi d’arma e rotte di trasferimento in Sudan. I rapporti ONU sulla DRC combinano testimonianze, documentazione e analisi tecniche per ricostruire la presenza di forze straniere e l’amministrazione dei territori conquistati. L’OSINT non elimina la propaganda, ma aumenta il costo della negazione.
Anche gli stessi social network sono diventati fonti per la threat intelligence. Nel 2025 e nel primo semestre 2026 Meta ha smantellato reti di coordinated inauthentic behavior di origine russa dirette a pubblici dell’Africa subsahariana. Una rete individuata nel 2026 prendeva di mira Angola, Ghana, Kenya e Sudafrica, imitava media locali e amplificava grievances storici contro le ex potenze coloniali, promuovendo la Russia come alternativa economica e politica. Un’altra tendenza documentata da Meta riguarda l’uso di social media manager e freelance locali come intermediari, talvolta inconsapevoli del finanziatore ultimo (Meta Threat Research, 2025; 2026). Questa evoluzione è strategicamente importante: l’operazione di influenza diventa meno distinguibile dalla normale produzione mediatica perché utilizza persone reali, contenuti autentici e grievances autentici.
Qui il confine con la guerra cognitiva è evidente. Non occorre inventare un malcontento che esiste già; basta aumentarne salienza, attribuirgli una causa unica e collegarlo a una soluzione geopolitica. Lo stesso meccanismo può essere utilizzato da governi africani per delegittimare opposizione e stampa, da gruppi jihadisti per trasformare abusi locali in prova di una guerra contro l’islam, o da attori occidentali per presentare ogni riallineamento africano come frutto della disinformazione russa. La manipolazione più efficace non sostituisce sempre la realtà: la comprime dentro una narrativa funzionale.
Per questo l’OSINT deve essere trattato come disciplina e non come estetica da social network. Un video virale non è una prova finché non è geolocalizzato, datato, confrontato con altre fonti e inserito nella catena degli eventi. Un’immagine satellitare può mostrare mezzi su una pista ma non dimostrare da sola il contenuto del carico o la catena di comando. L’intelligence open-source è preziosa proprio perché impone triangolazione; se viene usata soltanto per confermare il frame preferito diventa propaganda con strumenti migliori.
Il commercio illecito non finanzia soltanto la guerra: la organizza
La relazione fra conflitto ed economie illecite è spesso descritta come un semplice problema di finanziamento: droga, oro o armi fornirebbero denaro ai gruppi armati. La realtà è più profonda. I mercati illeciti costruiscono alleanze, rotte, protezioni e gerarchie. Il rapporto UNODC sul crimine organizzato nel Sahel analizza sei mercati – droga, carburante, oro, armi, prodotti medici e smuggling di migranti – mostrando come l’aumento delle rendite criminali possa attrarre funzionari pubblici e consolidare sistemi di protezione che attraversano Stato e non-Stato (UNODC, 2024). In altri termini, il mercato illecito non si limita a finanziare il gruppo armato; può corrompere l’ambiente istituzionale che dovrebbe combatterlo.
L’oro è emblematico. È facilmente trasportabile, internazionalmente liquido, difficilmente tracciabile una volta mescolato e prodotto in aree periferiche dove il controllo fiscale è debole. Il Global Initiative Organized Crime Index 2025 considera i crimini legati alle risorse non rinnovabili uno dei mercati criminali più pervasivi del continente e stima che oro per decine di miliardi di dollari lasci annualmente l’Africa attraverso circuiti illeciti (GI-TOC, 2025c). Il problema non riguarda quindi soltanto i miliziani che controllano una miniera, ma raffinatori, commercianti, società di copertura, aeroporti, mercati regionali e destinazioni internazionali.
La cocaina offre una dinamica differente. L’Africa occidentale e il Sahel sono diventati segmenti di una catena globale che collega produzione latinoamericana e mercati europei. Ma il rapporto fra jihadisti e narcotraffico deve essere trattato con precisione. Non esiste necessariamente un cartello jihadista che gestisce direttamente l’intera rotta. Più spesso gruppi armati tassano, proteggono o tollerano segmenti di traffico controllati da reti criminali differenti. Confondere transito, tassazione e gestione diretta produce valutazioni errate delle strutture finanziarie.
La conseguenza strategica è che la repressione di un singolo mercato può spostare gli attori verso un altro. In Nigeria il calo relativo della redditività del furto di bestiame ha favorito il kidnapping; quando il kidnapping individuale è diventato meno redditizio, sono aumentati prelievi sulle comunità, tassazione, oro e sequestri di massa. Un mercato della violenza adattivo si comporta come un portafoglio: diversifica. Politiche che misurano il successo contando soltanto sequestri di droga o arresti rischiano di non osservare lo spostamento del capitale criminale verso rendite alternative.
Missioni africane, peacekeeping e il problema della capacità
La risposta africana ai conflitti è diventata più autonoma, ma sarebbe propaganda descriverla come una marcia lineare verso la piena autosufficienza. L’Unione Africana e le organizzazioni regionali dispongono oggi di esperienze operative che non esistevano negli anni Novanta, ma restano vincoli seri di finanziamento, logistica, comando e consenso politico. La formula ‘African solutions to African problems’ possiede valore politico; non è ancora una descrizione completa delle capacità disponibili.
SIPRI rileva che nel 2025 l’Africa continuava a concentrare una parte molto rilevante del personale delle peace operations mondiali, ma il sistema globale di peacekeeping è in contrazione: 58 missioni attive, meno di sessanta per la prima volta dal 2016, e personale complessivo quasi dimezzato rispetto ai livelli di un decennio prima (SIPRI, 2026b). Contemporaneamente cresce il peso di missioni regionali, coalizioni ad hoc e operazioni con mandati più robusti. Questo spostamento riduce la dipendenza dal modello ONU tradizionale ma aumenta il rischio di frammentazione degli standard e dei finanziamenti.
La missione SADC nella Repubblica Democratica del Congo è un caso istruttivo. SAMIDRC, schierata nel dicembre 2023, ha affrontato un avversario meglio organizzato e sostenuto di quanto previsto e ha subito perdite durante l’avanzata dell’AFC/M23. Nel marzo 2025 la SADC ha deciso di terminare la missione e il ritiro è iniziato nell’aprile successivo (SADC, 2025). Presentare il ritiro come semplice fallimento sarebbe superficiale; ma ignorarlo sarebbe peggio. La capacità politica di autorizzare una missione non equivale alla capacità militare di sostenerla in un teatro ad alta intensità contro droni, artiglieria, intelligence e supporto statale esterno.
In Somalia, AUSSOM ha sostituito ATMIS dal gennaio 2025 e costituisce il principale esperimento contemporaneo di peace support operation africana sostenuta da un’architettura logistica ONU. Il problema è il finanziamento. Nel 2025 il budget annuo stimato superava i 150 milioni di dollari e persistevano gap importanti; nel 2026 l’Unione Europea ha stanziato 75 milioni di euro, ma il dibattito su come applicare il quadro ONU per il finanziamento delle operazioni AU-led resta politicamente delicato. Una missione che dipende ogni anno da negoziati fra donatori non possiede piena autonomia strategica, anche se il comando politico è africano.
L’African Standby Force e l’architettura continentale non possono quindi essere liquidate come ‘sulla carta’, ma neppure celebrate come se fossero un equivalente africano della NATO. Esistono brigate regionali, meccanismi di pianificazione, esperienze ECOMOG, AMISOM/ATMIS/AUSSOM, SADC e altre missioni. Ciò che manca è la combinazione stabile di decisione politica, finanziamento prevedibile, intelligence, trasporto strategico, evacuazione medica, munizioni, manutenzione e comando interoperabile necessaria per operare rapidamente e a lungo. La sovranità di sicurezza è un problema logistico prima ancora che retorico.
Dai mercati della violenza ai mercati della pace: ciò che funziona e ciò che non basta
L’espressione ‘mercati della pace’ è utile soltanto se non viene ridotta alla formula secondo cui basta offrire un lavoro a un combattente per far cessare la guerra. Molti programmi DDR hanno fallito precisamente perché hanno trattato il combattente come individuo economicamente disoccupato invece che come membro di una rete politica e armata. Un ex miliziano può ricevere formazione professionale e tornare alla guerra se la propria comunità resta insicura, se la catena di comando continua a funzionare, se il comandante conserva risorse o se lo Stato non garantisce protezione.
Journey to Extremism in Africa mostra che le motivazioni di reclutamento sono composite: lavoro, reddito e sopravvivenza contano, ma contano anche abuso statale, vendetta, sicurezza, appartenenza e identità (UNDP, 2023). La politica efficace deve quindi modificare contemporaneamente costi e benefici della violenza e la credibilità delle istituzioni. Lavoro senza giustizia può essere insufficiente; giustizia senza sicurezza può essere irrilevante; sicurezza senza legittimità può diventare nuovo reclutamento.
La ricerca recente sulla mediazione comunitaria offre indicazioni più concrete. Uno studio dell’Africa Center del 2026 raccoglie evidenze secondo cui programmi di interest-based mediation e negoziazione, quando affidati ad attori localmente credibili e collegati a iniziative civiche ed economiche, possono ridurre episodi di violenza e sfiducia. Gli effetti risultano particolarmente importanti in contesti economicamente deprivati, ma gli autori insistono sulla necessità di connettere questi meccanismi alle istituzioni governative e giudiziarie per evitare che restino progetti temporanei (Olawole, Gang and Amollo, 2026). Questa è la differenza fra progetto e istituzione.
Le esperienze di Sierra Leone e Liberia restano importanti, ma non devono diventare favole edificanti. La smobilitazione fu possibile perché cambiò il contesto regionale, si ridussero le fonti di finanziamento della guerra, intervennero missioni internazionali robuste e le élite accettarono nuove regole. Commissioni verità, partecipazione delle donne e reintegrazione ebbero valore dentro una trasformazione politica più ampia, non al posto di essa. La lezione non è che il DDR funziona; è che funziona quando la guerra ha smesso di essere la strategia più redditizia per gli attori decisivi.
La stessa logica vale per il dialogo con gruppi jihadisti. Negoziare non è né tradimento né soluzione magica. In alcune aree del Sahel accordi locali di non aggressione hanno ridotto temporaneamente la violenza perché hanno risolto dispute su pascoli, mercati o accesso; in altri casi gruppi armati hanno utilizzato tregue per consolidarsi. Il criterio deve essere strategico: distinguere fra leadership transnazionale massimalista, combattenti locali, comunità sotto coercizione e mediatori capaci di produrre compliance. Trattare ogni individuo legato a JNIM come identico ad al-Qaeda centrale è analiticamente debole; trattare JNIM come semplice movimento di protesta locale è altrettanto sbagliato.
Interconnessione globale: l’Africa come teatro e come attore
I conflitti africani non sono periferici rispetto al sistema globale. Sono nodi attraverso cui passano armi, minerali, capitali, migrazioni, jihadismo, contractors e rivalità diplomatiche. Tuttavia è importante distinguere fra interconnessione e determinazione esterna. Le potenze straniere possono amplificare una guerra senza averla creata; i governi africani possono utilizzare partner esterni per perseguire obiettivi propri; gruppi armati locali possono sfruttare rivalità internazionali per aumentare il proprio potere contrattuale. La guerra per procura non è necessariamente una guerra progettata dal proxy-master: spesso il proxy possiede più agency di quanto immagini il finanziatore.
La Libia del 2011 rimane un caso centrale perché la caduta del regime di Gheddafi contribuì alla dispersione di armi e combattenti nel Sahel, ma attribuire a quell’intervento l’intera crisi saheliana sarebbe altrettanto semplicistico. Mali, Burkina Faso e Niger possedevano fragilità interne, conflitti centro-periferia, economie informali, corruzione e tensioni comunitarie preesistenti. L’intervento libico fu un acceleratore e un moltiplicatore, non una spiegazione totale. Questa distinzione dovrebbe valere per ogni potenza: Russia, Francia, Stati Uniti, Turchia, Emirati e Cina influenzano il campo, ma non sostituiscono la politica locale.
La competizione fra grandi potenze aumenta comunque il rischio di moral hazard. RAND aveva già osservato che, durante la Guerra fredda, l’assistenza di sicurezza statunitense in Africa era associata a una maggiore incidenza di guerre civili, probabilmente anche perché la competizione fra blocchi incoraggiava governi e opposizioni a cercare sponsor esterni (Watts et al., 2018). Il ritorno di una competizione strategica più dura non riprodurrà automaticamente gli anni Settanta, ma ricrea un incentivo familiare: élite locali possono trasformare una crisi interna in dossier geopolitico per ottenere armi, denaro e protezione diplomatica.
È qui che l’Africa deve evitare una nuova dipendenza mascherata da multipolarità. La possibilità di scegliere fra Washington, Mosca, Pechino, Ankara, Abu Dhabi e altri partner aumenta il potere negoziale soltanto se lo Stato mantiene la capacità di definire obiettivi propri. Se la diversificazione significa soltanto sostituire un addestratore francese con un mercenario russo o un credito occidentale con un pacchetto condizionato altrove, cambia il fornitore ma non la struttura della dipendenza. Il non allineamento efficace richiede capacità amministrativa, intelligence autonoma e controllo sui contratti, non soltanto libertà di cambiare patrono.
Conclusioni: sicurezza, sovranità e potere nel secondo quarto del XXI secolo
Il percorso attraverso le geopolitiche africane conduce a una conclusione meno rassicurante ma più utile di quella secondo cui il continente sarebbe semplicemente ‘in ascesa’. L’Africa sta acquisendo peso nel sistema internazionale perché possiede popolazione, risorse, voti diplomatici, mercati, rotte e alternative strategiche. Ma il potere esterno di un continente non coincide automaticamente con la capacità interna dei suoi Stati. In alcune aree, mentre aumenta il valore geopolitico dell’Africa, diminuisce il monopolio statale della violenza. Mentre crescono le opzioni diplomatiche, aumentano i fornitori di armi e sicurezza. Mentre le risorse minerarie diventano indispensabili alla transizione tecnologica globale, la competizione per controllarne le rendite può frammentare ulteriormente territori già deboli.
Questa contraddizione attraversa tutti i temi analizzati. Il panafricanismo offre un linguaggio di sovranità, ma può diventare alibi per governi che attribuiscono all’esterno ogni fallimento. La diversificazione geopolitica aumenta l’autonomia, ma può moltiplicare le dipendenze. Le risorse strategiche producono potere negoziale, ma soltanto se lo Stato controlla tassazione, concessioni e catene del valore. La religione costruisce coesione e significato, ma può essere utilizzata come infrastruttura di mobilitazione. Le piattaforme digitali permettono agli africani di produrre autonomamente narrative, ma aprono lo stesso spazio a campagne di influenza straniere e domestiche. La sicurezza africana è il punto in cui tutte queste contraddizioni diventano fisiche.
Non esiste quindi una soluzione generale chiamata ‘African solutions’. Esistono soluzioni efficaci e soluzioni inefficaci, alcune africane, alcune internazionali e molte ibride. L’Unione Africana ha ottenuto risultati diplomatici importanti, come nel processo che portò all’accordo di Pretoria sul Tigray, ma ha fallito o avuto influenza marginale in altri teatri. Le organizzazioni regionali possono dispiegare truppe, ma SAMIDRC ha mostrato i limiti di una missione esposta a un avversario sostenuto da uno Stato e dotato di superiori capacità operative. AUSSOM dimostra capacità africana di condurre una missione complessa ma anche dipendenza strutturale da finanziamento e logistica esterni. Misurare la sovranità attraverso chi siede al tavolo invece che attraverso chi paga carburante, munizioni, trasporto ed evacuazioni significa confondere simbolo e capacità.
Lo stesso realismo deve essere applicato agli attori esterni. La presenza occidentale non è intrinsecamente stabilizzante; RAND mostra una storia molto più ambigua della security assistance. La presenza russa non è automaticamente emancipazione dal colonialismo; il passaggio da Wagner ad Africa Corps può aumentare il controllo statale russo senza aumentare la capacità autonoma del partner africano. Cina, Turchia, Emirati e altri attori non sono né benefattori né predatori per definizione: perseguono interessi. La domanda geopolitica corretta non è chi ‘ama’ l’Africa, ma quali interessi vengono scambiati, quali capacità restano dopo la fine del contratto e chi controlla l’infrastruttura creata.
La sicurezza costituisce il test più severo di questa nuova agency africana. Uno Stato è sovrano non perché possiede una bandiera e un seggio alle Nazioni Unite, ma perché può proteggere il territorio senza terrorizzare la popolazione, tassare senza delegare la fiscalità a milizie, amministrare giustizia senza lasciare il monopolio delle controversie agli insorti, controllare miniere e valichi senza trasformarli in rendite private, negoziare assistenza esterna senza cedere la definizione della propria strategia. Dove queste capacità mancano, il mercato della violenza riempie il vuoto.
Il punto decisivo è quindi economico e istituzionale prima che militare. Un gruppo armato sopravvive quando la violenza produce reddito, protezione, status e accesso politico. Per sconfiggerlo non basta aumentare il costo militare della ribellione; occorre ridurre il rendimento complessivo della guerra e aumentare quello della pace. Ciò significa strade e scuole, certamente, ma anche tribunali affidabili, amministrazioni presenti, intelligence locale, forze di sicurezza disciplinate, accesso alla terra, mercati legali, controllo dei circuiti finanziari e credibilità dello Stato. Un’autostrada costruita in un territorio dove il checkpoint armato continua a tassare ogni camion può diventare un moltiplicatore della rendita criminale invece che dello sviluppo.
Per questa ragione la lotta ai mercati della violenza deve essere pensata come costruzione di monopolio pubblico legittimo, non semplicemente come eliminazione fisica dei combattenti. Ogni leader jihadista ucciso può essere sostituito se l’organizzazione fiscale e sociale sopravvive; ogni milizia formalmente disarmata può rinascere se il comandante conserva uomini, denaro e protezione; ogni accordo può fallire se non modifica le economie che hanno reso conveniente la guerra. La pace è sostenibile quando diventa più organizzata della violenza.
Nel secondo quarto del XXI secolo l’Africa sarà quindi contemporaneamente più importante e più contesa. La sua centralità non garantisce prosperità, come la ricchezza mineraria non garantisce sviluppo e la multipolarità non garantisce autonomia. Il continente possiede oggi più margini di scelta di quanti ne avesse durante buona parte del periodo postcoloniale; ma la capacità di trasformare scelta in potere dipenderà dalla qualità delle istituzioni che traducono risorse, popolazione e posizione geografica in strategia.
La vera linea di separazione non passerà fra Africa e resto del mondo, né fra Occidente e nuove potenze. Passerà fra Stati capaci di convertire la competizione esterna in capacità interna e Stati nei quali la competizione esterna alimenterà nuove rendite per élite armate. Fra sistemi che riusciranno a trasformare l’oro, il cobalto, le rotte, la diaspora e il capitale diplomatico in infrastrutture pubbliche e sistemi in cui gli stessi asset continueranno a finanziare protezioni private. Fra società che costruiranno sovranità e società che venderanno frammenti di sovranità a fornitori diversi.
È in questo senso che la sicurezza non è l’ultimo capitolo della geopolitica africana, ma il suo criterio di verità. Tutte le dichiarazioni sulla sovranità, sul panafricanismo, sulla multipolarità e sulla rinascita africana devono essere misurate qui: nella capacità concreta di impedire che un villaggio paghi due tasse, che una miniera finanzi tre eserciti, che un governo dipenda da un contractor per sopravvivere, che un gruppo armato amministri giustizia più rapidamente dello Stato o che una potenza straniera possa trasformare una crisi locale in leva strategica. Quando queste condizioni cambieranno, l’Africa non avrà bisogno di proclamare di essere protagonista. Lo sarà nei fatti.
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