Il peso dei caduti

Ucraina e Russia: perché contare i morti non basta a capire una guerra di attrito

Nelle guerre di lunga durata siamo abituati a osservare le perdite come se fossero una contabilità relativamente semplice: quanti uomini ha perso una parte, quanti ne ha persi l’altra, quale rapporto ne deriva. È una misura utile per descrivere il combattimento, ma insufficiente per capire quale dei due sistemi stia realmente cedendo. Mille uomini perduti non hanno infatti lo stesso peso per due Paesi diversi, perché ciò che conta non è soltanto il numero degli uomini sottratti alla forza militare, ma la dimensione e la qualità dello stock dal quale dovranno essere sostituiti e, soprattutto, il costo che quella sostituzione impone alla società che continua a combattere.

È precisamente il problema che affrontiamo applicando il modello di Guerra di Margini alla componente umana della guerra russo-ucraina nel saggio che potete trovare qui. La popolazione non costituisce una riserva militare separata dall’economia. L’uomo trasferito alle forze armate può provenire da una fabbrica, da una ferrovia, da una centrale elettrica, da un ospedale, da un’impresa agricola, da una squadra di manutenzione o da una funzione amministrativa essenziale. Ogni nuovo soldato produce quindi contemporaneamente un beneficio militare e un costo di opportunità civile, e questo costo tende ad aumentare man mano che vengono consumate le persone più facilmente sostituibili.

La prima differenza fra Ucraina e Russia è naturalmente la dimensione. La popolazione effettivamente residente nei territori controllati da Kyiv può essere stimata intorno ai 29 milioni di persone, mentre quella della Federazione Russa è di circa 143 milioni. Gli occupati sono circa 13,1 milioni in Ucraina e 74,7 milioni in Russia. Ma nessuno di questi numeri rappresenta ancora il vero bacino dal quale può essere prelevato altro personale militare. Dobbiamo sottrarre chi è già assorbito dal sistema della difesa, chi non è effettivamente disponibile e, soprattutto, quella parte della popolazione che deve restare nell’economia per impedire che produzione, trasporti, energia, sanità, manutenzione e infrastrutture comincino a degradarsi.

Quando introduciamo questi vincoli, la nostra stima centrale porta a un margine umano addizionale ancora trasferibile senza una immediata e grave cannibalizzazione della capacità civile di circa 2,3 milioni di persone per l’Ucraina e 15,4 milioni per la Russia. Il rapporto è quindi nell’ordine di 6,7 a 1, con una fascia di sensibilità sufficientemente ampia da ricordarci che non stiamo descrivendo una statistica ufficiale, ma stimando un margine economico.

Quel 6,7 è però il numero che cambia la lettura del conflitto. Non significa che la Russia possa perdere quasi sette uomini per ogni ucraino senza conseguenze, né permette di dedurre automaticamente chi vincerà la guerra. Significa invece che, perché un ciclo di combattimento consumi la stessa proporzione del margine umano residuo delle due parti, le perdite russe che richiedono replacement dovrebbero essere circa 6,7 volte quelle ucraine.

Le migliori ricostruzioni indipendenti disponibili collocano oggi il rapporto fra perdite russe e ucraine che richiedono replacement, considerando caduti e feriti gravi, molto più vicino a 1,7 a 1 che ai livelli necessari per produrre una pressione proporzionalmente equivalente sui due sistemi. Non dobbiamo trasformare questa cifra in una precisione che le fonti non consentono, ma la distanza è sufficientemente grande da rendere il punto robusto: alle proporzioni correnti, ogni ciclo di replacement consuma una quota del margine umano ucraino quasi quattro volte superiore a quella consumata dal margine russo.

È qui che il body count smette di essere una misura sufficiente. Un Paese può infatti perdere più uomini dell’avversario e consumare ugualmente una quota minore della propria capacità di continuare a sostituirli. Se possiede uno stock economicamente trasferibile molto più ampio, un rapporto di perdite militarmente sfavorevole può restare strategicamente sostenibile molto più a lungo. Viceversa, il Paese che perde meno uomini in valore assoluto può avvicinarsi prima al punto nel quale il prossimo uomo richiesto dal fronte deve essere sottratto a una funzione civile già critica.

La dinamica è ancora più importante del livello iniziale, perché il ciclo successivo non riparte mai dalle condizioni del precedente. Ogni uomo sostituito ricostituisce la forza militare, ma riduce contemporaneamente la riserva dalla quale dovrà provenire il successivo. Se una parte consuma il proprio margine proporzionalmente più rapidamente, la soglia necessaria per ristabilire l’equilibrio non rimane ferma ma si allontana.

Nel nostro scenario centrale, il rapporto necessario al pareggio parte da circa 6,7. Se venisse consumato il 10 per cento del margine umano ucraino, salirebbe oltre 7; al 25 per cento arriverebbe intorno a 8,3; una volta consumata metà del margine, supererebbe 11. Non sono previsioni sulla durata della guerra e non devono essere lette come tali. Servono a mostrare la forma del problema: quando si continua a combattere persistentemente sotto il rapporto necessario al pareggio, il pareggio stesso diventa progressivamente più difficile da raggiungere. Il bersaglio si allontana mentre lo si insegue.

Il meccanismo diventa ancora più severo quando una delle due parti non riesce più a ricostituire integralmente le perdite. Se la forza effettiva diminuisce e tecnologia, addestramento, comando, intelligence e organizzazione non compensano la riduzione, tenderà a diminuire anche la capacità di produrre perdite all’avversario. Il rapporto di scambio può quindi peggiorare proprio mentre quello necessario per ristabilire l’equilibrio continua ad aumentare. In questo caso la scarsità non rappresenta soltanto il risultato della guerra precedente: comincia a modificare la guerra successiva.

Esiste poi un secondo problema, spesso ancora più importante. Gli uomini non sono unità intercambiabili. Un tecnico di una sottostazione elettrica, un macchinista ferroviario, un operatore di raffineria, un medico, un ingegnere o un manutentore specializzato possono avere un valore marginale molto maggiore di quello suggerito dal semplice conteggio degli occupati. Un impianto con cinquanta operatori qualificati non produce necessariamente cinquanta volte quanto produce un singolo operatore: può smettere completamente di funzionare se il personale scende sotto la soglia minima necessaria per mantenere un turno.

È ciò che definiamo human cannibalisation: il punto nel quale l’uomo successivo trasferito al fronte sottrae al sistema civile una capacità che comincia ad avere un valore strategico comparabile, o persino superiore, al beneficio militare ottenuto dalla sua mobilitazione. A quel punto il problema non consiste più nel sapere se esistano ancora persone legalmente mobilitabili, ma nel capire che cosa smetterà di funzionare quando quelle persone verranno mobilitate.

L’Ucraina presenta già diversi segnali di questa pressione. Nel 2026 circa il 74 per cento delle imprese dichiarava difficoltà nel reperimento di lavoratori, mentre displacement, mismatch geografico delle competenze e necessità di riparare infrastrutture continuano ad aumentare il valore marginale di molte professionalità. Anche la Russia soffre di un mercato del lavoro molto teso, con disoccupazione estremamente bassa, carenze di personale e salari cresciuti più rapidamente della produttività in diversi settori. La differenza non consiste dunque nell’esistenza o meno del problema, ma nella profondità dei due sistemi e nella distanza che ciascuno può ancora percorrere prima che la scarsità diventi realmente vincolante.

Questa prospettiva modifica anche il modo in cui possiamo leggere la campagna profonda. Colpire energia, ferrovie, porti, raffinerie, telecomunicazioni o infrastrutture industriali non serve soltanto a distruggere una capacità fisica. Può essere strategicamente efficace anche quando costringe l’avversario a trattenere più tecnici, più squadre di riparazione, più personale di sicurezza, più riserve e più ridondanza fuori dal fronte. L’infrastruttura può essere riparata in pochi giorni, mentre il costo umano necessario per proteggerla, mantenerla e prepararsi a ripararla nuovamente può permanere molto più a lungo.

La logica vale naturalmente in entrambe le direzioni. La pressione russa sulle infrastrutture ucraine aumenta il capitale umano che Kyiv deve trattenere nella resilienza civile. Gli attacchi ucraini contro raffinerie, depositi e logistica russa possono costringere Mosca a distribuire manutenzione, difesa e personale tecnico su un territorio enorme. Ma i due sistemi non partono dalla stessa profondità, e di conseguenza lo stesso danno materiale non produce necessariamente lo stesso costo marginale.

La tecnologia può modificare profondamente questa traiettoria. Droni, robotizzazione, automazione, fortificazioni, intelligence e una diversa organizzazione della forza possono ridurre il fabbisogno umano o consentire a una forza più piccola di imporre maggiori perdite. Per questo il modello non è deterministico e non sostiene che la demografia decida automaticamente una guerra. Ci dice invece quali variabili devono cambiare perché cambi davvero la direzione del sistema.

Per l’Ucraina, quindi, non basta migliorare marginalmente il rapporto delle perdite. Occorre migliorarlo abbastanza da compensare una differenza molto ampia nella profondità del capitale umano, allargando contemporaneamente il proprio margine attraverso tecnologia, ritorni dall’estero, produttività e sostituzione del lavoro, oppure restringendo quello russo costringendo Mosca a trattenere più persone nell’economia, nella protezione e nelle riparazioni. Per la Russia, specularmente, il vantaggio attuale non è infinito: un mercato del lavoro già teso, una maggiore domanda industriale e militare e una crescente necessità di protezione delle infrastrutture possono ridurre anche il suo margine.

Nel testo completo sviluppiamo questa dinamica in modo formale, distinguiamo i dati osservati dalle stime indipendenti e dalle assunzioni di modello, analizziamo la sensibilità dei risultati e mostriamo come il punto di equilibrio cambi a ogni nuovo ciclo. Il saggio completo, aggiornato ai dati disponibili al 13 settembre 2026, è disponibile in download su questo sito.

La conclusione, però, può essere compresa anche senza formule. Una guerra di attrito non si decide contando quanti uomini sono già morti, ma osservando quanto costa sostituire il prossimo. Il vero limite non viene raggiunto quando non esistono più uomini, ma quando ogni nuovo uomo mandato al fronte deve essere sottratto a qualcosa che il Paese non può più permettersi di perdere.

Il break-even di una guerra di attrito non arriva con l’ultimo soldato. Arriva con il primo che non si può più rimpiazzare senza spegnere il Paese.

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