Marco Palombi — 17 ottobre 2026
Donald Trump ha sospeso l’applicazione delle nuove sanzioni contro la Russia, compresi i dazi del 5 sui beni russi e quelli del 100% sui beni provenienti dai cinque maggiori paesi importatori di petrolio e gas russo, oltre alle misure contro i cinque principali facilitatori dell’elusione delle sanzioni petrolifere. L’ordine esecutivo del 16 ottobre invoca l’interesse nazionale. Le misure precedenti rimangono in vigore; quelle nuove vengono disapplicate senza una concessione russa verificata sull’Ucraina.
La decisione arriva mentre il Brent ha raggiunto i 110 dollari al barile, chiudendo il 16 ottobre a 109,86 dollari, con un aumento giornaliero del 3,7%. Il WTI ha chiuso a 101,41 dollari. Sono prezzi che riflettono il rischio di interruzioni dell’offerta nel Golfo, gli attacchi alle infrastrutture energetiche e l’incertezza sulla navigazione attraverso Hormuz. Non dimostrano una carenza fisica equivalente di petrolio, ma incorporano un premio per il rischio che si trasferisce immediatamente sui costi energetici.
Per valutare la portata della decisione basta un calcolo. Su un mercato mondiale dell’ordine di 100 milioni di barili giornalieri, un aumento di 10 dollari equivale a circa un miliardo di dollari al giorno di maggiore valore lordo del petrolio scambiato, ossia 365 miliardi annualizzati se prezzo e volumi restassero costanti. Non è una misura del danno economico netto, né una spesa sostenuta integralmente dagli Stati Uniti. È la dimensione del trasferimento di valore che rende politicamente rilevante anche una variazione apparentemente modesta del prezzo.
In Guerra di margini abbiamo sostenuto che la capacità strategica di una potenza non coincide con la quantità delle risorse possedute, ma con le opzioni che può esercitare simultaneamente. La decisione americana ne costituisce un’applicazione concreta. Washington conserva la capacità di sanzionare Mosca, ma rinuncia temporaneamente a utilizzarla perché il costo potenziale di una nuova restrizione energetica è aumentato.
Il vincolo è anche militare. Lockheed Martin ha consegnato 620 intercettori PAC-3 MSE nel 2025, equivalenti a una media industriale di 1,70 al giorno. L’obiettivo annunciato è raggiungere una capacità di 2.000 unità annue entro la fine del 2030, circa 5,48 al giorno. Il programma prevede dunque di più che triplicare la capacità, ma quella futura non può essere utilizzata per difendere oggi il Golfo, l’Ucraina o le forze americane nell’Indo-Pacifico.
La differenza fra produzione e consumo diventa decisiva durante campagne ad alta intensità. Secondo ricostruzioni giornalistiche, gli Stati Uniti avrebbero impiegato oltre 1.000 intercettori Patriot e THAAD complessivamente nel primo mese della guerra iraniana. La cifra non è un rendiconto ufficiale e comprende sistemi differenti: non può essere confrontata direttamente con i soli 620 PAC-3 MSE prodotti nel 2025. Indica tuttavia la scala della domanda bellica rispetto ai tempi dell’espansione industriale.
L’Ucraina compete per una parte di quelle capacità. La Russia continua a colpire le infrastrutture energetiche ucraine, mentre Kyiv dipende dalle consegne occidentali per contrastare i missili balistici. La scarsità operativa segnalata da fonti militari ucraine non consente di ricostruire l’inventario americano, ma mostra che il problema può manifestarsi presso un alleato prima che gli Stati Uniti abbiano esaurito le proprie riserve.
Mosca beneficia quindi di una doppia pressione sul sistema americano: la domanda di intercettori generata dalla guerra ucraina compete con quella mediorientale, mentre la disponibilità del petrolio russo acquista valore proprio a causa della guerra iraniana. Non occorre ipotizzare un coordinamento fra Mosca e Teheran per riconoscere questa convergenza di effetti.
La deroga interessa anche Cina e India. Applicare dazi del 100% ai beni dei principali importatori di energia russa avrebbe potuto aprire nuovi fronti commerciali con economie decisive per gli equilibri mondiali. Sospenderli preserva margine nell’Indo-Pacifico e nei rapporti con Nuova Delhi. Il prezzo è una minore pressione immediata sulle esportazioni russe.
Per Zelensky la conseguenza è soprattutto negoziale. Le nuove sanzioni avrebbero costituito una leva contro Mosca; la loro sospensione riduce la credibilità di una prossima escalation economica americana. Non significa che Washington abbia cessato di sostenere l’Ucraina. Significa che la pressione sulla Russia viene subordinata, almeno in questa decisione, a un interesse americano più ampio.
Da quando abbiamo modellizzato Guerra di margini, ne stiamo verificando sistematicamente la capacità predittiva attraverso l’evoluzione delle guerre in Ucraina e contro l’Iran, considerate non come conflitti separati, ma come teatri che competono per le medesime risorse militari, industriali, economiche e politiche. A questo scopo abbiamo individuato tre modalità della condotta americana contro l’Iran, ciascuna associata a differenti livelli di consumo e a specifiche soglie di sostenibilità. CONTINUE indica la prosecuzione della campagna cinetica ad alta intensità, con attacchi sistematici alle capacità militari iraniane e un elevato impiego di munizioni, intercettori e risorse operative. LOCALISE prevede invece il contenimento regionale del conflitto, con Washington impegnata nella deterrenza, nell’intelligence, nella protezione delle proprie forze e in interventi selettivi, mentre Israele e gli Stati del Golfo assumono una quota crescente della difesa territoriale e infrastrutturale. EXIT indica infine la cessazione della campagna cinetica americana ad alta intensità, senza necessariamente comportare un accordo di pace o l’abbandono degli alleati.
Il modello non cerca semplicemente di prevedere quale decisione verrà annunciata, ma di individuare quando il rendimento marginale di ciascuna modalità diventerà inferiore al suo costo strategico. CONTINUE consuma risorse difficilmente reintegrabili nel breve periodo, sottraendo disponibilità all’Ucraina e all’Indo-Pacifico; LOCALISE riduce l’impegno militare diretto, ma rimane sostenibile soltanto se gli alleati riescono a contenere i danni economici e infrastrutturali provocati dall’Iran; EXIT limita ulteriormente il consumo americano, ma espone al rischio di una nuova escalation. Finora gli sviluppi osservati hanno confermato le principali traiettorie individuate atttaverso il modello: la crescente competizione per gli intercettori, lo squilibrio fra consumo bellico e capacità industriale di reintegro e il trasferimento dei costi strategici fra teatri. La sospensione delle nuove sanzioni contro la Russia costituisce un ulteriore riscontro particolarmente significativo: Washington rinuncia a esercitare una leva economica contro Mosca per preservare margini di manovra nel confronto con Teheran. È precisamente il meccanismo che stiamo misurando
e continua: non soltanto quanto una potenza possa sostenere militarmente, ma quali opzioni debba progressivamente sacrificare per continuare a farlo.
Le grandezze da osservare nelle prossime settimane sono tre: la permanenza del Brent sopra 110 dollari, la variazione effettiva dei volumi esportati dalla Russia e la continuità delle forniture antimissile all’Ucraina. Un Brent persistentemente elevato, accompagnato da ulteriori deroghe economiche e da ritardi nelle consegne militari, indicherebbe che la guerra iraniana sta erodendo contemporaneamente il margine economico e quello militare americano.
La Russia non deve vincere nel Golfo per beneficiare della guerra iraniana. Le basta che il conflitto renda più costoso per Washington contrastarla in Ucraina.
Il dato politico è già acquisito: gli Stati Uniti hanno rinunciato ad applicare una nuova pressione economica sulla Russia senza ottenere una concessione equivalente. Il beneficio energetico di questa scelta deve ancora essere misurato. Il costo negoziale, invece, è immediato.
Fonti: Casa Bianca, ordine esecutivo del 16 ottobre 2026; Reuters, 16–17 ottobre 2026; Financial Times, 17 ottobre 2026; Lockheed Martin, dati industriali 2025 e programma PAC-3 MSE 2026–2030. Le equivalenze giornaliere e annualizzate sono elaborazioni aritmetiche.
