Dalla fine del non-allineamento militare alla NATO, dalla difesa territoriale alla resilienza dell’intera società, dalla dipendenza dall’esterno alla ricerca di una “sovranità in rete”. La Svezia dispone di denaro, tecnologia, industria, energia e alleati. Il problema, nei prossimi anni, sarà trasformare contemporaneamente tutte queste risorse in capacità reale senza consumare più rapidamente il capitale umano, industriale e istituzionale che le rende possibili.
Per capire la Svezia del 2026 bisogna liberarsi anzitutto di un’immagine che continua a sopravvivere ben oltre la realtà che l’aveva prodotta. La Svezia non è più il grande paese neutrale del Nord europeo, prudentemente collocato tra i blocchi, dotato di un’industria militare autonoma, di una società coesa e di una diplomazia capace di trasformare la distanza dalle alleanze in spazio di manovra. Quel modello appartiene ormai alla storia. L’ingresso nella NATO nel marzo 2024 non è stato semplicemente una modifica della politica estera, ma il passaggio da un sistema strategico a un altro: il territorio svedese, le sue basi aeree, i porti, le ferrovie, Gotland, le infrastrutture energetiche e digitali, lo spazio settentrionale e perfino la capacità industriale nazionale sono diventati parti di una più vasta geografia operativa che collega il Nord Atlantico, la Norvegia, la Finlandia e gli Stati baltici.
La Svezia ha perso l’ambiguità strategica che per decenni aveva costituito una componente della sua sicurezza, ma in cambio ha acquistato qualcosa di molto più grande: profondità alleata, accesso a capacità che non potrebbe produrre autonomamente e una posizione centrale nel sistema di sicurezza del Nord Europa. È precisamente questa trasformazione, e non il semplice aumento delle spese militari, che costituisce il cuore del mio nuovo studio sulla Svezia.
La trasformazione produce però un paradosso. La Svezia è contemporaneamente più forte e più esposta. Più forte perché appartiene a un’alleanza militare, perché l’ingresso della Finlandia nella NATO ha reso il sistema nordico molto più coerente, perché mantiene una base industriale della difesa che pochi paesi europei della stessa dimensione possiedono, perché dispone di istituzioni solide e perché il debito pubblico rimane, anche dopo l’espansione fiscale degli ultimi anni, inferiore al 40 per cento del PIL. Ma è anche più esposta perché ciò che prima costituiva prevalentemente un patrimonio nazionale è diventato infrastruttura operativa di un teatro molto più vasto.
Una ferrovia che collega la costa occidentale alla Finlandia non è più soltanto una ferrovia svedese; un aeroporto militare non è più soltanto un aeroporto destinato alla difesa del territorio; Gotland non è più un’isola da proteggere nel mezzo del Baltico, ma un elemento del problema della libertà di movimento dell’intera alleanza. La centralità aumenta il valore di un paese agli occhi degli alleati, ma aumenta inevitabilmente anche il valore dei suoi nodi agli occhi di un potenziale avversario. La stessa connessione che produce potenza produce anche vulnerabilità.
Questo nuovo equilibrio può essere descritto attraverso il concetto che nel saggio definisco networked sovereignty, sovranità in rete. Non è una dottrina ufficiale proclamata dal governo svedese, e proprio per questo va trattata come una categoria analitica, non come uno slogan istituzionale. Eppure il disegno che emerge dall’insieme delle decisioni adottate è sufficientemente coerente.
La Svezia non cerca più libertà d’azione mantenendosi lontana dai blocchi, ma cerca di ottenerla diventando un nodo difficile da sostituire all’interno di reti sovrapposte: NATO, Unione europea, cooperazione nordica, Nordic-Baltic Eight, Joint Expeditionary Force, rapporti bilaterali con Stati Uniti, Germania, Polonia, Regno Unito e Francia, accordi industriali e catene di fornitura della difesa. A questa densità internazionale Stoccolma associa la volontà di preservare alcune capacità nazionali considerate strategiche: aviazione da combattimento, sistemi subacquei, sensori, munizionamento, infrastrutture critiche, capacità spaziali, industria avanzata e un sistema di difesa totale capace di coinvolgere non soltanto le forze armate ma amministrazioni, imprese e popolazione.
La sovranità, in questa prospettiva, non coincide più con l’autosufficienza. Coincide con la possibilità di disporre di abbastanza capacità proprie e di abbastanza alternative esterne perché nessun singolo attore possa togliere a basso costo libertà di scelta al paese.
La Russia è inevitabilmente il primo elemento di questo nuovo calcolo, ma il rapporto cerca deliberatamente di evitare un errore divenuto sempre più comune nell’analisi strategica europea: usare la minaccia russa come spiegazione universale di ogni anomalia. I servizi svedesi considerano la Russia il principale problema di sicurezza statale e militare, mentre Cina e Iran appartengono a categorie differenti di rischio. La posizione ufficiale svedese del 2026 è altrettanto esplicita: sostegno all’Ucraina, pressione su Mosca, preparazione a una confrontazione di lungo periodo e centralità della deterrenza NATO.
Ma riconoscere questo dato non implica attribuire automaticamente alla Russia ogni sabotaggio, incidente sottomarino, attacco informatico o disfunzione infrastrutturale. Il saggio insiste invece sulla separazione fra ciò che è osservato, ciò che viene attribuito dai servizi, ciò che viene inferito e ciò che appartiene alla comunicazione strategica. Una democrazia può perdere capitale strategico anche eccedendo nell’attribuzione: se ogni incidente diventa un’operazione ostile e ogni dissenso viene letto come manipolazione esterna, la difesa della società aperta rischia di consumare precisamente quella credibilità istituzionale che dovrebbe proteggere.
La Cina occupa uno spazio completamente diverso. Non è il problema militare di prossimità che rappresenta la Russia, ma non è nemmeno una relazione economica che Stoccolma possa semplicemente cancellare. Per molte imprese svedesi il mercato cinese, le catene industriali asiatiche e l’ecosistema tecnologico restano importanti; contemporaneamente, infrastrutture, ricerca sensibile, componentistica, telecomunicazioni, materiali critici e tecnologie dual use creano possibilità di dipendenza e quindi di coercizione.
La questione, dal punto di vista di Guerra di margini, non è allora quanto commerciare con la Cina, ma quali relazioni presentino tempi di sostituzione talmente lunghi da trasformare una normale dipendenza commerciale in vulnerabilità strategica. Un componente acquistabile da tre paesi diversi non è equivalente a una tecnologia per la quale esiste un solo fornitore qualificato; un cliente importante non è equivalente a un’infrastruttura critica controllata dall’esterno. Il criterio utile non è dunque la quantità di rapporti economici eliminati, ma l’aumento della sostituibilità.
È però sul piano economico che emerge uno degli aspetti meno intuitivi del problema svedese. Nel 2026 gli stanziamenti militari raggiungono circa 175 miliardi di corone svedesi, con un aumento del 18 per cento rispetto al 2025. Il piano pluriennale aggiunge oltre 170 miliardi di corone alla difesa militare entro il 2030 e altri 37,5 miliardi alla difesa civile. Secondo la traiettoria definita dal governo, la spesa per la difesa nel senso NATO raggiunge il 2,8 per cento del PIL nel 2026, dovrebbe salire al 3,1 per cento dal 2028 e arrivare al 3,5 per cento entro il 2030.
Sono cifre considerevoli, ma diventano ancora più significative se confrontate con la situazione fiscale del paese. Il debito pubblico svedese si colloca poco sopra il 35 per cento del PIL e, pur aumentando con l’espansione della spesa, dovrebbe restare nell’ordine del 38 per cento nel 2027. Il deficit pubblico nel 2026 può avvicinarsi al 2,8 per cento del PIL senza mettere in discussione la credibilità finanziaria dello Stato. La Svezia dispone dunque di qualcosa che molti paesi europei non possiedono più nella stessa misura: spazio fiscale.
Ma spazio fiscale non significa capacità produttiva illimitata.
Il denaro autorizza un programma immediatamente; non produce immediatamente un ingegnere, un ufficiale esperto, una linea di munizionamento, un trasformatore ad alta tensione, un tecnico nucleare, un bacino di manutenzione o una nuova connessione ferroviaria. La Svezia può prendere a prestito denaro in tempi relativamente brevi, ma non può prendere a prestito dal futuro dieci anni di esperienza di un ingegnere.
È qui che si trova probabilmente il vero collo di bottiglia.
Se una fabbrica può produrre cento unità e la domanda passa improvvisamente a centocinquanta, aumentare il budget non produce automaticamente cinquanta unità supplementari. Può invece aumentare il prezzo delle prime cento, allungare i tempi di consegna e spostare personale da altre attività. Se Saab, le società elettriche, i progetti nucleari, le imprese di costruzione, gli ospedali e le forze armate cercano contemporaneamente gli stessi ingegneri, la presenza di disoccupazione aggregata non elimina la scarsità delle competenze necessarie.
Il problema è particolarmente evidente perché il mercato del lavoro svedese conserva un tasso di disoccupazione elevato. La Commissione europea stimava l’8,8 per cento nel 2025, circa l’8,5 per cento nel 2026 e il 7,9 per cento nel 2027. È possibile dunque avere contemporaneamente quasi un lavoratore su dodici disoccupato e una grave carenza di tecnici, ingegneri, operatori specializzati, personale sanitario e competenze industriali. Non è una contraddizione: è un problema di composizione.
Anche l’economia nel complesso non sta attraversando una fase di espansione eccezionale. Le previsioni per il 2026 indicavano una crescita reale nell’ordine dell’1,8-2 per cento e per il 2027 poco sopra il 2 per cento. Il conto corrente rimane invece molto forte: nel 2025 il surplus era stimato attorno al 6,1 per cento del PIL. La Svezia dispone quindi di capacità finanziaria esterna e di credibilità fiscale, ma il suo potenziale di crescita non è tale da rendere irrilevante il costo-opportunità del riarmo.
È precisamente qui che Guerra di margini modifica l’analisi: non basta domandarsi quanto uno Stato spenda, bisogna chiedersi quale capacità aggiuntiva produca l’ultima corona spesa, quale altra attività essa sposti e se il capitale investito aumenti il patrimonio di opzioni future oppure si limiti a consumare più rapidamente uno stock già esistente.
Lo stesso problema attraversa il sistema energetico. La Svezia dispone di una combinazione favorevole di idroelettrico, nucleare ed eolico ed è esportatrice netta di elettricità, ma la transizione industriale, l’elettrificazione, i data center, il riarmo, le attività minerarie e lo sviluppo del Nord stanno modificando rapidamente la geografia della domanda.
Svenska kraftnät prevede circa 215 miliardi di corone di investimenti nella rete di trasmissione nel prossimo decennio. È una cifra che da sola mostra la dimensione del problema. Non basta produrre elettricità; occorre trasferirla nel luogo e nel momento nei quali viene richiesta. Un paese può avere un surplus nazionale e contemporaneamente non riuscire a collegare una nuova fabbrica, una miniera o un impianto militare entro il termine necessario.
Anche il ritorno del nucleare nella politica svedese va letto sotto questa luce. Il sistema di sostegno pubblico è stato costruito per rendere possibili circa 5.000 MW di nuova capacità, equivalenti grossomodo a quattro grandi reattori. Nel 2026 erano già state presentate più richieste di sostegno e lo Stato aveva assunto una partecipazione del 60 per cento nella società costituita per sviluppare nuovi reattori nell’area di Ringhals.
La domanda, però, non è se il nucleare sia astrattamente conveniente o meno. È se quelle centrali entreranno in funzione nel momento in cui il sistema ne avrà bisogno e se capitale, competenze e garanzie pubbliche impiegate per costruirle produrranno un rendimento strategico superiore alle alternative. Un rinforzo della rete che rende possibile l’apertura di tre impianti industriali può avere, per alcuni anni, un valore marginale maggiore di un reattore che arriverà quindici anni dopo. Nel lungo periodo il rapporto può invertirsi.
Gotland rappresenta quasi una versione concentrata di questo problema. La sua posizione nel Baltico le attribuisce un enorme valore militare, ma quel valore dipende da energia, telecomunicazioni, sensori, logistica e capacità di riparazione. Le nuove connessioni elettriche con la terraferma e il rafforzamento della resilienza energetica sono previste attorno al 2030. Senza questa rete di supporto, anche un importante dispiegamento militare potrebbe possedere meno valore reale di quanto suggeriscano le sole piattaforme presenti sull’isola.
La stessa logica conduce inevitabilmente alla demografia.
La Svezia dispone oggi di circa 10,6 milioni di abitanti. La crescita demografica si è però quasi fermata. La proiezione pubblicata nel 2026 indica per quell’anno un aumento della popolazione di appena lo 0,17 per cento, il tasso più basso registrato nel XXI secolo. Intorno al 2035 la popolazione dovrebbe essere nell’ordine dei 10,8 milioni: soltanto circa 170.000 persone in più rispetto alla metà degli anni Venti. Nel 2070 la proiezione centrale porta il paese a circa 11,8 milioni.
La composizione conta però molto più del totale.
Il tasso di fecondità è sceso a circa 1,43 figli per donna nel 2024, molto lontano dal livello di sostituzione generazionale. La popolazione con almeno 80 anni rappresentava circa il 6 per cento del totale nel 2025 e potrebbe raggiungere circa l’11 per cento entro il 2070. La fascia degli ultraottantacinquenni crescerà ancora più rapidamente: nel solo decennio verso il 2035 la proiezione indica un aumento nell’ordine di 179.000 persone.
Contemporaneamente diminuiscono le coorti più giovani. Nel prossimo decennio la popolazione in età scolare potrebbe ridursi di circa 165.000 unità. Nascono meno bambini, aumenta il numero degli anziani e cresce la domanda di personale sanitario e assistenziale proprio mentre difesa, industria, costruzioni, reti elettriche e nucleare chiedono altro lavoro qualificato.
È qui che il tema dell’immigrazione cambia natura.
Nel 2025 circa il 21 per cento della popolazione svedese era nata all’estero: più di una persona su cinque. Secondo le proiezioni demografiche, questa quota potrebbe salire a circa il 25 per cento entro il 2070. Nel prossimo decennio la crescita naturale sarà estremamente debole e, secondo le proiezioni, i decessi supereranno complessivamente le nascite di circa 30.000 unità, mentre il saldo migratorio dovrebbe contribuire per circa 200.000 persone all’aumento della popolazione.
L’immigrazione diventa quindi contemporaneamente problema sociale e risorsa economica.
La Svezia ha sperimentato i costi di flussi migratori molto elevati quando occupazione, istruzione, lingua, alloggio e capacità amministrativa non riescono ad assorbirli rapidamente. L’elevata quota di popolazione nata all’estero non dice da sola se l’immigrazione abbia prodotto un beneficio o un costo, perché il risultato dipende in misura decisiva dall’occupazione, dalle competenze, dall’età e dal tempo necessario per raggiungere livelli di produttività comparabili a quelli della popolazione già integrata nel mercato del lavoro.
Per la stessa ragione, una riduzione indiscriminata dell’immigrazione può risolvere alcuni problemi e crearne altri. Un sistema che limita gli ingressi a bassa probabilità di integrazione ma impedisce contemporaneamente l’arrivo di ingegneri, medici, ricercatori, tecnici nucleari e lavoratori qualificati rischia di aggravare precisamente i colli di bottiglia che il riarmo e l’invecchiamento stanno producendo.
La questione strategica non è dunque quanti immigrati accettare in astratto. È quale sia il rendimento marginale delle diverse categorie di ingresso e quanto velocemente le persone già presenti nel paese possano trasformarsi in forza lavoro produttiva.
È un problema particolarmente importante perché la popolazione straniera e nata all’estero non è distribuita uniformemente. Le difficoltà di integrazione, la disoccupazione, la segregazione abitativa e il reclutamento criminale si concentrano geograficamente. Una media nazionale può quindi migliorare mentre pochi comuni o quartieri continuano a deteriorarsi.
Anche il problema della criminalità organizzata va quantificato, perché le tendenze recenti mostrano una situazione più complessa della caricatura di un paese in continuo collasso. Nel 2025 le armi da fuoco furono utilizzate in 42 casi confermati di violenza letale, circa la metà del totale degli omicidi registrati. Nei primi otto mesi del 2026 la polizia ha però registrato 53 sparatorie, contro 114 nello stesso periodo del 2025. Le detonazioni sono scese da 139 a 75.
Sono diminuzioni molto rilevanti.
Non dimostrano che il problema criminale sia risolto. Dimostrano però che la traiettoria non è necessariamente lineare e che un’analisi seria deve modificarsi quando i dati cambiano. Se diminuiscono gli omicidi ma aumentano estorsioni, frodi, infiltrazione nell’economia legale o reclutamento di minori, il problema cambia forma. Se invece diminuiscono contemporaneamente violenza e capacità organizzativa delle reti, allora anche il peso strategico del fenomeno deve essere ridotto.
Il capitale più difficile da misurare resta probabilmente la fiducia. Il sistema svedese di difesa totale presuppone che cittadini, imprese e amministrazioni collaborino quando la società entra in crisi. Questa cooperazione non può essere semplicemente ordinata: dipende dalla percezione che lo Stato sia competente, che le istituzioni funzionino e che il sacrificio imposto produca un bene pubblico riconoscibile.
Da questo punto di vista criminalità, segregazione, inefficienza amministrativa e comunicazione pubblica non sono fenomeni separati dalla difesa. Ogni fallimento visibile consuma una parte dello stock di fiducia su cui il sistema farà affidamento in una situazione molto più grave. La società deve proteggersi dalla manipolazione senza cominciare a considerare ogni dissenso una manipolazione, deve rafforzare la sicurezza senza trasformare l’apertura in sospetto permanente, deve preparare la popolazione senza produrre né rassicurazione artificiale né allarme cronico.
La politica entra inevitabilmente in questo sistema, ma meno di quanto potrebbe sembrare osservando il risultato elettorale del settembre 2026. Il voto ha consegnato 176 seggi al blocco di centrosinistra e 173 al blocco uscente, in un Riksdag di 349 membri. Si tratta quindi di una maggioranza potenziale di appena tre seggi.
Quella differenza può essere sufficiente a cambiare governo, ma non cancella la struttura strategica costruita negli anni precedenti. NATO, programmi della difesa, contratti industriali, infrastrutture già avviate e trasformazione della geografia strategica hanno una forte dipendenza dal percorso precedente. Un nuovo governo può cambiare il modo in cui vengono distribuiti i costi della trasformazione molto più facilmente di quanto possa cancellare la trasformazione stessa.
Guardando oltre il 2026, il quadro diventa ancora più interessante. Nel lungo studio non tratto gli scenari come profezie né assegno loro vere probabilità statistiche. Costruisco invece vettori: pressione russa, integrazione NATO, mobilitazione industriale, energia, infrastrutture, demografia, coesione sociale, tecnologia, capacità fiscale, Cina, Artico e capacità amministrativa.
L’attrattore più forte non è una Svezia militarizzata né una Svezia in declino. È una capacity-constrained total-defence permacrisis: un paese ancora ricco, istituzionalmente stabile e tecnologicamente avanzato, ma costretto a convivere per anni con richieste permanentemente elevate di sicurezza, energia, infrastrutture, welfare e capitale umano.
Accanto ad essa emerge la networked sovereignty: la trasformazione della Svezia in nodo settentrionale indispensabile di un sistema di alleanze sempre più denso.
Il futuro più interessante non è quindi quello nel quale la Svezia resta senza denaro, alleati o tecnologia. È quasi l’opposto. Il rischio nasce dal successo stesso.
Ogni nuovo ruolo NATO aumenta la domanda di infrastrutture. Ogni ordine militare aumenta la domanda di ingegneri e componenti. Ogni nuova industria aumenta la domanda di elettricità e rete. Ogni standard di resilienza aumenta la quantità di risorse assorbite dalla sicurezza. Ogni anno di invecchiamento aumenta contemporaneamente la pressione sul welfare.
Ciò che è razionale isolatamente può diventare eccessivo quando tutte le decisioni vengono sommate.
È questa, alla fine, la conclusione più importante. La Svezia può permettersi finanziariamente più cose di quante riesca materialmente a costruire nello stesso momento.
Nel prossimo decennio la potenza svedese dipenderà quindi meno dalla dimensione nominale del bilancio e sempre più dalla produttività dei meccanismi che trasformano denaro, persone, energia, infrastrutture e alleanze in capacità effettivamente utilizzabile.
Il problema non è spendere il 2,8, il 3,1 o il 3,5 per cento del PIL per la difesa. Il problema è capire quante unità realmente pronte, quante munizioni disponibili, quanti corridoi logistici funzionanti e quanta capacità di riparazione produca ogni punto percentuale aggiuntivo.
Non è sufficiente avere oltre 170 miliardi di corone aggiuntive per il riarmo se gli ordini non diventano capacità industriale. Non è sufficiente investire 215 miliardi nella rete se i nuovi collegamenti arrivano dopo gli investimenti industriali che avrebbero dovuto servire. Non è sufficiente possedere una popolazione di oltre 10 milioni di persone se la quantità effettiva di ingegneri, medici, tecnici, ufficiali e lavoratori specializzati diventa il limite comune a tutti i programmi dello Stato.
In Guerra di margini sostengo che la forza di un sistema non si misura soltanto attraverso ciò che possiede, ma anche attraverso ciò a cui può rinunciare, ciò che può sostituire e il costo dell’unità successiva di capacità. La Svezia costituisce quasi un laboratorio naturale di questa idea. Entra nella nuova fase europea con molte riserve: istituzioni, credito, industria, tecnologia, energia, capitale umano, geografia e alleanze.
La domanda decisiva non è dunque se disponga di risorse sufficienti, ma se sappia convertirle senza consumare il patrimonio che produce quelle stesse risorse. Uno Stato può apparire sempre più potente mentre sta progressivamente riducendo il numero delle proprie opzioni future.
La Svezia del 2035 che emerge dall’analisi non è pertanto né il ritorno alla Guerra fredda né la prosecuzione tranquilla dell’era della globalizzazione. È un paese più centrale, più armato, più integrato e probabilmente più resiliente, ma anche più costoso da governare e più consapevole della scarsità del proprio tempo, delle proprie competenze e della propria capacità esecutiva.
La vecchia strategia svedese cercava libertà di manovra collocandosi fra i blocchi. Quella nuova prova a ottenere lo stesso risultato diventando abbastanza importante all’interno di un blocco da non poter essere facilmente ignorata, e abbastanza capace sul piano nazionale da non trasformare l’interdipendenza in dipendenza assoluta.
È un cambiamento molto più profondo dell’ingresso nella NATO.
È il passaggio da una sovranità fondata sulla distanza a una sovranità fondata sulla qualità delle connessioni.
