Tre giorni d’elezioni, una notte di guerra e la Madre Russia
Quella che segue è una ricostruzione narrativa. L’io narrante non corrisponde a un singolo individuo reale, ma è costruito sulle cronache delle tre giornate elettorali, sui dati disponibili e sulle indagini sociologiche pubblicate durante il voto.
Domenica 20 settembre mi sono svegliato prima della sveglia, come mi capita ormai abbastanza spesso da avere smesso di dare la colpa al caffè della sera prima, e per qualche secondo sono rimasto sdraiato senza ricordare bene che giorno fosse, con quella sensazione che si prova a una certa età quando il corpo sembra essersi alzato qualche minuto prima della testa. Poi ho preso il telefono dal comodino, ho visto i messaggi della notte, le notifiche, i filmati che continuavano ad arrivare uno dietro l’altro, e mi sono ricordato due cose nello stesso momento: che durante la notte i droni erano arrivati ancora una volta su Mosca e che io, a differenza di quasi tutti i miei colleghi, dovevo ancora andare a votare.
Avrei potuto farlo venerdì. Parecchi in ufficio avevano sistemato la faccenda già il primo giorno, qualcuno dal telefono, qualcuno passando dal seggio prima di rientrare a casa; sabato mia moglie mi aveva domandato perché non andassi anch’io, così almeno la domenica avremmo avuto la giornata libera, e io le avevo risposto che c’era tempo, come se andare a votare fosse una di quelle riparazioni domestiche per le quali si trova sempre un motivo ragionevole per aspettare fino al giorno dopo. In Russia ormai si vota per tre giorni e mi sembra perfettamente russo che, quando lo Stato concede settantadue ore per fare qualcosa che ne richiede dieci minuti, una parte della popolazione scelga le ultime due.
Quella mattina, però, non era proprio una domenica normale. Sul telefono c’erano immagini del cielo nero, traccianti, esplosioni, finestre rotte, fumo e la raffineria di Mosca, e Sobyanin continuava ad aggiornare il numero dei droni arrivati verso la capitale. Dicevano che nell’intera ondata ne fossero stati abbattuti più di milleseicento e che quasi quattrocentocinquanta fossero diretti contro Mosca; qualcuno evidentemente era passato, perché la raffineria era stata colpita, c’erano edifici danneggiati e nella regione erano morte tre persone. A Ramenskoye avevano evacuato centinaia di abitanti. Era, dicevano, il più grande attacco di droni mai arrivato fin qui dall’inizio della guerra. Non avevo modo di sapere quella mattina quanto di ciò che passava su Telegram fosse esatto e quanto fosse la solita nebbia delle prime ore, quando ciascuno sa tutto e nessuno sa niente, ma bastava guardare le immagini per capire che questa volta non si trattava dei tre o quattro apparecchi di cui ormai quasi non parliamo più. Era qualcosa di diverso. (Reuters, 20 settembre 2026).
La guerra, fino ad allora, era entrata nella mia vita lentamente, come entra il freddo in una casa vecchia: prima da qualche fessura che si può ignorare, poi abbastanza da costringerti a cambiare abitudini. All’inizio erano stati soprattutto nomi, Mariupol, Bakhmut, Avdiivka, Kupiansk, luoghi che prima del 2022 avrei avuto difficoltà a indicare su una carta e che improvvisamente erano diventati familiari quanto le fermate della metropolitana. Poi erano arrivati gli uomini, il figlio di un conoscente richiamato, il marito di una collega partito volontario, un ragazzo che aveva frequentato la scuola con mio nipote e che non sarebbe tornato. Nessuno abbastanza vicino da fermare la mia vita, tutti abbastanza vicini da impedirmi di fingere che ciò che vedevo ogni sera fosse soltanto televisione.
Eppure Mosca aveva continuato a essere Mosca con quella capacità quasi offensiva delle grandi città di digerire qualsiasi tragedia e incorporarla nel traffico del lunedì mattina. Alcune marche occidentali erano sparite, poi erano ritornate passando chissà da dove; altre erano state sostituite da prodotti cinesi, turchi, russi, qualche volta peggiori e qualche volta indistinguibili. I prezzi erano saliti, i tassi pure, ma in certi settori erano saliti anche gli stipendi; alcune fabbriche lavoravano più di quanto avessero lavorato per decenni e nelle città dove prima mancava il lavoro improvvisamente servivano operai, saldatori, tecnici. Era cambiato il modo di viaggiare, era cambiato il modo di comprare certe cose, era cambiata perfino la geografia mentale del Paese, perché luoghi che prima sembravano lontanissimi erano diventati importanti e Paesi che consideravamo periferici erano diventati corridoi indispensabili.
Noi, naturalmente, continuavamo a lamentarci. Credo che il giorno in cui un russo smetterà di lamentarsi della Russia sarà il giorno in cui avremo davvero motivo di preoccuparci.
Non sono mai stato un uomo di Russia Unita. Non so nemmeno se conosco qualcuno che dica apertamente, a tavola, con entusiasmo sincero, di esserlo. Conosco persone che votano Russia Unita, questo sì, e alcune lo fanno convintamente, perché pensano che Putin abbia rimesso in piedi un Paese che negli anni Novanta stava cadendo a pezzi; altre perché non vedono niente di meglio; altre perché lavorano per lo Stato e hanno imparato che, quando tutto sommato la vita funziona, cambiare troppo non è necessariamente un valore. Ma il partito, per me, è sempre stato qualcosa di diverso dalla Russia, quasi un’enorme amministrazione alla quale siano capitati per errore diciassette milioni di chilometri quadrati, e non ho mai capito perché dovrei provare sentimenti particolari verso un’amministrazione.
Anche Putin, naturalmente, non è la Russia. Può aver avuto ragione su alcune cose e torto su altre, e dopo quattro anni e mezzo di guerra bisogna essere molto innamorati di un uomo per non chiedersi almeno una volta se tutto ciò che è accaduto fosse inevitabile. Io non lo sono. Ho pensato spesso che ci abbiano raccontato troppo poco, altre volte che ci abbiano raccontato troppo, e soprattutto che chi governa abbia sempre la tentazione di presentare come inevitabile ciò che egli stesso ha deciso. Questo non mi rende un oppositore, parola che da noi ha ormai acquistato un significato quasi professionale, né un sostenitore. Mi rende un uomo di cinquant’anni che ha già visto abbastanza governi, bandiere, crisi e promesse da diffidare di chiunque sostenga di conoscere perfettamente il futuro.
Ma la Madre Russia è un’altra cosa, ed è forse questo che da fuori si capisce con maggiore difficoltà.
Lo Stato può essere stupido, può essere crudele, può mentirti, può chiederti lo stesso documento in tre uffici diversi e perdere tutte e tre le copie; può avere funzionari che fanno bene il proprio mestiere e altri ai quali non affideresti neppure le chiavi di un garage. I governi passano, i presidenti anche. Mio nonno era nato sotto un Paese che non esiste più, mio padre aveva vissuto quasi tutta la vita sotto una bandiera che non esiste più, io ne ho vista un’altra ancora salire sul Cremlino e nessuno di noi, mentre tutto questo cambiava, aveva smesso di considerarsi russo.
La Rodina non è un governo. È mia madre che ancora oggi mi domanda se ho mangiato come se vivessi in una stanza per studenti; è mio padre, che non c’è più; è mio nonno, che della sua guerra parlava raramente e proprio per questo mi faceva capire quanto fosse stata terribile; è la lingua nella quale penso prima ancora di decidere quali parole usare. È Mosca, ma è anche una quantità di posti dove non sono mai stato e che tuttavia considero miei in un modo nel quale non considero mio un ministero. È perfino quella parte del nostro carattere nazionale che passo metà del tempo a criticare: la burocrazia, l’eccesso, la rassegnazione, l’idea che soffrire molto sia in qualche modo una prova di serietà. Un russo può insultare il proprio Paese con una ferocia che sorprende gli stranieri e poi diventare improvvisamente ostile quando sente uno straniero utilizzare le stesse parole; sembra ipocrisia, forse in parte lo è, ma in parte è semplicemente la differenza fra litigare con propria madre e sentire qualcun altro insultarla.
Quella mattina, guardando i droni sopra Mosca, mi sono accorto che nella mia testa era avvenuto qualcosa di molto semplice. Potevo continuare a discutere della guerra di Putin, delle decisioni del Cremlino, delle occasioni perdute e degli errori che certamente saranno stati commessi da noi come dall’altra parte, ma nel momento in cui il lampo compariva sopra una città dove vivono mia moglie, mia madre, i miei amici e milioni di persone che non hanno mai visto il Donbass, la frase diventava più breve e più primitiva: stanno colpendo noi.
Non Putin. Noi.
Capisco perfettamente, se provo a guardare la cosa da Kiev, perché mandino i droni così lontano. Se posso colpire una raffineria a Mosca, obbligo i russi a proteggere Mosca; se posso minacciare gli aeroporti, costringo la difesa aerea a disperdersi; se danneggio un impianto energetico, creo costi che devono essere pagati con uomini, sistemi, pezzi di ricambio e denaro che non verranno utilizzati altrove. Non bisogna avere studiato all’Accademia militare per capire che, se il nemico possiede un territorio enorme, costringerlo a difendere migliaia di obiettivi significa obbligarlo a diluire la propria forza. Da quel punto di vista l’operazione ha una logica quasi aritmetica.
Ma la politica non è aritmetica e una bomba non porta con sé soltanto l’esplosivo che contiene. Porta anche la storia che ciascuno decide di raccontarsi dopo averla vista cadere.
Io posso guardare un drone e concludere che Putin non riesce più a proteggere neppure la capitale, che una guerra iniziata lontano è arrivata sulla nostra testa e che dunque qualcuno al Cremlino ha sbagliato qualcosa di enorme. Posso però, nello stesso momento, provare una rabbia assai più semplice verso chi quel drone lo ha mandato. Le due cose non si cancellano a vicenda; stanno insieme benissimo, come stanno insieme molte cose contraddittorie dentro la testa di un uomo. Posso volere che la guerra finisca e non volere che finisca con la sconfitta del mio Paese. Posso essere stanco di Putin e arrabbiarmi quando qualcuno colpisce Mosca. Posso considerare stupida una decisione del mio governo e nello stesso tempo pensare che il mio governo abbia il dovere di vincere una guerra nella quale ormai siamo entrati.
Per questo mi fa sorridere chi pretende di stabilire con sicurezza se i droni abbiano aiutato Putin oppure no. L’attacco più grande è avvenuto domenica, quando due giorni di elezioni erano già passati, quindi certamente non può spiegare ciò che era accaduto venerdì e sabato. Ma non per questo è politicamente neutro. Se per quattro anni ti ripetono che la Russia è sotto attacco e una mattina apri Telegram e vedi una raffineria di Mosca colpita, almeno per qualche ora la distinzione fra propaganda e realtà diventa più difficile da mantenere.
Quando sono uscito per andare al seggio, Mosca non sembrava una città in guerra e probabilmente questo era l’aspetto più impressionante. Un uomo portava fuori il cane, un autobus si fermava, davanti a un negozio qualcuno fumava guardando il telefono; la città aveva già ripreso quella sua maniera di comportarsi come se niente fosse abbastanza importante da giustificare un ritardo. Al seggio le persone della commissione erano sedute ai tavoli, c’erano gli elenchi, le schede, le cabine, e la gente entrava, mostrava il documento, votava e usciva. Non c’era nulla di eroico, e proprio questa assenza di eroismo mi sembrava significativa: mentre in un quartiere raccoglievano vetri e pezzi di droni, qualche chilometro più in là una signora controllava il mio nome su una lista.
Più tardi lessi l’indagine di ExtremeScan e scoprii che la mia scelta di aspettare la domenica non era così casuale come avevo creduto. Avevano chiamato 1.640 persone in tutta la Federazione durante l’ultima giornata elettorale e, tra quelle che dicevano di avere già votato, emergeva una differenza notevole fra chi lavora per lo Stato e chi no: quasi otto dipendenti pubblici su dieci dichiaravano di essere già andati alle urne, contro circa la metà dei lavoratori del settore privato e degli autonomi. I giovani avevano partecipato meno, gli anziani di più. E soprattutto il venerdì era stato il giorno dei dipendenti pubblici e del voto elettronico, mentre la domenica era arrivata più gente del settore privato, più autonomi e molti più elettori che sceglievano il seggio tradizionale. (ExtremeScan, 20 settembre 2026).
Non mi stupì. Lo Stato sa trovare chi dipende dallo Stato, e non è neppure necessario immaginare un funzionario con la matita rossa che ordina a tutti dove mettere la croce. Molto più spesso le cose funzionano in maniera ordinaria: qualcuno ricorda che ci sono le elezioni, qualcuno suggerisce di registrarsi al voto elettronico, qualcuno fa capire che sarebbe bene partecipare, soprattutto se si lavora in un’istituzione pubblica. ExtremeScan trovava che, nelle regioni dove si poteva votare online, circa un dipendente pubblico su cinque avesse ricevuto dalla direzione l’invito a registrarsi, mentre la percentuale di chi dichiarava di avere ricevuto una raccomandazione esplicita sul partito da scegliere era molto più bassa, attorno al sei per cento. È una distinzione importante, perché controllare la partecipazione non è la stessa cosa che controllare il voto, anche se naturalmente la prima può influenzare il risultato quando sai quali gruppi sociali ti sono più favorevoli.
Ancora più curioso era ciò che accadeva confrontando i tre giorni. Solo meno della metà dei votanti intervistati aveva voluto dire quale partito avesse scelto, perciò quei numeri non potevano essere considerati un exit poll nazionale; ma tra chi aveva risposto Russia Unita raccoglieva più della metà dei voti dichiarati del venerdì e appena un quarto di quelli della domenica, mentre comunisti e Nuova Gente crescevano molto nell’ultimo giorno. Sembrava quasi che venerdì e domenica fossero andati a votare due Paesi parzialmente differenti, e in effetti forse era proprio così: da una parte la Russia più vicina allo Stato, più anziana, più ordinata, più propensa a fare ciò che deve fare quando qualcuno le ricorda di farlo; dall’altra una Russia più privata, più irregolare, meno prevedibile, che arriva al seggio quando vuole e magari vota comunista non perché desideri il ritorno dell’Unione Sovietica ma semplicemente perché vuole dire al potere che qualcosa non le piace.
Alla sera arrivarono i risultati e Russia Unita era molto più avanti di quanto molti avessero previsto: 57,83% sulla lista federale, contro il 49,8% del 2021, e circa 355 seggi su 450, abbastanza per mantenere una maggioranza costituzionale enorme. L’affluenza ufficiale era attorno al 59,3%. Anche chi non segue la politica comprende la dimensione di un risultato simile. (CEC; Reuters, 21 settembre 2026).
Naturalmente, quasi nello stesso momento, cominciarono i commenti dall’estero: era scontato.
Questa parola, “scontato”, mi diverte sempre un poco perché viene utilizzata con grande eleganza quando ciò che si vuole dire davvero è “falso”, oppure “manipolato”, oppure “non conta”. E sia chiaro: non ho bisogno che un giornalista europeo mi spieghi che la politica russa è controllata. Vivo qui. So che molti oppositori sono fuori dal sistema, che Yabloko non era sulla lista federale, che lo spazio per una vera opposizione alla guerra è stato ristretto e che esistono regioni dove i risultati ufficiali sono talmente vicini all’unanimità da fare alzare il sopracciglio anche a chi non ha particolare simpatia per l’opposizione. Il fatto che Russia Unita abbia vinto non dimostra automaticamente che quasi il sessanta per cento dei russi sia entusiasta della guerra, e chi presenta il risultato in questo modo non fa analisi, fa propaganda. Reuters stessa descrive un ambiente elettorale fortemente controllato e una competizione molto limitata, soprattutto per le forze apertamente contrarie alla guerra.
Ma, quando mi spiegano che tutto questo significa che le elezioni russe non valgono nulla, confesso che mi viene spontanea una risposta meno raffinata.
Almeno noi votiamo.
Domenica mattina Mosca veniva attaccata e il mio seggio era aperto. Io sono uscito di casa, ho mostrato il documento, ho ricevuto una scheda e ho votato. Posso avere scelto Russia Unita, i comunisti, Nuova Gente oppure aver rovinato la scheda; non importa. Sono andato a votare durante una guerra, sotto i droni.
In Ucraina, invece, non si vota.
E allora, se qualcuno vuole utilizzare la parola “democrazia” come un timbro da mettere sui Paesi amici e togliere a quelli nemici, una domanda mi viene spontanea: chi è democratico?
La legge che impedisce di tenere elezioni durante la legge marziale in Ucraina non l’ha inventata Zelensky nel 2022 per non presentarsi davanti agli elettori. Risale al 2015, alla presidenza Poroshenko. Quando la Russia invase l’Ucraina il 24 febbraio 2022, Zelensky impose la legge marziale e il Parlamento la approvò con trecento voti; da allora quel regime è stato prorogato ripetutamente e, finché rimane in vigore, non possono tenersi elezioni. Nel maggio di quest’anno la stessa Verkhovna Rada ha ribadito, attraverso il gruppo di lavoro che prepara le future consultazioni, che esiste consenso sull’impossibilità di votare durante la legge marziale. (Verkhovna Rada; Presidenza ucraina).
Conosco inoltre tutti gli argomenti pratici, e sarei stupido se fingessi che non esistano. Milioni di ucraini sono fuori dal Paese, altri sono sfollati, molti uomini e donne sono sotto le armi, una parte del territorio è occupata e molte città vengono attaccate regolarmente. Organizzare un’elezione nella quale possano votare davvero i soldati al fronte, i rifugiati a Berlino o Varsavia, gli abitanti di territori bombardati o occupati sarebbe infinitamente più complicato che farlo a Mosca. Nessun uomo serio può negarlo.
Ma sono passati quattro anni e mezzo.
Ed è proprio questo il punto.
Una legge d’emergenza ha senso perché esiste un’emergenza. Se però l’emergenza dura cinque anni, poi sei, e nessuno è in grado di dire quando finirà, allora un Paese che si considera democratico deve almeno interrogarsi sul rapporto fra guerra, rappresentanza e legittimità. Non dico che Zelensky debba aprire i seggi domani mattina mentre cadono i missili; dico che la frase “non si può votare perché c’è la guerra” non può diventare una risposta valida indefinitamente senza che prima o poi qualcuno chieda quali condizioni dovrebbero consentire di tornare alle urne.
Gli stessi ucraini, del resto, se lo stanno chiedendo, altrimenti il loro Parlamento non avrebbe costituito un gruppo di lavoro per preparare le elezioni del dopoguerra e discutere il voto dei militari, degli sfollati e dei cittadini all’estero. Questo non dimostra che dovrebbero votare oggi. Dimostra che anche loro sanno che il problema esiste.
Perciò, quando qualcuno liquida le elezioni russe dicendo semplicemente che “il risultato era scontato”, io non sento soltanto una critica al Cremlino. Sento anche una strana asimmetria. Da una parte mi spiegano che votare non basta, perché bisogna valutare libertà della competizione, accesso ai media, condizioni dell’opposizione, regolarità del conteggio, e sono d’accordo; dall’altra, quando si parla dell’Ucraina, il fatto stesso che non ci siano elezioni viene considerato quasi irrilevante, perché la guerra giustifica tutto. Forse le ragioni sono buone, forse non esiste oggi una soluzione migliore, ma almeno non fingiamo che il problema democratico scompaia soltanto perché il Paese in questione è nostro alleato.
Io preferisco diffidare di tutti gli Stati allo stesso modo. È una delle poche lezioni che la storia russa insegna abbastanza bene.
D’altra parte, il risultato di domenica non mi interessa tanto perché dica quanto i russi amino Putin. Mi interessa perché dice qualcosa su quanto il nostro sistema sia ancora capace di funzionare dopo quattro anni e mezzo di guerra. Un Paese può essere insoddisfatto senza essere instabile, può criticare il governo senza volerne la caduta e può considerare la guerra una disgrazia senza essere disposto ad accettare qualsiasi pace pur di farla finire. Queste differenze sembrano ovvie quando riguardano altri popoli e diventano stranamente difficili da comprendere quando riguardano noi.
Per sostenere una guerra lunga, dopotutto, non serve che tutti siano entusiasti. Serve che gli operai vadano nelle fabbriche, che i treni partano, che i soldati ricevano lo stipendio, che le famiglie ricevano le compensazioni, che le pensioni arrivino, che le regioni continuino a obbedire al centro e che abbastanza persone, anche quando sono stanche, preferiscano la continuità all’idea che tutto possa nuovamente crollare. Chi ha cinquant’anni in Russia ricorda ancora abbastanza bene gli anni Novanta da sapere che la parola “cambiamento” non evoca necessariamente qualcosa di piacevole.
La guerra costa, questo lo vediamo tutti. Costa uomini, denaro, tecnologia, capitale, opportunità che non torneranno. Puoi sostituire un’automobile europea con una cinese, trovare un nuovo fornitore attraverso l’Asia, costruire un’altra rotta commerciale; è molto più difficile sostituire un giovane morto o un ingegnere emigrato, recuperare cinque anni di investimenti civili non fatti, ricostruire una generazione demograficamente più piccola. Il problema è che molti di questi costi appartengono al futuro e il futuro, per un governo, è il creditore più paziente che esista: non manifesta, non vota, non sciopera.
Il ponte che non costruiremo nel 2031 non viene in piazza oggi. Il laboratorio che non apriremo non scrive su Telegram. Il figlio che una coppia non avrà non compare nelle statistiche fino a quando, molti anni dopo, qualcuno si domanda dove siano finiti i lavoratori.
Così è perfettamente possibile che la Russia stia consumando una parte dei propri margini futuri mentre rimane stabile nel presente, e non c’è alcuna contraddizione. Anzi, può essere precisamente ciò che stiamo facendo: spendere il futuro per comprare tempo oggi. Quanto a lungo sia possibile non lo so, e dubito sinceramente che lo sappiano al Cremlino. Nessuno possiede un indicatore capace di mostrare in anticipo quale risorsa diventerà improvvisamente scarsa abbastanza da cambiare tutto.
È proprio per questo, però, che queste elezioni hanno un significato geopolitico più grande della composizione della Duma. Se Putin guarda il 57,83%, guarda l’affluenza, guarda il fatto che Mosca abbia votato mentre arrivavano i droni e conclude che il Paese può continuare ancora, allora questa convinzione entra nella guerra. Può essere corretta o sbagliata, ma entra nei calcoli. Chi pensa di avere tempo tratta in maniera diversa da chi pensa di non averne più; chi ritiene che il proprio avversario stia consumando i margini più rapidamente può permettersi di aspettare, di chiedere di più, di sopportare altri mesi.
Per questo gli attacchi ucraini in profondità mi sembrano tanto comprensibili militarmente quanto rischiosi politicamente. Se distruggono qualcosa che la Russia non riesce a sostituire, hanno raggiunto il loro scopo. Se invece rendono la guerra più costosa ma contemporaneamente convincono una parte dei russi che il nemico non stia combattendo Putin ma la Russia, il bilancio diventa più ambiguo.
Io stesso ne sono un piccolo esempio immaginario, se vogliamo chiamarlo così. Posso criticare il Cremlino. Posso essere stanco. Posso domandarmi quanto ancora dovremo spendere e quanti uomini moriranno. Posso perfino pensare che, se tornassimo indietro al 2022 con ciò che sappiamo oggi, alcune decisioni dovrebbero essere diverse.
Ma se vedo un drone arrivare sopra Mosca, qualcosa cambia.
Non divento automaticamente putiniano.
Divento russo.
Forse lo ero già, naturalmente, ma in quel momento me ne ricordo.
La sera, tornando a casa, la città continuava a funzionare. Questa è una frase così banale che quasi mi vergogno di scriverla, ma credo sia la cosa più importante. La metropolitana correva, i ristoranti erano aperti, la gente comprava da mangiare, qualcuno litigava per un parcheggio, altri uomini continuavano a contare le schede mentre da qualche altra parte si raccoglievano ancora i resti dei droni.
Quattro anni prima avrei pensato alla guerra come a qualcosa che interrompe la vita normale e che, proprio perché la interrompe, prima o poi deve finire. Adesso non ne sono più sicuro. Gli uomini si abituano quasi a tutto e forse questa è una delle caratteristiche meno nobili ma più potenti della nostra specie. In Russia abbiamo imparato a lavorare durante la guerra, viaggiare durante la guerra, comprare case durante la guerra, sposarci, divorziare, avere figli, ricevere bare, discutere di calcio e lamentarci dei prezzi durante la guerra.
Adesso votiamo durante la guerra.
Non significa che siamo felici.
Non significa che siamo tutti con Putin.
Non significa neppure che saremo disposti a farlo per sempre.
Significa soltanto che, per ora, la guerra non ha spezzato la vita abbastanza da impedire alla vita di continuare.
Quando sento dire che il risultato era scontato, penso a questo. Forse Russia Unita avrebbe vinto comunque. Probabilmente sì. Forse il sistema è costruito in maniera tale da rendere estremamente difficile una vera alternanza. Anche questo è difficile negarlo. Ma io non riesco a considerare irrilevante il fatto che milioni di persone siano andate alle urne, alcune perché lo Stato le ha mobilitate, altre perché ci credevano, altre per protesta, altre ancora semplicemente perché pensavano che fosse un loro dovere.
Io quella domenica avrei votato.
Avrei votato sapendo che il mio Paese non è una democrazia liberale occidentale e sapendo che molte delle critiche rivolte alle nostre elezioni hanno un fondamento. Avrei votato lo stesso, perché fra un voto imperfetto e nessun voto continuo a vedere una differenza.
E quando qualcuno mi avesse domandato come potessi chiamarlo democrazia, forse avrei risposto con una domanda, come fanno spesso gli uomini quando non vogliono concedere all’altro il diritto di scegliere da solo i termini della discussione.
Noi abbiamo votato sotto i droni. Voi mi dite che non basta.
In Ucraina non votano da anni. Voi mi dite che è giustificato.
Forse avete ragione in entrambi i casi.
Ma allora ditemi almeno, con precisione, dove comincia e dove finisce la parola democrazia.
Perché quella sera non pensavo alle definizioni dei manuali. Pensavo a Mosca, a mio padre, a mio nonno, alla nostra mania di sopportare troppo e lamentarci troppo tardi, a quella terra enorme che riesce a essere magnifica e insopportabile nello stesso giorno, e alla strana sensazione che si prova quando capisci che qualcuno là fuori può distinguere perfettamente fra il Cremlino e la Russia nelle proprie analisi, mentre tu, nel momento in cui senti l’esplosione, non riesci più a distinguerli altrettanto facilmente.
Non perché Putin sia la Russia.
Non lo è.
Ma perché, quando qualcosa arriva dal cielo verso casa tua, non chiedi prima quale edificio politico rappresenti il bersaglio.
Pensi a casa.
Pensi alla Madre Russia.
(l’analisi della votazione – sebbene provvisoria – è scaricabile qui)
