Social Killing

Nel nuovo regime digitale, la morte non ha più bisogno di dichiararsi. Può accadere senza clamore, senza opposizione, senza violenza visibile. Nessuno ti imprigiona, nessuno ti accusa, nessuno ti censura formalmente. Ma smetti di essere ascoltato, smetti di essere visto, e lentamente smetti di esistere come soggetto sociale. La tua voce non è più proibita: è stata rimossa dalla superficie cognitiva del mondo.

Questo è il social killing, l’eliminazione reputazionale operata attraverso l’inerzia selettiva degli algoritmi.

È una sparizione ordinata, anonima, spesso irriconoscibile. Nessuno ne parla, perché non produce scandalo. Nessuno la denuncia, perché non lascia tracce. Il meccanismo è tecnicamente raffinato: non ti elimina, ti rende irrilevante. Non ti vieta, ti marginalizza. Attraverso processi automatizzati di downplacing, la tua presenza online viene sistematicamente spinta ai margini, deindicizzata, esclusa dai flussi principali. Persino i tuoi interlocutori diretti, i tuoi contatti, i tuoi amici reali, smettono di vederti.

Tu continui a pubblicare, ma nessuno più legge. Continui a parlare, ma nessuno più ascolta. La tua voce è stata inglobata dal rumore.

Tutto questo è già accaduto. Non in regimi autoritari, ma nelle democrazie occidentali. Durante la pandemia da COVID-19, studiosi di fama mondiale, premi Nobel, medici con lunghi curricula, hanno visto le proprie analisi scomparire dalla visibilità. Etichettati come “controversi” non per evidenza contraria, ma per divergenza statistica. I loro contenuti non violavano la legge, ma disturbavano la conformità. E l’algoritmo ha deciso di dissolverli.

Questa dinamica non è nuova, ma è stata istituzionalizzata dalla tecnologia.

Nel discorso Veritas et Machina alla Pontificia Accademia Theologica, si evidenzia come la verità stia subendo una metamorfosi funzionale: non è più ciò che corrisponde al reale, ma ciò che genera engagement. Una proposizione non ha valore in quanto vera, ma in quanto risonante. L’algoritmo non giudica in base al contenuto, bensì in base alla sua capacità di produrre attenzione. Tutto ciò che fallisce questo criterio viene scartato come inefficiente.

Il libro AI and Societal Cognitive Vulnerability va oltre: analizza come l’essere umano, in questo contesto, abdichi volontariamente alla propria facoltà di giudizio. Non cerca più ciò che è vero, ma ciò che è condiviso. La familiarità sostituisce la verifica. Quindi la reputazione diventa un prodotto della distribuzione: se l’algoritmo non ti mostra, allora non sei affidabile. E se non sei affidabile, allora sei pericoloso. Non per ciò che dici, ma perché rompi la simmetria predittiva su cui si basa l’infrastruttura cognitiva dell’IA.

L’attacco in questo scenario è semplice, scalabile, economicamente irrilevante. Bastano 50 euro per una rete di bot che amplifica accuse costruite ad arte. Una deepfake credibile può essere realizzata con meno di 20 euro. Esistono mercati digitali dove per meno di 100 euro è possibile avviare una campagna reputazionale automatizzata, capace di generare migliaia di interazioni artificiali. In meno di 48 ore si può ridisegnare l’identità digitale di un individuo. L’attacco non ha bisogno di verità: ha bisogno di volume.

Il costo della difesa, invece, è asimmetrico. Estremamente più alto, estremamente più lento. Una prima consulenza legale per querela diffamatoria può superare i 5.000 euro. Un ricorso pieno in sede civile parte anch’esso da 5.000 euro. Il ripristino reputazionale tramite agenzie professionali si attesta tra i 3.000 e i 10.000 euro mensili. Ma il punto non è solo economico. È temporale. Un attacco si esegue in ore. Una difesa richiede mesi, talvolta anni. E nella società dell’attenzione, il tempo ha un valore esponenziale. La narrazione che si impone per prima è quella che resta.

In una recente simulazione svolta su base documentale, una campagna di delegittimazione con 10.000 interazioni artificiali ha richiesto un investimento di 340 euro in totale e ha impiegato 36 ore per produrre effetti visibili su motori di ricerca e reti sociali. La risposta legale, per contro, ha richiesto 41 giorni solo per l’avvio delle pratiche, e 4 mesi per ottenere una rettifica parziale. Il danno reputazionale, però, era già avvenuto. L’algoritmo aveva già adattato la sua mappa della rilevanza.

Questa è la vera asimmetria: l’irrilevanza come condizione algoritmica, e la verità come funzione residuale.

Ma l’aspetto più grave non è tecnico. È ontologico. La persona che perde rilevanza digitale perde rilevanza sociale. Non si tratta più di percezione, ma di funzione. Un docente ignorato online non sarà invitato. Un attivista silenziato non troverà ascolto. Un imprenditore disconnesso non avrà mercato. La selezione naturale degli attori pubblici è stata automatizzata. La marginalità è diventata eseguibile via codice.

Chi non appare, non esiste. Chi non genera engagement, non è degno di attenzione. E se nessuno ti ascolta, nemmeno per pietà, allora la tua voce è diventata irrilevante non perché sbagli, ma perché non serve. Nessuno ti scredita: semplicemente, nessuno ti cerca. Nessuno ti perseguita: semplicemente, nessuno ti trova. Nessuno ti zittisce: semplicemente, nessuno ti sente.

L’esclusione, oggi, non ha bisogno di una prigione. Basta che l’algoritmo non ti includa.

La sola difesa possibile è cognitiva. Richiede un ripensamento radicale del rapporto tra verità e visibilità. Richiede che gli individui tornino a interrogarsi non su ciò che funziona, ma su ciò che è fondato. Che imparino a distinguere fra ciò che attira e ciò che vale. Che sostengano parole non premiate, contenuti non suggeriti, voci non potenziate. È una forma di resistenza epistemologica.

E, sempre più spesso, di dignità umana.

Perché se non lo facciamo, allora la giustizia sarà una funzione del trend, la libertà una variabile della popolarità, e la verità un’ombra nella coda lunga della distribuzione di un senso imposto.

Marco Palombi giugno 2025

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