Il dividendo del Covid


Capitali, impianti e ricerca oncologica

Nel 2019 Moderna aveva ricavi per 60,2 milioni di dollari e perdeva 514 milioni.

BioNTech fatturava 108,6 milioni di euro, con una perdita di 179 milioni.

Entrambe investivano nel RNA messaggero e nell’immunoterapia oncologica; entrambe dipendevano dal capitale raccolto e dalle alleanze industriali per trasformare la ricerca in prodotti.

Non erano imprese prive di scienza. Erano imprese prive dei mezzi finanziari per industrializzarla autonomamente su scala mondiale (Moderna, 2020; BioNTech, 2020).

Nel biennio 2021–2022 Moderna ha realizzato 37,734 miliardi di dollari di ricavi e 20,564 miliardi di utile netto. BioNTech ha contabilizzato 36,287 miliardi di euro di ricavi e 19,727 miliardi di utile. I margini netti cumulati hanno raggiunto rispettivamente il 54,5% e il 54,4%. A questi risultati non si arriva semplicemente con una buona scoperta scientifica. Occorrono un mercato, la capacità di rifornirlo e qualcuno che assuma il rischio della domanda. Durante il Covid questi tre elementi si sono presentati contemporaneamente (Moderna, 2023; BioNTech, 2023).

La questione da analizzare è come un mercato eccezionale, creato dall’emergenza sanitaria e alimentato da acquisti pubblici, abbia capitalizzato alcune delle imprese che già sviluppavano vaccini oncologici, trasferendo alla ricerca successiva liquidità, processi industriali e potere contrattuale. I bilanci consentono di ricostruire questo passaggio con una precisione sufficiente a definire il guadagno reale.

Nel luglio 2017 Uğur Şahin e collaboratori pubblicarono su Nature uno studio clinico pionieristico sui vaccini a RNA personalizzati contro il melanoma. Il principio consiste nell’identificare le mutazioni del tumore, scegliere gli antigeni da presentare al sistema immunitario e sintetizzare per ogni paziente un RNA che ne guidi il riconoscimento. La stessa famiglia di tecnologie, con bersagli biologici diversi, è stata successivamente utilizzata per i vaccini anti-SARS-CoV-2. Il National Cancer Institute ha ricostruito esplicitamente questo trasferimento: l’esperienza dei programmi oncologici di Moderna e BioNTech contribuì alla rapidità della risposta al virus (Sahin et al., 2017; National Cancer Institute, 2022).

La differenza economica tra le due applicazioni è fondamentale. Un vaccino contro un virus può essere progettato in una formulazione identica destinata a milioni di persone. Un vaccino oncologico individualizzato richiede invece sequenziamento, selezione degli antigeni, produzione di lotti distinti, controlli e consegna in tempi compatibili con la terapia. La piattaforma molecolare è comune; la scala della produzione non lo è. Da qui deriva il valore delle conoscenze industriali acquisite durante la pandemia.

Già dal 2016 Moderna e Merck collaboravano sui vaccini oncologici personalizzati, attraverso un accordo che aveva comportato un pagamento iniziale di 200 milioni di dollari da parte di Merck. Il programma disponeva quindi di capitali industriali già quattro anni prima della pandemia. Nell’ottobre 2022 Merck ha esercitato la propria opzione versando ulteriori 250 milioni di dollari e assumendo la condivisione al 50% dei costi e dei risultati economici del programma intismeran autogene. I trasferimenti contrattuali identificabili ammontano così a 450 milioni di dollari, distribuiti in due fasi distinte. La pandemia non ha finanziato la nascita del progetto, ma ha modificato radicalmente la capacità patrimoniale autonoma di Moderna durante il suo sviluppo (Merck, 2016; Merck e Moderna, 2022).

Il programma federale statunitense BARDA ha generato per Moderna ricavi da contributi per 522 milioni di dollari nel 2020, 713 milioni nel 2021 e 372 milioni nel 2022: in totale 1,607 miliardi di dollari contabilizzati nel triennio. Nello stesso bilancio del 2022 la società indicava ancora 137 milioni di finanziamento BARDA disponibile. BioNTech ha beneficiato di un sostegno del governo tedesco autorizzato fino a 375 milioni di euro. Si tratta di risorse di natura differente dai corrispettivi per la consegna dei vaccini, che non vanno addizionate agli utili come se questi ultimi non le avessero già incorporate (Moderna, 2023; BioNTech, 2021).

Gli acquisti anticipati dei governi hanno ridotto un rischio ancora più importante del costo dei laboratori: quello commerciale. La capacità produttiva poteva essere ampliata sulla base di ordini pluriennali e depositi dei clienti. Moderna chiudeva il 2022 con 2,6 miliardi di dollari di ricavi differiti associati ad anticipi e forniture future di vaccini. La domanda pubblica ha quindi sostenuto la costruzione della capacità e, al momento della consegna, i ricavi industriali. Il risultato è stato l’accumulo rapido di capitale interno, ben più importante del solo ammontare dei grants (Moderna, 2023).

Anche il profilo della cassa rivela ciò che il solo utile non mostra. Moderna ha generato circa 13,6 miliardi di dollari di cassa operativa nel 2021 e 5,0 miliardi nel 2022: circa 18,6 miliardi nel biennio. BioNTech ha avuto nel 2021 un flusso operativo positivo di appena 890 milioni di euro a fronte di oltre dieci miliardi di utile, principalmente per la dinamica dei crediti e degli incassi; nel 2022 la cassa operativa è salita a 13,577 miliardi, quando si sono materializzati i regolamenti commerciali con il partner. Sommare utili e cassa operativa sarebbe un errore; confrontarli serve invece a vedere il momento in cui il vantaggio contabile diventa capacità concreta di spesa (Moderna, 2023; BioNTech, 2023). Nel 2019 Moderna disponeva di 1,263 miliardi di dollari tra liquidità e investimenti finanziari, saliti a circa 18,2 miliardi alla fine del 2022. BioNTech è passata nello stesso intervallo da 519 milioni a 13,875 miliardi di euro di cassa ed equivalenti. I perimetri di queste ultime voci non sono identici: Moderna include anche investimenti finanziari, BioNTech soltanto cassa ed equivalenti (Moderna, 2020 e 2023; BioNTech, 2020 e 2023).

Fra il 2023 e il 2025 Moderna ha sostenuto 12,520 miliardi di dollari di spese complessive di ricerca e sviluppo. Nello stesso periodo BioNTech ne ha sostenuti 6,142 miliardi di euro. Questi importi non rappresentano l’investimento oncologico, ma la dimensione finanziaria del portafoglio di ricerca mantenuto negli esercizi successivi al picco pandemico. Sono due grandezze che solo pochi anni prima sarebbero state incompatibili con la situazione patrimoniale delle società (Moderna, 2026a; BioNTech, 2026a).

Per Moderna la separazione dei costi è particolarmente istruttiva. La spesa direttamente imputata ai programmi oncologici è passata da 62 milioni di dollari nel 2023 a 154 milioni nel 2024 e 201 milioni nel 2025: 417 milioni in tre esercizi, pari al 3,3% della ricerca e sviluppo complessivamente contabilizzata nello stesso periodo. Tale percentuale non comprende i costi comuni di piattaforma, personale e produzione, che la società non ripartisce per area terapeutica. Ancora più significativo è il cambiamento intervenuto nel 2025: mentre la spesa complessiva di ricerca e sviluppo è diminuita del 31%, da 4,543 a 3,132 miliardi di dollari, quella direttamente attribuita all’oncologia è cresciuta del 30,5%. Non siamo quindi di fronte a un’espansione indiscriminata degli investimenti, ma a una diversa allocazione delle risorse verso programmi terapeutici selezionati (Moderna, 2026a).

Nel caso BioNTech, la spesa di ricerca del 2025 è stata pari a 2,105 miliardi di euro, rispetto a 226,5 milioni nel 2019. La relazione annuale del 2025 attribuisce lo sviluppo dei programmi clinici all’immuno-oncologia, agli anticorpi coniugati e alle nuove combinazioni terapeutiche, ma non pubblica una contabilità uniforme che consenta di classificare ogni euro per singola indicazione. Per questo l’intero importo della R&S non viene presentato come spesa contro il cancro; il dato utile è la dimensione della capacità finanziaria disponibile e mantenuta (BioNTech, 2020; BioNTech, 2026a).

La liquidità conferma la persistenza del vantaggio patrimoniale, ma ne rivela anche la successiva trasformazione. Al 30 giugno 2026 BioNTech disponeva di 16,634 miliardi di euro fra cassa e investimenti finanziari, mentre Moderna ne conservava 6,9 miliardi di dollari. La disponibilità BioNTech comprende ormai flussi successivi alla pandemia, fra i quali il pagamento iniziale di 1,5 miliardi di dollari previsto dall’accordo oncologico con Bristol Myers Squibb del 2025. Il capitale originariamente accumulato attraverso i vaccini anti-Covid ha dunque contribuito a sostenere attività capaci di attrarre ulteriori finanziamenti industriali. Moderna presenta invece un’importante esposizione sul versante della proprietà intellettuale: nel luglio 2026 ha pagato 950 milioni di dollari ad Arbutus e Genevant per definire il contenzioso sui brevetti relativi alle nanoparticelle lipidiche impiegate nei vaccini. L’accordo prevede inoltre un possibile pagamento aggiuntivo, fino a 1,3 miliardi di dollari, subordinato all’esito del giudizio sulla responsabilità brevettuale per le forniture al governo statunitense. L’esposizione contrattuale complessiva può quindi raggiungere 2,25 miliardi di dollari, dei quali soltanto 950 milioni risultano già pagati. È un costo economicamente rilevante della tecnologia che ha generato i profitti pandemici, e che concorre a ridurre le risorse disponibili per gli sviluppi successivi (BioNTech, 2026b; Moderna, 2026b; Arbutus Biopharma, 2026).

Una parte degli utili è stata distribuita agli azionisti, anziché reinvestita. Nel 2022 Moderna ha riacquistato azioni proprie per circa 3,3 miliardi di dollari; BioNTech ha utilizzato 986,4 milioni di euro per riacquisti e 484,3 milioni per un dividendo straordinario. Il confronto con i 417 milioni di spese oncologiche dirette Moderna del triennio 2023–2025 rende visibile l’ordine di grandezza delle scelte di allocazione del capitale. Non equivale a sostenere che le due voci fossero sostituibili una per una: mostra che la pandemia aveva prodotto risorse sufficienti sia a finanziare ricerca sia a remunerare gli azionisti (Moderna, 2023; BioNTech, 2023).

La ricostruzione patrimoniale per sito offre un test più severo della tesi del riutilizzo tecnologico. BioNTech ha acquistato nell’ottobre 2020 lo stabilimento di Marburg da Novartis per 77,9 milioni di euro, acquisendo un complesso industriale già certificato e un’organizzazione produttiva esistente. La relazione depositata presso la SEC indica investimenti successivi per circa 62 milioni di euro e, nel 2022, una capacità nominale di principio attivo vaccinale corrispondente fino a tre miliardi di dosi annue. Il prezzo della società acquisita non va sommato al valore iniziale dei suoi singoli cespiti, perché ne rappresenta già il corrispettivo complessivo (BioNTech, 2022; BioNTech, 2023).

Durante la pandemia, Marburg è stato un acceleratore industriale. In seguito BioNTech ha sviluppato nello stesso sito una capacità interna di produzione del DNA plasmidico, componente necessaria alla fabbricazione dell’RNA messaggero, dichiarandone l’utilità anche per i programmi oncologici. Non tutto l’impianto, però, possiede la stessa utilità economica per lotti individualizzati prodotti in parallelo e in piccole quantità. La capacità di scala dei vaccini di massa può trasformarsi in sovraccapacità quando il mercato cambia.

Ed è precisamente ciò che i bilanci del 2026 consentono di osservare. Nel primo semestre BioNTech ha contabilizzato 96,1 milioni di euro di svalutazioni su immobilizzazioni materiali in relazione alla riorganizzazione produttiva: 68,9 milioni per attrezzature e migliorie presso Marburg e Idar-Oberstein; 14,5 milioni per terreni e fabbricati; 12,7 milioni per altri siti, prevalentemente cantieri e anticipi. Per le attrezzature svalutate dei due siti tedeschi il valore recuperabile attraverso l’uso è stato posto a zero. Per uno degli immobili interessati, il valore recuperabile dopo la svalutazione è stato stimato in 6,8 milioni (BioNTech, 2026b).

Nello stesso rendiconto figurano 133,3 milioni di euro di fondi per ristrutturazione e 63,4 milioni per contratti onerosi, questi ultimi riconducibili principalmente anche a capacità produttiva esterna ormai ridondante. Sono passività contabili, non somme già integralmente pagate; riguardano un programma più ampio di Marburg e non vanno sommate meccanicamente al costo storico del singolo stabilimento. È, nondimeno, una misura tangibile del costo di dismissione e dell’impegno che accompagna la contrazione industriale (BioNTech, 2026b).

Nel maggio 2026 la società ha annunciato l’uscita da vari stabilimenti, compresi Marburg, Idar-Oberstein, Tubinga e Singapore, con un programma dal quale si attendono fino a 500 milioni di euro di minori costi ricorrenti annui a regime nel 2029. La stima è riferita anche a capacità e siti acquisiti con altre operazioni, confronta diverse basi di costo e non include integralmente le spese di uscita né quelle eventualmente sostenute presso fornitori esterni. Il 28 settembre 2026, dopo trattative di vendita non concluse, BioNTech ha confermato la chiusura dei tre stabilimenti tedeschi. Non vi sono quindi corrispettivi di vendita realizzati da attribuire loro al 14 ottobre 2026 (BioNTech, 2026c; Reuters, 2026).

Il passaggio economico è meno semplice di uno slogan sulla riconversione. Una parte della filiera Covid ha generato conoscenze e componenti utilizzabili nell’oncologia; una parte dell’investimento fisico è stata svalutata o destinata alla dismissione. L’industria conserva il patrimonio immateriale mentre riduce la capacità materiale in eccesso: i due movimenti devono essere letti insieme.

Per Moderna esiste invece un investimento produttivo direttamente identificabile nella filiera terapeutica oncologica. Nel maggio 2023 il gruppo ha acquistato da Oxford Properties per 91 milioni di dollari un immobile industriale a Marlborough, Massachusetts. Dopo ampliamenti e allestimenti, lo stabilimento è diventato operativo nell’agosto 2025; dal settembre ha iniziato a spedire lotti clinici prodotti per il singolo paziente. Il Form 10-K 2025 ne dichiara la destinazione al programma intismeran autogene (Oxford Properties, 2023; Moderna, 2026a).

Non va confuso con l’operazione Norwood: nel dicembre 2024 Moderna ha acquistato per 385 milioni di dollari un campus produttivo che già utilizzava attraverso contratti di leasing. A seguito dello storno dei diritti d’uso e delle passività connesse, circa 231 milioni sono stati iscritti nelle immobilizzazioni materiali. Considerare l’intero prezzo come nuova capacità industriale sarebbe tecnicamente scorretto: una parte dell’operazione consiste nella conversione della disponibilità giuridica degli immobili (Moderna, 2025).

Nel complesso le immobilizzazioni materiali nette di Moderna sono salite da 201,5 milioni di dollari al 31 dicembre 2019 a 2,059 miliardi al 30 giugno 2026. BioNTech è passata nello stesso intervallo da 93,0 milioni a 1,036 miliardi di euro. Le cifre incorporano ammortamenti, acquisizioni e asset destinati a molteplici programmi, ma la crescita patrimoniale è inequivocabile: circa dieci volte per entrambe le imprese. Non tutto deriva dal Covid, e tuttavia il salto avviene nel periodo in cui esso ha finanziato la capitalizzazione delle società (Moderna, 2020; Moderna, 2026b; BioNTech, 2020; BioNTech, 2026b).

A compensazione occorre registrare il costo della capacità eccedente. Il Form 10-K Moderna 2024 espone, nel 2023, circa 2,2 miliardi di svalutazioni di magazzino, 981 milioni di costi per capacità inutilizzata e riduzione delle attività produttive e 205 milioni di perdite su impegni d’acquisto e cancellazioni. Nel 2024 la società registra altri 495 milioni di svalutazioni, 263 milioni di riduzione delle attività, 105 milioni di capacità inutilizzata e 60 milioni di perdite su acquisti non annullabili. Sono costi reali, già compresi nel conto economico e dunque non da sottrarre una seconda volta agli utili netti storici. Documentano però che l’espansione per la pandemia ha creato anche investimenti e obbligazioni successivamente eccedenti (Moderna, 2025).

Secondo l’IQVIA Institute, la spesa mondiale per medicinali oncologici, valutata ai prezzi di listino, era di 252 miliardi di dollari nel 2024 e potrebbe raggiungere 441 miliardi nel 2029. La crescita attesa è di 189 miliardi, il 75% in cinque anni. La cifra riguarda l’intera spesa farmaceutica oncologica, compresi anticorpi, farmaci mirati, terapie cellulari e trattamenti tradizionali (IQVIA Institute, 2025). Non rappresenta il mercato direttamente accessibile ai vaccini personalizzati, la cui dimensione dipenderà dalle indicazioni cliniche autorizzate, dai pazienti eleggibili e dai prezzi effettivamente riconosciuti dai sistemi sanitari.

La capacità di intercettare questa domanda è già oggetto di accordi particolarmente capitalizzati. La partnership Moderna–Merck sui vaccini individualizzati ha prodotto il pagamento di 250 milioni di dollari nel 2022 e una ripartizione contrattuale dei costi e degli utili. Nel giugno 2025 BioNTech ha concluso con Bristol Myers Squibb un accordo sull’anticorpo bispecifico BNT327, oggi Pumitamig: 1,5 miliardi di dollari iniziali, due miliardi di pagamenti programmati fino al 2028 e fino a 7,6 miliardi subordinati a obiettivi successivi, con condivisione al 50% di costi e risultati. Pumitamig non è un vaccino a mRNA, ma il contratto è rilevante perché misura la scala della nuova strategia oncologica di BioNTech e il valore che un partner farmaceutico attribuisce ai suoi programmi (Merck e Moderna, 2022; BioNTech e Bristol Myers Squibb, 2025).

Un altro passaggio industriale illustra la stessa direzione, ma impone una distinzione di causalità. Nel dicembre 2023 Pfizer ha completato l’acquisizione di Seagen per un valore d’impresa di circa 43 miliardi di dollari, finanziando l’operazione anche attraverso 31 miliardi di emissioni obbligazionarie a lungo termine e otto miliardi di commercial paper. Seagen disponeva di prodotti oncologici già commercializzati e di competenze negli anticorpi coniugati. L’operazione è avvenuta dopo profitti straordinari associati ai prodotti Covid, ma i documenti non autorizzano a dire che l’intero prezzo sia stato pagato con gli utili del vaccino: il finanziamento effettivo è ricostruibile e la struttura è prevalentemente a debito (Pfizer, 2024).

Sul versante clinico, il 19 agosto 2026 Moderna e Merck hanno annunciato il raggiungimento degli obiettivi di sopravvivenza libera da recidiva e di sopravvivenza libera da metastasi nello studio di fase III INTerpath-001, che associa intismeran autogene a pembrolizumab nel melanoma operato ad alto rischio. I dettagli numerici completi non erano stati ancora pubblicati al momento della comunicazione. Il giorno 13 ottobre BioNTech ha invece annunciato il mancato raggiungimento del primo endpoint di sopravvivenza libera da progressione di BNT113, altra terapia a mRNA sviluppata per particolari tumori della testa e del collo; lo studio prosegue per valutare la sopravvivenza complessiva. Il capitale permette di sostenere più programmi, non di garantire che tutti abbiano successo (Merck e Moderna, 2026; BioNTech, 2026d).

A fianco della traiettoria industriale esiste un filone scientifico distinto. Nell’ottobre 2025 Grippin e collaboratori hanno pubblicato su Nature risultati preclinici e un’analisi retrospettiva secondo cui la vaccinazione anti-Covid a mRNA in prossimità dell’inizio dell’immunoterapia oncologica era associata, in una coorte di pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule, a una sopravvivenza mediana di 37,3 mesi contro 20,6. Il possibile meccanismo coinvolge l’interferone di tipo I e l’attivazione dei linfociti T (Grippin et al., 2025).

Nell’agosto 2026 una rianalisi di Jee e collaboratori pubblicata su Cancer Discovery non ha confermato un effetto sinergico sulla sopravvivenza e ha ricondotto larga parte dell’associazione a differenze nella selezione dei pazienti. È quindi corretto mantenere separata questa ipotesi clinica dalla relazione storica ed economica tra le piattaforme, che risulta invece direttamente documentata. Confondere i due livelli renderebbe meno solida, non più incisiva, l’analisi (Jee et al., 2026).

Il saldo di una pandemia non si calcola sommando ogni contributo pubblico, ogni contratto di acquisto, ogni utile e ogni immobilizzazione: conteremmo ripetutamente la medesima ricchezza. Occorre invece seguire la sequenza. Primo: contribuzioni e contratti pubblici riducono il rischio di sviluppo e di mercato. Secondo: la vendita dei vaccini genera ricavi, margini e cassa. Terzo: la liquidità finanzia ricerca, investimenti industriali, acquisizioni, remunerazione degli azionisti e, più tardi, assorbimento delle perdite. Quarto: il ridimensionamento della domanda produce svalutazioni e costi di uscita. Quinto: il capitale e alcune competenze sopravvissute all’emergenza sostengono la competizione nel mercato oncologico.

I perimetri contabili restano determinanti: Moderna redige il bilancio in dollari secondo US GAAP, BioNTech in euro secondo IFRS, e i rispettivi risultati non vengono sommati o convertiti senza un cambio dichiarato. Il risultato netto, dopo costi, imposte e poste non monetarie, non è denaro ulteriore da addizionare al flusso operativo; quest’ultimo rappresenta la conversione finanziaria del risultato. Le immobilizzazioni nette sono valori residui e non investimenti storici lordi. Svalutazioni e accantonamenti non equivalgono automaticamente a esborsi di cassa; analogamente i 500 milioni di euro annui indicati da BioNTech per il 2029 sono un obiettivo di risparmio ricorrente, non un beneficio netto già realizzato. I pagamenti condizionati ai risultati futuri non sono ricavi già acquisiti e, in assenza di contabilità analitica, non si attribuiscono all’oncologia quote arbitrarie di costi condivisi di piattaforma.

I numeri verificati delimitano chiaramente la portata dell’operazione. Nel 2019 Moderna e BioNTech erano imprese con ricavi modesti e risultati in perdita. Nel 2021–2022 hanno accumulato rispettivamente 20,564 miliardi di dollari e 19,727 miliardi di euro di utili netti. Dopo l’emergenza hanno mantenuto livelli plurimiliardari di investimento in ricerca; Moderna ha contabilizzato 417 milioni di dollari di spesa direttamente attribuita all’oncologia in tre anni e ha costruito un impianto destinato alla terapia personalizzata. BioNTech ha sviluppato e poi razionalizzato la rete industriale, riconoscendo 96,1 milioni di svalutazioni nel solo primo semestre 2026 e programmando una riduzione dei costi ricorrenti da impiegare anche nell’oncologia.

La vera conseguenza economica è il mutamento del rapporto fra scienza e capitale. Prima del Covid quelle tecnologie erano un’opzione industriale il cui esercizio dipendeva dalla disponibilità di finanziatori. Dopo il Covid le società hanno potuto finanziare direttamente il rischio clinico, negoziare da una posizione patrimoniale diversa e continuare a farlo anche quando le vendite vaccinali si sono ridotte. Non significa che ogni progresso oncologico sia nato dalla pandemia. Significa che l’emergenza ha cambiato, in termini misurabili, chi poteva finanziare quei progressi, con quanto denaro e assumendo quale quota di rischio.

Da qui discende anche la questione della distribuzione del valore. La domanda pandemica è stata sostenuta in larga misura da bilanci pubblici; i diritti industriali e i rendimenti delle applicazioni successive rimangono alle imprese secondo i contratti conclusi. Il mercato oncologico previsto per il 2029 offre una prospettiva commerciale di dimensioni superiori e più durature di quella emergenziale. Il capitale pubblico ha contribuito all’accelerazione iniziale; il capitale privato conserva gli strumenti per monetizzarne gli sviluppi successivi.

La ricostruzione contabile rivela un’asimmetria che va ben oltre la distribuzione degli utili. I governi hanno finanziato lo sviluppo, garantito la domanda attraverso acquisti anticipati e assunto una parte considerevole dei rischi economici derivanti dalle responsabilità sui prodotti. Negli Stati Uniti il PREP Act ha assicurato ai produttori un’immunità civile particolarmente estesa; in Europa gli accordi di acquisto hanno previsto meccanismi di indennizzo a carico degli Stati. In Italia, inoltre, il decreto-legge 44/2021 ha introdotto uno scudo penale per la somministrazione dei vaccini e limitato, nelle condizioni previste dalla legge, la responsabilità degli operatori sanitari. Si è così costruito un sistema nel quale il rischio finanziario e giuridico dell’emergenza veniva in parte trasferito o attenuato mediante l’intervento pubblico, mentre le imprese conservavano i diritti industriali e i rendimenti commerciali. Ma il vantaggio maggiore non consiste soltanto nei miliardi di utili immediatamente realizzati. La sperimentazione clinica accelerata, seguita dalla somministrazione su scala mondiale e dalla relativa farmacovigilanza, ha consentito di accumulare in tempi straordinariamente compressi esperienza sulla tecnologia mRNA, sulla sicurezza delle formulazioni e sulla produzione industriale. Conoscenze che sono entrate nel patrimonio tecnologico delle imprese e che possono essere utilizzate nello sviluppo delle successive applicazioni oncologiche. La pandemia ha quindi consentito alle aziende di recuperare anticipatamente una parte degli investimenti nella piattaforma mRNA attraverso un mercato eccezionalmente remunerativo, migliorando le condizioni economiche e il rendimento atteso dei programmi futuri. Non ha eliminato il rischio clinico dei nuovi farmaci, ma ha ridotto il capitale ancora da recuperare per alcune componenti tecnologiche condivise. Il risultato è una distribuzione profondamente asimmetrica: i governi hanno impegnato denaro pubblico e assunto parte dei rischi economici, la popolazione ha sopportato l’esposizione sanitaria individuale connessa alla vaccinazione, mentre le imprese hanno accumulato profitti, capacità produttive, conoscenze e opportunità di sfruttamento commerciale successivo. Il vero dividendo del Covid non è stato soltanto l’utile straordinario della pandemia, ma l’aver anticipato la remunerazione di investimenti tecnologici destinati a generare ulteriori rendimenti nel mercato oncologico. Una parte rilevante dei costi e dei rischi è stata collettiva; la proprietà degli sviluppi industriali e le principali opportunità di rendimento sono rimaste private.


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