Votare sotto i droni
Russia vota sotto i droni. Tra guerra, Madre Russia e consenso, il risultato della Duma mostra un Paese stanco ma ancora capace di assorbire il conflitto.
Russia vota sotto i droni. Tra guerra, Madre Russia e consenso, il risultato della Duma mostra un Paese stanco ma ancora capace di assorbire il conflitto.
La trasformazione produce però un paradosso. La Svezia è contemporaneamente più forte e più esposta. Più forte perché appartiene a un’alleanza militare, perché l’ingresso della Finlandia nella NATO ha reso il sistema nordico molto più coerente, perché mantiene una base industriale della difesa che pochi paesi europei della stessa dimensione possiedono, perché dispone di istituzioni solide e perché il debito pubblico rimane, anche dopo l’espansione fiscale degli ultimi anni, inferiore al 40 per cento del PIL. Ma è anche più esposta perché ciò che prima costituiva prevalentemente un patrimonio nazionale è diventato infrastruttura operativa di un teatro molto più vasto.
La Russia ha dimostrato una capacità di adattamento molto superiore a quella che molti avevano previsto. Resta da capire se questa resilienza stia semplicemente assorbendo lo shock oppure se, mantenendo intatta la normalità del presente, stia progressivamente trasferendone il prezzo sul futuro.
Non basta più chiedere se il prossimo bersaglio possa essere distrutto. Occorre chiedere se distruggerlo rappresenti ancora l’impiego migliore del capitale nazionale.
La scarsità si racconta nasce precisamente da questa domanda. Dalla distanza fra la guerra che possiamo fotografare e quella che dobbiamo ricostruire, fra il danno che lascia un cratere e quello che modifica silenziosamente il valore di un’opzione, fra la capacità nominale e quella realmente spendibile, fra il risultato strategico e la sua capacità di trasformarsi in consenso politico. Perché la scarsità, in guerra, raramente comincia quando qualcosa è finito. Comincia quando ciò che resta vale più di ciò che possiamo ancora ottenere consumandolo.
Il punto di non ritorno utilizzato nello studio non coincide con la sconfitta militare, con l’esaurimento di una singola risorsa o con il collasso economico. Lo definiamo come la perdita della capacità di ricostituire, entro un orizzonte di dieci-quindici anni, un grado di autonomia strategica comparabile a quello posseduto prima dell’invasione su larga scala. Il problema non è quindi stabilire se un determinato asset possa fisicamente essere ricostruito, ma se possa esserlo a un costo che il sistema nazionale sia in grado di sostenere senza dipendere in modo strutturale da un finanziatore, da un fornitore, da un compratore o da una garanzia di sicurezza difficilmente sostituibili.
Nelle guerre di lunga durata siamo abituati a osservare le perdite come se fossero una contabilità relativamente semplice: quanti uomini ha perso una parte, quanti ne ha persi l’altra, quale rapporto ne deriva. È una misura utile per descrivere il combattimento, ma insufficiente per capire quale dei due sistemi stia realmente cedendo. Mille uomini perduti non hanno infatti lo stesso peso per due Paesi diversi, perché ciò che conta non è soltanto il numero degli uomini sottratti alla forza militare, ma la dimensione e la qualità dello stock dal quale dovranno essere sostituiti e, soprattutto, il costo che quella sostituzione impone alla società che continua a combattere.
Quanto ci costa la guerra in Ucraina? non è una ricerca sul costo dei missili, dei carri armati o degli aiuti militari. È un tentativo di misurare qualcosa di molto più grande: il valore economico che la guerra distrugge anche lontano dal fronte e, soprattutto, quello che impedisce di creare.
Odessa non è solo un porto ucraino: è il nodo che può decidere l’accesso di Kyiv al mondo, il costo della guerra per l’Europa e perfino l’interesse diretto della NATO a difenderla.
In La Cina. Come si muove un colosso dai piedi d’argilla ho sostenuto che la Repubblica Popolare non è il futuro inevitabile che molti temono, e non è nemmeno il gigante fragile che altri liquidano troppo in fretta. È una potenza che avanza mentre accumula squilibri. Una civiltà-Stato che pensa in secoli e agisce con pazienza strategica. Un sistema che ha imparato a trasformare le proprie vulnerabilità in strumenti di pressione, accesso e presenza. Questo saggio è il capitolo monetario di quella tesi. L’argilla, qui, ha nomi e cifre: il ciclo terra-finanza, le piattaforme di finanziamento dei governi locali, le city bank e le rural bank del Nord-Est e del Sud-Ovest, il gettito da aste immobiliari che non torna. Il movimento del colosso, qui, non è la Belt and Road né Taiwan. È Pechino che riprende la leva — swap del debito occulto, fusioni bancarie provinciali, ricapitalizzazione delle grandi banche di Stato, uso selettivo del libro in valuta — e compra tempo. Non perché l’argilla sia sparita. Perché il centro ha deciso che, se qualcuno deve camminare su di essa, sarà lui a scegliere il passo.
Chi guarda solo i piedi vede una crisi fiscale locale e ne ricava il crollo. Chi guarda solo la statura vede le riserve, il creditore netto, il surplus commerciale e ne ricava l’invulnerabilità. Tutte e due le letture sono comode. Tutte e due sono incomplete. Il colosso si muove proprio così: tenendo insieme un attivo estero enorme e un passivo interno che il mercato, da solo, non saprebbe ristrutturare. La domanda utile non è se l’argilla esista. Esiste, ed è misurabile. La domanda utile è chi la impasta, a quale costo, e con quale spostamento di potere. Le pagine che seguono rispondono con i dati disponibili a settembre 2026.
Quando abbiamo pubblicato The Lefkada Incident, il problema era ancora quello di capire che cosa fosse realmente accaduto: quale tipo