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The essay applies the law of naval targeting to the 6 September 2026 drone attack on the Russian-flagged Ro-Ro Lady Mariia in the central Mediterranean, read together with the December 2025 strike on the Omani-flagged tanker Qendil and the May 2026 recovery of an armed Ukrainian USV at Lefkada. It separates four legal tests — object, persons, method and geography — and refuses to treat a sanctions’ listing as a targeting folder. Attribution, launch site and cargo remain publicly unestablished. What can already be shown is a gap between Europe’s explicit choice of economic coercion against Russia and the unauthorised emergence of a Mediterranean operational space.
Confronto Leipzig/Halle–Nord Stream su attribuzione statale, salienza, incertezza e framing nell’ecosistema informativo europeo
Guerra di margini prova a formalizzare matematicamente questa domanda:
fra tutte le alternative realmente disponibili, quale impiego della prossima unità della nostra potenza produce il maggiore valore?
Ed è da questa domanda che deriva anche il significato più ampio del titolo.
La guerra non costa soltanto ciò che spendiamo per combatterla.
Costa tutto ciò a cui rinunciamo per poterla combattere.
Tutto ciò che, combattendola, non possiamo più essere.
drone non ha distrutto l’Antonov, ma il sistema nel quale è entrato ha cominciato comunque a consumare capitale: non soltanto denaro, risorse di sicurezza o capacità diplomatiche, ma soprattutto quella riserva invisibile di relazioni, strumenti intermedi e possibilità di arretramento che permette agli Stati di fermarsi prima che la competizione diventi irreversibile. Goethe e Tolstoj restano nelle biblioteche, naturalmente, ma gli spazi istituzionali nei quali le loro culture continuavano a incontrarsi diventano meno numerosi. È una perdita difficile da contabilizzare e proprio per questo facile da sottovalutare.
Il 4 agosto 2026 un piccolo drone entra nell’aeroporto di Leipzig/Halle, uno dei nodi logistici europei su cui ruotano anche gli Antonov ucraini. Porta esplosivo ad alto potenziale. Arriva fino agli aerei. Non esplode.
Il 1° settembre il governo tedesco attribuisce l’operazione alla Russia. Alexander Dobrindt richiama le indagini di polizia, la configurazione tecnica del mezzo e informazioni di intelligence. Il giorno dopo Kaja Kallas parla di tratti propri del terrorismo sponsorizzato dallo Stato. Berlino chiude il consolato russo di Bonn, recede dal contratto del Russisches Haus, annuncia controlli più stretti e nuove iniziative sanzionatorie.
Fra il ritrovamento e l’attribuzione ufficiale passano ventotto giorni. È ciò che accade in quelle quattro settimane a rendere Lipsia interessante per Guerra di margini. Il drone non distrugge l’Antonov e non produce, per quanto è pubblicamente noto, un danno cinetico significativo. Eppure modifica bilanci, priorità di sicurezza, discorso politico e diplomazia. Il caso permette quindi di separare due domande che spesso vengono confuse: chi ha fatto volare il drone, e che cosa ha prodotto il drone una volta entrato nel sistema europeo. Le due risposte possono essere molto diverse.
Non siamo passati semplicemente da un polo a più poli; siamo passati da un sistema relativamente gerarchico a un sistema multidimensionale nel quale la distribuzione del potere cambia a seconda della variabile che osserviamo.
L’Africa non è soltanto il terreno su cui le grandi potenze competono: è il luogo in cui il costo delle loro strategie diventa umano. Dalle rivoluzioni del Novecento alle nuove dipendenze del XXI secolo, questo saggio analizza come violenza, credito, risorse, infrastrutture e alleanze trasformino la sovranità in una questione di potere e, soprattutto, di reversibilità.
La sicurezza africana viene ancora troppo spesso descritta attraverso due scorciatoie opposte e ugualmente fuorvianti. La prima rappresenta il continente come spazio quasi naturalmente predisposto alla guerra, trasformando conflitti molto diversi fra loro in un’unica patologia africana. La seconda, per reazione, tende a minimizzare la gravità delle dinamiche in corso per non riprodurre stereotipi coloniali. Entrambe le letture sono analiticamente inutili. L’Africa non è un continente uniformemente in guerra, ma ospita alcuni dei sistemi di violenza più complessi del mondo contemporaneo: guerre civili internazionalizzate, insorgenze jihadiste, conflitti di confine, milizie comunitarie, economie criminali armate, apparati statali predatori, società militari straniere, traffici transnazionali e campagne di influenza che si sovrappongono nello stesso spazio. Nel 2025 l’Uppsala Conflict Data Program ha censito 29 conflitti armati state-based in Africa, il secondo valore più alto mai registrato per il continente; nello stesso anno la violenza unilaterale contro civili è cresciuta in modo eccezionale soprattutto a causa del Sudan (Davies, Pettersson and Öberg, 2026). Il dato importante non è quindi stabilire se l’Africa sia ‘più violenta’ di altre regioni, ma comprendere la struttura della violenza che vi si sta formando.
L’Africa possiede una combinazione di risorse e posizione geografica che nessun’altra regione del mondo replica nello stesso modo: concentrazioni eccezionali di cobalto, manganese, platino, fosfati e altri minerali strategici; grandi bacini di petrolio e gas; una quota rilevante del potenziale solare e idroelettrico mondiale; fiumi transfrontalieri dai quali dipendono centinaia di milioni di persone; e, soprattutto, una collocazione fra Atlantico, Mediterraneo, Mar Rosso e Oceano Indiano che la pone lungo alcune delle principali arterie del commercio globale. Ma la geografia non produce automaticamente potere. Una risorsa che non viene raffinata, trasportata, finanziata, assicurata, trasformata e venduta attraverso infrastrutture controllabili dal produttore può generare rendita senza generare autonomia. Allo stesso modo, un porto situato su una rotta strategica può diventare un moltiplicatore di sovranità oppure un’enclave logistica al servizio di catene del valore decise altrove.